Conclusioni: Cantare stanca

I. Anche questo, come il volume precedente, è redatto con intelligente misura e con una malizia molto stimolante, in varie direzioni. Così dopo la lettura di entrambi si può arrivare a una prima conclusione (una volta per tutte: personale, soggettiva) che è la seguente: le risposte o le interviste dei cantanti/cantautori sono divertenti (spesse volte sono divertenti) ma non sono mai convincenti. Troppo arrischiate sul filo di una rapida insofferenza provinciale. Infatti colpiscono perché sono per lo più umorose, in filo diretto con una ingenua presunzione di fondo che riesce solo a intenerire e a far sorridere; colpiscono ma non convincono perché non riescono neanche per un momento ad allontanare – magari buttandoli in un angolo – i numerosi segnali messi in moto intorno a loro dai piccoli o grandi gestori dell’autentico corso del giuoco; segnali che finiscono per insinuarsi anche dentro alle confessioni autobiografiche. Queste mi sembrano dettate (sussurrate) in stanze quiete, a mezza bocca, con i ritratti di Marx e Goldoni e di un nonno materno disposti qua e là alle pareti. D’altra parte basta leggere con un po’ d’attenzione per accorgersi che si scivola nell’ovvietà (una ovvietà abbastanza disarmante) quando il discorso tende a farsi concreto e argomentante. Quasi tutti dicono: la canzone è una canzone e va trattata come tale. Proprio come una semplice canzone. E voi non ci sfrugugliate addosso con le vostre astruserie, non rompeteci le scatole. Voi avete false storie da raccontare. State attenti a noi: cantare è cantare.

Io dico che andrebbe anche bene tutto ciò, se fosse argomentato all’interno di scelte esplicite e professionali. Ma mi capita di leggere due interventi di De Gregori, ad esempio, a distanza di poche pagine. Prima risposta: Bisogna un po’ ridimensionare la musica, i dischi, la vendita dei dischi; la gente sente la musica perché non ha niente altro da fare. Seconda risposta: Io sono convinto che le canzonette sono un fatto di costume importante, che condizionano certi modi di pensare dei giovani, quindi bisogna parlarne molto, e con serietà, non snobbando eccetera. Ad esempio, leggo anche la risposta di Dalla, poco dopo, alla domanda: Ma tu cosa hai voluto dire con questo disco? «Assolutamente nulla». E sempre nel medesimo contesto Dalla definisce ancora una volta, con rabbia non sopita, orribile il volumetto pubblicato dall’editore Savelli, per la ragione (io credo, dato che non c’è altra ragione) che non primeggia il personaggio (secondo la norma) ma forse per la prima volta sull’argomento si è voluto proporre una indagine semiologica; molto attenta, molto interessata, ma critica secondo schemi specifici di indagine. Forse dimentica, questo cantante molto bravo, intelligente e amabile, che per tre o quattro anni ha cantato proprio sul convincimento culturale che la canzone è comunicazione. Una comunicazione.

Perciò mi chiedo come possa responsabilmente rispondere, senza alcuna ironia, che questa volta non ha voluto dire assolutamente nulla. Gli rispondo io, da questo contesto: che invece ha voluto semplicemente essere lasciato in pace a cantare il niente (come lui dice). Sono scelte industriali, non sono scelte culturali.

Come si vede, questi brevi appunti preliminari vogliono portare avanti il rammarico che nonostante l’impegno profuso non sia rimasto in atto alcuno dei propositi dibattuti (con partecipazione convinta delle idee) negli anni appena trascorsi. È un requiem? È una constatazione. Ed è un problema aperto per una cultura nuova e per uomini nuovi. I bravissimi che agiscono al presente è forse inevitabile che si trascinino dietro le vecchie pietre, con una fatica che è anche pena rabbia rancore; e che urlino di essere lasciati in pace, come dicevo, a cantare le loro canzoni. Ma non solo chi canta è carico di ghiaia. Anche noi che sediamo e ascoltiamo. Eppure chi, come me ad esempio, cerca di capire e sentire la canzone nella sua struttura di segni e segnali specifici, credo che sia autorizzato a procedere e a scandagliare a suo modo; elaborando con scrupolo il discorso e chiedendo d’essere contraddetto ma dall’interno della ricerca. Contraddetto ma prima ascoltato. Quindi, per riproporre tre o quattro idee che non intendo ancora cambiare (perché non c’è stata occasione e non c’è ancora motivo) ripeterò quanto ho detto in altre sedi per cercare di esprimere un personale punto di vista.

 

II. Credo che ciascuno di noi cammini sempre dentro la storia; e che passo dietro passo si avvii verso la propria morte, come termine già stabilito. E così proceda, sia che ci vada con facilità; sia con rassegnazione; oppure contrastando come se la morte non fosse sua e si potesse (solo volendo) allontanare. Voglio dire che in questo modo ciascuno ha una sua speranza, che non è mai uguale alla speranza di un altro. Questa speranza è un sentimento delle idee e del cuore, che appartiene ugualmente al guerriero Orlando nel giorno di Roncisvalle o a Mauthausen, reduce della Cuneense, il povero folle di guerra di cui parla Nuto Revelli in uno dei suoi quattro libri stupendi e tremendi.

E allora la canzone d’autore? cosa c’entra con questa premessa? Io dico che c’entra, dico così: la canzone è dentro fino al collo a questo mare della storia e voglia o non voglia deve starci dentro. È dentro, cioè, ai fatti che accadono, alle contraddizioni, alle miserie morali che si inseguono e fanno scintille. La canzone va, come l’autore uomo o donna, dove va la storia. La canzone sarà dunque la canzone che noi vorremo o tollereremo che sia. Se avremo qualche idea al proposito e saremo decisi a sciogliere i primi o gli ultimi dubbi sopravvenienti; se saremo tanto bravi da reagire alle bizze, alle approssimazioni, alle promesse e alle istigazioni di tutti i detentori di un qualche potere ufficiale (quelli che sembrano colombe o falchi e sono topi); allora è sperabile che la canzone possa suonare alla porta giusta, riempiendosi di segni e di segnali nuovi, per comunicare che è cominciato l’anno duemila. Perché non credo che la canzone d’autore oggi debba essere una canzone «direttamente» politica – come noi la conosciamo; in quanto una canzone come Contessa, ad esempio, a mio parere non potrebbe più essere scritta (strutturalmente, intendo) né trovare agganci o riferimenti immediati; mentre funzionava allora (dieci anni fa) in quel modo allargato e tatticamente coinvolgente che conosciamo e che continua oramai nell’uso. Oggi i termini del dibattito generale sono saltati non per una crisi ma perché bruciati e travolti nella trasmigrazione (direi, nella trasgressione) di tutti i problemi e di tutti i rapporti in atto. Quindi è urgente buttarsi a cercare i nuovi rapporti e le strutture diverse che con una lentezza faticosa ed estenuante si stanno formando. Ho detto formando; non ho detto ricostituendo. Perché tutto è stravolto rispetto al passato anche prossimo e le cose sapute da sempre non servono più. Neanche in piccola parte. Tantomeno serve in questa occasione l’esperienza degli stupidi vecchi (fra i quali mi metto). Allora vorrei dire subito che è da curare quasi fosse una piaga e da ribattere (potendo) la disperazione, la nostra disperazione, da rifiutare come metro di giudizio esistenziale sulle cose e sugli uomini. Credo di potere ripetere anche in questa occasione che la disperazione è l’arma segreta, il vero strumento di lotta politica nelle mani del padrone. Se ci disperiamo, serviamo il desiderio selvaggio di chi ci vuole trovare inermi e disuniti. E lo aiutiamo a prosperare mentre noi ci consumiamo. (È appena il caso di avvertire, a questo proposito, che non essendo uno specialista né un addetto ai lavori sto scrivendo come so e posso; quindi con incertezze e approssimazione per i particolari e per la specificità degli interventi; ma con una attenzione non improvvisata per i problemi generali).

Senza rifarmi per un’ennesima citazione a Marx, ne vorrei togliere una breve (che è poi una straordinaria esortazione) da un saggio di Benjamin Péret: «il poeta, e non parlo qui dei ciarlatani di ogni risma, non è più poeta se non si oppone con un non-conformismo totale al mondo in cui vive». Ideologia a parte, l’autore di una canzone è sempre un partecipante diretto al blocco contro o all’adesione con l’ufficialità del sistema. Mi fanno sorridere ma soprattutto mi danno noia (per modo di dire, e come ho già detto) i teorizzatori della canzone come canzone soltanto; come suono e canto che non hanno altro mandato se non di essere suono e canto; se non di intrattenere divertendo e rasserenando; come un giuoco semplice (mentre sappiamo quanto sia complicato e carico di significati un giuoco). Invece la canzone – uno dei mezzi di comunicazione diretta più utilizzabile oggi in atto – comunque avviata, quindi inevitabilmente, è una comunicazione «politica», una comunicazione «ideologica». Tanto più lo è quando a più voci e da molte parti (interessate) questa sua inesauribile potenzialità di distribuzione non soltanto viene contestata ma noiosamente ricusata. Sarebbe certo più tranquillo, in un momento storico segnato da travolgenti contraddizioni, che ciascuno potesse essere lasciato a coltivare il proprio orticello canoro, senza altri intrusi. Invece i problemi continuano a sovrapporsi e sono tremendi, sono nuovi mentre sembrano vecchi; sembrano vecchi mentre sono nuovissimi e non hanno un respiro conosciuto. Sono problemi che non solo si possono ma si debbono anche cantare; piaccia o no alla corte itinerante della canzone. Perciò oggi la canzone d’autore serve la propria timidezza, la propria esiguità, la propria paura; contemporaneamente ascolta (così mi sembra) il soffio pieno di rabbia del nostro tempo ma ne è frastornata e non cerca di decifrarlo, è restia ad ascoltarlo, a ripeterlo esaltandolo. E a proseguire avanti. Lo ascolta come i marinai di Melville ascoltavano da miglia e miglia il soffio di Moby Dick che pascolava nel mare. Col desiderio di fuggire e di nascondersi lontano.

Viviamo in un’età che non ha pace; ma viviamo anche in un’età che prepara un futuro nuovo per il mondo. Quindi viviamo in un momento di rivoluzione totale nelle idee comuni, nella vita dell’uomo, nelle metodologie che fino a ieri servivano per affrontare il moto tremendo del tempo e del futuro. Dentro a questi atti e a questi fatti (frantumati e poi di nuovo in moto) anche la canzone non è più un cassetto (o un piatto) privato; non è più il respiro di un uomo solo, a meno che non si decida a chinare la schiena. La canzone dovrebbe servire ancora (e tanto più) a battersi, a contraddirsi, a vestirsi/svestirsi per provocare smuovere risvegliare. Oggi ha anche la necessità di affrontare l’incontro e lo scontro col tempo non più in presa diretta, immediatamente politica e quindi rassicurante. La sua voce deve essere astuta, più intelligente, sottile, mediata e ubiqua. Perché più ubiquo nella sostanza, più intelligente e sottile, più parcellizzato e astuto si è fatto il discorso di questi giorni, che ad ogni ora suona nuove campane e maschere grandiose od orribili sulla sua faccia. Molti argini sono saltati, città assediate hanno aperte le porte, si sono mescolati guerrieri, soldati, cavalli; la terra è tribolata ma è magnifica; la vita è in movimento.

Non credo proprio che ci possiamo pacificare né che possiamo abbassare il tiro in nessun campo. È abbastanza se la canzone riuscisse a sfogliare giorno per giorno il libro del nostro mondo e dei nostri veri sentimenti, badando a riscontrarli.

Gli antichi erano più quieti e tranquilli? Forse gli antichi erano più quieti e più tranquilli. Noi non potremo essere che inquieti e vivere sempre nel disordine di chi cerca ed è costretto a cercare? Sì, nel disordine/ordinato di chi cerca ed è costretto a cercare. Magari concluderanno altri. Noi dobbiamo badare a comunicare tutto questo in ogni maniera. Anche con la canzone; perché in questo momento è uno dei mezzi decisivi e corrosivi per comunicare. Porta a porta. Non mettendo un manoscritto nella bottiglia.

 

III. Dicono: «È invecchiato. Ha gli occhialini neri come nastro isolante dal mondo. Ha solo dei peli radi e secchi sul visino da vecchio e non la barba, una barba piena da uomo. Questa tournée europea (anno 1978) serve a Dylan per raccogliere una barca di soldi». Abbiamo letto queste frasi su un quotidiano poco dopo il concerto di Norimberga. E dopo il concerto di Parigi ecco le seguenti battute a caldo fra intervistatore e due ragazzi francesi. La prima: «Quanti anni avevi nel ’68?». Lui pensa un poco, e risponde: «Cinque». La seconda: «È stato grande. La sua musica è cambiata, adesso c’è tutto. Dylan è arrivato dove voleva arrivare».

Respinto come integrato, disprezzato per i suoi miliardi, ossequiato per il successo non convenzionale, adorato con il fuoco della più stravolta nostalgia dai coetanei che stanno invecchiando con lui, Dylan non è un «caso»; direi che è ancora un personaggio della cultura. Che cosa lo distingue, anche quando si torce e ritorce su se stesso? Questo: ogni canzone, ogni sua canzone è proposta come il rituale di una festa; dunque, come il progetto di un incontro di tante solitudini (o di tante storie individuali e di tante individuali tristezze) per riuscire a essere, anche per il tempo di una sola canzone, felici. E la felicità, questa felicità, consiste non solo nell’ascoltare e nel respirare insieme, ma nell’avere memoria e nell’inseguire la memoria insieme. Nel capire, nel cercare, nel ricordare. La canzone è una festa anche quando, come si dice, è impegnata. Per impegno non intendo l’impegno politico nel senso stretto e ristretto, visceralmente istintivo e nevrotico e perciò poco resistente, facilmente polverizzabile; intendo una partecipazione fisica di tutto il corpo; una partecipazione totale. Si può dire con altre parole che Dylan compie alcune operazioni decifrabili singolarmente e singolarmente integrabili: canta suona parla promuove. Si sente che canta ma si sente anche che suona. Il suono è fondo; sembra cavato fuori da qualcosa; come uno che scola l’acqua. Ed è accompagnato da una straordinaria delicatezza individuale. Questa delicatezza caratterizza ad esempio la progressione al nocciolo della canzone, al suo centro. Parte adagio, un poco slabbrato; con una indifferenza calcolata che sembra torpore. Questo, dico, all’avvio. Infatti all’inizio c’è sempre un momento di presa di contatto «fisico» con i suoni; un tentativo prima cauto e raffinato di entrarci dentro poi di districarsi; tutto sotto il segno di una tenera approssimazione ma anche in assoluto equilibrio, raggiunto con attento puntiglio (tanto che sembra quasi naturale) fra il suono e la parola. Fra parola e suono.

La voce è come un filo; sembra un soffio di vento polveroso che solleva un foglio di carta e gli dà vita nel volo. La voce insomma accorda tutto. Con sospensioni improvvise (frammenti di silenzio assoluto all’interno di una canzone) essa è la portatrice di un qualche mistero – con molta suggestione. Gli acuti, quasi grattati, sembrano lo sdipanarsi precipitoso di un filo e la continua ricerca di un qualche possibile ritmo quale appiglio alla tenerezza della memoria. Il suo è un modo articolato di pescare e di affondare contemporaneamente dentro al contenitore dei dati storico/biografici di ognuno dei suoi contemporanei. Non per niente il personaggio Dylan ha come suo riferimento il ’68 e la guerra del Vietnam, cioè il muro e l’orizzonte di una generazione. Così una canzone di Dylan si ascolta attraverso quattro artifizi: parola, musica, voce, memoria. E il vento di questa memoria è carico di tutti gli autunni e di tutte le occasioni. È una memoria che taglia ogni volta il panno della rassegnazione per riedificare instancabilmente anche se con approssimazione (inevitabile) la nostra storia.

C’è una componente di strazio dentro a tale contenitore; e lo strazio esiste anche quando il canto che torna a legarci è metafora della giovinezza perduta o è l’odore della polvere di una battaglia fra cavalieri e fanti appena consumata. A parte il fatto che nonostante i miliardi guadagnati, e l’irritante provocazione che può suscitare un anarchico con la maschera di un re Mida, bisogna riconoscere questo: una canzone di Dylan aiuta anche nell’opera di ricognizione continua che ognuno di noi deve compiere a livello personale e nella direzione della realtà circostante.

Perché io credo che la nostra necessità più urgente ed evidente sia quella di essere aiutati a riciclarci dentro al contesto sociale (mi riferisco una diversa misura di atti e gesti nonché alle scelte spicciole quotidiane) senza rischiare di essere definitivamente spappolati; anzi, con la speranza magari ancora una volta utopica di poterci durare dentro, per fare qualcosa. In questo senso la canzone è un arcobaleno di carta di riso steso da un albero all’altro a dare una luce straordinaria all’aria. Un arcobaleno di carta, luminoso, sul quale con inchiostro rosso (segno di rabbia) si può scrivere per avvertire che una vecchia lotta è finita e che una lotta nuova comincia. Si può scrivere questo, come un messaggio urgente e straordinario, anche sulla carta di riso (luminosa); prima che la zampata di vento la incrini e la stracci.

Un corrispettivo di Dylan in Italia non c’è. Sarà, come ha scritto Valesio, che in Usa c’è ricchezza e qua non c’è. Che in Usa c’è l’agio della ricchezza e l’arroganza, che è anche utile, della ragione e della cultura; ma i nostri cantautori non sono ancora riusciti a compiere quel salto metodologico che trasporta da una situazione subalterna e nevrotica (ma sempre all’interno di un sistema) a una situazione autonoma in riferimento alla lettura del mondo e alla convinzione sulle cose; nonché al modo di fare queste cose. Insomma, su come cantare, cosa cantare e a chi cantare. Basta scorrere le quattrocento pagine dei due presenti volumetti per annotare che, nel pissi pissi psichedelico delle varie enunciazioni e delle tante confessioni, non dico non si risponde ma nemmeno si sfiorano le tre semplici domande su esposte. A parte Mogol, come accennerò in seguito e Gaber. L’unico infatti che abbia una sua autonomia individuale e un rigore professionale caratterizzante anche nel senso della novità metodologica è Gaber. Il quale però non si muove fuori o contro le istituzioni culturali ufficiali ma dentro, con una irriverenza che direi rispettosa; cioè, con una convinzione «ironica» sulla loro durata e resistenza e contemporaneamente con una istintiva e «precisa» cattiveria nei riguardi di chi chiederebbe interventi più espliciti nella realtà. Quindi la canzone di Gaber è una canzone di convinzione e di coinvolgimento «persistente e discreto », non di anticipazione. Quello che contrassegna Gaber in assoluto è il rigore professionistico legato a una ferrea programmazione. Che essendo un riferimento culturale preciso ed evidente, nonché continuo, non ne limita ma anzi ne stimola la novità della ricerca e del lavoro. A riempire di problematicità originale il lavoro di Gaber c’è anche la chiarezza dei proponimenti e dei riferimenti «narrativi». Rifiutando l’ideologia come scelta esplicita, Gaber non rifiuta l’ideologia come insinuazione implicita; e questa scelta si attesta su un bovarismo maschilista piccolo borghese (di forte rilevanza sentimentale) in cui l’ironia ha il sopravvento sulla malinconia; tanto da far pensare e credere che le piccole cose di pessimo gusto, invece di lasciarle annerire e impolverare sui tavoli e sui comò, siano di volta in volta spiaccicate con rabbia per terra e così distrutte nelle periodiche e inevitabili zuffe coniugali. Siano oggetto non di trasmissioni sentimentali ma di trasgressioni esistenziali.

A parte ciò, a mio parere molti cantanti italiani, al giorno d’oggi, chiudono la loro epica «peregrina» e abbastanza sfuggente dentro al vano di una sola finestra fantastica. Un piccolo pertugio della fantasia. Sembra che siano soltanto affacciati, e di sguincio, sul mondo; mai partecipi o dentro. E che la loro inquietudine esistenziale tardi, per noia o per le piccole paure o pause culturali, a diventare linguaggio, a tradursi in irrequietudine comunicativa: cosa e come devo comunicare, e a chi? Nessuno ha voluto scegliere o cercare con chiarezza il suo pubblico (anche se cerca il pubblico e anche se ha pubblico); e la mancanza di identificazione rende ambiguo il messaggio (non necessariamente politico) che va stemperandosi in una scipitezza ossequiosa verso le necessità ufficiali (non voglio più dire: le norme ufficiali). All’epoca dei giullari, liberi inventivi e scatenati, si sostituisce ancora una volta quella dei monaci suonatori, che devono stare attenti alle regole e alle campane. Bennato, con i suoi trentacinquemila allo stadio di San Paolo a Napoli, è un fatto rilevante. E sono di rilievo gli oltre ventimila o sessantamila o trentamila (non so) presenti allo spettacolo abbinato De Gregori-Dalla allo stadio Flaminio. Ma è un rilievo per noi; in grande ritardo rispetto agli incontri musicali anglosassoni. La canzone è passata e passa dalla piazza, dal palazzetto dello sport allo stadio; si gonfia non di aria o di vento ma di orecchie che ascoltano e di nasi che fiutano attenti. Da lotta senza vergogna (com’era nei momenti alti degli anni sessanta) diventa spettacolo senza lotta; una rappresentazione di se stessa in mezzo a gente che non ha più volto ed è soltanto massa. Anzi, più che rappresentazione diventa una ripetizione di se stessa; la gente ha il volto cancellato perché anche il cantante rifiuta di farsi guardare. Così la canzone si offre, si esibisce all’asta non dopo aver scelto modo e luogo ma dopo essere stata scelta nel mazzo, mescolando le carte; e consuma un rito in cui la sua voce è imposta da altri, non si impone o decide di imporsi. Non più datata nella realtà e partecipe del suo moto, non più isolata e avanzata, non più cieca o spampanata, la canzone in questo momento e per scelta anomala è buttata fino al collo nel calderone delle cose perdute, delle vite perdute e delle idee perdute; per consumare la sua fine – solo apparente – con un ultimo suono. Si stempera nell’anonimato di un’operazione pretestuosa a cui si può conseguire, come sarebbe necessario in questo momento, intuizione, fantasia, coraggio, tenerezza giovane e straordinarie passioni. Tutto è appiattito, come il suo linguaggio che si spappola in fretta, appena è avviato. Solo possibile e temibile resta ancora, sia pure anch’esso sconclusionato, il rapporto di violenza fra spettatori e attori di questo circo in cui sono liberi anche i leoni.

Approssimativa, ripetitiva, nevrotica con piccole malizie, abbastanza presuntuosa nelle sue durezze e resistenze culturali, la canzone italiana è ferma in questi giorni su posizioni immobili, un poco vili – che sembrano solo deludenti – ma sono, nella sostanza, micidiali. Proprio mentre è in atto una richiesta eccezionale di comunicazione, si risponde ingorgando i canali con acqua stanca, ripetendo e riprendendo vecchie lagne. Come è richiesto da chi può e vuole.

Dylan, o fra noi Gaber, ci ricordano che non si può essere nuovi – e continuare ad agire – se non si sceglie di scendere al fondo di se stessi per trovare qualche traccia perduta e magari per specchiarsi anche soltanto come se, cantando, si dovesse cantare per l’ultima volta sulla terra. Anche se neppure da profani dimentichiamo che cantare stanca.

Invito, fra tante ovvietà e piccole schizofrenie che basta un suono a confondere, a leggere nel primo volume da pagina 60 a pagina 70 l’intervista con Mogol, fra i pochi che da tempo ha capito e ha detto quasi tutto. Fra i pochi che ha trasportato (non voglio dire trasformato) il professionismo in arte. Con risultati magistrali, anche nella continuità. Nel bene e nel male non è questione di alberi, dunque; è questione di uomini.

Ma ci vuole l’ironia (che è una cosa forte per le idee e uno stimolo igienico indispensabile per l’equilibrio culturale) non la malizia (che è troppo morbida fragile e facile a perdere le staffe). In questo mare di pagine, stese o riempite da persone che meritano ogni rispetto, io ho ascoltato il rumore di tante piccole furberie. Ma nessuna staffilata che lascia il segno. Sarà a causa di questo tempo, tanto approssimativo quanto arrogante.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Non sparate sul cantautore, di Claudio Bernieri
  • Editore: Mazzotta
  • Anno di pubblicazione: vol. 2, 1978
Letto 2985 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Marzo 2013 14:23