La cioccolata di Pietroburgo

Un giornale di bordo

è necessariamente frammentato

RUDYARD KIPLING

 

Nel Settecento la poesia (in Italia) è come camminasse a piedi nudi sulla pelle del mondo; un po’ al modo dei massaggi orientali. Ma era già allora, e con anticipo, si può dire, televisione. Parlava a tutte le ore, arrivata a tutte le ore, di giorno di notte, mai si placava; in un intreccio di voci le più varie di moduli e intenti, raccontava descriveva il grandioso e il minuto, bisbigliava le cose, gli amori, maliziosa o volgare, talvolta annoiando, infastidendo, greve e ripetitiva; dava insomma ogni notizia, tutto blandiva mescolava tentando di affascinare, o contrastava ma con ferite subdole, magari leggere ma prolungate. Anche adesso a frequentarla (parlo, naturalmente, per me) colpisce un senso di morbidezza voluttuosa, una vagante e alle volte torbida e alle volte sottilissima asprezza, con al fondo, per essere gradita, una agritudine dolcificata; mentre versi e suoni sembrano doversi muovere e svolgere come naturale conseguenza dei fatti, entrando con garbo dentro ad ambienti altrimenti toccati, spesso, da silenzi appena interrotti da misteriosi respiri, da sospiri appena sussurrati. (Un esempio subito, la villa veneta di Pindemonte, Ippolito, con le terrazze aperte sul panorama, l’aere notturno, le sue tenerezze estetiche, le sue contemplazioni sotto la luna e della luna. Estenuante malinconia congeniale). Così credo si può leggere, spesso quasi un dover leggere, la poesia del Settecento; anche la proliferante, talvolta caotica, poesia per monacazione, o comunque conventuale, in chiave di chiaroscuro un poco rabbrividente, oppure di luce aurorale, o di cielo coperto che via via schiarisce per umore del vento, o di ombre che si diradano dietro il frusciare di passi sotto le volte delle basiliche ancora deserte. Montesquieu, nelle sue riflessioni, ha annotato: «Ciò che fa apparire grandi la maggior parte delle chiese italiane, è la loro oscurità: poiché nella luce si vedono meglio i limiti. Si dice che questo dà più raccoglimento e rispetto. Le vetrate dipinte sottraggono ancora chiarore».

Il Seicento sembra essere più tumultuoso e rovente (come dice Leopardi: il Seicento aveva avuto buone e classiche prose, ma la gran peste del suo stile derivava dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso, l’ingegnoso). Il Settecento si stempera e ingrigisce, per poi riprendere poco per volta a rimpolparsi di non viscidi o ripetitivi umori. Riprendere a muoversi, sembra, verso il chiaro lume, l’infuocato lume non più della passione o delle passioni, ribattute come bistecche al sangue, ma della ragione riconquistata al fervore delle mozioni anche violente; collegate ai benefìci delle nuove o rinnovate scienze; con l’avallo testimoniale a metà del secolo dello straordinario poema di Voltaire per il terremoto micidiale di Lisbona. Ancora: a muoversi verso il più chiaro lume di una razionalità che si stava riordinando; e di una ormai necessaria presenza quotidiana delle invenzioni, anche le più sorprendentemente semplici, divenute subito indispensabili. (Una figura cosi acuta astuta avventurosa come l’americano, ma europeizzato, Benjamin Thompson, poi conte Rumford, inventore, può essere un vivace e utilissimo riferimento per intendere le modalità di risoluzione e la modificazione di tanti problemi pratici in pace e in guerra). È anche un secolo, questo interminabile luciferino Settecento, fortemente dolente, per infinite lacerazioni; e con sotteso, quasi infrangibile, un filo che legava coloro che lo abitavano a paure precipitose, complesse e con grande fatica magari poi rimosse. Basti seguire la vicenda nevroticamente attualissima dei fratelli Gozzi, Gasparo ma anche Carlo e, aggiungo, della interessantissima moglie di Gasparo, la Bergalli (su questa «sventurata Irminda» c’è un ottimo racconto/resoconto di Panzini). Un secolo, infine, uscito già maturo dal ventre secentesco, e che nel corso degli anni, senza tregua nonostante i raffinati apparati teatrali che lo hanno accompagnato e illuso) è stato in passato disfatto e ricomposto più volte nelle sue strutture, come un corpo virtuale, dalle mani della critica.

A questo punto vorrei trascrivere una frase tolta dal libro sul Mediterraneo di Braudel, che adesso ricordo: «La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente che ci circonda e assedia». È vero; altrimenti, perché mai, fuori dallo specifico dell’erudizione e delle sollecitazioni critiche professorali, dedicare attenzione, speculandola nei minimi risvolti, alla poesia di un secolo sottosegnato, sul palcoscenico italiano, da eccesso di sentimentalismo esornativo, e da una indifferenza “normalizzata” per i pidocchi dei poveri? Così, per andare a vedere da vicino le cose di questo secolo che, una volta percorso senza fretta, si disvela quasi come un fratello di sangue del tempo appena trascorso chiudendo il millennio, ho potuto farlo mettendomi, come un cane, dietro le orme di Chatwin per il suo viaggio in Patagonia. Il quale Chatwin, prefazionando l’altro libro di viaggi dell’amico Byron (Robert), dice a voce alta: «lo scrivo da partigiano, non da critico». Con tale avallo, ho cercato di inoltrarmi dentro i boschi e per i sentieri d’Arcadia.

«La Patagonia – scrive Chatwin – comincia sul Rio Negro. A mezzogiorno l’autobus attraversò un ponte di ferro e si fermò davanti a un bar». Il bar, per me, è la crestomazia leopardiana. Dico subito che di Leopardi mi sono sempre fidato e mi fido a occhi chiusi. In questo caso, oltre ad avere la grazia della testa che conosciamo, era appena transitato per il secolo e lo aveva odorato o annusato per tutto il corpo e ne aveva goduti i profumi, ascoltati i pianti e perseguiti gli aperti o corrucciati umori; e così poteva andare al fondo, e concludere a suo modo, sul cuore delle cose. Tuttavia, per aggiungere altro peso all’elenco dei miei riferimenti iniziali, aggiungo d’avere tolto alcune pagine del germanista Vittorio Santoli, dalla prefazione a una sua antologia della critica tedesca, letta tanti anni fa quando ero ancora al liceo: «Come subito mi avvertì Rudolf Borchardt (in una lettera del marzo 1943, pochi mesi prima dell’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale che portò alla fuga, 28 agosto 1944, e all’arresto del Borchardt e, dopo penose vicende, alla sua morte, Tris al Brennero, 13 gennaio 1945) una scelta che abbia l’ambizione di essere qualcosa di più che un fascio di papaveri e margheritine colte alla bell’e meglio sulle prode dei campi in una primaverile passeggiata urbana, non è cosa da spacciare alla lesta. Tanto meno una antologia… Le antologie sono un po’ come il cioccolato. Per un prodotto commerciabile basta qualche centinaio di girate della macchina d’impasto e per i tipi discreti, buoni, molto buoni, la cifra non salirà oltre qualche decuplo. Poi viene il salto che porta il numero delle girate all’inverosimile. E per il cioccolato di Pietroburgo, che nei tempi mitici della civiltà europea, cioè trent’anni fa. fu reputato ‘il solo che potesse mangiarsi’, si diceva che le macchine girassero, giorno e notte, per una settimana intera». Bene, ho almeno cercato di far girare quanto più a lungo mi è stato possibile la mia macchina, tenendo inoltre presente il suggerimento adorniano nei Minima moralia: «Prima regola di prudenza dello scrittore sia quella di esaminare ogni testo, ogni brano, ogni periodo e chiedersi se il motivo centrale emerge con sufficiente chiarezza». Cercarlo in sé, cercarlo negli altri, è dunque una giusta regola per un buon combattimento sulla scrittura.

Il Settecento, come un lungo percorso di guerre, di piccole battaglie, di minute ossessionanti difficoltà e miserie, di fame, terremoti, alluvioni, incendi di cui si fa poco conto leggendo poesia, o si hanno poche notizie nelle annotazioni critiche letterarie – fuori dalle particolari ricerche affidate ai fascicoli di rivista. Il Settecento, periodo di tempo e luogo che dà l’impressione di non finire, rifluendo in violenta ma prolifica tenzone nel secolo XX (sì, XX) come un fiume che si butta senza sperdersi in un mare. Un secolo di coinvolgente ambiguità e di meraviglia (qualche meraviglia); di atroci calamità, continuamente incalzanti. Comincia (meglio, si presenta anagraficamente) con le solite aride micidiali guerre dinastiche; re contro re; imperatori avidi e infuriati al seguito di un potere assoluto congelato nella norma. La Spagna è sovrana in Italia; poi l’Austria è contro la Spagna e subentra in Italia e la fa preda; infine i Francesi, con l’Italia, esaltata nei suoi umori e nelle rapide ribollenti speranze, che prima li abbraccia poi li aborre, e nuove speranze, e rastrellamenti, morti. Dentro, ripeto, a una natura che nei suoi disastri non concede tregua. Il secolo finisce con la testa mozzata di un monarca. Le vicende del secolo, dunque, si aprono e si chiudono inseguendo opposti destini. Non c’è tregua, in quell’incalzare e avvicendarsi di eventi, altro che il ritmo tranquillo sereno dei buoni antichi tempi, e dei lucenti salotti e delle fresche verdure!

Il secolo, così spezzettato e sovrapposto nelle sue vicende, appare ed è, al fondo, violento e duro; anzi, avidamente spietato. (Per farli poi cantare, più di quattromila bambini furono castrati e Narni era il luogo principe dei bravi operatori). Un secolo quindi da sfogliare come una rosa, ascoltando il Rolli che canta e suona dall’Inghilterra, o da inseguire nelle grida e nel sangue dei poeti napoletani del 1799. A me pare che i poeti d’Arcadia non tanto bisogna vederli, cioè leggerli, intruppati in una bella o comunque rumorosa schiera, ma uno per uno, secondo idee e scrittura, con le numerose ombre e gli impeti svariati, e le privatissime fisime, le malinconie che strisciavano leggere ma feroci sulla pelle, e le fatuità sotto cui spesso quei poeti andavano a nascondersi per non urlare. Si riesce allora a individuare e a schematizzare una sorprendente varietà perfino di respiri e di sospiri personali, di autentici tic, di sgomenti sottilmente diversificati, di palpitazioni sentimentali e umorali che emergono quasi imprevedibili; e che, più risaltano più si riescono a percepire come suoni (e non tanto come ossessivi o ripetitivi rumori) se collocati dentro a un paesaggio di grandi silenzi invernali, brume autunnali, oppure avvampanti e silenziosi soli estivi, che potevano avvolgere le persone sempre più in una immaginazione ripetitiva o sprofondarle nei pensieri traumaticamente contrastanti. Molti di questi autori italiani settecenteschi, infatti, pur sembrando stabili e immersi nel gruppo, se ascoltati da soli nell’affannoso progredire di tante giornate del secolo, rotte dal rumore delle carrozze o dallo strascicare di truppe da acquartierare, riescono ad acquistare, o conquistare un margine di maggiore forza o più risentita autenticità. Tenderei, per questo, ricavandolo dall’intera armata arcadica, a ricuperare un concetto di sincerità di fondo, di drammatica tenerezza (alle volte teatrale), di autentica e conculcata angoscia da solitudine (che le radunanze serali nei salotti riuscivano ad attenuare ma mai a compensare del tutto lungo il rotolare delle giornate). Infatti che funzione ha tanta poesia nel Settecento, per l’affollata schiera dei poeti che scrivono e si mandano e rimandano i versi? Dato che in ogni tempo, in ogni secolo, i testi poetici, anche solo le buone versificazioni, hanno precise ragioni e altrettanto precise collocazioni? Ha una funzione, a mio parere, non solo esornativa, di complicità salottiera, ma di congregare, avvicinare le torbide solitudini esistenziali; anche solo di ricordare, di farsi ricordare. Una funzione, ripeto, di comunicazione generalizzata, di posta elettronica, di telefonata via cavo.

Mi rivolgo al gruppo dei poeti d’arcadia bolognesi, che ho qua vicino. È numeroso e non è da poco. I poeti di Bologna sono ben dentro all’Arcadia, in quegli anni, a intridere di versi sinceri o turbati o intimamente patiti, o di allegra e scontrosa partecipazione le vicende della loro vita stretta dentro alle mura come dentro a un pugno. Una partecipazione talvolta faceta ma spesso rattristata da una malinconia quasi nascosta ma tremenda, con quei loro fogli scritti che si giravano quasi con furia in una ricerca di lettura e magari di reciproco consenso. Il Provenzal, nel suo volume I Riformatori della bella letteratura italiana scrive: «Ma per farci un’idea chiara della coltura bolognese, è necessario por mente piuttosto che ai ritrovi e ai focolari di coltura pubblici, ad altri più modesti e privati. Intendiamo dire dei salotti signorili e delle botteghe dei librai. Negli uni e nelle altre si raccoglievano i letterati a conversare amichevolmente e ad ascoltare con pazienza e lodare i componimenti degli amici per poter leggere i propri ed esserne lodati alla lor volta. Così, tra lo scambio di complimenti non sempre sinceri e di chiacchiere confidenziali sorge talvolta la discussione per cui le menti si esercitano e si nutrono. Queste discussioni fatte tra persone colte, naturalmente volgono spesso sulle condizioni della coltura e sul modo di riformarla, d’onde avviene che dal discorso familiare talora alcuno entra nelle intime ragioni del Bello e nascono la critica e l’opera d’arte. S’intende però che più spesso la conversazione non era che una semplice sequela di chiacchiere e di pettegolezzi letterari e non letterari. E se noi dobbiamo giudicare il “celeste camerino” (così chiama il Ghedini il salotto di casa Bottazzoni) dalle persone che lo frequentavano, siamo disposti a credere che l’allegria e la spensieratezza vi dominassero più spesso dei gravi ragionamenti. Questa stessa gente, gli Zanotti, il Manfredi, anche il selvatico Ghedini qualche volta, insieme a Flaminio Scarselli, a Benedetto Piccioli, ai letterati più illustri del tempo, si riuniscono nelle case più modeste di Giampietro Zanotti o di Eustachio Manfredi ove il ricevimento è fatto in cucina. Lì c’è posto per tutti: là il Manfredi e il Ghedini possono discutere di poesia e il Manfredi e Francesco Maria Zanotti, di scienze fisiche: là può sorgere la conversazione letteraria, alla quale prenderanno parte le sorelle del Manfredi e degli Zanotti, le traduttrici in bolognese del Bertoldo e del Cunto delli Cunti e intanto Giampietro Zanotti può soddisfare il suo formidabile appetito, facendo terrore al Manfredi che grida di non volerlo più a desinare. La stessa gente poi, come succede nelle città in cui la borghesia mena una vita di famiglia senza feste e senza pretensioni, si vedrà due o tre volte al giorno: spesso nella bottega di Lelio dalla Volpe, l’editore della brigata. In quella bottega ove necessariamente capitavano i primi letterati bolognesi o d’altre parti d’Italia di passaggio per Bologna, la conversazione e gli scherzi della brigata ricominciavano e forse con maggior libertà essendo soli uomini. Non dico che anche qui non dovesse talora accadere quello scambio d’idee intorno a cose scientifiche e letterarie che è il più utile esercizio delle persone colte, ma più spesso la brigata doveva curarsi d’ingannare il tempo con ciarle e risa che con discorsi gravi, e infatti il risultato di tante riunioni dei Riformatori della bella letteratura lo abbiamo nel Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, pensato, nato e stampato nella famosa “bottega”. È nota, fra i cultori, la vicenda del Guidi, che accasatesi a Venezia come istitutore presso una nobilissima e ricchissima famiglia, l’ambasciatore di Spagna, perché oppresso da debiti paterni, avendo accettato dopo cento ripensamenti di accompagnarlo in Cile, prima di imbarcarsi a Cadice fu preso da tali sgomenti che si allontanò in fretta tornando a Bologna». Leggete le sue lettere di quei giorni, con le richieste di consiglio, d’aiuto. Questi arcadi bolognesi sono colti, hanno interessi scientifici motivati e solidi; e si raggruppano intorno alla poesia perché diventa compagna fida, occasione buona di dibattiti forti, di scambi di consigli e di comune, talvolta festevole esaltazione. Scrive Giampiero Zanotti da Bologna al Manfredi a Roma in data 14 aprile 1717: «Compare arcicarissimo. Voi certo credete che troppo me, e poco estimi voi. Non sapete che non mi avete mai dato maggior piacere che allora quando le cose mie avete aggiustate e corrette? Se il sapete, perché ora tante cerimonie, e perché non mi parlate voi francamente? Se nol sapete poi… Ma il dovete sapere, perché tante volte ve l’ho detto; e voi me conoscete, e che desiderosissimo sono che le cose mie escano meno imperfette ch’io possa; e a ciò fare niuno ajuto ho mai avuto maggiore di voi… Giacché voi mi dite che si pubblicherà tra le rime degli Arcadi, mi riserbo a vederla allora con le correzioni vostre». Tutte le lettere di questi personaggi (in un tempo bello per Bologna, per l’importanza dello Studio, cioè dell’Università, e per scienza e arte di molti personaggi anche virtuosi e appartati) definiscono una società certamente aperta e concreta, che non si sperdeva nel vuoto gorgo dei giorni ma aveva animo e convinzione, quasi naturalmente, di perseguire le vicende umane e culturali anche con la poesia. Il Manfredi, ad esempio, che è per qualità personali e intellettuali un capo, ha le acque e i fiumi, i numeri e gli astri del cielo come studio e ricerca; la poesia segue, perché non può essere adottata allungando la mano, ma richiede momenti di meditato ristoro, e anche d’attesa. Non tanto in attesa dell’estro ma per il dovuto necessario rispetto che non è un giuoco. Non può essere un giuoco, anche quando corre via leggera.

Con l’Accademia arcadica Renia, e le personalità intorno ad essa o dentro ad essa inviluppate in una attività operativa, Bologna è, fra le sedi d’Arcadia, una sede in qualche modo privilegiata; nel senso che è molto attiva e molto frequentata, visitata, per il continuo transito di viaggiatori dal nord al centro o al sud, portatori di notizie d’arte, di novità scientifiche. Per esempio: anche qui i fiumi tracimano, ma il controllo scientifico per prevedere o correggere con responsabile rapidità è davvero eccellente, e gli ingegneri delle acque (Manfredi è fra questi e fra i migliori) hanno l’obbligo di fare sopralluoghi periodici sugli argini dei fiumi e di inviare al Comune o al Governo di Roma le relazioni, che sono una miniera di notizie e spesso gioielli di scrittura. Alcune di queste sono raccolte in un libretto, pubblicato nel 1841 dalle Edizioni del Gondoliere, a cura del Gamba, Gli scrittori del moto delle acque. Nella “introduzione ai lettori” è detto: «Facendomi a leggere non pochi autori che ragionano del moto delle acque, per trarne materia al volume che vi pongo innanzi, o lettori, non ho potuto a meno di maravigliarmi di certo calore non ordinario che da più d’essi si mise nella trattazione di tanto astratte materie». È una indicazione di vita culturale, in un determinato periodo storico, e in questo caso in una città antica, che offre specifico interesse anche per una più generale comprensione (interessi scientifici non separati ma “integrati” a quelli letterari, poetici), perché anche altrove in Italia, e nell’Italia meridionale, ad esempio, emergono uomini di scienza e di impegno civile “poetanti” e altrimenti impegnati in una lotta di prevenzione per le tragedie dei terremoti, delle alluvioni e delle perniciose continue epidemie.

Napoli, ad esempio; comincia ad abbellirsi di pregevolissime opere architettoniche e di giardini patrizi, per ricchi che fanno soltanto una bella vita, distratti o indifferenti a tutto tranne che al cupo borbottio popolare a causa di carestie e di fame. E appena a un chilometro da giardini di tante private e privilegiate delizie, ecco cosa ci illustra Attanasio Monzillo nell’introduzione al volume Viaggiatori stranieri nel Sud: «Ancora alla fine del settecento, spingersi oltre Salerno, raggiungere i templi affondati nelle paludi di Paestum, lasciare la capitale per addentrarsi nelle sconosciute e desolate provincie, era un po’ come sfidare lo spirito del tempo, un voler forzare confini stabiliti da lunghi secoli di silenzio, superare barriere ben più massicce dei monti oltre l’Alento, penetrare nel nero cuore di un regno che, “stretto tra l’acqua santa e l’acqua salata, tra il mare e il patrimonio di san Pietro”, sembrava continuasse a vivere soltanto nelle strade e nei vicoli, nei palazzi, nelle ville o nei fondaci di una città che a ragione poteva definirsi una delle più grandi e prestigiose capitali d’Europa. L’Europe finit à Naples. Infatti, a parte alcuni grandi centri e alcune località di continuo passaggio come snodi stradali, l’Italia allora era abbandonata fra le braccia delle rovine e degli antichi sfasci, e strade, piccoli centri, campagne erano consegnate al buono o al cattivo andamento delle stagioni, che vincolava soprattutto la produzione del grano. Poi i terremoti… Se si prende come drammatico riferimento lo spaventoso terremoto del 5 febbraio 1783 nelle Calabrie e a Messina, intanto apprendiamo che la notizia arrivò a Napoli dopo dieci giorni, portata non da rapidi corrieri ma dalla fregata “Santa Dorotea” che aveva assistito dal mare alla catastrofe. Solo più tardi arrivarono le relazioni dei governatori locali, inviate a Napoli con gli elenchi delle rovine e dei morti. Così: Stato di Sinipoli che giace presso l’Aspromonte, tutto distrutto, 376 morti. Seminara, rovesciata dalle fondamenta, 1281 morti. Palmi, un confuso ammasso di pietre e di legni frantumati, 993 morti. Bagnara, precipitata in maniera che gli edifici si rovesciarono l’un su l’altro confondendosi, su 5658 abitanti, 3321 morti. Nello Stato di Terranova 3043 morti. A Casalnuovo 2008. A Polistina i morti sono 2271. A San Giorgio 1306. A Plaisano 397. Ad Anoya 438. Nello Stato di S. Cristina 1820 (“imperciocché fu tale colà l’orribile scotimento che abbitazioni. Rocche, colline, e gli stessi Monti si videro alla rinfusa posti sossopra, onde oggi non può ad alcun patto ravvisarsi la figura dell’antica superficie terrestre…”. Eppure sembravano disgrazie lontane, lontane. Anche per i bolognesi, ad esempio, di cui abbiamo da poco parlato, e come per tante altre lucide menti del tempo, tanto che non possiamo dimenticare il commento di Ernesto Masi dedicato alla Bologna del marchese Albergati (secolo XVIII, appunto): “…non si danno alcuna pena delle calamità che straziavano l’Italia… perché il Seicento gli aveva disavvezzali da ogni altro affetto, che non fosse quello del loro nido nativo… guai a dilungare un po’ troppo quei buoni vecchi dalla torre degli Asinelli!».

Intanto, sempre nell’Italia meridionale, in Sicilia fra il cielo e la lava si erano diffusi i testi del Meli, subito celebratissimo, con la sua quasi divina temperanza nel sussurrare armonia, musica di suoni, diventando egli stesso vento, uccello o sciabordio di mare. Leggendolo, si possono ascoltare quasi tutte le voci della natura e sembra perfino di respirare odori, fra le zagare. È una poesia, infatti, che diffonde anche soavissimi odori. Una grande pittura profumata. Un continuo sotto fondo musicale, di una concentrazione senza pause, risuona quasi ebbro ma mai gridato, e ha un equilibrio che sempre meraviglia (come un cavallo trattenuto nel galoppo da un lucido cavaliere dall’occhio fino). D’altra parte mancano del tutto le voci discordanti e dissacranti degli uomini in pena, delle donne immerse nella volgarità tetra del dolore, della desolazione senza sole. Meli è dunque compagno ai vertici della più raffinata poesia arcadica. Non canta spiegato ma sussurra talvolta in un falsetto di una raffinata suggestione che non riesce, mai a smorzarsi. Capovolge il cuore del mondo (riesce a farlo) tanto che la lava diventa quasi un fiore.

Appostato sempre in Sicilia, a Catania, fuori dal mondo, ma con orecchi di diavolo ad ascoltare le voci del mondo lontano e le grida del mondo vicino; seduto su una sedia in una vecchia osteria del porto, ci sta per ore e ore, giorno dopo giorno, senza quasi muoversi da poche strade, quello che con il Parini è il grande poeta dell’Arcadia stravolta, ansimante, bruciante, come un bosco invaso da spettri sulla cima d’Olimpo. Domenico Tempio, sconciato, dimesso, in preda ad astratti furori, cupe malinconie, beve, dialoga, vomita oscenità con aspro piacere per divertire un momento i marinai appena sbarcati e affamati di donne; sottoscrive rapido storie o storielle da bordello, in quel dialetto che si fa turgido e sembra graffiare la pagina come fa un aratro con la terra da aprire. Poi, appartato in casa misera fuori dal coro dei lazzi, nelle notti del suo infuriato tormento, nella solitudine di queste notti che gli sembra non abbiano mai un domani e che devono quindi essere consumate in fretta come un boccale di vino, ottava dietro ottava, canto dopo canto, scrive il suo lungo poema La Caristia, che è il Giorno scritto in cantina da un Parini siciliano. Ma scancellato dalle buone stanze letterarie dal perbenismo dell’ufficialità e ributtato dentro alle nebbie. Mentre, appena accantonati i fogli trascritti per gli usi triviali, risulta (nel suo grande libro, impetuoso, drammatico, coperto di fumo reale e di fuoco reale) stravolto o sconvolto da una rabbia continuamente mormorante. Un poeta che si fa ruinare le cose del mondo (i malanni) sulle mani e poi le frantuma coi denti, straziato. Solo di recente ha cominciato a riemergere dalla nebbia della disincantata indifferenza; mentre già nel lontano 1913 un critico siciliano confermava che i biografi del Tempio sono assai pochi. Ma i pochi, entusiasti. Oggi, sembra che cominci a trovare più ampia conferma la sua importanza, sotto la spinta di nuove ricognizioni critiche generali, che vanno ricucendo lacerazioni prima disattese. Con quel suo viso magro e allungato, questo siciliano è da battaglia dura, nonostante le sue dichiarazioni (forse anche intimamente convinte): “amu la Paci e cantu lu Piaciri”. Scrisse e cantò la Caristia, il cui soggetto è la sommossa popolare avvenuta nella città di Catania nell’anno 1798, causata dalla “potente” carestia di quell’anno. Formato da venti canti, il poema è un fluire di quartine che sembrano non avere mai fine. «Con un’arte sua particolare, il Tempio umanizza le sue figurazioni: così la Carestia, l’Amor di Patria, la Pezzenteria, sono persone del suo poema che odiano, che amano, che soffrono con un’intensità e una vivezza invero mirabili. Ma la parte migliore è costituita, senza dubbio, dalla descrizione della marea di plebe che ivi si agita con una verità così possente, da richiamarci le antiche rappresentazioni del buon Trecento. È questo il poema della folla bruta. E la folla, tutta la folla, vive, si agita, bestemmia, delira fino alla pazzia, incanaglisce fino alla demenza sotto lo spettro terribile della fame». Come se i pilastri dei palazzi letterari si squinternassero per un terremoto. Così si può avviare il confronto, credo, e non la contrapposizione, un confronto paritetico, fra il racconto milanese del Parini (racconto di un ordine lucidato dall’ovvietà del potere, con figure di perfetta avvenenza ma spente, ma coperte dalla polvere senza sale della storia, circumvaganti magari su carrozze dai cuscini di seta sul bordo di un vulcano) e il capolavoro di questo poeta siciliano che racconta senza affanno e senza paura i giorni di questa marea di popolo puzzolente, scalzo, affamato e disperato; solo in apparenza lontano, solo in apparenza diverso. Solo in apparenza troppo lontano, solo in apparenza troppo diverso. Perché ho ricordato, all’inizio, la frase scritta, la riflessione di Braudel? Perché il secolo XVIII è a mio parere straordinariamente vicino al XX da poco terminato. Un secolo maledetto da massacri inauditi, il XX; interminabile, non passava mai; e guerre dopo guerre, si rovesciava sulla nostra pelle coprendoci di ferite senza soste. Eppure è stato anche il contenitore di accadimenti scientifici di eccezionale novità e di conclamata, ma spesso e nei particolari, di discutibile utilità. Un proliferare di meraviglie tecnologiche, fino all’uomo sulla luna, nello spazio, a completare per il momento secolari utopie dell’uomo. Anche il secolo XVIII è stato altrettanto maledetto e altrettanto sciaguratamente interminabile. Solo per guardare all’Italia, come ho già ricordato, guerre alluvioni terremoti carestie pestilenze; ma anche, oltre la dispendiosa e offensiva eleganza dei ricchi, invenzioni nobili, ricerche mediche e scientifiche, personaggi di alta qualità culturale, ricercatori (la chimica, ad esempio si è andata componendo non solo rastrellando le sue cento vene disperse ma dovendo trovare, in varie direzioni specifiche, i dati di base su cui definirsi. «Anche la tradizione alla quale essa si richiama – e che è in qualche modo connessa alle ricerche ed ai sogni degli alchimisti – è qualcosa di non chiaramente definito»). In altre parole, è in questo secolo che si cominciano a fare i conti, fuoriuscendo da sperimentazioni faticose, con le necessità di tirare le fila per riuscire ad offrire dei risultati. Ancora per chiarire, tolgo una affermazione dall’Abbi, nel suo volume La chimica del ’700: «Perciò nella chimica del Settecento si ritrovano diversi modi di intendere la natura di questa scienza, ciascuno dei quali poneva la sua candidatura a modello di spiegazione dei fenomeni».

Avevo cominciato con alcune convinzioni ed alcune prevenzioni; credo legittime se provengono da un semplice lettore. Le une e le altre collegate in diretta ai primi studi e alle prime letture, seguendo le lezioni e leggendo i libri di Carlo Calcaterra, vero maestro. Università di Bologna, anni Quaranta, da fare ancora nel ricordo accapponare la pelle. Studiare, leggere, ascoltare del Rolli mentre il mondo cominciava ad andare alle fiamme e i muri scuotevano, era certamente una verifica critica della resistenza dei testi, della poesia? Andando in guerra, ci saremmo messi nello zaino un Frugoni o un Metastasio da Carducci illustrati? E poi: a cosa servono i versi di chicchessia quando il mondo intero va a fuoco? Non brucia la poesia con il mondo che brucia? Calcaterra induceva, magari con il suonatore d’arpa Rolli, a non farci dubitare che anche il suono straziante o soave di una poesia d’Arcadia potesse esprimere il veleno sottile di un momentaneo disinganno, anche fra grida e lacrime. Il Rolli è certamente tenerezza e ristoro. Il Rolli, se sei nel fango, ti può circondare con una ragnatela di sottilissime vibrazioni da piuma, o come sfiorate dal sole. Sei lì e ti pare, per un momento, di sognare. Mi rendo ben conto che non è canonico questo mio modo di lettura; ma il Rolli del Calcaterra, nell’edizioncina Utet, con tutti i miei scolastici segnetti, l’ho portato con me. Dopo, l’ho perduto, chissà dove. Adesso si torna a leggerlo, il Rolli, che entra giovane nel secolo, che per trent’anni se ne sta a Londra nella tana del re, coccolato ma anche attivo a scrivere scrivere. Ma Rolli in principio e Tempio alla fine? Stesso secolo ma due lune lontane; l’uno fra trine e merletti, l’altro tra il fumo degli arrosti popolari. E nel mezzo fra loro, a stabilire davvero una diversificazione epocale, il terremoto di Lisbona, il poema di Voltaire. E l’Arcadia italiana allora si riempiva di violente impazienze, si disuniva in un vortice dissacrante. Certo, la tenerezza del Rolli non è mai leziosa; il Tempio ha addosso una tenebra continuamente tempestosa che è piena di una vitale, mai rassegnata tenerezza. Rolli vive a lungo, settantotto anni, conosce gli agi della ricchezza (o del benessere prolungato), le luci costanti di una reggia. Tempio entra difilato nel XIX secolo tirandosi dietro, come un pesante sacco legato a una corda, il corpo esanime del secolo che era andato a morire sul palco di un capestro. Eppure Rolli, pieno di umori che ammaliavano i sensi e davano un collante indistruttibile ai versi è, fra i poeti del primo Settecento, della prima Arcadia, una voce che non passa via. Da Londra alle Marche, dove vive gli ultimi vent’anni, non è un lottatore ma un cantore di brividi, dei brividi sentimentali; non canta la distruzione di Troia ma punta a non fare crollare, dando notizie delle vicende dei cuori, le mura che l’amore, in ogni modo, dovrebbe cercare di rafforzare ad ogni umana acquata. Si può dire, come è stato detto in Germania per Klopstock, che è stato forse il primo, ma certamente fra i primi, a versare il cuore dentro al linguaggio?

Risalendo dalla Sicilia, si tende a Napoli città, come si è detto, grande ed europea. Nel 1715, dopo più di due secoli, dal 1504, ha fine il dominio della Spagna sull’Italia meridionale. In base ad alcuni trattati fra le grandi potenze, proprio come nel secolo XX appena trapassato e per altre occasioni, con una firma sopra una pergamena il regno di Napoli passa all’Austria, mentre Vittorio Amedeo di Savoia, per il momento, ottiene la Sicilia. Nel cammino, per avvicinarci alla capitale, Napoli, attraverso luoghi che si riempivano di fango alla prima grandinata, o di neve invalicabile, si incontravano gli sfasci e le miserie e i relitti delle antiche tragedie.

Intanto gli anni del secolo si ingolfano in un frenetico e talvolta terribile accavallarsi di eventi. Nel 1721 Vittorio Amedeo di Savoia era stato costretto, a seguito di trattati, a cedere la Sicilia agli Asburgo ricevendone in cambio la Sardegna. Nel 1732, in data 10 dicembre, una relazione inviata al governo di Napoli avverte: «Avendo il Signore Iddio per giusti suoi giudizi la mattina de’ 29 del mese di Novembre di questo corrente anno 1732 alle ore tredici e mezza, fatto sentire a questa città di Napoli ed in alcune provincie del Regno, il gran flagello di un terribilissimo terremoto che per la durata e gagliardezza, non se ne ricorda il simile… Ma il danno maggiore si sente accaduto nella Provincia chiamata di Principato Ulteriore, ove la città di Ariano è stata tutta distrutta… La terra di Bonito è anche rovinata… La stessa disgrazia si sente accaduta nella terra detta la Pietra de Fusi. Carifi nella stessa forma… La città di Benevento ha patito al sommo negli edifici… Avellino è una delle maggiori che ha inteso il flagello del terremoto». Fra il 1767 e il 1771, l’irlandese Patrick Brydone, in visita in Sicilia annotava: «Tra gli abitanti di questa montagna (l’Etna) abbiamo trovato un grado di ferocia e condizioni di vita cosi selvagge che mai altrove mi era accaduto vederne di simili».

Nel 1734 Carlo III di Borbone era salito al trono di Napoli; e con lui ha avuto inizio l’opera di ampliamento e abbellimento della capitale: palazzi, ville, giardini, basiliche. Si amplia, si costruisce ma non si risana; la città dei poveri resta putrida e misera. Fra cataclismi vicini e lontani (quindi da ignorare), si inaugura il teatro S. Carlo nel 1737, la Reale Fabbrica di Porcellane di Capodimonte nel 1743, il reale palazzo di Caserta nel 1752; ma dopo sette anni, Carlo III diventa re di Spagna lasciando il trono a Ferdinando IV. Non passano quattro anni e una terribile carestia investe di nuovo il napoletano causando più di trentamila morti. Morti di fame o per epidemie conseguenti. Quindi lo sfarzo appoggiato con sostanziale indifferenza alla miseria plurisecolare di una plebe impietosamente oppressa. Ma tant’è. Molti anni dopo, in data 2 dicembre 1784, il Viceré Domenico Caracciolo, mente lucidissima e pensosa, scrive al governo a Napoli: «In Sicilia il re lontano ascolta solo il Ricco, il Potente, il Barone, le voci del Popolo non giungono al trono». Ma si possono, anzi si devono ricuperare gli anni del passato e rivisitare le faccende e le tragedie popolari e la poesia – là dove è necessario portare gli occhi e la mano, per radunare quanti più dati minuti è possibile, anche scaglie, che siano utili in qualche modo a dare i contorni della vita in un momento che altrimenti sarebbe di morti con la corona, stanze di musei, scaffali di biblioteche, busti di marmo. Perciò, dove è possibile ricordare qualcosa, qua lo ricordo; e dove è possibile, talvolta necessario, collegare, cerco di collegare, con l’uso della memoria. Così, poco per volta, sul mare della storia, galleggiano e affiorano relitti, come da una zattera della Medusa affondata.

Renzo De Felice, nel suo volume Italia giacobina, che nel 1775 il tesoriere generale dello Stato della Chiesa annotava, per la zona tra Foligno e Fossombrone: «Quella povera gente si ciba di pane fatto di ghianda seccata nel forno e macinata con la quarta parte di grano… in altri paesi mangiano assai migliore li cani da caccia». Poi De Felice aggiunge: «come si è detto, con il passare degli anni, la situazione era peggiorata ovunque». In Sicilia il Caracciolo, che era stato ambasciatore a Parigi e aveva assimilato le idee teoriche dei fisiocratici, fu poco dopo rimosso perché ritenuto poco ossequiente alle regole economiche centralistiche, oppressive del suo governo. Ma a Napoli, verso la fine del secolo, percorrendo le strade, leggendo fogli sparsi e gazzette, incontriamo i poeti, i martiri della parola nel 1799. A Napoli il secolo interminabile esplode, concludendosi, nell’epopea. L’Arcadia sale sul patibolo, con una dignità e fermezza di convinzioni e un lascito poetico ancora oggi esemplari: per la libertà contro la tirannia o il malgoverno, per un governo di tutti o giusto per tutti, per sottrarre finalmente ai nobili, al clero, alla reggia, e alla classe arrampante degli avidi speculatori, il malcostume di un potere possessivo, aggressivo e che non concede speranze. Il 1799 è dunque la violentissima prolungata fiammata della poesia napoletana, che sbriciola l’Arcadia dentro il giacobinismo e ridà una più intensa vitalità emotiva e riflessiva a un linguaggio che altrove si era trasformato troppo spesso in candele di sego, utili semmai per continuare a illuminare l’ovattato tepore delle stanze.

Percorrendo il secolo da cima a fondo, sembra che ogni regione abbia una propria Arcadia, anche diversificata all’interno della stessa regione. È vicina l’Arcadia veneta a quella lombarda? Eppure sono a un tiro di schioppo. L’accidia vibratile e costante, il sottilissimo filo rovente nel petto, di Gasparo Gozzi sono vicini alla bonomia bofonchiante e astuta (con l’occhio semichiuso come a far filtrare la luce) del Balestrieri, che finge di sforzarsi e invece senza sforzo riesce a vedere tutte le cose, o quasi tutte le cose che non sono tragedia? O l’Arcadia emiliana alla siciliana? Il Savioli al Meli? Si possono tracciare alcune sospette linee comuni solo restando sulle generali, circumnavigando il pelago arcadico sul naviglio di concetti, o preconcetti, già rincalzati da tanti apporti critici assunti come conclusivi. Ancora: cosa ha a che fare Tempio con Parini? Tutti e due in orbita, come già accennato, ma uno sembra sulla Luna l’altro su Marte. Eppure sono nello stesso secolo, nella seconda parte del secolo e l’uno scrive in lingua l’altro in dialetto. Comunque, alla base, hanno il suono della stessa lingua che chiama. Cos’è, allora, che li fa accogliere, magari in una successione alfabetica oppure in una disposizione regionale, in una stessa antologia? Parini, con quei nobili, detestati ma non disprezzati, fra il gretto e l’illuministico, propensi in varie occasioni a restare in qualche modo attenti al progresso delle nuove idee; fra accademie e salotti, tante a Napoli come indica il dottissimo Nicolini, tante a Bologna (ne ho contate ventisette, salvo errore) e a Venezia (Gasparo Gozzi è protagonista nella costituzione quasi esilarante e nella prosecuzione quasi clownesca di una di queste), e a Milano, dove occorre sempre essere un po’ ritenuti, conservare un paravento quasi riservato pure in mezzo alla più disparata libertà di comportamento. Cos’è che li fa coesistere, senza lacerazione, in una stessa antologia, in successione alfabetica, come sotto una campata di una grande certosa con le lapide brunite? Tempio, vicino a quei marinai barbuti appena sbarcati, con la plebe affamata e incagnalita, con il terremoto, l’eruzione del suo grande e leggendario vulcano, con uno sconquasso geologico e fisico di una terra che sembra splendida e invece sembra sempre perduta, con uno sconquasso geologico e fisico, con il rombo continuo nella notte del vulcano che non si rassegna. Balestrieri con il suo gatto e le vacanze nelle ville sui laghi, che lo ospitano non pietose ma tradizionalmente garbate. Le osterie del Tempio piene di fumo di pipa e d’arrosto, odori di cibo forte e di sudore. Il sudore, ad esempio, in Parini non c’è; non c’è negli altri milanesi, semmai qualche profumo leggero e l’odore d’incenso, che sorvola. Noto poi che sonetti per monacazione non ne girano molti da Napoli in giù, mentre sono esercizio vorticoso e assillante da Roma in su, andando oltre il fiume superbo d’Italia. Insisto, che rapporto fra il dialetto del Tempio, ispido come un fuso e grondante, nella Caristia, sangue e lacrime, e in cui ogni verso sembra una incisione sulla pelle del braccio, e l’italiano agrodolce sapientemente modulato, seccamente disperato, insofferente e irritato, anche irritante, del Parini, che digrigna adagio i denti con una smorfia di disgusto fra i lumi e le cornici dei palazzi riscaldati? Fra le notti del Tempio, squattrinato e dolente ma a letto con la amatissima (anche riservata e costante) serva, e la solitudine secca del Parini, nel freddo cauto e nel silenzio delle sue stanze illuminate dalla lucerna appoggiata su un tavolo accanto agli ultimi fogli appena vergati? Oppure, e concludo, fra i giacobini toscani: il Crudeli, il Fantoni o il Batacchi (e uno diverso dall’altro) e i bolognesi, un po’ tristi e un po’ solenni, che cercano sempre di schizzare un sorriso dentro l’amaro della vita, forse per salvarsi da una tristezza completa? E il dialetto? Dialettali i siciliani (ma il Meli è come parlasse in lingua), i napoletani (e De Liguori fa cantare con parole d’angelo e non dei trivi, cioè ripulite e angelicate); bilingui i veneti, i bolognesi, i milanesi, in una ironica e rapida, non affrettata, appropriazione di linguaggi, di linguaggio da riformare.

Nel libretto di Chatwin e Theroux, Ritorno in Patagonia, si legge una annotazione, ad apertura di pagina, che può aiutarmi a spiegare, se non a giustificare, le modalità almeno generali di questo mio viaggio: «Paul e io siamo andati in Patagonia per motivi diversissimi. Ma se mai siamo dei viaggiatori, siamo viaggiatori letterari. Un’associazione o un riferimento letterario possono entusiasmarci quanto una pianta o un animale raro; accenneremo dunque ad alcuni esempi di come la Patagonia abbia colpito la fantasia letteraria». È anche questa, anche se modestamente subalterna, la mia disposizione; perciò, ritenendolo opportuno e il modo a me congeniale, mi permetto di divagare, spero senza contusione, spinto o sospinto, di volta in volta, dalle occasioni, dai minuti riferimenti. Infatti, accennando sommariamente alle varie collocazioni arcadiche, mi è parso che fosse necessario tracciare (rintracciare, per me uno schematico profilo generale dell’Italia, raccogliendo sassi qua e là, perché le singole regioni avevano contrassegni spesso anche contrastanti. Per esempio: all’inizio del secolo XVIII il Ducato di Milano, il Regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna erano sotto il dominio spagnolo di Carlo II. Inoltre, lo Stato Pontificio, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Venezia, il Ducato di Savoia, il Ducato di Modena e Monferrato (dei Gonzaga), il Ducato di Parma e Piacenza (dei Farnese). Infine la Repubblica di Lucca, la Repubblica di San Marino, il Principato di Monaco, di Piombino e di Massa Carrara. Ecco invece, con la forbice, alla fine del secolo, esattamente nel 1789: quattordici domini formavano Stati a sé: Regno di Sardegna (abitanti tre milioni). Granducato di Toscana (abitanti un milione). Stato Pontificio (abitanti un milione e centomila), Regno delle Due Sicilie (abitanti nove milioni). Repubblica di Venezia (abitanti tre milioni). Repubblica di Genova (abitanti quattrocentomila). Ducato di Parma e Piacenza (abitanti quattrocentomila). Inoltre quattro dominii erano provincie di Stati stranieri: Ducati di Milano e Mantova (appartenenti all’Austria), la Valtellina e Chiavenna (appartenenti ai Grigioni), il Canton Ticino (appartenente alla Svizzera), la Corsica (appartenente alla Francia).

Così si può anche visualizzare, o immaginare, la carta del viaggio e dei trasferimenti. Nel 1720, dopo appena cinque anni, lo abbiamo indicato, Vittorio Amedeo di Savoia, dopo il Trattato di Londra fra le Potenze, fu costretto a scambiare la Sicilia con la Sardegna. Nel dicembre del 1738, con il Trattato di Vienna, il Reame di Napoli è liberato dagli spagnoli e passa agli austriaci. Nel 1740 muore l’imperatore d’Austria Carlo VI e gli succede, col diritto della prammatica sanzione, Maria Teresa, che diventa imperatrice. Nel 1773 papa Clemente XIV decreta la soppressione dei gesuiti e un anno dopo muore avvelenato. Lombardia e Toscana cominciano a godere di qualche buona riforma, soprattutto economica, avviata dall’imperatrice di Vienna, e in Toscana, dal granduca Pietro Leopoldo. Uno storico ottocentesco, adunatore e riordinatore di notizie e di rapidi giudizi, alcuni tuttavia assai pertinenti, dall’interno di questo tracciato in movimento (e strettamente collegato a più ampie vicende internazionali, che mai ci vedevano protagonisti ma passivi depositari di impegni e di sventure) commentava così: «Gli arcadi innondarono tosto l’Italia di versi e di prose fredde languide insipide, piene di adulazioni, con giochetti di parole, immagini di pastori e pastorelle, di selve, di fiumi, d’aure, d’angeletti, di lamenti e di sospiri, di Veneri e di Cupidi, e simili altre futilità oggimai cadute meritatamente in disprezzo. Il Lemene, lo Zappi e il Frugoni furono quelli che fra gli Arcadi primeggiarono. Per le quali cose la letteratura italiana cadde in più basso stato e la favella venne impoverita e snervata. Tanta miseria delle lettere proveniva piuttosto dallo scadimento della nazione, la quale giaceva dimentica di se stessa. Spento era il patrio amore nei petti italiani, nessun pensiero e desiderio di libertà e di nazionale grandezza li animava…». E più avanti: «Imperocché l’Italia, liberatasi dalla servitù di mente e di animo degli Spagnoli cadde in quella peggiore dei Francesi… Gli Italiani avevano talmente perduta la coscienza della propria dignità che non si vergognarono d’andare a scuola di coloro de’ quali erano stati maestri…». È come leggere alcune pagine da un vecchio libro trovato su un comodino di una locanda, dopo avere a lungo camminato e prima del sonno desiderato. Frasi semplici, naturalmente, ma in parte vere, nel riferimento generale.

In quanto a Napoli, il cui sviluppo, come commentava Giuseppe Galanti, «è fondato soltanto sul suo crescere di fortuna in ragione della tisichezza delle altre province» era la città che, più si agghindava, più dimenticava o tralasciava di confrontarsi e interrogarsi, come poi per forza sarà costretta a fare dietro la spinta degli eventi, con «Le miserie nascoste dietro le sembianze splendenti della capitale».

Nino Cortese, nel suo volume Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento, trascrive un brano di un diario, andato poi perduto, del padre Ireneo Affò, che nel febbraio del 1782 dall’Emilia era venuto a Napoli per studio: «Napoli è un bel teatro; ma non vi è modo di approfittare», e poi lo stesso Cortese commenta: «I libri e i manoscritti raccolti da Carlo di Borbone erano ancora accatastati in alcune stanze del palazzo reale di Capodimonte. Molti conventi possedevano preziose raccolte… ma oltre al disordine che spesso vi regnava sovrano ed alle poche facilitazioni concesse agli studiosi, nessuna autorità, né governativa, né letteraria, era addetta alla loro sorveglianza, onde non era molto raro il caso di vederle scomparire da un momento all’altro, senza perciò che fosse necessario dare del fatto giustificazione alcuna». Eppure negli ultimi cinquant’anni del secolo erano vissuti uomini di superbo pensiero e di attenta concretezza sul reale: Genovesi, Filangieri, Pagano. Tuttavia l’Affò. qualche mese dopo, a un letterato napoletano scriveva dopo il viaggio: «Veramente s’io nel mio viaggio non avessi conosciuto voi, potrei dire d’aver speso assai male il mio tempo, perché in cotesta gran metropoli, comecché molti sieno i letterali, pur questi non formano società, e vivendo tutti, per così dire, isolati, difficile è farne la conoscenza; e conosciuti anche che si abbiano, serbano non so quale contegno, che spiace assai a’ forestieri».

La verità, come è stato messo in rilievo anche da Giorgio Candeloro, è che la società partenopea, Napoli, era stracolma di avvocati, di legulei: «gli uomini di legge, numerosi ed influenti in tutti gli Stati italiani, lo erano in modo particolare nel Regno di Napoli, soprattutto a causa della complessità della legislazione in vigore, dell’accavallarsi delle giurisdizioni (regia, baronale, ecclesiastica) e della politica dei viceré spagnoli, i quali avevano mirato ad imbrigliare quanto più possibile la potenza dei baroni favorendo il sorgere ed il diffondersi di cause e di contestazioni locali di ogni genere tra i baroni ed i Comuni, lo Stato, gli enti ecclesiastici. Perciò gli uomini di legge, a Napoli, erano divenuti via via sempre più potenti e tendevano a costituire quasi un ceto a parte».

La cavillosità dottorale, linguistica e dunque fredda e appiattita sui codici, il proliferare di timbri richiesti, di vincoli legali imposti e di continui consulti imposti o resi necessari dalle sovrapposizioni del codice, si intrecciava nella società aperta napoletana con i problemi ricorrenti delle carestie disastrose (intanto, quelle del ’59 e del ’63, sulle quali torneremo con il soccorso di Franco Venturi), con i fasti sonnolenti di una gran parte dell’aristocrazia e con gli avidi appetiti di una classe borghese che in buona parte stava affiorando vorace e impietosa. Cosi, fra una tarantella di una sonorità piena di luce: fra uno scherzo salace spesso pubblico ma ancor più spesso elargito nel mondo esclusivo dei salotti e che non tralascia il movimento del ballo (quasi un etereo lazzo di Pulcinella); e invece una partecipazione diretta ai problemi reali di un popolo affranto, fino ad arrivare, in vari casi, al dedicato sacrificio della vita sul patibolo; una parte della cultura napoletana, e anche i poeti di Napoli, vissero perseguendo il nuovo, partecipando al nuovo. Quale, allora, eccezionale architettura ha il secolo anche segnalando pochi nomi, distribuiti nel tempo e che a questo punto voglio ancora una volta ripetere, con emozione: Giannone e Vico coetanei e per la prima metà; Genovesi, fino al ’70; Filangieri fino al ’90; e poi Pagano e i poeti massacrati con una corda al collo per la libertà, o incatenati per essa. È un periodo che si prolunga con l’elargizione di opere eccezionali e si conclude fra le fucilate in combattimento in cui muore il vecchio Serio, e il tonfo dei capestri. La Pimentel penzolante da una corda e irrisa perché intimamente nuda, disvelata, è una figura esemplare del progressivo processo di allontanamento da un potere ufficiale sempre più arido e vile. Ripeto, anche il vecchio e indomito, audace ed estroso nel giocare, nella scrittura, con i sentimenti e con i vizi di una società impolverata e ingrigita sotto panni lucenti; anche il vivacissimo Luigi Serio è, alla fine del secolo, a testimoniare, non solo sulla libertà, ma sul coraggio necessario per raggiungere e mantenere una libertà non solo personale ma comune, da dividere con tutti. Anche il dolcissimo e giovane ma ferreo Ignazio Ciaia è accanto a Serio, di cui potrebbe essere nipote o pronipote; alla Pimentel; a Giacomo Antonio Gualzetti, a Luigi Rossi (in mezzo a 139 giustiziati: Marino Michele vinaio, Albano Cesare contadino, Calise Giacomo marinaio, D’Avella Antonio oliandolo…); Luigi Rossi, che scontò sul patibolo il delitto d’avere composto l’inno della Repubblica Partenopea musicato da Cimarosa: «D’un dispotico potere / Ite al fuoco infami editti; / Son dell’uomo i primi dritti / Uguaglianza e libertà. /Non v’è servo, né signore / Vincitor non v’è, né vinto. / Sol dall’un l’altro è distinto / Per comune utilità». Come l’inno di Mameli, mezzo secolo dopo, anch’esso sottoscritto (firmato) con la vita. Mentre gli incipriati adoratori di Nice sorridono tutt’ora. Poeti che ancora una volta a Napoli in anticipo sui tempi, si mescolano alla gente infuocata e affranta, riconsegnando dignità all’uomo e, con la loro vita, onore alla poesia. Che non appartiene solo ai guitti. E buttano a mare l’affermazione gretta e leziosa del Baretti nella “Frusta”: «quei comuni pensieri, o insulsi o falsi, che si trovano nella maggior parte de’ versi arramacciati de’ nostri schiocchi pastori arcadi». Oppure l’affrettata invettiva del padre Bettinelli, al tempo dell’invasione francese del 1796: «Già preme Italia mia per ogni parte / il furibondo Marte: / E tu che fai tra il gallico furore, / Quai pensier nutri e affetti, / Italia mia, nel minacciato orrore? / Dei tridui – ella risponde – e dei sonetti!». Risalendo l’Italia incontreremo altri poeti – Alfieri è su un picco – che hanno avuto la punta della penna infuocata, ma sono singoli autori, ancora un poco sperduti in questa Italia che ribolliva per tanti malanni, tante esplosioni di novità che sopraggiungevano, tanto coraggio disperso e tanta esperta perfidia nei poteri ufficiali. Basti, in precedenza, ricordare Venezia carogna, pavida o sottomessa, nei riguardi del fuggiasco Giannone. Perché non tutti si condannano al martirio, una personalità così esplodente per gli interessi culturali approfonditi e svariati, Ferdinando Galiani rientra direttamente nel nostro percorso in riferimento al saggio sul dialetto napoletano. A Napoli, in quel tempo, il dialetto ritorna con convinzione come lingua, ripreso con cognizione fra le nebbie comuni in cui sembrava sperduto; con convinzione dell’uso, della necessità dell’uso, ripeto, proprio come una lingua; quindi, scritto e parlato, per essere ascoltato e capito da tutti. In contrapposizione, intanto, alla prepotenza del toscano, lingua illustre e ormai monumentata, prevalente.

È  in atto una contrapposizione, in quel momento a livello generale, che tocca problemi storici e relativi alla riflessione sulla comunicazione, nello specifico, letteraria. E quindi credo che anche l’uso, l’utilizzazione, ai livelli alti, dell’oscenità diretta corrisponda a una finalità calcolata – non soltanto, proprio, di garantirsi il riso un po’ sboccato o un po’ perverso dei circoli, dei gruppi maschili. Nella vita comune sono dotti e compassati i poeti che danno il via (vedi il Capassi, ad esempio), al fianco di una scrittura varia, specifica o controllata, alla protervia dei versi liberi e scurrili. Liberi, come uscire da una porta tutta scolpita; come una liberazione dalle strettoie forbite della nostra tradizione letteraria, in cui le donne (nella lirica arcadica) sembrano per un momento congelate lì intere, leggiadre e pronte a un abbraccio auspicato, così deliziosamente svestite sotto veli fruscianti, ma se le vuoi stringere stringi aria, ombre transitanti che scompaiono, dalla pagina, nel verde dei giardini o sulle rive di ruscelli, sotto soffi luminosi di vento, subito lontano dagli occhi. Predominava in Arcadia l’incontro con le Nici e le Filli del Rolli che (l’abbiamo visto) poetava in Inghilterra, dove le madame hanno le efelidi sul naso piedi lunghissimi e magri, pelle tanto bianca, talvolta perfino esangue, da avere scrupolo appena a sfiorarle. Anche per capire più realisticamente il ruolo effettivo della bellezza muliebre nell’ambito dei rapporti d’amore, può servire una notizia non frivola ripresa dal “The Daily Telegraph” il 19 agosto del 2000: «Il professor Colin Jones, dell’Università di Warwich, Gran Bretagna, ha scritto una storia del sorriso: fino alla fine del Settecento (come testimoniano centinaia di ritratti) gli incisivi si tenevano nascosti. Le labbra si piegavano appena, con grande varietà di sfumature, fino all’enigmatico capolavoro di Leonardo. Mai e poi mai si correva il rischio di svelare i denti, quasi sempre cariati, spesso mancanti». Vorrei inoltre annotare che questa fiammata di scrittura libidinosa è andata alzandosi dalla Sicilia al Veneto, come un fuoco rapidamente propagatosi; e che in questo percorso, le ninfette quasi asessuate, rese immobili e diafane in attesa di una carezza o tutt’al più di un bacio che deve ancora venire, che è solo annunciato ma non è certo, sono state sostituite da sode femmine abituate al sesso pronto e franco, provocatrici di continui o ripetuti sussulti erotici. È avviato un dinamismo narrativo più diretto, che trova nel dialetto un tramite indispensabile. «La potenza del verso satirico del Capasso è tutta nel linguaggio. Un linguaggio truculento, grasso come una “zuppa di carne cotta”; sapido come una “minestra maritata”, condita come un migliaccio, come una parmigiana di melanzane», così ha annotato Alberto Consiglio. Per altro esempio, anche nel Tempio dei testi “osceni”, il dialetto, per la sua esuberanza linguistica che tuttavia non rinuncia anche ad avvampanti tenerezze o a rapidi sussulti di piccole verità, è la sola via consentita di comunicazione; i testi, anche se dedicati a un uso da osteria, nella lingua del nostro bel giardino degraderebbero in una normale scurrilità da vecchi guardoni.

Oltreppassando per il momento Roma, nel corso di questo itinerario in Toscana, tre uomini coprono il secolo: Tommaso Crudeli, Domenico Batacchi, Giovanni Fantoni (in Arcadia, Labindo), in una successione esistenziale: 1703, 1748, 1755, e in una identità di vita breve: Crudeli 42 anni. Batacchi 54, Fantoni 52; oltre a quella di essere stati, ciascuno a suo modo, politicamente marchiati: Crudeli come massone, gli altri due come giacobini. Sicché Crudeli sarà condannato al domicilio coatto, a Popoli luogo natale; Batacchi sarà trasferito come impiegato alla gabella di Orbetello dal clima micidiale e lì morirà poco dopo; Fantoni, nobile, sarà arrestato più volte, perché partecipe dei moti rivoluzionari democratici, e perché divulgatore dei “principi” con le parole e anche con gli scritti. Senza la famiglia alle spalle che non l’ha mai abbandonato nonostante incertezze, avventatezze e giovanili dissipazioni, avrebbe più a lungo patito e a lungo pagato. Da notare, infine, come ho già indicato, che Crudeli vive nella prima metà del secolo. Batacchi e Fantoni nella seconda metà.

Batacchi è, fra i tre, il meno noto; anzi, l’escluso; e poi, in genere, pesantemente bistrattato. Quasi cassato dalle nostre storie letterarie e dagli elenchi che elargiscono la gloria della sopravvivenza a coloro che la critica ha beneficiato del pass per entrare nelle sale illuminate a cibarsi di consensi, è anche lui marchiato a fuoco come scrittore indecente e fatto entrare a frustate nello steccato del “poco e male”. Invece il Batacchi, che non ha neppure una seria edizione recente, dopo quella egregia ma parziale curata da Giannesi trent’anni fa e poi finita sulle bancarelle, in questi ultimi tempi si sta districando da quelle che Vittorio Branca ha felicemente definito, sia pure applicandolo a un diverso contesto, «e ipocrisie del puritanesimo ottocentesco», di cui come onesto lettore ho già cercato di recriminare la prepotenza. Anche, ripeto, su questo poeta nervoso e poco ossequiente. Il Batacchi e la sua straziata malinconia (non ho detto straziante) per coprire un dolore polveroso che l’avvolge e che lui cerca di ribattere, in qualche modo di contrastare con una ironia puntigliosa, talvolta perfida: con l’ironia, più spesso, irridente di una sensualità mai gretta ma eccitata, quasi raccolta per strada ma poi, nella scrittura, raccontata con il ritmo disteso di una canzone che si svolge seguendo il filo della fantasia come un aquilone. «Chi vuol vantarsi del Batacchi si serva» esordiva il burbanzoso Carducci, sforbiciando uno dei suoi tradizionali fendenti. Continuava: «Per qualche stilla di lingua viva, per qualche mossa di bécero svelta, quanta sciacquatura di versificazione arcadica! e che difetto di forza fantastica! Il popolo che diè il Boccaccio e il Machiavelli come appar degenerato in cotesto poeta nobile doganiere». La irridente e fuggevole lascivia del Batacchi (che sembra trapassare veloce lasciando solo una traccia), che così scrivendo (ma non immaginando) sembra che rincorra, sovrapposta, un’altra cosa o immagine più corposa, più di sostanza, da dire, da ricordare e, raggiuntala, ammanti questo suo raccontare, questo suo ricordare con il velo di una mestizia irritata che viene da lontano (quella mestizia di cui fa cenno il Foscolo nel suo giudizio buono). Contrariamente ad altre letture critiche, sembra a me, leggendo, che la “sapida lascivia”, ripeto, del Batacchi, non sia mai acidamente prepotente ma descriva con una ironia quasi trepida; non sia inseguita per fare gesti scurrili al lettore. Batacchi è un eccellente narratore in versi, con una fluidità “naturale” che accompagna il respiro del testo disteso; testo che non patisce mai ingorghi o rallentamenti o aggrovigliate forzature di rime; ma procede per incastri argomentativi di sorprendente semplicità (vale a dire, di istintiva chiarezza). Tanto da convincere a suo tempo Goethe, o da interessare in anni più recenti un critico severo e senza pregiudizi come Cajumi. Fra gli accademici, in questa occasione, Giovanni Natali che scrive: «Come va che lo Scherno degli dei, è ancora considerato una delle classiche opere della nostra letteratura? Come va che tutti conoscono, almeno di nome, il Bertoldo, per non uscire dal Settecento, il Cicerone, il Ricciardetto, gli Animali parlanti, e forse anche la Marfisa Bizzarra? e pochissimi conoscono, sia pur solo di nome, la Rete di Vulcano?Gli è che la Rete è stata finora giudicata con criteri estranei all’arte… Ma il poema si legge con piacere specialmente per la freschezza, ricchezza e vivacità della lingua, non tutta pura, ma tale che il Fanfani lo cita nel suo vocabolario, per la spontaneità del verso e della rima… lingua e stile che sono adatto strumento alla irresistibile comicità di certe figure e situazioni e all’incanto di certe pitture voluttuose». E per il carissimo Batacchi, qui a conclusione, vorrei collocare il giudizio (a cui ho già accennato) del Foscolo: «E pare che, come il Boccaccio a’ dì della mortalità della peste, narrasse cose liete e licenziose per non morire di dolore. Fu assai più licenzioso del Casti, e nondimeno diresti ch’ei, come l’Ariosto, voglia più rallegrare che corrompere i suoi lettori».

Oltre Toscana ed Emilia, e in isolato percorso, emerge a Ferrara la figura fuoco e tenebra di Alfonso Varano, l’austerissimo e riservatissimo nobile ferrarese che ha collocato le sue Visioni in mezzo all’Arcadia, come lava che si riversa friggendo vapori in un lago o in un mare. Rime, Egloghe, Tragedie, Visioni. Le Visioni sono dodici, in terza rima (Dante e non Dante), composte prima e dopo il terremoto di Lisbona (la bomba atomica del XVIII secolo); dunque fra il 1749 e il 1766. La quinta e l’ottava per la peste di Messina e, appunto, per il terremoto devastatore. Nel Varano, come risulta dalla sua scrittura, è attivo (vivo) un tormento prolungato e incandescente; un tormento da fuochi notturni misteriosi, notturne visioni intraviste e scomparse, tra ossessioni che non si quietano e martellano sentimenti e immaginazione. Contrariamente ai sepolcrali inglesi, qui la morte e data come non ancora oscura conclusione del conflitto con dio; un conflitto temuto come ripetizione e oppressione in un tempo senza più fine, senza più speranza di salvazione. La carne “arcadica”, sia pure leggermente o teneramente protesa, è dissolta. E l’uomo nudo e intero che adesso lotta con i fantasmi reali delle proprie convulsioni notturne. Nella poesia del Varano, in altre parole, è rappresentata una allucinazione di morte che è ben difficile collegare ad altri autori coevi o sul filo di una letteratura esclusivamente letteraria. Morte veduta, non temuta ma partecipata. Non immaginata, soltanto; non sfiorata con la mente ma toccata, in qualche modo, con i sensi – come se fosse una morte viva. Un incubo reale degli occhi, più che un incubo mentale (o della fantasia squassata). Come se i personaggi indicati, presentati, rivisitati saltassero sul terreno e si mettessero, disperati e stravolti, a urlare appena usciti dalle tombe. La danzante pomposità metastasiana, che è orpellata anche quando sembra o vuole apparire leggera, e nel suo lindore sembra così attenta e innocente (con malizia) da compiacere letterati, critici e principi, è lontana le mille miglia e sembra illuminare un altro mondo. Credo che sia da condividere appieno l’apprezzamento della crestomazia leopardiana; proprio per il cupo fervore di questo autore, per l’ossessionante paura della mancanza di cielo (quel cielo cristiano di salvazione o dannazione completa ed eterna, non altro); per la sua impaziente, prolungata, sempre delusa attesa di una morte salvifica dentro al ribollio infuocato, inesorabile della vita. La sua immaginazione (sempre a mio parere), ai nostri giorni, fa più paura di quella dell’Alighieri; perché Varano cerca un dio che non trova, forse perché non c’è; all’interno di una morte che è sperata ma non è consumabile (in quanto di continuo, come abbiamo notato, balza via, rimbalza come una cosa viva). L’Alighieri sente, e sa, di salire dal basso verso l’alto nel prodigio di una misteriosa progressione di conquista; quindi di aspettarsi, proprio durante il cammino, anche un progresso di salvazione, un aumento di speranza, una purificazione delle inquietudini dell’anima. Varano sembra immobile, in una contemplazione marmorea della vita, ma un marmo che gronda sangue (richiamando, le vedo, alcune scene del dongiovanni mozartiano), e la vesalvazione (salvezza, appunto, dell’anima che dovrebbe poi durare eterna) non resta tanto un dubbio ma resta un mistero. C’è una autenticità lacerante in questo autore rigoroso e anche solenne, che non vuole curarsi le ferite della mente, della fede, della ragione, dei sentimenti ma li vuole duramente conquistare. Come il Parini (e solo in questo vicino a lui) anche Varano sembra scrivere a notte fonda, quando si smuovono freddi o ardenti i fantasmi della mente; al lume di un’unica luce sul tavolo, la grande stanza vuota, sentendo quasi sulle spalle, dopo le vicende del giorno o della sera, o vicino all’orecchio, il soffio del tempo che trapassa la vita, come un cavaliere portatore di pene. Nel Parini, a questo punto, risalta (soccorre) sempre una punta di asprezza dispettosa, quasi la punta di un ago, un fastidio immediato (come a scacciare una mosca che gira intorno al viso) che Varano non ha. Egli è ferito, si lascia ferire ma non vuole ferirsi. Varano è sofferenza dai piedi ai capelli ma, composto (già detto), è senza stimmate – nella costanza della sua signorile riservatezza. È l’eco di una sofferenza sopravveniente, come il passo del demonio; di un demonio che si avvicina alla porta chiusa dell’anima, nell’attimo in cui batte forte le nocche, con una perversa gentilezza (che è pantomima drammatica della vita) per entrare. Nella Visione quinta, un poema sulla peste di Messina, il giovane che cammina lacerato dal male, sulla strada desolata e grondante orrore, quasi impazzito anch’esso per il dolore (momento, non il solo, da tragedia shakespeariana) mi richiama, immediatamente, la fotografia che ha corso il mondo, scattata durante la guerra del Vietnam, della bambina che ferita, annerita dal fumo, nuda e urlante, corre a braccia alzate sulla strada in mezzo a una tempesta di fuoco; in mezzo a macerie, in mezzo alla morte.

Dunque, Varano è «una personalità che, prima di fare poesia, è ossessionato angosciosamente dalla paura della morte»; ma, ripeto ancora, non della morte fisica ma della morte senza speranza; la morte dell’anima (il perduto bene della sopravvivenza in un dio, o vicino a un dio, finalmente ritrovato, nella sua interezza anche di punitore). Paura di esalare l’ultimo respiro senza avere prima conquistato, dopo le infinite pene di una vita di ricerca, la certezza di raggiungere una nuova vita (la nuova vita) là nel porto lungamente agognato. Queste, le sue allucinanti visioni, «l’ardimento dell’immaginare, che gli valse il nome di unico nel suo secolo». Una religiosità catacombale, una sensualità o sessualità onirica e orrifica, che si scatena all’impatto della tragedia che fa male e trafigge i corpi, più che far male e trafiggere le anime. L’anima. Posso allora ripetere, tirando qualche filo. Un dantismo martellante e severo, ecco il punto; prendere fuoco, ergersi in una sorta di movimentata frenesia, l’immaginazione che calca il macabro, l’orrido, il violentemente truculento (anche) di una situazione, trasferita in una scrittura che sembra sfuggita dal sacco di una qualche dannazione. Quasi che Varano fosse obbligato, dalla sua personalità contratta e sprofondata, ad aprire gli occhi (e a indugiare) solo quando il corpo dell’uomo è sventrato (ed esposto alla mortificazione del ludibrio nella sua infinita labile miseria) e i suoi occhi sono offesi, impediti alla luce dalle macerie, dalle travi fumanti, e il mondo come macigni schiantati gli cade addosso; oppure fiamme sprigionate da un dio punitivo (ancora senza volto), da un dio del male, lo avvolgono per bruciargli la pelle. Il moto precipitoso verso la più cupa immaginazione visualizza la disperazione della colpa e del pentimento con le immagini più incalzanti di una danza macabra, che porta a una rappresentazione in cui protagonista è la morte. È un fatto che egli sia (per fare un raffronto soltanto esplicativo) quasi contemporaneo, fra gli altri, di un notevole poeta inglese che, del corpo umano (non trafitto da un dio ma violentato da un terrestre destino di morte; del corpo umano verminoso, putrefatto, offeso senza più salvezza e condannato alla dissoluzione) ha fatto oggetto primo della sua poesia. Il poeta è, morto nel 1746, autore di questo cupo poemetto, The Grave, che sfiata ancora freddo orrore dalle pagine: «…che il mio compito sia di descrivere i lugubri orrori della tomba… il vento soffia e geme! Ascolta! Mi sembra di non aver mai sentito più sinistro rumore…». E allora, e ancora, il Varano. Tremenda personalità in competizione con gli incubi di una fede mai realizzata, che gli apriva davanti abissi di oscurità e di dubbi di indicibile lacerazione. Fuori, in questo contesto, da ogni possibile tranquillizzante inserimento nel casellario arcadico e non meritevole della sbrigativa segnalazione per «la generale tenuità e disparità dei risultati» e per «qualche avvisaglia pre-romantica». Sarebbe come schedare un poeta per Auschwitz.

Nel Veneto, come dire Venezia, siamo per lo più fra amabili figure di autori di testi molto gradevoli, soprattutto per la musicale temperanza del dialetto/lingua di quella ragione, di quella città, da potersi memorizzare anche dopo una prima lettura. Nomi, per lo più, che appartengono alla storia e alle vicende locali. Giambattista Bada, ad esempio, noto allora e di cui biograficamente si sa poco o niente: «Se mai credesse el proto, in stamperia, / ch’el manoscritto mio fusse falà, / vedendolo mancar d’ortografia, / lo averto ch’el va ben come ch’el sta. / Nel venessian dialeto che ghe sia / sole letere semplici, zê usà…». «Né picolo, né grande, ma scarneto, / fronte averto, oci mori, e barba folta, / bela coa de cavei si ben incolta, / longa oto quarte, e de color bruneto…». O Zilli Cario arciprete: «Tuti, tuti sul fogo / sti libri maledeti / quanti che i zê sbregai vogio che i svola…». Quant’è lontana Venezia da Napoli, eppure le riavvicina, in qualche modo, la contrapposizione dei colori, e il teatro della nobiltà, esagitato ma costante nell’abitudine all’arte (vera arte) della frequentazione e della conversazione. E per cercare di entrare in merito guardando direttamente quanto è possibile, ho due riferimenti appuntati. Lo sfarzo al vertice, direi normale e spietato, della società di potere, dei nobili, esemplificato nello spettacolo del quadro del Longhi, ora a Palazzo Rezzonico, dal titolo Pranzo in onore di un principe tedesco,che fotografa nell’immobilità di un tempo ormai consumato, un sontuoso banchetto in un salone, con forse cento invitati contrapposti, seduti a un lunghissimo tavolo a ferro di cavallo, con i servi intorno e perfino un piccolo cagnetto eccitato. L’ospite è solo illustre ma non è eccelso, eppure il cerimoniale si conferma senza limiti, per una consuetudine ormai acquisita. E poi, il ritratto del Gratarol, il nobile padovano Pier Antonio Gratarol, schizzato da Gino Damerini: «Pietro Antonio Gratarol toccava, a quell’epoca, la quarantina. Mingherlino, biondiccio, occhi languidi, naso lungo e bocca grande, azzimato fino alla effeminatezza, vestito, quando non portava la toga di segretario, all’ultimo figurino di Parigi, di raso o di seta a fiorami di delicati colori, accuratamente incipriato, lezioso nel parlare, affettato nella camminata saltellante all’inglese, pieno di sussiego e smanceroso nei gesti e negli atteggiamenti, presuntuoso ed enfatico, egli conduceva un’esistenza da scapolo gaudente, pur essendo ammogliato da vent’anni. Dalla moglie, col pretesto che gli era stata imposta dai genitori con un “matrimonio di forza” viveva ormai separato; a lei corrispondeva, sui beni dotali, una modesta pensione; del resto delle rendite, ed era sufficientemente ricco anche per conto proprio, usava prodigalmente, frequentando tutte le sere teatri e compagnie chiassose, casini di gioco e conviti negli alberghi di Bocca-di-piazza, viaggiando da gran signore e da gran signore ricevendo nella sua abitazione di perfetto gusto rococò. Gli piacevano le donne e non ne faceva mistero; dei suoi successi si vantava, correva dietro alle femmine degli altri, le comprometteva; sicché godeva di una fama di conquistatore di gran lunga superiore, probabilmente, alla realtà». Siamo nella seconda metà del secolo, la Serenissima Dominante vive come se il mare della vita fosse ancora amico alle sue vele. Ma alla fine arriveranno i Francesi di un giovane generale e nessuno o pochi si sarà preparato all’evento e al rapido naufragio. Le stupende pagine del Nievo documentano la drammatica realtà di quella storica fine.

Quindi il settecento veneziano è un secolo di splendori, pittorici, musicali, teatrali, letterari; ma uno splendore che procedeva via via, / quasi invisibilmente, appannato dal fiato di un vento storico che non si quietava e portava a tempesta. Autori di alto livello e di diversissima indole sono raccolti (meglio, sono accolti) in queste pagine: Baffo, i due Gozzi, i due Pindemonte, il Lamberti (da qualcuno giudicato, insieme a Meli, il maggior poeta dialettale del secolo). I due Gozzi non sembrano neanche fratelli, anche se vivono in una mugugnante vicinanza. Gasparo nasce sette anni prima e muore prima, vive settantatre anni; Carlo ne vive ottantasei. Gaspare è un personaggio di nevrotica attualità; febbricitante di continua scrittura, sposo per una rapida impennata e poi subito in bilico fra la sopportazione e il rifiuto, addirittura la ripulsa (ma senza la spinta a un taglio netto); più avanti tenta il suicidio buttandosi in un canale a Padova. Si impegna in cento imprese culturali e teatrali, ma non sa amministrare un soldo; lascia, abbandona tutto sulle spalle della moglie, la povera Irmida Bergalli, poetessa d’Arcadia, martoriata di continue cattive parole, soprattutto dall’ostico ruvido cognato. Era, Gasparo, uno scrittore, un autore “frugoniano” per la sua capacità, ripeto, inesauribile di scrittura (inesauribile, intendo, non fluviale, che vuol dire altro e risulta più triviale). Ma Frugoni, lui sì fluviale, è un onnivoro superficiale senza malizia, senza complicità; tutto dedito a battere a macchina o al computer, per esaudire, con risultati tecnicamente convincenti, ogni commissione ben rimunerata. Gasparo no; fatica per cercare di andare sempre al fondo delle cose, dei problemi; per capire ogni giorno la realtà che accade, per carpire dallo svolgimento o dal contorcimento quotidiano della cultura qualche notizia buona, qualche dettaglio da fissare e sviluppare in notizie. Cauto, più cauteloso e risentito, agrodolce, Carlo; meno propenso a darsi per intero e piuttosto disposto per natura ad addolcire la propria tristezza in privato, con la luce (il balsamo) sollecitante delle fiabe (che sembrano stese per compiacere a se stesso come prime lettere, più che per altri); uno zibibbo di continue invenzioni sul filo della leggerezza, della luce irrorata, e rivestendo la persona umana (i personaggi) col soffio di una intelligenza (una fantasia) che sogna e sognando si irrita e vorrebbe ritrarsi; ma poi, con uno scatto, decide di concludere, quasi con un po’ di rabbia. La scrittura, in scrittori psicologicamente tesi o contorti ma di istintiva educazione letteraria, era anche sollecitata da una editora che, in quel tempo, era la prima in Italia.

Lamberti, talvolta, mi sembra Pascoli; oppure, certi passaggi poetici del Lamberti mi rimandano al Pascoli che conosco. Un esempio, per esemplificare; e poi un altro esempio tolto da Ippolito Pindemonte e da una mia vecchia annotazione, sempre sulla stessa onda. «La vila nel silenzio xé sepolta, / E solo in stala el pulierin se sente, / Nidrir scorlando la criniera folta, / Che la vogia del fien rende impaziente; / Le zampe el sbate, e pur nessun l’ascolta, / Ma sbràgia el can credendo che sia zente, / E alora dal filò qualcun vien fora, / E quieta el can, e varda in cielo l’ora». E Pindemonte: «Cinge le mura intorno alta l’ortica, / E tra le vie della cornice infranta / L’arbusto fischia, e tremola la spica». È una ondeggiante e vibrante aria che vorrei dire pre-pascoliana (riferimento esclusivamente personale) è attiva in questo ambiente di raffinata ricchezza e di sottili continue lacerazioni; con l’alimento frequente degli arrivi o dei transiti dei personaggi illustri dell’Europa intera; e intorno, l’azzurro tenebrore della laguna, sfiorata dal riflesso di una luce che pare lontana e scivola sulle acque come sbandata e intanto sembra accompagnare quietamente a un lentissimo disfacimento di vita (una tale suggestione ben calcolata, fuoriesce secondo me dal quadro di Francesco Guardi Andata del Bucintoro a San Nicolò, che è una grande stupenda fotografia a colori per rendere la suggestione del momento e dell’epoca.

I due salotti “imperiali” delle due Isabelle, la Marin («la finezza greca, la passione italiana, la grazia francese dell’Isabella» giudicava il lucidissimo Mascheroni) e la Teotochi Albrizzi («la saggia Isabella» con pieno affetto d’amore detto da Ippolito Pindemonte), sono il faro di cultura non esagitata ma selettiva e del buon gusto raffinato (e maturato dalle continue informazioni e discussioni) della città di Venezia in quegli anni. Lì in mezzo c’è anche Goldoni, troppo indaffarato nelle sue vertiginose scritture, per poter partecipare con ironia e senza ambasce, e con attenta curiosità, alla poesia; sicché vari suoi giudizi nel merito sono rapidamente strampalati (di Bernardino Perfetti, arcade con il nome di Elauro Eroteo, disse (scrisse) che era un redivivo Petrarca, un Milton, un Pindaro, un Rousseau). Ma le esagerazioni erano un dato normale, un elemento caratteristico dei rapporti tradizionali; se il Savioli fu paragonato a Ovidio, a Saffo, ad Anacreonte; il Frugoni a Pindaro, il Cerretti a Tibullo, il Fantoni a Orazio, Angelo Mazza ai voli di Pindaro e all’energia di Dante…). In questa società che sembra ignorare davvero i poveri, e che i poveri (i miseri) si illudono di poterla scalfire irridendola attraverso la satira o una dettagliata ironia, Giovanni Pindemonte risalta come personaggio terragno e come poeta che lascia ad altri lezio e vezzi. Intanto è l’unico di questi poeti ad «accorgersi con passione e ad interessarsi con emozione ai fatti di Napoli del ’99»; il suo poema con nomi e cognomi esaltati sembra, ed è, un formulario medioevale quasi da recitarsi in chiesa, da cantarsi a più voci su musica del Palestrina. Il fratello Ippolito, nato due anni dopo, gli sopravvive per sedici anni, certamente ricompensato, in confronto a Giovanni, da un vivere più rassicurato (rasserenato) dentro l’amata natura. E così, con quell’estrema e, direi, estenuante dolcezza (senza traumi di viaggi, di mari o altre imprese) ha pure tradotto la celebrata Odissea. (La maga Circe come una Filli o una Nerina e il gran guerriero e navigatore, coperto di sale, ma con la parrucca a boccoli, sia pure bagnata dai flutti, in testa. Giovanni invece, che ha avuto meno letteraria fortuna (mentre intorno a Ippolito ha rovesciato una montagna di scritti); Giovanni, dico, era litigioso, come Carlo Gozzi, se non sbaglio; di un umore facile ad esaltarsi e a eccitarsi; a inveire, per poi rammaricarsi (basterebbe, esemplarmente, la scenata in piazza San Marco contro un rivale in amore, ricordata dal Biadego, che gli costò perfino l’arresto). E quel suo partecipare alla Cisalpina, ed essere a Parigi nei giorni in cui fu arrestato un artista grande come Cenacchi, che fu poi subito dopo impiccato. Giovanni scrive e riscrive ma ci sono poche Dorine nelle sue carte (le donne in carne e ossa le invita a letto) ma mette la poesia, o, meglio, la scrittura poetica al servizio del suo emozionante ansimare forte e poetico; un poco imprevedibile ma sempre sollecitato dagli eventi di giorni eccitantissimi implacabili devastanti. E per tali li registra con mano ferma e sicura. Giovanni non guarda la luna, ma non si tira indietro sulla terra. È donnaiolo, infedele, non scrive sermoni lusinghevoli; non sembra (e non è) mai quieto; fino all’ultimo tira l’aria fra i denti masticando le cose. È fra i pochi, lì attestato, che con una cannuccia succhia l’anima dell’Arcadia per poi risputarla fuori. Le ombre napoletane non sono da poco; e magari per attrarre sono da leggere con cauta lentezza; ma legano il Veneto alla Campania (superando il lustro dei palazzi superagghindati) e sono coinvolgenti alle cose fatte, patite dagli uomini e le donne grandi napoletane, esemplari di una generazione che ha spaccato, con il calcio dei fucili, le vetrate dei palazzi solo addobbati per i balli serali. Ippolito invece, rabbrividendo di tante piccole scintille d’amore, convive con la malinconia e la morbida esaltazione dei sentimenti che gli riempie il tempo e i pensieri. La campagna, la solitudine della campagna, è come per gli antichi filosofi (che sembra quasi non avessero corpo) non un rifugio ma il tempio dei pensieri, il luogo sacro dove raccogliere o aspettare i pensieri (la grande riflessione). È talvolta dolcissimo senza rassegnazione e tenero come un agnello, non condotto al macello ma che brucia lento e tranquillo, o almeno poco sospettoso, su un prato. La lettera di presentazione dei suoi versi, scritta dalla Marin e inviata all’altra Isabella, veramente calzante e appassionata, conferma che solo occhi, solo cuori femminili erano i destinatari sicuri e giusti di questa armoniosa (quasi liquida) profferta in versi.

Anche Napoli aveva una società di nobili e di ricchi aperta all’intelligente ricerca di cultura e di novità ma, come già detto, più voltata, o votata, ad esaminare e a discutere questioni scientifiche, economiche, legali. Società con la punta di colti nobilissimi cervelli, uomini che hanno lasciato un alto segno nella nostra cultura. Il Cortese, da cui ho già mietuto, ne dà uno spaccato molto interessante, trascrivendo una descrizione di Raffaele Liberatore: «Posta come a confine tra le spiagge di Margellina e di Posillipo, da una sua loggia sporgente nel mare tal vista aveasi, che poche altre nel mondo se le potean contrapporre (allude alla villa dei due fratelli Di Gennaro, Antonio duca di Belforte e Domenico duca di Cantalupo, l’uno poeta, l’altro economista, nella cui villa a Posillipo dal 1740 al 1799 si radunarono gli uomini colti della Napoli del Settecento). E da quelle pareti, come da vocal cortina, echeggiavano i concenti o studiati o improvvisati del facile Bertola, del robusto Rezzonico, dell’oraziano Fantoni, dell’anacreontico Zacchiroli; ai quali rispondevano con emulo valore i nostri Serio, Campolongo, Filomarino, Gargiulli, de Rosa, Mollo e Vincenzo Imperiali autore della Faoniade, e Saverio Mattei traduttore di David, e Francesco Saverio de Rogatis traduttore d’Anacreonte, e il cav. Gargallo traduttore d’Orazio, e lo stesso duca di Belforte ospite di dotti e poeti, poeta e dotto egli stesso. Ivi Alberto Fortis e Scipione Breislak col duca della Torre, col Vairo, col Poli, con Domenico Cirillo e Cotugno di cose naturali questionavano in un canto, mentre nell’altro favellavano di eloquenza e di lettere italiane quel Vincenzo Corazzà, che in esse erudiva l’erede del soglio, un Ranieri di Calzabigi, un Saverio Bettinelli, un abate Pellegrini, un P. Paciaudi ed altri molti che lungo sarebbe il mentovare. Ivi il cav. Planelli leggeva qualche brano ora del suo trattato dell’opera in musica ora del saggio sull’educazione de’ principi. Ivi compariva talvolta, grande e modesto, l’autore della Scienza della legislazione, e di legislazione, di storia, di pubblica economia spandevano fiume larghissimo Pietro Napoli Signorelli, Mario Pagano, Melchiorre Delfico, e il duca di Cantalupo Domenico de Gennaro. Né mancavano ad abbellire quelle geniali adunanze le colte dame di Napoli, quali una duchessa di Castelpagano, una principessa di Montemiletto, e quell’Anna Spinelli di Belmonte protettrice ed amica del Metastasio, che, un raggio della sua gloria su di lei riverberando, più generoso le si dimostrava che grato. Onorati consessi!». A lato di questa società illuminata, in una penombra mal controllata, sulla spalla di una plebe reietta e spesso gravemente affannata, e di pochi intellettuali destinati al martirio, la storia, come la talpa marxiana, scavava una galleria perché le cose cadessero a terra per poi rinnovarsi. Fuori dalla villa e dal consesso dei nobili non guerrieri ma ben parlanti, si colloca Ignazio Ciaia (tomo a ricordarlo), il poeta martire che ha cantato fuggendo o sfuggendo dall’Arcadia, il silenzio delle notti di luna non all’uso o al modo del Meli o del Pindemonte (Ippolito), ma di chi sente passare le ore che lo porteranno al capestro, guardando oltre le grate il cielo schiarirsi e rendere imminente il momento della morte. Dunque grandi luci e grandi ombre e tanto umano dolore. E poco fuori Napoli, selve da lupo e da briganti secondo tanti cronisti, come già detto, e viaggiatori impauriti.

A Milano sta Parini, colonna portante del nostro percorso. Poeta di una modernità sconcertante; con il salvifico muro di essere non facile; anzi, difficile da memorizzare. Lo vedo magro e teso, mai interamente rilassato; con l’orecchio intento ad ascoltare e lo sguardo frugante, irrimediabilmente, a raccattare dettagli, impressioni. È lui, in questo secolo, o diciamo, nella metà di questo secolo, ad essere uno dei tre cavalli bianchi nella mandria di tanti veloci galoppatori. Da Venezia, che comincia a configurarsi come la zattera della Medusa ormai in procinto di avviarsi in mare aperto, alla ordinata sobrietà e lucidità milanese, un ambiente benestante, dedito poeticamente agli amabili spassi (come esercizi di doveroso rigore sociale) dei sonettucci postprandiali sulla morte dei gatti. Anche a guardarlo il Balestrieri, sia che tenga in braccio il micio amato, sia che legga con il librone quasi sotto il naso, sembra subito un uomo dei vecchi tempi; un amabile trapassato. Il Tanzi, così segaligno e indaffarato, appare invece più vicino a noi; poco agghindato, con una cauta malizia caratteriale e una intelligenza sempre all’erta. Nei suoi sonetti per monacazione c’è una alternanza non retorica di umori che da buona testimonianza, credo, dell’interessante ambiguità di questo autore. In ogni modo credo di capire che i milanesi (a parte il Parini) rappresentano l’Arcadia senza dramma. È loro una poesia bonaria, riluttante ad ogni novità, svolta e perseguita con sobria ironia e bonario scetticismo all’interno, o dall’interno, di una società borghese, consolidata e confortata da rapporti di buon vicinato; tanto da potersi avvicinare, in un primo tempo, all’Arcadia bolognese (alla quale, però, è mancato un Parini). Ma a Bologna ci sono le donne, che fanno e partecipano, mentre gli arcadi non hanno i libroni delle leggi sotto il naso ma mescolano i foglietti della bella scrittura con i manoscritti e le relazioni e gli opuscoli degli studi di scienze. È vero che a Milano, poco per volta, come un silenzioso iceberg affiorante dalla bruma, il Panni comincia a incrinare increspare frangere quel mare, quel muro di bonaria soddisfazione, di bonaria solidità, di bonaria consuetudine. Intanto il sonetto arcinoto di Tanzi sulla monacazione, così poco sincero a mio parere, altotuonante sulla povera innocente monacanda, un turbine di ammonizioni e premonizioni apocalittiche, con l’odore della morte mescolato all’incenso, è poi contraddetto da un altro, dettato da una più autentica euforia, di musicale calore e di luce manovrata; quasi con il piacere davvero goduto d’avere trovato, una volta tanto, il bandolo per districarsi fra le reti di una produzione di serie («l’ordinaria cerimonia d’una Raccoltina di Rime»). A conferma si potrebbe vedere l’amabile e per nulla inquieto ritrattino da lui tracciato, in una lettera a un amico, datata per quella monacazione prima del 1754. «Questa gentil figlia canta, e suona, ed ha un cuore pieno di allegrezza, la quale le brilla di continuo sul candido viso…». Balestrieri, Tanzi, si rilassano ciascuno a suo modo sulla barca del tempo che passa, ma fuori, in realtà, da ogni vera tempesta di vita; immersi in un borbottare lucido sì, risentito sì, spesso bene impiegato e non con gli occhi chiusi, speso in una sala squisita e accogliente ma dove le serrande delle finestre sono abbassate. È poesia senza l’asprezza dei sussulti. Potrebbe mai esserci fra di loro (questi nomi e altri), e fra altri ancora, uno destinato al nodo e alla corda? Parini, torno a ripetere, è la punta aguzza di ghiaccio che ferisce al petto quella congrega di valentuomini senza drammi, indaffarata a travagliare per unire pratica e poesia, la pratica alla poesia, avendo il beneplacito di una nobiltà non disattenta né trasandata. Il Parini ha una grandezza impietosa. Non è facile amare Parini, leggendolo; ma arrivati al fondo lo si rilegge, è inevitabile; e resta dentro. È assorbente, con spietata lucidità. Ha una freddezza da stanza gelata d’inverno, non solo da ferro abbandonato sul marmo; una freddezza, direi, da fiato che si rafferma se alitato contro un vetro. Ma poi è anche virtuoso, talvolta grazioso o malizioso con eleganza (claudicando con il bastone, sembra a me, oggi, come l’avvocato Gianni Agnelli); talvolta è scaltro fino all’esasperazione, con tutti quei piccoli aghi che si porta addosso. Poi è sempre da tenere presente, come è stato anche autorevolmente indicato, il passaggio dal giovane Parini al vecchio Parini, dall’impazienza alla pazienza, dal “caratterino al carattere”. È un movimento senza soste di umori dentro a quell’esile corpo. E io direi che la poesia del Parini è la poesia del silenzio che stride. Immersa in piccoli veleni, è una interessantissima acuta offerta in una coppa d’oro. Parini è come ruminasse lentamente le parole nel silenzio delle sue notti senza voci, lontano da un sonno temuto. La quieta osservanza di un dovere, l’attenzione ad ogni chiaroscuro dei sentimenti, alle volte circondati da piccoli fuochi improvvisi; perché a me sembra che sia un insonne della poesia; che per inseguirla (o seguirla) non dorma mai. La veglia sotto una lucerna con gli occhi bene aperti. Così si conferma l’illibata acredine o l’acre illibatezza pariniana. Contro i nobili la sua non è opposizione di classe ma il fastidio secco della ragione; scrivendo, è come poco per volta li scancellasse. Li frequenta in tralice, con l’amaro in bocca, stringendo in mano un piccolo pugnale che non è di acciaio freddo ma è una penna, un calamo; non per occasione di morte ma per non dimenticarsi mai di dover ferire. Come promemoria per una legittima violenza di scrittura. In tale modo lo frequento e ascolto. La sua poesia, splendidamente calibrata, è come avesse incorporato un freno a mano, che la sapienza poetica pariniana stringe o allenta. La poesia del Parini è dunque, anch’essa, un periplo; un viaggio nel mare delle parole poetiche durato una vita; partendo dal porto dell’impazienza per toccare con drammatico approdo il porto della pazienza (che non è mai, in alcun modo, rassegnazione). Cioè, muovendo da una inquietudine ardita, forse anche da un disordine ardito, verso il passo deciso ma attento di chi, benché non più giovane, vuole continuare ad ascoltare tutte le voci, tutti gli atti che interessano. È grande, Parini, e diventa ogni giorno che passa sempre più moderno. Egli attraversa il secolo, il suo tempo, con quella tagliente ombrosità che non gli concede tenerezza ma solo sapiente disperazione, e uno sguardo, ripeto, implacabilmente lucido. È tale la sua grandezza senza crepe, che unico del suo secolo potrebbe essere tolto dalla luminosa casella in cui lo hanno collocato come unico ed essere deposto, nel luogo dovuto e senza meraviglia, in una casella eccellentissima di altra letteratura e d’altra lingua; per me, ad esempio, vicino a Lessing. E questa è la vitalità delle menti eccelse di quel tempo, che appartengono all’Europa intera, in un intreccio di problemi, rapporti, riflessioni, amarezze e speranze comuni. E in un periodo in cui l’Europa ancora non c’era.

Adesso infine a Roma. Roma, da cui, invece, secondo un ragionevole criterio, il tour avrebbe dovuto partire caricandosi di dati. A Roma, infatti, si è avviata l’Arcadia. Cristina, regina di Svezia, passando dal protestantesimo al cattolicesimo, lascia il trono, arriva a Roma e, in una splendida sede, apre sale e giardini per gli incontri delle maggiori personalità del tempo. La partecipazione di letterati e poeti, soprattutto locali, la lusinga e la fa decidere a fondare un’accademia per dare ordine continuato e sostanza agli scambi, ai discorsi, ai problemi, alle avventure del pensiero promossi e avviate durante questi incontri. Ma la regina muore nel 1689. Il proposito verrà portato a buon fine e poi condotto (insieme ad altri tredici “pastori”) da Gian Maria Crescimbeni (1663-1728), un canonico di buona lena e buona erudizione, che per circa quarant’anni, in mezzo a scontri e polemiche soprattutto con Gian Vincenzo Gravina (poi allontanato definitivamente) sulle teorie poetiche generali e sui modi di gestione, fu il custode di questa accademia detta dell’Arcadia e, infine, anche lo storico e il bibliografo. L’interesse per gli orientamenti generali e poetici dell’accademia si diffuse in breve tempo per l’Italia, tanto che si formarono oltre cento delle così dette “colonie” attive nell’avviare occasioni di letture, di confronti, di scambi epistolari, di incontri poetici; e nelle quali erano accolte anche molte poetesse. «Volendo il Crescimbeni registrare, nella sua Istoria della volgar poesia, da aggiungere agli antichi, anche i nomi di cinquanta poeti viventi (perché allora fiorivano a centinaia!), gli estrasse a sorte da un numero molto maggiore, alla presenza degli eruditissimi Vincenzo Leonio e abate Carlo Doni, che ne autenticarono l’estrazione colla loro soscrizione esistente nell’Archivio d’Arcadia».

Bistrattata, irrisa durante il secolo, poi, per gran parte, anche in seguito; su questo versante può restare indicativa la stroncatura netta del primo ottobre 1763, scritta da Giuseppe Baretti per la sua “Frusta”, recensendo le “Memorie Istoriche dell’adunanza degli Arcadi di M.G.M. custode generale d’Arcadia”, in Roma 1761: «Quegli amanti d’inutili notizie, che non sapendo come adoperar bene il tempo, lo impiegano ad imparare delle corbellerie, e che bramano di essere informati di quella celebratissima letteraria fanciullagine chiamata Arcadia, si facciano a leggere questo bel libro, che ne dà un ragguaglio distinto, distintissimo. Il suo celibe autore l’ha scritto con tutta quella snervatezza, e con quell’umile spirito d’adulazione che principalmente caratterizza gli Arcadi: e assai nomi rinomatissimi si trovano in esso libro registrati, la rinomanza de’ quali non è stata punto mai rinomata nel mondo». Oppure si può considerare nell’Ottocento, la recensione meno acida di Luigi Settembrini, un napoletano di ferro, studioso molto acuto e libero: «Oh, che cosa era l’Arcadia?… I raccontatori vi dicono che fu un’altra malattia delle menti italiane. Benissimo; e io voglio cercare la cagione di questa malattia». O nel nostro Novecento, Benedetto Croce che ha scritto essere il Settecento secolo senza grande poesia, anzi senza poesia, pieno di versificazione, pieno di cicalecci; secolo invece di scienze, teorici del pensiero, di filosofia. Croce però ha scritto che, sì, l’Arcadia era tutto ciò che scadeva nel brusco ma con il merito, il pregio, d’avere avviato una sorta di unità nazionale, sia pure affidata ai versi, alla scrittura poetica. In realtà l’Arcadia, all’inizio, è ancora risucchiata all’interno del Seicento o più indietro ancora, ma via via che il secolo si snoda, consuma i vecchi legami, si districa, si torce, ecco, acquista un ritmo di cose complessive e congregate che si sovrappongono a darle una qualche sostanza; e la seconda metà è già in un’orbita che l’allontana dal vecchio costellato di muri consueti. Rolli sembra disperso nelle praterie. Il secolo procede e restringe il suo corso dentro a un imbuto, al suono di molte trombe di guerra. Si potevano immaginare (e magari tollerare) al tempo del Crescimbeni (e del Gravina) poeti come Calvo, Giovanni Pindemonte, Fantoni, Serio, Ciaia, Pimentel, Tempio? Un autore splendido e irripetibile come De Liguori? O l’entusiasmo poetico, fecondo e fantastico dentro la scienza nuova, di Mascheroni?

Il Settecento vibra vibra progressivamente come se il terreno scuotesse e annunciasse un terremoto; e la poesia non è indenne da quello scuotimento che coinvolge (e sconvolge) le viscere del tempo. Venezia naufraga come il muro di Berlino. I cani abbaiano, i capelli si rizzano, c’è in giro odore di tempesta e di pianto. Altro che suoni! Si spengono anche le luci nelle stanze del solenne Metastasio. Fuori, portati dall’aria che si intorbita, si sentono i colpi secchi dei capestri che si tendono. Le voci dei padroni d’Italia si accavallano, spagnoli austriaci francesi; guerre guerre guerre, stravolgimenti ogni giorno. Si aderge l’Alfieri. È ancora la vera poesia che insegue la vita, o la precorre in qualche modo, con il coraggio di chi non si lascia rassegnare. (Tennyson: «Non posso riposarmi dal viaggio: voglio / bere la vita fino alla feccia»). Non c’è pace nella storia, e nella poesia che è dentro la storia. Nel gran mare della poesia del cicaleccio basta collocarsi in campo aperto (come esaminare una battaglia dall’alto), defilati dalla rispettiva severità delle biblioteche ben fomite, per imbattersi in tanti bravi soldati impolverati, feriti, stanchi da morire per la lunga lotta ma negletti abbandonati dimenticati dall’indifferenza ufficiale. Per esempio. Parma, in quel secolo e per molto tempo, l’Atene d’Italia; dove stavano comodi i poeti che amabilmente ubbidivano. Leggo da Girolamo Tiraboschi: «Un uomo, che unito al celebre Apostolo Zeno ebbe non piccola parte nella Riforma della drammatica poesia tanto in addietro corrotta dal reo gusto del secolo precedente, e che, benché inferiore al suo Collega, seppe non di meno meritarne l’amicizia e la stima, ha avuto ciò nonostante la triste sorte di rimaner quasi del tutto dimenticato, sicché nella stessa sua patria appena vi ha chi ne conservi memoria». Commenta Naborre Campanini: «…ma questo accordo di lasciare nell’oblio un autore chiarissimo né deve recar sorpresa, né scemare valore o togliere merito alle opere sue, sapendo come gli scrittori delle nostre storie letterarie, fatte poche illustri eccezioni e recenti, siano sempre stati piuttosto compilatori che critici, e abbiano sempre amato di copiarsi l’un l’altro, non pure nella narrazione generale delle vicende delle lettere italiane, ma altresì nei giudizi intorno ad opere ed a scrittori. Onde ne sono derivati sì gravi errori, che se ne potrebbe fare una storia, né piccola di volume né manchevole d’importanza…». «Ve una tradizione in Rubiera che per ordine della Corte di Vienna fosse rinchiuso in questo forte il Dottor Pietro Pariati Reggiano Poeta Cesareo, dove fu trattenuto per tre anni circa… È pur seppellito nella dimenticanza il motivo di sua carcerazione: e soltanto può rilevarsi di sicuro che fu perseguitato, a torto dice egli, dal primo Ministro del suo Sovrano. Trovansi raccolti in questo libretto, senza veruna riserva, i pezzi poetici che leggonsi al giorno d’oggi (10 aprile 1782) scritti di mano stessa del Pariati ne’ muri della seconda delle due prigioni denominate Cortesi, esistenti nel Forte di Rubiera… Conviene altresì riflettere che in addietro tali poesie erano in numero assai maggiore, ma in occasione del risarcimento di quelle carceri ne fu una parte coperta da calce bianca». «Quel traditor, che dalla riva amena / Sotto questa mi spinse acqua profonda…».

Alla fine del suo Ritorno in Patagonia Chatwin, che è stato la mia guida, scrive… e quella sera, seduto accanto al camino, conobbi don Antonio, un vecchio narratore indio. Don Antonio raccontò di Millalobo, una specie di tritone che era fuggito con una figlia del vicino e l’aveva condotta a vivere in un palazzo sul fondo della laguna. Raccontò di mostri marini: il Basilisco, il Thrauco, le Sirene e la Pincoya, una ninfa dalla chioma fulva che incitava i molluschi a moltiplicarsi (fino a qui, questa storia l’avrebbe ascoltata con orecchie intente e volto proteso, Carlo Gozzi). Con l’ultima luce, don Antonio mi indicò una roccia nera in fondo alla baia e disse che era il pontile del Traghettatore. «Una volta, disse, conobbi un uomo che rideva di questa storia. Noi lo mettemmo in guardia, ma lui andò laggiù e dalla roccia gridò: “Traghettatore! Traghettatore!”, ed il Traghettatore venne».

Il mio viaggio è finito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Dall’Arcadia al Parini
  • Editore: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato
  • Anno di pubblicazione: 2002
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