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Io muoio e anche questo mi nuoce (Per una riappropriazione di Pasolini)
Il tavolo è sgombro di carte. Per il momento non c’è sopra neanche un libro di Pasolini o di altri su di lui. Soltanto qualche foglio bianco, la solita matita. Voglio dire che nella direzione di una mia privata continuità – e per quel che può valere – cerco di riflettere da solo su alcune cose che di P. mi importano ancora, soprattutto in questo momento. Sforzandomi di dirle e di pensarle non voglio cercare altro, o di più; e non voglio allargare il discorso. Resto sopra con puntigliosa fermezza (nel proposito) al quadrattino risicato che mi sono scelto per oggetto. Il discorso critico sarà giusto e comunque necessario che altri lo allarghino secondo le regole canoniche; io mi limito a dare questa riflessione che è mia, quasi trascritta a voce alta, perché possa servire innanzitutto a me. Ma devo dire, per una certa esattezza non solo temporale, che avevo cominciata a fissarla nei mesi andati, orientandomi fra altre mie paginette divulgate in precedenza. Oggi ho potuto riprenderla per concluderla, aiutandomi col mezzo di qualche appunto particolare, non sistematico; e col sottinteso di tendere a non staccarmi mai da un aggancio continuo e meditato con i fatti, con la realtà che gira, che ho intorno. E questo per capirla, parteciparla in ogni modo, in ogni occasione; non da spettatore risentito, disincantato o magari soltanto inquieto, ma da autista di piazza. Cioè come uno che va in giro per dovere e per lavoro e deve conoscere anche le stradette più nascoste da un luogo all’altro della periferia. Conducendo un veicolo. Quindi è obbligato a mandare a mente molto bene i percorsi. Altrimenti è necessario, è inevitabile che si debba servire di una “pianta” e che ogni tanto si fermi per consultarla, sorpreso da un dubbio.
Collocandomi nel mio posto, di uno che cerca di leggere le pagine ma anche i fatti (come per P. si trattava di vivere attraverso il cinema un’esperienza fisica della realtà, diciamo che anch’io mi propongo di continuare a vivere una esperienza fisica della realtà attraverso le ultime pagine e le ultime vicende di P.), penso che oggi possiamo cominciare a non avere più paura (un timore che può essere solo fastidio o stanchezza della ragione e del sentimento) di dire qualcosa e di essere qualcosa nella realtà. Di cominciare a definirci (e ridefinirci) dentro a una situazione reale stravolgente ma completamente aperta; e di tornare anche ad effettuare delle scelte. Sì, delle scelte. Lo dico in un momento in cui questo proposito sembra il più deteriorato dall’uso e il più improbabile secondo la situazione. Eppure credo a mio modo che sta ritornando un tempo in cui è più necessario definirsi (attingendo al proposito e al progetto di durare) che qualificarsi (riferendosi al potere). Un tempo in cui l’essere torni a corrispondere con un rigore quanto meno approssimato possibile al volere. In cui la convinzione del dover fare qualcosa torni a insinuarsi opposta all’inquietudine straziata dalla convinzione che tutto è già stato fatto e vissuto; o scritto. Perché non sembra rimandabile l’impegno di tornare ad assumersi il peso effettivo delle deformazioni e delle contraddizioni pratiche che sono in atto al fine di collaborare (e ciascuno lo farà come sa e come può) a isolarle ribatterle superarle.
So bene, anche in questo caso, di parlare solo per me, da questo angolo. Perciò mi sento libero, dentro a una tale situazione, di scegliere in generale un linguaggio che mi è comodo e una partecipazione interna al discorso contrassegnata da una angolazione di ricerca conseguente che si può definire morale. Il termine oggi rischia di sembrare, con ironia, ambiguo sfatto desueto; non solo nell’uso della comunicazione di massa ma in quello comune. Per me, credo che siano anche i testi, e soprattutto i testi ultimi, di P. che invitano a farlo.
Ad ogni modo lo assumo nell’accezione che sento ancora valida e di conseguenza utile (con una persistente necessità) di partecipazione alle cose, di scelta di vita ecc. che fanno scegliere e privilegiare alcune strade conclusive e non altre. La mescolanza dei generi mi sembra una manipolazione concordata e perciò, sia pure dentro a un calcolato rigore, artificiale. Questa particolare tensione, così delineata, è diversa dall’impegno (come è congelato dall’iconografia d’archivio dei decenni passati); e nello stesso tempo è più che impegno; perché più drammatica, realisticamente legata a necessità non settoriali ma generali e da tutti condivise, almeno. Mentre l’impegno di allora era illustrato dal sole di una violenza che per lo più restava ancorata soltanto a una speranza – e poteva essere (ed era) ribattuta direttamente.
Queste brevi annotazioni riferite al discorso appena avviato si appoggiano a domande generali che adesso sottopongo, dato che credo possano servire. Alcune possono sembrare addirittura semplicistiche o semplificate. Ma, insieme, si possono trascrivere in questo ordine, anche se con qualche sommarietà: senza estrapolazioni frettolose o troppo drammaticamente sentimentali (per essere critiche nel senso e nel tempo giusti), qual è l’ideologia di P. che noi riusciamo a individuare come alimento e non come simbolo o sintomo da museo? Dove individuiamo l’approdo del suo mondo, della sua speranza non affrancata, della sua acutezza critica e scontrosa e talvolta irritante, del suo amore violento e ingenuo per la vita (un abbandono totale), dei suoi amori terreni; tutto quasi sempre segnato o inquinato da aspri inseguimenti della memoria, del sentimento, della nostalgia?
O ancora: che cosa è oggi, adesso, P. per noi? Che cosa ci resta? Che cosa riceviamo? È solo una scaglia struggente della nostra storia recente annidatasi ormai dentro ai libri di testo e alle antologie o continua a emettere messaggi indispensabili per uomini che sono all’erta? Come lo leggiamo; come possiamo leggerlo, oggi? Voglio dire: come lo usiamo nella pratica quotidiana, mescolandolo alle nostre beghe, ai nostri sussulti, alle idee che sembrano un branco di uccelli alzati in volo da uno spavento improvviso? Al di fuori di una privata tenerezza che non accenna a diminuire, possiamo servircene come strumento di conoscenza oppure è ormai allestita, quindi resa definitiva, la roccaforte della intermediazione critica ufficiale, che dovrebbe consentire di leggerlo vederlo magari sopportarlo, e anche giudicarlo, con una freddezza e una equità solo in apparenza lucide ma al fondo contrassegnate da una severità ironica (quando non si tratta di autentica antipatia)? Sono domande, certo, che meriterebbero una più rigorosa stesura; ma che riescono a tracciare, anche così disposte, la situazione reale e generale di lettura di un autore che è continuamente raccolto a riva come un naufrago e ributtato a mare, come pesce mal pescato, dalla arroganza reticente dei fiocinatori di rane (che coprono ogni atto fingendosi, al contrario, interessati) ma anche dalla arroganza dei nostri sentimenti; che stentano a equilibrarsi, a calmarsi dietro l’urto e l’impatto continuato delle emozioni.
In quel gesto della pesca ributtata in mare, a cui ho fatto cenno, si può vedere senza ombra di dubbio la prevalenza della insoddisfazione generale e della generale impossibilità di vivere, in un modo che sia senza dannazione, il mondo odierno. Comunque, ho solo trascritto alcune domande, accumulandole; non mi spetta di svolgerle e affrontarle. In questa occasione, come solo interesse, vorrei tornare a verificare (non dall’esterno ma con alcune motivazioni suggerite da un rapporto diretto col testo degli ultimi interventi) l’uso che possiamo, anzi dobbiamo continuare a fare di P. Fuori dalle antologie, dai libri di critica e di memoria, dalle tesi di laurea; fuori dalle tavole quadre e tonde, dai festival di cinema, dagli incontri di poesia a cui confluiscono in prevalenza, e in primavera come accade nelle corse ciclistiche, i corridori accasati e i relativi sponsor con la signora in pelliccia. In altre parole: fuori dal mondo delle luci e delle voci ufficiali; ma dentro allo spazio “basso” calpestato da tutti, che è quello, che non consente alcun tipo di falsificazione o di manomissione, dei bisogni quotidiani. Dentro all’inquietudine di questi giorni che si accavallano, siamo direttamente aiutati da P.? Con una presenza, una continuità che resistono e non come un semplice flebile lumicino della coscienza? Vive ancora con noi proprio mentre viviamo, o siamo noi che dobbiamo spendere per lui se vogliamo inseguirlo?
Tracciando questa piccola tabella motivata delle nostre inquietudini penso che – prima di ogni altra cosa – ci dovremmo impegnare (con una costanza non renitente e non episodica) per rendere giusta, da infame che è, la morte di Pasolini. Cosa voglio dire? Che ci dovremmo impegnare per liberarlo dalla sua morte (non quella subita, che c’è e non si può cambiare; ma la sua ombra dura, che si è precipitata sopra di noi, rendendoci un poco colpevoli). Per ridargli una nuova pazienza e ancora verità contro l’ingiustizia calcolata (il vilipendio del cadavere essendo il segno di una uccisione rituale, da sasso in bocca). Liberarlo, perché la sua morte comincia a slittare, per calcolata malizia, sul piano inclinato del piccolo incidente e del sesso tormentato; di una morte declassata, inserita e conclusa in una violenza improvvisa, che motiva – se non giustifica – tutte le possibili induzioni. Della morte che può essere coperta da una causa terribile ma piccola e forse ignobile. Liberarlo da “questa” morte vuol dire riconoscere a questa morte, e riportare dentro a tutta la vicenda, una causa di grande necessità, di grande peso. E dentro a questa causa, generale, potrebbe essere compresa esemplarmente anche la nostra morte, la morte di ciascuno di noi. Nel collegare gli eventi si valutano anche le necessità delle idee, il loro attuale tortuoso (od oscuro) percorso. A una morte di piccole cause concomitanti, come è quella che ci verrebbe (e ci viene) periodicamente descritta, affondando nel reale delle cose e della situazione dovremmo avere l’insistenza (e una certa feroce fermezza) per opporre e contrapporre una morte reale (quale in effetti è stata) contrassegnata da grandi eventi (nel senso delle emozioni conseguenti e dei presagi anticipatori); quindi una morte davvero tragica proprio e anche per questi segnali che ci coinvolgono.
La morte che vogliono “raccontarci” sarebbe una morte che si può anche rifiutare o dimenticare o accettare sia pure lacrimando per convenienza o per stanchezza o per adeguarsi alla polvere ufficiale; mentre la vera morte, questa che indico dentro alla realtà – e che sfugge alla sua conclusione definitiva a cui vorrebbero in tanti collocarla – non si deve neanche piangere ma solo temere, perché ci prende in mezzo e ci costringe a non esaurirci nei sentimenti, essendo una morte che raccoglie la violenza di un tempo (il nostro) ed è feroce non contro uno ma contro tutti.
Proprio ai nostri giorni credo che siamo richiamati con severità a sciogliere il nodo della morte di P., cercando di capirla per appropriarcene. Direi: per definirla, nel senso di concluderla; allo scopo di chiarire noi a noi stessi; dentro a questo mare di contraddizioni e secondo la necessità a cui mi sono riferito.
Siamo all’inizio dell’anno ’82, mentre si sta discutendo – in altri termini – di questa vita e di questa morte, sulla scorta anche di alcuni discorsi e di alcuni interventi a stampa. Per esempio, alcune settimane fa è apparsa una nota di Camon argomentata con acutezza anche se discutibile nelle conclusioni. Ma per lo più si tende ad abbracciare la tesi ufficiale della morte ufficiale (è andato là per motivi suoi ed è stato ucciso dentro a questi motivi).
Niente politica, dunque, né altre invenzioni aggiuntive. La morte di P. svestita di ogni ritualità che non le compete (così hanno deciso e concluso) tenderebbe a riassestarsi sotto il segno esclusivo di un martirio privato, piccola squallida tragica conclusione esistenziale tra il macabro e il vizioso; ricompensata in esclusiva dal pianto di alcuni conoscenti, alcuni amici, alcune maddalene. Questa conclusione comunque da contrastare è stata subito ribattuta, e bisogna darne atto, prima di altri da Laura Betti. Non si tratta allora di una disputa drammatica quanto si vuole ma cavillosa, su una “qualità” di morte, quasi si trattasse di un genere letterario; ma di un discorso continuato sulla condizione di questa morte, che io intendo piuttosto come soluzione finale di una vita.
Comunque si vogliano leggere le cose, anche in questa vicenda, travolti dall’onda immediata dei sentimenti “onesti”, spesso si è dimenticato di valutare dentro a quale contesto sociale (e dentro a quale condizione generale) sono passati, per definirsi esemplarmente, gli ultimi anni di vita che è (è stata) contemporanea alla nostra.
Parecchi, ma non tutti, si sono domandati: Pasolini la cercava, questa morte? La preparava, la voleva, la chiedeva con quella violenza drammatica fatta di reticenze turbate e che sfiorava a volte l’ingenuità più disarmata? Credo che si possa rispondere dopo essere risaliti alla sua presa di coscienza che la “diversità” non era una colpa ma un diritto. Cioè, dopo essere risaliti al momento in cui anche P. (dietro lo stimolo del grande moto esploso alla metà degli anni Sessanta) prima prende atto poi assume, fortificandosi, la convinzione che la propria omosessualità non solo non va tenuta nascosta o comunque coperta ma neanche va giustificata con la solita rabbia incerta o con il linguaggio del sarcasmo e dell’invettiva; ma soprattutto va difesa. Questa difesa prima generale poi personale (quindi privata) dell’omosessualità, esercitata col mezzo di motivazioni e ragioni articolate in vari modi ma sempre partecipate con la tensione della fantasia oltre che dei sentimenti, rappresenta a mio parere l’atto in concreto “vincente” dell’ultimo P. e di sicuro il suo momento più alto, convincente, aperto al futuro. Confermandolo come un indispensabile (e forse unico) provocatore culturale. Sovrastando il ponte degli anni Sessanta, da cui ha ricevuto molte indicazioni stimolanti ed alcune addirittura capitali, il P. corsaro nella caoticità rabbiosa, abbastanza frastagliata e varia (ma anche dinamica e graffiante) dei suoi interventi, si riallaccia al P. friulano, incantato dall’azzurro di un cielo non ancora intorbidito da alcun segnale di peccato; né sconquassato dai venti della tragedia.
Negli scritti di questo primo periodo si legge il trapasso da una innocenza ricevuta come un dono naturale (acque limpide, venti chiari, prati placidi e distesi) a una innocenza incupita dagli anni e dalle vicende – e che viene di nuovo raggiunta e difesa nell’ultimo periodo della vita con una pesantissima fatica, e forse solo come un sogno appena sognato (un fervore), non più come una realtà possibile (una possibile verità). Comunque, come il possibile principio di una nuova libertà (una nuova forma di libertà). Io lo sento, questo. Con una innocenza che adesso è ferita, complicata ma, in ultima istanza, è altrettanto libera; quindi, in modo certamente straziato, di nuovo felice (magari con ferocia e con risentimento). Dentro a questo stato dei sentimenti, che rappresenta ed è un continuo scontro in pectore, mi sembra poco probabile che P. si lasci uccidere o cerchi la morte violenta solo perché travolto da una sola ossessione d’amore. A me sembra più vicino alla verità che si sia lasciato sopraffare da questo sentimento ritrovato, direi riconquistato, di libertà non tanto personale quanto piuttosto culturale.
In un mondo che, come autore, P. non si stancava di descrivere e interrogare così com’era, cioè “ufficialmente” corrotto e sporco all’esterno e inquinato in mille modi e maniere, è vero che egli riesce a sdipanare il filo di una qualche novità o ad agganciarsi al filo di una qualche novità emergente – di cose e di parole. La sua omosessualità non più sopportata ma portata, non più patita ma capita, diventa un’arma accanita non di difesa ma di offesa; non personale ma generale; e non resta più il piccolo incendio doloso, di volta in volta riacceso, dei sentimenti svuotati dalla storia. Non resta una stasi nevrotizzante addolcita da un successo pubblico voluto e anche cercato ma assai poco goduto; o forse anche patito e sopportato, dopotutto. Cercare di orientarsi dentro a queste dure profonde contraddizioni culturali ed esistenziali, credo che possa servire non solo per leggere, quindi per intendere un autore (questo autore), ma per orientare con meno approssimazione noi stessi dentro al nostro tempo; o magari in opposizione.
Subito dopo la morte di P. anch’io parlai di esecuzione; poiché mi pareva e mi pare che questo termine fosse allora e sia ancora oggi più complessivo e meno approssimato di assassinio. Infatti l’assassinio è opera di una sola mano e di una sola rabbia; invece l’esecuzione è pubblica, frequentata, partecipata, veduta, voluta e goduta – per lo più. E poi è rituale; ha suoi segni specifici e colpisce più a fondo; vale a dire che non si accontenta solo della morte. Cerca di aggredire e sopraffare anche la memoria che resta.
Per questo, contro ogni interpretazione diversa via via riciclata, continuo a credere che la morte di P. non si è chiusa e compiuta ma è ancora da soffrire, contornata com’è da persistenti segnali in atto, che obbligano, convincono a non rassegnarci. L’obbligo si riferisce alla necessità, per noi, di continuare a guardare capire interpretare il mondo reale.
La giustizia può sommariamente giudicare; e se fosse vera giustizia potrebbe in conclusione solo condannare. Ma non è solo di una eventuale condanna che possiamo servirci. Dobbiamo invece capire, e continuare a capire, se il tempo che ha tollerato questa morte vuole, fra le altre morti, anche la nostra. Se la vuole ancora.
Penso che se riusciremo a dare una qualche risposta non disattenta a questa domanda potremo fare anche giustizia e rendere giusta cioè esemplare, nel senso di una esemplarità non formale, la morte di P.
Si può fare, cominciando a liberarlo dalla sua stessa morte e riportandolo dentro alla sua scrittura, dentro alle pagine compiute, ricollocandolo nell’universo dei suoi segnali. Impegnandoci così a liberarlo dall’ossessione insistita di un martirio che è vero come violenza perseguita e compiuta ma che lo blocca in una fissità da museo. Mentre è ancora un produttore autorevole e autorizzato per comunicarci segnali necessari. E noi potremo ascoltarlo con impazienza non come un martire brutalizzato dalla violenza pagana (a cui si chiede almeno un atto esemplare) ma come un autore la cui prolungata forza di scrittura provoca e aiuta non solo la nostra fame di lettori ma anche la nostra resistenza nel contrasto di ogni giorno e a tutti i livelli con la realtà.
Rileggendo le sue pagine – quelle dell’inizio ma soprattutto quelle della fine – caviamo sempre spinte determinanti per affrontare i problemi generali. E questo capita quando avviciniamo non un dispensatore di piccoli segni, piccole lacrime, piccoli incubi e piccole vanità, ma un autore.
Mi tornano in mente (e adesso mi fa effetto se riascolto nella memoria la sua voce uniforme, medio bassa, appena sfiorata da un appannamento d’ombra, quasi impolverata, incisa in un 45 giri della RCS) due versi del poemetto La Guinea, là dove è scritto: “La viltà avvezza / a vedere morire nel modo più atroce / gli altri, con la più strana indifferenza. / Io muoio e anche questo mi nuoce”. E ne deduco che la vera necessità e la vera fatica non devono essere richieste agli altri per cercare di riequilibrare una giustizia stanca; ma a noi stessi, e di volta in volta, per rimetterci in discussione continua e per tornare a comprometterci utilmente, e fino in fondo, con le responsabilità della nostra vita.
Capire e perciò volere P. non come un reggente o un sacerdote lontano ma come un compagno di strada, ai nostri giorni significa voler fare di nuovo i conti col nostro tempo – per non perderlo e non vederselo sfuggire più avanti (noi attardati dal peso di convenzioni culturali invecchiate). Altri cercano invece di usare P. come strumento e argomento di utensileria letteraria o ideologica (archiviato in una cassetta Black & Decker).
Dalla morte di P. sembra, a volte, che siano passati non pochi anni ma decenni; con il rischio calcolato e tutt’ora in atto (ripeto) di vederlo trasformato in un busto di cera; un classico innocuo, leggibile, disarmato e contrastato. Ma il rischio di vederlo sottratto sotto i nostri occhi alla mischia utile e a una partecipazione “armata” – almeno per i lettori avvertiti e non rassegnati – può essere eluso non stancandoci di cavarne stimoli e problemi (o aggiunte ai nostri problemi); e magari aggredendolo per calarlo in contesti sempre rinnovati. Se impediremo, per convinzione, che scenda dal nostro carro per imboccare invece la strada di lusso che porta difilato al luogo ove attendono le eccellenze e gli addetti ai lavori con i biglietti di viaggio sempre pagati.
Questo ciclo continuo di rinnovazione interna ed esterna P. lo consente. Lo richiede. Senza che dobbiamo a nostra volta sforzare ogni suo contesto strumentalmente, per estrapolazioni interessate. Ma fuori dall’uso che di lui continua a essere fatto in ogni cantone – specialmente dal Potere/Palazzo/Processo che è quello che prevale sul momento, perché ha il vantaggio di essere appoggiato ai canali della comunicazione ufficiale – è nella lettura dei suoi ultimi anni, vissuti e scritti come una ricerca nuova e una nuova scoperta di vita dentro alla disperazione, che dobbiamo riagganciare P.; al fine di un uso corretto e perciò attuale dei suoi segnali. Perché è proprio nella novità insistente e resistente di questi segnali, e dei segni conseguenti, quindi nella sua mai eclissata vitalità, che mi pare consista ancora oggi l’importanza alta di un autore che si è trasferito con tutta la sua struggente ferocia nelle pagine scritte; e che ci appare di volta in volta, sorprendentemente, con venti facce diverse – anche se non è mai mascherato. Incalza o subisce a viso aperto. La sua novità consiste nel sopravanzare la paura della storia pur mantenendo per i fatti appena accaduti una “giusta ed equilibrata nostalgia”.
Se si ritualizza in alto o si semplifica in basso la sua morte, gli è certamente sottratta l’ambiguità piena di un fascino cupo, insistente, stupendamente generoso perché ingenuo (e organico nella sua ansietà), della scrittura. È nei segni che vanno ogni volta decifrati con suggestione (e poi, non una volta per tutte), non nella morte per quanto atroce e compianta, che come lettore attento e prepotente ritrovo dentro a una non spenta energia i messaggi di questo scrittore civile.
Civile lo intendo nel senso che non è vissuto solo per se stesso e la morte non lo ha ancora finito.
Dedicato
Nella casa piantata sopra il colle
ci fu un giorno in cui il tempo
cambiò il passo,
camminavano tutti un po’ in salita
in questa parte della città malconcia:
andatura montana, così lontana
dall’odore di mare.
Il sole era un po’ grigio,
non è dato andar via
senza lasciare cataclismi in atto
quindi la luce
sbiancava nel tramonto
come donasse sangue.
La tua voce confessionale
veniva da lontano,
con i tuoi occhi stanchi guardavamo
una patria straniera, obliqua,
eppure così amata,
affamata di quiete
e di onestà, che non si può comprare.
Un poeta
desideroso di sconosciutezza
accompagnato nella sua grandezza
da un suono solitario
che lucidava i vetri nelle stanze.
Il principio e la fine, così è scritto.
I libri parleranno,
non sentiremo le tue risate brevi
subito spente nella clemente attesa,
dalla clausura
in cui infiorescevi, malgrado la sua frusta.
Ci mancherà il rigore, compatto estremo
senza perdere mai la tenerezza,
senza perdere, Che,
la tenerezza, tu come lui,
vòmere nella terra, dimenticata,
del nostro sacrificio quotidiano.
Maestro è chi è più grande,
è il vento di nord ovest:
asciuga il cielo,
affonda le sue dita nelle zolle
muove i germogli, le grumette neonate,
humus antiquus, semina cordis…
in piantagioni intere…
Ci penso sempre quando
sento il suo fischio,
e la notte si fa immaginaria.
Vento maestro, maestro che rimani
insieme a noi, obbligati a sperare
per cambiare la storia…
Mentre l’alba si alza dalle cave
di marmo bianco, nascoste all’orizzonte.
Nella pianura larga, nella terra del Po
dove insiste la traccia dell’eccidio,
volti stranieri
si affacciano a migliaia, come i pensieri,
fuggendo da una guerra senza fine…
A questa terra che ha tremato nel buio,
da nord a sud,
si chiede un esorcismo
un compimento di solidarietà
come fossimo, noi, abilitati,
immuni da sconfitta,
come fossimo, noi, mossi da un vento
che fa crescere il grano…
Ilario Castagner. Intramontabile pallone, spettacolo senza trama. Come la vita
(Con la collaborazione di Antonio Bagnoli)
Immagini sempre diverse, non c’è mai nulla di scontato,
niente è sicuro fino al fischio finale: sta qui il fascino della partita.
La corsa all’ingaggio dei giocatori-attori.
Squadre ricche e povere.
Ma la violenza potrebbe essere espulsa dagli stadi.
Tattica e strategia di un allenatore.
Come si costruisce un campione.
Ilario Castagner è nato a Vittorio Veneto il 18 dicembre 1940. Iniziò l’attività sportiva come calciatore nella squadra della sua città, quindi passò alla «Regina», poi al «Legnano», al «Perugia», al «Prato» e al «Rimini». A 28 anni concluse la carriera di calciatore e cominciò quella di allenatore. Per cinque anni allenò le formazioni giovanili dell’«Atalanta», quindi per sei anni lavorò come allenatore del «Perugia». Due anni di permanenza alla «Lazio», due al «Milan», due all’«Inter». Nel campionato ’86-’87 è diventato allenatore della squadra dell’«Ascoli». Ha vinto due «Seminatore d’oro» per la serie B nel campionato ’74-’75 e per la serie A nel campionato ’78-’79.
A Terontola, per Perugia si cambia. Si entra nel cuore d’Italia, mentre i pensieri riflessivi sono costantemente in allarme, considerando quanto in fretta sta cambiando, ormai, la faccia e la pelle del nostro paese.
Il Trasimeno fuma come un animale ammalato. Il suono del treno, sciogliendosi negli occhi dei pochi animali che spariscono fra gli alberi, mi ridà quasi fisicamente il ritmo superbamente lieve dei versi di Sandro Penna; e mi sembra di andare verso la sua casa; a Perugia, travasata adesso dal medioevo all’anno dell’industria piena, in una sovrapposizione turbinosa, da frontiera americana. Alla stazione c’è Castagner. Ilario Castagner, allenatore dei giovani dell’Atalanta, della squadra del Perugia, della Lazio, del Milan, dell’Inter e ora, dopo essere stato un anno senza squadra, dell’Ascoli.
Partiamo in macchina verso casa. Antonio Bagnoli, uno studente universitario ventiduenne alto e dritto, che è venuto con me da Bologna, osserva che la città, in crescita svelta, con tutte quelle gru e case mezze fatte, non sembra caotica o invivibile, a una prima occhiata.
Castagner precisa che l’Umbria, con i suoi ottocentomila abitanti in tutto, praticamente è una Svizzera; poi subito ci indica lo stadio, che un po’ ha contribuito a costruire quando la squadra era in serie B.
Seconda osservazione di Antonio, a cui lo stadio sembra molto piccolo.
«È uno stadio solo per il calcio – dice Castagner – non ha la pista, tra la linea di fondo e le tribune ci sono cinque o sei metri. Ma ora che il Perugia è in C2 è un disastro. Giocano per pochi intimi, due o tremila persone».
Quando c’è un dislivello iniziale: il denaro
Si sale verso la collina e io mi aspetto, per certa luce e certa aria, ad ogni svolta asfaltata di vedere spuntare laggiù in fondo il mare. Le case diradano, adesso ci sono le ville. Un cancello, il prato all’inglese, la villa nuova, a un piano, bella. I cani. Dentro, comode poltrone, un arredo caldo. Siamo ancora soli. Antonio, sedendosi e come a ripigliare il discorso, dice che preferisce seguire il calcio dal di fuori, staccato dalla realtà che è brutale.
Castagner si fa attento. Riconosce subito che dentro, negli stadi, adesso c’è violenza; e una violenza che purtroppo tende a crescere. Tanto per dire, nelle grandi città, durante le partite di calcio, ci sono meno furti; anche meno delitti. Questo verrebbe a confermare che anche cattiva gente è dentro agli stadi. Perciò, se la polizia riuscisse a identificare quei cinquanta o sessanta capi, che sono quelli che guidano questa violenza, e magari li costringesse ad andare in questura nel periodo della partita, come ha fatto a Rimini qualche anno fa; se riuscissero a ottenere questo, con i capi che guidano veramente i gruppi, molte cose non accadrebbero. Perché oggi, andare sulle curve, mette veramente paura.
Quando questi sono concentrati sulla partita, allora è tifo, urlano, cantano, è anche bello sentirli, dal di fuori, con le loro trovate. Le canzoncine, per esempio, come «vieni a pescare con noi / ci manca il verme», che sono prese in giro. Ma quando scatta la scintilla della cattiveria e c’è un gruppo dall’altra parte, diventano incontenibili; tirano fuori quello che hanno, le famose armi improprie.
«L’anno scorso – dice ancora Castagner – quando ero all’Inter, andai a vedere Legnano-Piacenza, perché nel Piacenza giocava Lorieri, che ora è portiere del Torino ma allora era dell’Inter. A un certo punto venne giù il diluvio. Finché le due tifoserie erano separate si erano sfottute soltanto a parole, ma quando quelli del Piacenza sono scappati anche loro in tribuna, al coperto, le botte che si sono date».
Antonio ricorda d’aver visto più volte, la sera del Real Madrid-Juventus, vari giocatori juventini fare un gesto con la mano. A dire: ti aspetto a Torino.
Per Castagner gli juventini sono stati sempre duri. «Non so, Bettega era uno dei giocatori tecnicamente fortissimi ma anche giocatori cattivi, nel senso calcistico. I Gentile, i Furino erano tutta gente di carattere, altrimenti la Juve… ».
È interrotto da Antonio, per il quale fare i gesti può rientrare nello spettacolo.
Anche per Castagner, certamente, la partita è spettacolo. Perché già in partenza, come si muove, alla società arrivano contributi dalla Regione, dagli sponsor. Quindi si mette in moto quello che può attirare l’interesse della gente a tutti i livelli. E spettacolo quel volere vincere a tutti i costi, dato che porta a far crescere la propria immagine, i propri interessi. A essere ingaggiati, se giocatori, da squadre più forti.
Ormai c’è tutta una trafila sottile nella preparazione del gioco – dice Antonio – Berlusconi che ridisegna le maglie del Milan e usa tessuti particolari nella confezione. La verità è che lo sport, anche il calcio, è diventato un momento importante della realtà economica e un momento determinante dello spettacolo in generale…
Castagner: «Tutte le società cercano di incrementare gli introiti per avere la possibilità di ingaggiare giocatori/attori sempre più bravi. Adesso, per esempio, si parla di play-off; il primo tentativo lo stanno facendo in Spagna. Ma in Italia, secondo me, il play-off esiste già, perché il Napoli che fa ventitré miliardi di incasso all’anno o Milano, Firenze, Roma, Torino… Ci sono sette od otto squadre che hanno un abisso di incassi in più rispetto all’Ascoli, all’Empoli eccetera; per cui le squadre che comporrebbero i play-off sono già determinate da questo dislivello iniziale; dal denaro».
Le provinciali si misurano con le grandi
Antonio ribatte che, squadre in alto e squadre in basso, così ci sarebbe un appiattimento dell’interesse. Ma per Castagner negli ultimi anni le squadre provinciali si erano un po’ avvicinate alle grandi. Adesso una squadra che va a giocare a Milano o a Torino non ci va più con l’idea d’aver perso in partenza. Si sente forte abbastanza da potersi misurare. Fanno anche il risultato, spesso; cosa che una volta non succedeva mai. Il Perugia e il Vicenza sono andati a vincere a Torino con la Juve, per cui si è capito che c’è la possibilità di fare risultato anche contro le grandi. Il divario si sta ricreando proprio per la differenza di forza economica, che gli incassi, lo sponsor, la Tv creano.
Obiettiamo che proprio questo fatto può aver causato il mutamento sostanziale del pubblico, ormai abituato a usare anche l’occhio per vedere e chiedere cose completamente diverse, o più appaganti.
Castagner: «Il pubblico, al settanta per cento, viene condizionato dalla stampa, dalle dichiarazioni dei principali attori, presidenti, dirigenti, giocatori, allenatori. Il pubblico giudica già condizionato. Perché si deve vincere sempre, perché sembra che bisogna vincere per diritto divino. Mentre invece è difficile, perché bisogna vincere sul campo e si vince con il sacrificio, con l’allenamento, con la fortuna, con le reali possibilità». Io gli ricordo che studiosi che sono anche tifosi si sono già interrogati su cosa è realmente oggi una partita di calcio. Anni fa un loro discorso, se ricordo bene, partiva dalla visione di un campo vuoto visto da una gradinata vuota: le linee, i segni bianchi sul campo, tali da indurre a una sorta di simbologia medievale. Che lo spettatore, quando arriva siede e comincia a guardarsi intorno, riesce a interpretare magari in forma astrusa e personale. Lo stadio, cioè, propone una situazione molto provocante e dinamica anche quando è senza giuoco. Poi entrano i calciatori, con le loro maglie, i loro gesti e, prima della partita, con saltelli, brevi balletti, flessioni. Si ha la suggestione di un balletto, dove la presenza in sottofondo della morte è compensata da una ferocia che si sta liberando. Questo giuoco, insomma, è sempre una rappresentazione.
Castagner: «Che propone però immagini sempre diverse. Non c’è mai niente di scontato, mai niente di sicuro fino alla fine».
Antonio: Solo avanzano e retrocedono.
Castagner: «Sì, ma se seguiamo la linea tracciata dal pallone, ci accorgiamo che essa compone figure e segmenti sempre diversi».
Antonio: Però l’occhio percepisce il punto di partenza e il punto d’arrivo.
In questo momento a me sembra, dico, che tutto sia in piena ebollizione proprio perché molte cose ancora ci sfuggono, nonostante l’apparente sottigliezza di tante letture della situazione. Tanti elementi che entrano nella nostra vita li controlliamo ancora in modo incerto o approssimato. Così siamo obbligati troppo spesso a utilizzare o sopportare le chiavi di lettura e di giudizio proposte da altri, non sempre disinteressati. Per rifarci a un tema di fondo già sfiorato, anche la violenza non è affrontata come una componente reale della nostra società; è solo un bubbone, un dente cariato da estirpare.
Allo stadio tutti i posti numerati, anche nelle curve
La risposta di Castagner è che ci sono molte società e molti dirigenti che conoscono bene i violenti, però li adoperano a proprio vantaggio; per calmare gli altri o per fare dimostrazioni contro questo o quel personaggio. Quando la violenza degenera è segno che la cosa gli è scappata di mano. Questi personaggi hanno interesse a non identificare i capi. Gli raccontava un suo collaboratore a Video Uno, che uno dei capi dei tifosi della Roma era il suo scopino del palazzo, nella vita un uomo umile, di quelli considerati poco o niente. La domenica questo si piazzava davanti a tremila persone e diventava di una forza spaventosa. Era il capo che tirava tutti gli altri.
Per Antonio, una via per placare la violenza potrebbe essere quella di far stare tutti seduti, larghi e comodi.
«Dal Cin, a Milano – dice Castagner – è stato uno dei dirigenti che aveva proposto di numerare tutti i posti anche in curva. Sarebbe un rimedio, perché invece di andare due ore prima per prendere il posto basterebbero dieci minuti d’anticipo; sapendo che ho sicuro il mio posto a sedere. Ho visto lo stadio dei Cosmos, ottantamila poltroncine, un gioiello, grandi spazi, a cominciare dagli spogliatoi. Ogni giocatore ha a disposizione lo spazio che c’è per una squadra intera a Genova. Nello stadio del New Jersey, tra due anelli di gradinata c’è tanto spazio che sembra un’autostrada».
Ma, sempre secondo Antonio, anche la scarsità tecnica di gioco potrebbe essere causa di violenza. Gli zero a zero, la noia della melina, la lentezza ripetitiva degli schemi. Perché così gli spettatori hanno più tempo di distrarsi e identificare gli avversari, il nemico; per preparare trappole, imboscate.
È il gioco stesso, secondo Castagner, che porta le partite a essere più o meno spettacolari, pur avendo gli stessi attori. Ci sono dei momenti particolari, delle necessità. Liedholm che fa marcare a uomo Platini è una cosa strana; perché lui in genere gioca a zona, cerca di imporre il proprio gioco e ha sempre seguito la logica. Ma il Liedholm contestato, che vede traballare la sua poltrona perché ha perso uno a zero con l’Ascoli e poi a Verona e la classifica non c’era, cerca di fare l’unica cosa che lo salva, il risultato. E siccome nel mondo calcistico italiano c’è un processo al giorno… A Milano lui, Castagner, ha passato venti giorni che non augurerebbe al suo peggior nemico, nonostante che dopo otto partite avesse dodici punti, più di quanti non ne abbia avuti l’Inter quest’anno. Era contestatissimo, lo avevano massacrato e la mattina quando apriva il giornale pregava il cielo che si fossero scordati il suo nome. Perché lo avevano esasperato. E, così, lo stesso discorso per Liedholm. Quando un allenatore si trova in questa situazione solo il risultato lo può salvare; allora cerca tutto quello che ritiene giusto per farlo.
Gli ricordiamo d’avere da poco letto una sua intervista sul Guerin Sportivo, nella quale sosteneva che è ora di smitizzare il ruolo dell’allenatore; che l’allenatore conta fino a un certo punto; che i giocatori possono farlo grande o piccino; e che i giocatori «ci marciano».
Conta sempre e soltanto il risultato della domenica
Sì, sono i grandi giocatori che fanno grande l’allenatore – risponde –. Perché il compito dell’allenatore è quello di fare in modo che i giocatori a sua disposizione diano il meglio di loro stessi. Il Real Madrid ha tre giocatori fortissimi in area di rigore e rischia per poterli mettere in condizione di risolvere le partite. È la legge delle probabilità: io attacco e faccio quattro goal. Certo, limito la forza della mia difesa, però visto che gli attaccanti dell’altra squadra hanno meno tecnica della mia e fanno solo due goal, vincerò sempre quattro a due. Quindi, se prendo Butragueño e Sanchez e li costringo a rincorrere gli avversari e a buttare via le energie a difendere, l’allenatore da questo non trae vantaggio.
«Il potere dei giocatori, insomma, è enormemente più forte di quello degli allenatori. Noi, come associazione allenatori, non valiamo niente. Non possiamo fare niente, anche se vorremmo fare. Certo, abbiamo la pensione, che una volta non c’era. Adesso, siamo tutelati. Gli allenatori guadagnano parecchio, però non tutti; anche qui c’è una grossa scala di differenze. Ma come associazione, ripeto, non abbiamo potere; perché, se fanno sciopero gli allenatori, le squadre giocano lo stesso. Mentre se scioperano i giocatori, si bloccano sessanta miliardi di interessi alla settimana del Totocalcio; e allora si muovono le autorità, si muovono i ministri, si muovono tutti».
Chiedo: cercando un modo più diretto e più aggiornato di valutazione e trattamento dei problemi, questa situazione abbastanza mortificante non si potrebbe almeno modificare?
Risponde: «Quando ci muoviamo come associazione allenatori, lo facciamo a braccetto con i giocatori. Non si può più fare come una volta, come facevano i cosiddetti sergenti di ferro, i quali dicevano: tu fai questo, perché te lo dico io; vai laggiù e corri dieci volte; va su per la collina e poi torna qua. Adesso chiamo i giocatori e dico: oggi facciamo un lavoro di condizione, facciamo questo o quest’altro, perché dobbiamo allenare il cuore. Insomma, devo spiegare il motivo dell’allenamento. C’è quindi un dialogo, tra giocatore e allenatore. Tante volte, però, il risultato della domenica se viene a mancare può far dire che l’allenatore manca di polso. Dato che, ripeto, ciò che rende buono il lavoro dell’allenatore è sempre e solo il risultato della domenica. Se vince, tutto va bene; se la domenica gli altri fanno un tiro e segnano di autorete, mentre io prendo cinque pali, sono gli altri che hanno lavorato bene, non io. Il nostro minimo comune denominatore è il risultato. Se c’è quello siamo a posto».
Rientrano adesso la moglie di Castagner, che viene da scuola dove insegna, e i tre figli, dopo le lezioni. A tavola c’è l’onda di un clima sereno, molto gradevole. Antonio chiede a Castagner del dopo partita, degli allenamenti nel corso della settimana. Ecco, quante volte?
«Tutti i giorni. Ci sono dei momenti della preparazione che si fanno due allenamenti al giorno. Alcuni addirittura ne fanno tre; i russi, per esempio. Se noi in Italia facessimo fare un lavoro così ai nostri giocatori, dopo venti giorni avremmo perso il posto; perché è una questione di mentalità, di educazione. Questo non vuol dire che i russi, che fanno tre allenamenti al giorno, siano più bravi di noi; e che quella sia in tutto la regola giusta. La regola giusta, sempre sempre, è fare il risultato».
Studieremo modi nuovi per bloccare l’avversario
E si andrà avanti così, senza molto cambiare?
«Credo che pian piano cambierà sempre qualcosa, in ogni modo; perché si cerca sempre qualcosa che possa creare difficoltà all’avversario. Le regole quali sono? Quando ero giocatore, c’era più pressappochismo e forse tutto era più bello, più istintivo. Adesso invece si cerca di studiare ogni cosa. D’altra parte noi sappiamo ormai tutto attraverso le immagini televisive. Tante volte, al martedì, spiegavo ai giocatori la partita della domenica e mi facevo aiutare dalle immagini, montando i quaranta minuti più importanti. Cose buone o meno buone le mettevo in evidenza per correggere gli errori per la partita seguente. Credo che sarà sempre così; staremo a studiare qualcosa che possa portarci a creare dei problemi agli altri.
Se cambieranno le regole del calcio? Si parla non di abolire lo zero a zero, ma di invogliare a vincere. Propongono di mettere tre punti per la vittoria, come in Inghilterra. Poi leggevo l’altro giorno che, mi pare in Polonia, davano tre punti per la vittoria con più di tre goal di scarto; e davano meno uno a chi li subiva. Il pareggio zero a zero senza punti è stata un’esperienza già fatta. Quando allenavo la primavera dell’Atalanta, ho fatto un campionato con questa regola. Credo che possa essere un fatto positivo dare tre punti per la vittoria in trasferta, per abituare a rischiare di più fuori casa.
In Austria, per lo spettacolo, alla fine delle partite con risultato di parità – ne ho vista una a Graz – uno sponsor metteva un premio per chi vinceva ai calci di rigore. In quel caso era di un milione. Così, alla fine hanno battuto dodici calci di rigore e la gente si è divertita. Per la classifica non contava».
A quattordici anni già padroni della tecnica
Come mai – gli chiede Antonio – queste cose non prendono piede da noi?
Castagner: «Chi cerca di fare spettacolo, qui in Italia, è solo Berlusconi; che crea il Mundialito e si muove per portare avanti qualcosa».
Antonio: Ma a livello di Lega?
Castagner: «Lì sono piuttosto conservatori».
Antonio: E il terzo straniero?
«La gente – risponde Castagner – è chiaro che paga più volentieri il biglietto per andare a vedere Platini o Maradona. A mio parere sarebbe più logico cercare di non permettere che si acquistino solo attaccanti o solo uomini-guida; e se facessero in modo che ogni squadra potesse prendere tre stranieri, ma uno per reparto. Aveva ragione Bearzot, che intervistai per Radio Capodistria, quando mi ha detto: noi non abbiamo tiratori, perché tutti gli uomini-guida e tiratori delle squadre sono stranieri, e la nazionale, alla fine, ne risente.
«Anche perché, se andiamo a vedere, il 30% dei goal nascono su azioni susseguenti a palla ferma. Tra l’altro, io sono stato uno dei primi a curare questa possibilità della “palla inattiva”: calci di punizione, falli laterali. A organizzarli. Tant’è vero che a Coverciano mi hanno già chiamato tre volte.
«Qui a Perugia, un anno, vincemmo otto partite in casa e sette furono vinte in seguito a calci di punizioni. Ci sono dei punti strategici dentro l’area di rigore, e degli uomini che vengono messi per impedire o evitare il pericolo. Nel basket è più facile organizzare tutto, perché si tiene la palla in mano; si può allora aspettare e organizzarsi ragionando meglio».
Antonio: Con l’allenamento si arriva ad avere un controllo perfetto della palla o ci vuole una dote innata?
«Ci vuole anche un dote innata. Certi movimenti che fa Maradona li sa fare solo lui. Però la tecnica di base si può migliorare. Ci sono giovani di quattordici o quindici anni che palleggiano meglio di quelli di ventisette o ventotto. Ed è a quell’età che si prende questa tecnica».
E questi grandi giocatori, che hanno questa tecnica, che cosa sono dentro alla squadra? Come si collocano? Che rapporti hanno?
«Per Maradona non so dire. Parrebbe che sia un leader, un trascinatore. Rummenigge non è un leader, non è un trascinatore; forse perché lui, essendo straniero, ha avuto la difficoltà iniziale della lingua; anche se ha imparato presto, con grande volontà. Mentre questo non era successo con Blisset, quando io ero al Milan. Aveva preso quasi in odio la lingua italiana, perché tutte le volte che lo vedevano gli chiedevano: “Allora, cosa hai imparato, oggi? hai studiato?”. Poi quando ha capito che non si sarebbe mai inserito in quell’ambiente, a Milanello se ne stava seduto sulla poltrona, a guardar fuori dalla finestra, come un uccellino in gabbia. Contava i giorni, come i carcerati. Non vedeva l’ora che passassero quei quattro o cinque mesi che mancavano alla fine per tornare in Inghilterra».
Un gelato, un fiume, un prato
Antonio chiede: Lei ha ricevuto il Seminatore per la B e per la A; per gli allenatori è come il Nobel; però ci ha anche detto che i momenti passati all’Inter non li augurerebbe al suo peggior nemico.
«Fino ad allora mi ero divertito a fare questo lavoro. Invece lì sentivo come un carro armato sopra di me, perché capivo che ogni partita era da vincere».
In questo caso c’è la solitudine assoluta.
«Avevo qualche amico, ma l’unico punto di riferimento era la famiglia e basta».
Nessuno, all’interno dell’organizzazione sportiva?
«Ho sentito la mancanza – dice Castagner – di una persona di fiducia, sulla quale scaricare questi problemi, perché per noi è importante avere, che so, un direttore sportivo o anche lo stesso presidente, il medico, qualcuno con cui liberarsi di questo peso che si ha dentro».
E con i giornalisti?
«Ho sempre cercato di trattare i giornalisti sapendo bene che devono fare il loro lavoro; però non ho mai perdonato il fatto di operare una critica premeditata. Loro mi hanno sempre trattato così».
Lei ha detto che le piacerebbe, piuttosto che la grande città, ritornare ad allenare il Perugia, per esempio.
«Va bene anche una grande città, però una società che mi desse la possibilità di poter lavorare in tempi lunghi. Vorrei che la società e la gente lasciassero la squadra lavorare tranquilla».
Antonio gli chiede quasi a bruciapelo: Con che squadra le piacerebbe vincere lo scudetto? Con quale sarebbe più bello?
«La squadra ideale, dove penso si avrebbero le soddisfazioni più grandi, sarebbe il Napoli. Perché vincerne uno là è come vincerne dieci con la Juve. Quelle sono soddisfazioni. Sono convinto che mi metterebbero il gesso addosso e mi metterebbero in piazza. Lì, così».
Dalla piazza napoletana passiamo all’ecologia. Castagner ricorda che con la squadra era in Svizzera, a Basilea, sul Reno. Un bambino di quattro anni stava mangiando un gelato. Camminava scalzo, con i genitori. Finito di mangiare, aveva la carta; si è guardato intorno per cercare il cestino dei rifiuti e, scalzo, ha fatto otto o dieci metri sulla ghiaia. Sembrava che camminasse sui chiodi. Piano piano è andato a buttare via questa carta. Gli è rimasto impresso. È una questione di educazione, per salvare la natura. Si comincia a quattro anni, con il gelato, per finire da grande con le grandi cose.
Dall’ecologia passiamo a un progetto politico. Da chi vorrebbe governata l’Italia nei prossimi anni?
Risponde che, essendo nato a Vittorio Veneto, i suoi nonni quasi quasi parlavano della «vittoria» di Caporetto. E precisa d’avere sempre avuto simpatia per l’Austria. Non per essere filo austriaco, come gli altoatesini; no, si sente italiano a tutti gli effetti; però, per questo modo di ben amministrare gli è sempre piaciuta l’amministrazione austriaca. Gli piace moltissimo Vienna. Il loro modo di vivere gli sembra il modo ideale.
Ma tutte le città che vanno verso il Duemila stanno perdendo le misure dell’uomo, commenta Antonio.
«Per me va benissimo la grande città per il lavoro, risponde Castagner. Milano, Torino, dal martedì alla domenica; ma non ci vivrei mai dove c’è tutto cemento. Mentre Roma è già diversa, c’è più verde. Io mi vedo in un ambiente dove possa scarpare».
Un’ultima domanda: e le centrali nucleari?
«Credo che ormai questa energia sia diventata una necessità. Quello che bisogna fare è non lasciare neanche una probabilità che succeda quello che è successo. Creare tutte le situazioni di sicurezza tali da impedire disastri. Sì, questa energia è ormai diventata una necessità ma poi basta che ne salti una in Francia… ».
Quando lasciamo Perugia è quasi sera. Riconsiderando nella quiete del treno gli appunti presi, mi accorgo che nel corso di queste ore si è più parlato del presente che del futuro. Ma in realtà, questo voler sbriciolare nei dettagli il presente – secondo i particolari punti di vista – non è il modo più corretto e più faticoso di agganciarsi col futuro? Non è così cauta anche la vera scienza? E non è giusto, e confortante, che così cauto e attento lo sia anche un allenatore di calcio?
Incontro al Duemila – Collana documenti, Edizioni l’Unità, 1986.
Bravi ce ne sono tanti, unici pochissimi
«Nessun foglio scritto è da buttare perché può avere un retro bianco da riempire con qualcosa. Sono immerso nella carta stampata da quando sono nato. Amo i giornali: mi piace leggerli, dissentire, arrabbiarmi. È solo che i giornali italiani sono per lo più scritti male. Il giornalista che scrive bene invece mi commuove, mi fa andare in brodo di giuggiole. Lo vado a cercare, lo inseguo».
Roberto Roversi
Ci vorrebbe un poeta, per esprimere in poche righe l’enormità culturale e artistica che ha creato Roberto Roversi. Un poeta, per raccontare un poeta come Roversi: quasi coetaneo di Pier Paolo Pasolini, con cui nel 1955 fondò a Bologna la rivista letteraria autoprodotta Officina (la redazione era in via Rizzoli 4). Dopo essere stato partigiano, si laureò in filosofia e pubblicò quattro raccolte di poesie (la prima, in piena Seconda Guerra Mondiale nel 1942, pubblicata dal libraio antiquario bolognese Landi). Del 1959 è il primo romanzo, Caccia all’uomo, edito da Mondadori, a cui ne seguiranno altri con Rizzoli, Editori Riuniti. Scrittore instancabile, ha collaborato a tante riviste nella sua lunghissima carriera, tra le quali: Corriere Padano, Rendiconti (da lui fondato), Quaderni Piacentini, l’Espresso, L’Informatore Europeo (con una rubrica di poesia in cui lancia giovani nuovi poeti). Iscritto nell’elenco speciale dell’albo dei giornalisti, ha realizzato importanti collaborazioni anche con i quotidiani l’Unità, il Manifesto, Lotta Continua, del quale assumerà una direzione “morale” negli anni ’70. Ha scritto pagine fondamentali per il teatro e lo spettacolo italiano, soprattutto dopo la decisione, intorno alla metà degli anni ’60, di non pubblicare più con grandi editori ma solo con piccolissimi, o con autoproduzioni, perché l’arte sfuggisse al consumismo industriale. Questo non gli ha impedito di collaborare con giovani attori, e di lavorare come paroliere per il cantautore Lucio Dalla, nella prima metà degli anni ’70, per poi tornare con lui in teatro con lo spettacolo Enzo Re alla fine degli anni ’90. Sono seguite altre incursioni nella musica leggera, come paroliere per gli Stadio e Paola Turci. Per quasi tutta la vita è stato libraio alla Palmaverde, che ha gestito per più di mezzo secolo con la moglie, in varie sedi di Bologna. In questo posto si sono formati editori come il nipote Antonio Bagnoli di Pendragon, comici come Alessandro Bergonzoni e scrittori come Stefano Benni, che a Roversi dedicò due poesie in Prima o poi l’amore arriva del 1981. «Anche nell’attualità, aveva lo sguardo alto del poeta, vedeva lontano, non soltanto il fatto di quel giorno» ricorda Benni. «Mi ha influenzato in tante cose, anche nella semplice arte del vivere. È unico. Di bravi ce ne sono tanti, ma di unici pochissimi».
Giornalisti, anno XXVIII, n. 85, marzo 2013.
Ho l’orecchio sull’erba ascolto un galoppo arrivare
Triste il paese che non ha nemici dove tutti vivono felici a mangiar cioccolata.
Vecchiaia è l’assenza di nemici nemici che ammiro non amici di latta. Il mio nemico ha le ciglia d’oro. L’amico è grigio coperto di polvere fina.
Il nemico lo vedo lo ascolto sorvola foreste e l’acqua dei fiumi. L’amico rimira le mani allo specchio di prima mattina.
Il nemico affila la spada l’amico affila la lingua.
Il nemico si precipita a valle gridando oggi ti sposo.
L’amico tace perché non è più primavera. L’amico è colui che taglia di notte tutte le canne. Oh la fortuna d’avere nemici la noia la noia d’avere carissimi amici pessimi amici.
I nemici seduti intorno a un cratere aspettano il tuono il fischio dei lupi il miglior temporale poi bussano ai vetri quando il cielo e il giorno si uccidono sollevano massi invitano a nozze i gentili serpenti lasciano orme davanti alla casa.
Gli amici con le orecchie di rame davanti al computer nella città fra le ombre siedono difesi dai dirupi del tempo.
Il nemico apre la porta entra ti uccide è l’alba gli amici scoperchiano le tombe. Il nemico nella sua armatura suona partendo una allegra canzone anche nel sonno.
È lì su questo alto cavallo balzano.
Il nemico è il nemico ma l’amico dov’è?
Circuito di Milano nel Parco Reale di Monza (1922)
1. Le vetturette Diatto Bugatti Maserati
Fiat 804 Alfa Romeo P2
Delage Miller Mercedes.
CAMPARI. MATERASSI. BRILLI-PERI.
ASCARI. ARCANGELI. BORDINO.
BACONIN BORZACCHINI.
2. Strepitose le imprese di Bordino nel Ventidue
ma Bordino è morto in prova nel Venticinque.
Brilli-Peri vince il Gran Premio d’Italia
nel Venticinque ma
Brilli-Peri muore in prova nell’anno Trenta.
Campari che vince rombando a Monza
nell’anno Trentuno
muore in gara nell’anno Trentatré.
Grosso a nero cantava l’Aida con voce profonda.
Anche lui dipinto il suo corpo di rosso
ha rotte le corde trascinato da un vento garbino.
3. Senza destino, come il lattante
che dorme, respirano i re.
Baconin Borzacchini eterno secondo
e anarchico è
morto a Monza durante la prova. Varzi
freddo compasso di Euclide si uccide provando,
leggero leggero senza dolore
come vicino al mare morivano un tempo
i figli di Zeus.
4. Oggi viviamo in un momento straordinario.
Difficile. Difficilissimo.
Parliamo parliam parlia parli parl
marusmamme tribab gora birava
lazaratel bolfor
dossa ghiceva. Ehi!
Tutti saltano come birilli impazziti.
5. Allora solo Nuvolari diventato vecchio
aspettava.
Con il motore spento.
6. Oggi è probabile che vincerà Villeneuve.
l’Unità, domenica 9 settembre 1979.
Un poeta: Roberto Roversi
L’ho conosciuto poco più di un anno fa. M’era stato dato un indirizzo dal vecchio preside del mio liceo e si trattava di un inesistente numero di via Caduti di Cefalonia. Attorno alla sua dimora un silenzio equivoco come se si trattasse di un esiliato pericoloso. Un uomo da non conoscere o da dimenticare. Eppure quel vecchio antagonista degli anni di liceo mi aveva parlato di Lui con rispetto e ammirazione, un giorno caldo d’estate nella sua casa foggiana. Annaspava e chiedeva il contributo della mia vista per rintracciare tra mucchi di libri «Il sogno di Costantino».
Quando finalmente trovai il piccolo volume edito da Einaudi ne lessi alcuni versi. Notai, mentre leggevo, che sollevava i suoi occhi spenti dietro la coltre degli occhiali spessi ed abbozzava un sorriso di godimento sul volto ieratico. Quando ebbi finito, scuotendo il capo sussurrò a labbra quasi serrate: un classico moderno. E con una certa aggressività: – non è vero, poeta? – Io ero confuso nel confessare di non conoscerlo e sapevo che per lui questa mia ignoranza era eresia. Mi parlava ora di lui, come al liceo mi parlava del suo grande Pascoli. Lo aveva conosciuto negli anni sessanta sul Gargano ed aveva ricevuto in seguito un grazioso dono di vini emiliani. Di lui apprezzava oltretutto la coerenza ideologica, la libertà di pensiero ed il rigore morale. Mi disse di rintracciarlo e di portare i suoi saluti.
Cercai Roberto Roversi.
Non mi mortificava la condizione di chi vive da 15 anni in un città e ignora che tra le sue mura vive uno dei maggiori poeti. M’offendeva l’ignoranza di molti bolognesi. Molti ne ignoravano l’esistenza ed altri ancora lo confondevano con qualche altro Roversi.
Lo trovai nella sua libreria antiquaria Palmaverde di via Castiglione. Fu un caso, un tentativo riuscito, una domanda rivolta alla persona giusta. L’accoglienza formale fu cordiale. Chissà perché ne associai l’immagine a quella di Lelio Basso. Quasi la stessa figura, la statura morale, l’impegno politico e quella punta di barba bianca. Un’impressione che non sono mai riuscito a togliermi di dosso. I miei versi lo convinsero. Ero ansioso di sapere, di conoscere quale fosse il poeta che lui vedeva in me. E quando mi disse Pasolini, pensai che avevo fatto centro. Sì perché Pasolini era stato uno dei suoi migliori amici.
Dopo questo primo incontro mi diedi a cercare tutto quanto era stato scritto su di lui, ma il risultato che ne ricavavo era inautentico, stereotipo o artificioso come sono tutte le immagini dei letterati tracciate da altri letterati, critici e no. Quei pochi scritti pubblicati e che ero riuscito a trovare mi davano di lui un’immagine diversa, che dovevo verificare giorno dopo giorno durante i nostri brevi incontri. Mi convinsi di trovarmi di fronte ad un uomo raro pervenuto troppo presto o troppo tardi in questa società. Un Don Chisciotte consapevole che i giganti sono solo mulini a vento e non corre più armato nella pianura. Nel suo rifugio, protetto da un muro invalicabile di libri conduce la sua guerra silenziosa alla mortificante cultura ufficiale, al giochi di potere, agli ottoni sfiatati dei letterati di mestiere, alle vergogne dei premi letterari con i loro rituali e le loro farse, alla decadenza politica.
Un poeta. Un intellettuale di stile educato e non conformista. O meglio un saggio che sotto la pressione della sua forza ribelle, esce dal silenzio del suo bunker cartaceo con scritti che onorano l’intelligenza – conforme a quel ritratto di personaggio antico che mi dipinse il vecchio preside del liceo.
Ora mi pare che tutti conoscano Roberto Roversi, tutti in Italia e fuori. A Bologna, la sua città, molti ne ignoravano ancora l’esistenza.
Al Biassanôt, anno 2, n. 1, 20 gennaio-20 febbraio 1978.
Ulisse, Enea e il Mediterraneo
Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?
Introduzione
Marisa Zoni è ape che vola e si ristora dentro alla ricerca del sole (“il sogno si allarga come un affresco / e io mi metto a camminarci dentro”); ma è anche vespa paziente che, sia pure indorata, punge, trafigge prima di tornare al suo volo (“Violentano in / quattro una ragazza / il suo corpo si / schiaccia con l’anima / che schizza in scaglie / come un cervello / sotto un sasso…”). Ha la tenerezza, scrivendo, di chi ama il mondo tutto intero e si contenta con umiltà di guardarlo aspettando le viole – per poi goderlo anche solo per il profumo. Ha la perseveranza di aspettare le stagioni senza modificare nell’attesa la speranza; però unisce nelle occasioni dovute la rabbia, con una certa durezza implacabile e costante. Questo segno rosso poco si vede alla luce ma è ben mescolato al suo sangue di buona scrittura, perché appartiene a chi ripugna dai guasti dolorosi drammatici del nostro destino quotidiano – che acquista sempre più violenza e in ogni occasione si dispone a instaurare, fra rose e viole del giusto poetare, un combattimento di sentimenti senza esclusione di colpi, e a dare conto o resoconto di questo spettacolo al fondo atroce; e di perseguirlo, dichiararlo, anche soltanto irriderlo per cercare di cancellarlo. Questo suo pungolo acuto è come avvolto, ripeto, anzi è racchiuso dentro alla lucida leggerezza di versi spesso brevi, di ritmica rapidità. Quasi un suono scandito di campana, sulla pianura, che avverta di un incendio. Appunti precisi, in successione, di ogni male vile o feroce che può offendere il buon diritto alla vita. La sua poesia è dunque un confronto senza sosta fra il desiderio di mantenere preservare difendere la bellezza residua di un ordine naturale che è anche desiderio di giustizia dentro le cose e, dall’altra parte, con il male imperversante che non intende acquietarsi. Così disponendosi nella lettura si può intendere, a mio parere, la disposizione dei testi di Marisa Zoni come confluenti in un unico corso di fiume, dove le parole una per una possono diventare acute forme di ghiaccio – e ferire, come si deve.
Il variopinto mondo delle merci
a Daria di Magistero
1. C’era un mondo di lunghi respiri
ma individuali
oggi bisogna acquisire gli elementi
[obiettivi
di molte diversità. È il momento
di cambiare il comportamento e di
[cominciare
a giudicare.
2. L’arte non è uno specchio che
[riflette una lotta
l’arte è sempre una vera arma
[di lotta
3. La tortura (diversa dalle sevizie)
è la violenza su qualcuno fatta
[per ordine
superiore. Non è uno strumento
[sadico; è
strumento di governo.
Il medico viene utilizzato dalle
[forze repressive
per ottenere determinati fini
che altrimenti non sarebbero
[possibili.
Per la tortura si presume la
[conoscenza
di farmaci o limiti biologici
che solo i medici possono conoscere.
4. Anche l’amore è dentro alla
[violenza.
Quando una donna piange
non piange solo per dolore
piange anche per rabbia.
Perché sa che cosa l’aspetta.
Non piange mai per amore.
5. Ogni atto di violenza
è solo un gesto di clemenza
verso le istituzioni
e mette lo studente e l’operaio
[in ginocchio.
Mentre il potere trionfa e sfila
[in cocchio.
6. Certo che le relazioni
fra uomo e donna
e capitale e lavoro
sono molto difficili
nei giorni che corrono.
7. Millecento persone muoiono ogni
[giorno
di fame. Noi europei copriamo
il mondo di rifiuti
e sopra ci volano i gabbiani
sempre più bianchi sempre più
[lenti sempre
più grassi sempre più voraci.
Gridano con la voce dei cani.
8. Quello che non è utile sparisce.
L’hanno preso una mattina
senza sapere perché.
Eppure andava via leggero
il suo passo non dava suono
era solo un pensiero.
9. Ma il figlio deve osservare il
[padre
prima di dimenticarlo.
Non dimentico che mille schiene
[hanno sopportato un
tremendo dolore o mille uomini
[sono adesso gocce di neve
sull’erba perché questa libertà
[incerta e amara ancora
salti come una mela acerba e dia
[voce alla notte.
10. Ma il meglio deve ancora venire.
il manifesto, venerdì 23 settembre 1977.


