Con la vanga e il coltello. Una nota

La storia non muore mai, non può morire, e Vecchietti lo sa bene.

Neanche la sua storia di vita si è risecchita e svilita come un secco bastone, e anche questo Vecchietti lo sente. Se lo porta addosso, questo riferimento/sentimento/acre pensiero come un fardello, con pervicace, provocante e prorompente intensità e frequenza.

Questa storia privata, che è sua e che non l’abbandona mai, semmai si incontra (con qualche ferocia ironica che tende, tenderebbe, a non lasciare scampo) con la storia più generale, larga come un mare, che l’ha stretto fra le braccia mentre ribolliva intorno a lui e lo ha coinvolto e costretto, inesorabile. Questo sommovimento di due opposizioni, in parte contratto e in parte ferocemente esplicito, è il terreno fertile della scrittura poetica di Vecchietti. Tanto è vero (naturalmente, a mio parere) che egli può allungare la mano nel cassetto del cuore e della memoria senza neanche il bisogno (la necessità), senza neanche il bisogno di frugare a lungo, con il solo rapido moto di cinque dita, e afferrare fogli veri con testi veri scritti tanti anni addietro, i quali possono lasciarsi riprendere come fossero uccelli palpitanti, per un puntuale confronto e scontro con gli attuali accadimenti e stabilire sussurri e grida e rabbia d’invettive e qualche contratta splendida contemplazione. Voglio ripetere, insomma, che io sento e leggo questi testi come se si scuotessero vivi, fuoriuscendo dalla pagina e quasi avventandosi nel mondo; tali da frantumare serrandoli fra i denti e poi come se il testo li risputasse intrisi di sangue. Si conferma anche su queste pagine che la poesia non è mai indolore, non è mai tramite di lucida e tremebonda postura, ma che invece tende in ogni occasione, applicandosi, direi avvinghiandosi sulla schiena di ogni parola, a tingersi quasi sempre di rosso, a intridersi di fumi, ad accendere fuochi; talvolta, anche solo fiammella. Così che essa riesce sempre a sopravvivere ad ogni sconforto delle torbide giornate, a irrorare di benefica pioggia concettuale e sentimentale il cuore e la memoria di ciascuno che l’eserciti e l’ascolti, solo che non si scelga di sottrarsi al trauma costante della memoria e della pratica folgorante della vita attiva; accettandola come un faticoso ma lucido e straziante dovere.

Vecchietti contende con se stesso e con la propria storia, ma non pare né appagato né sazio di troppo dolore né stravolto e sperduto.

Egli si muove battendosi dentro all’irritante cavilloso e doloroso fluire del tempo. Cercando, con un impegno che è spesso anche impietoso (lucidamente impietoso) con se stesso, di non lasciarsi travolgere né frastornare; avendo acquisito la giusta convinzione che in tale lotta non si vince ma che, se non ci si arrende, neanche si muore. O almeno si può rilanciare la morte lontana. Lontana.

“Scrivo / come serve / con la vanga / e il coltello”, a pagina 43. E a pagina 88: “Poi c’è la mia casa nella sera / con le finestre rosse a fermare il sole”. Questi di Vecchietti sono testi contrapposti che mi sembrano graffiati contro i muri; e sono indicativi.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Poesie, di Silvio Vecchietti
  • Editore: L’orto (550 esemplari numerati)
  • Anno di pubblicazione: 2005
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