Lo sterminato vocio delle canzoni

Non solo sulla canzone e sul suo conseguente consumo ma anche sulla comunicazione in generale si leggono ovvietà tanto divulgate da sembrare ormai indiscutibili; mentre questi problemi mantengono aperte a mio parere le contraddizioni dentro alle quali c’è bisogno di inserirsi. Contraddizioni esplicite e politiche e contraddizioni d’analisi. Una di queste contraddizioni d’analisi credo sia la seguente che trascrivo togliendola dalla pagina 25 di C’era una volta una gatta. È Borgna che afferma: «la società affluente, però, dietro la scorza luccicante non nasconde altro che il vuoto». Ecco: dico che riferirsi a (o reperire) una fragilità strutturale in un sistema il quale, al contrario, esprime nei fatti e nel modo più continuativo e arrogante una sua esemplarità di salute (mentre ogni malattia e relativo dato sono manovrati) è una «leggerezza» persistente e negativa di una certa analisi della situazione economico-sociale; e che tale analisi, del tutto sconcludente, ha prodotto ritardi non indifferenti ed errori gravi di metodo e di prassi all’interno della sinistra militante. La fragilità è soltanto una utopia rabbiosa e impaziente ma che non ha alcuna verifica nella realtà; nessun’altra verifica che non sia tattica e in parte mistificata. La società affluente (che è, in altre parole, se non il potere in atto con tutta la conseguente violenza stabilizzante) anziché dei vuoti si gonfia e si sostiene su terribili pieni di organizzazione scientifica della violenza e della sua gestione. E questi pieni hanno ancora una immediata efficacia deterrente; sia in riferimento alla violenza che ormai può liberamente esprimersi – perché è ormai suddivisa, con la recente unità parlamentare intorno al governo – sia in riferimento alla capacità e facilità di corrompere, convincere, comperare, persuadere, acquistare. Capacità che può definirsi ancora una volta straordinaria ed efficiente.

Partire da premesse; comunque, da affermazioni così generiche e di un trionfalismo semplicistico e generalizzante, a me pare che porti a conclusioni politiche, dunque metodologiche, incongrue; in sostanza inutili perché astratte, non legate alla realtà dei fatti ma al contrario molto divergenti nei riguardi della utilità sulle cose occorrenti.

Ma che discorsi sono, potrebbe ribattere qualcuno a questo punto, se qui si deve parlare e si dovrebbe leggere di un cantante? Rispondo che il discorso lo credo pertinente e gli chiedo il permesso di proseguire.

Due riferimenti utili per completare un primo tassello argomentativo, sempre tolti dal volume citato, pagine 27, 30 e 31; un’affermazione è di Dessì, l’altra è di Borgna:

1. «Ecco, detto questo, viene già fuori quella che è la differenza principale tra i cantautori degli anni ’60 e quelli degli anni ’70. Quelli degli anni ’60, cantori di minoranza, “avanguardie” di orientamenti ancora sotterranei, in qualche modo “prefiguravano” e sicuramente anticipavano: i contemporanei, cantori di massa, in qualche modo “documentano” e sicuramente registrano».

2. Ma la differenza non è di poco conto. Prima di tutto perché anticipare e prefigurare sono cose più importanti di registrare e documentare».

Ci sarebbe anche una terza affermazione (di Dessì) a pagina 31, che mi piacerebbe riprendere con lo scopo di legare i vari discorsi in modo che procedano (o almeno si propongano di procedere) con qualche coerenza e correlazione. La frase è questa: «Su questo punto ho da aggiungere una sola cosa: che la canzone politica sia in crisi profonda, più che un sospetto, è ormai una certezza. Il nuovo, oggi, è forse annunciato dai suoni degli scetavajasse, dei triccabballacche, dei putipù di gruppi come ecc.».

Una canzone è diversa; o meglio, se vogliamo generalizzare: la canzone è diversa quando non solo cerca e scava dentro a una propria inquietudine ma si propone di cercare perché deve e si propone di scavare perché vuole occasioni diverse e strade diverse che siano, riguardo al metodo, opposte e non solo alternative. Opposte alla norma ufficiale e alla richiesta ufficiale (di massa) che non sono altro se non la ritualizzazione dei codici linguistici e l’aggregazione «articolata» dei codici ideologici. In altre parole: è la ricerca e la scelta responsabile di un modo di cantare «diverso» sapendo in concreto e con chiarezza che tutti gli spazi fruibili sono stati occupati e chiusi con ogni travestimento o con ogni possibile divieto. Sembrerebbe un giuoco destinato a una sconfitta scontata; invece è il solo atto politico (la verità della praxis) che sollecita, senza alternative divaganti, a rovesciare una situazione altrimenti calcificata; a conquistarsi un nuovo spazio con la pazienza concreta e con la fantasia politica, che è continuo coraggio sul nuovo ed è continuo scioglimento delle così dette verità negative, decrepite, ossessionanti. Coinvolgendo questo momento nella richiesta più generale e approfondita, e anche rigorosa, di una nuova libertà e di una nuova autonomia. L’alternativa «ufficiale» a questo stato di cose e a questo progetto d’azione non sarebbe che il silenzio, l’emarginazione coatta, la nevrosi, la droga; ed è ciò che propone il potere, buttando le sue reti e istituzionalizzando i nuovi ippodromi/reclusori dentro ai quali relegare per sempre i cavalli/pazzi. Non per un giorno, dunque; ma come in un campo di Marte. Ricordiamoci dello stravolgente e disperante (documentato) uso della psichiatria come momento di repressione politica; in ogni meandro del potere costituito, sia occidentale od orientale, all’Est e all’Ovest. E ricordiamoci come alla richiesta di una medicina sociale e socializzata il potere abbia risposto, in profondità, allestendo con la necessaria snervante lentezza una medicina «politica» che esegue ogni sorta di sopruso su mandato (ufficiale); e quindi concedendosi il diritto di dichiarare d’essersi adeguato a una pubblica richiesta e d’averla prontamente smaltita (magari stravolgendola).

Si può cavare una prima deduzione da articolarsi e da formularsi così: se come pare vero la canzone politica è in crisi questo non sta a confermare una crisi settoriale della comunicazione cantata dovuta a saturazione o a ritardi, ma al fatto incontestabile che è in crisi la politica in generale. Ma di questo parlerò più avanti. Adesso voglio precisare (in riferimento alla canzone diversa intesa come una ricerca metodologicamente opposta alla situazione di chiusura manovrata e ufficiale) che un elemento ulteriore di approfondimento e dato (può, e secondo me dovrebbe essere dato) dal rifiuto alla metafisica della mercificazione. Cosa intendo? Rifiutarsi a ideologizzare in un ritardante odio quasi teologico (senza contromisure pratiche se non l’appropriazione diretta o l’esproprio – che rappresenta soltanto un momento di passaggio nell’atto del consumo) un bisogno a cui ormai non ci si può sottrarre: la soddisfazione di un numero sempre maggiore di servizi e il consumo di prodotti che hanno connotato nella sostanza il nostro modo di vivere producendo, direi antropologicamente, dei sostanziali processi di adattamento. Delle vere modificazioni comportamentali. L’uso del prodotto accompagnato dalle cento flebili obiezioni o da quell’odio di cui ho parlato, non rappresenta se non uno degli aspetti di fondo, contraddittori e coinvolgenti, di questo momento storico, che è andato in crisi in quanto sono in crisi le immagini e le diagnosi che si avevano agli atti su di lui. Saltati questi nessi generali e rassicuranti – vale a dire facilmente identificabili – ed esprimendo questo cumulo di spinte contrarie e senza un volto apparente, sembra di non sapere più come usare le cose e come usare se stessi dentro a queste occasioni. Sentendosi scontornati.

Per proporsi un intervento nella prassi o almeno per cercare di identificare un metodo diverso che si opponga e non sia alternativo e che guidi e sostenga questo intervento, è necessaria una chiave di lettura della realtà che sia autonoma, non contraddittoria nei suoi sfilacciamenti (come la conosciamo), non ritardante o complicante nel senso dell’inutile minuzia. Una chiave di lettura della realtà che è in atto, condizionata dal potere/potere di questo momento, un potere che è stato agglomerato. Perché se non confluiscono nella pratica nuovi e sostanzialmente utili elementi, le conclusioni risulteranno parziali e non certo efficaci per scardinare, almeno in parte, le contraddizioni e le prevaricazioni in corso. Perciò l’affermazione che la canzone politica è in crisi, risulta in quel contesto (e certo può risultare in generale) solo una constatazione a cui non segue alcun necessario approfondimento. Affidarsi al neo-realismo dei putipù e dei triccabballacche gestiti da gruppi che hanno, nella migliore occasione, una manovrabilità controllata dal territorio e dai relativi «contributi», mi pare che riconduca il discorso (e il dibattito in merito) dentro schemi di grossolano romanticismo. Il popolare come difesa di una istituzione decimata e quindi il popolare con una finale destinazione museografica, è un fatto culturale ormai comprovato; il popolare come sollievo e sgravio della coscienza inquieta, come veicolo ormai standardizzato (e semmai di nuovo calafatato) di comunicazione diretta di un messaggio che dovrebbe essere «altro», in quanto di un’altra cultura attiva (quindi politico) mentre in realtà è solo alternativo, pretestuoso con malizia, memorialistico e sentimentale.

La canzone politica è anche violenza deterrente di una nuova fantasia politica, come ho detto; la quale e o dovrebbe essere invenzione straordinaria e tempestiva di un linguaggio mai cantato e di suoni mai uditi. Come ricominciare a cantare da capo. (Questo, per fare un cenno, è stato uno dei motivi che ha concluso il mio rapporto con Dalla. Avendo egli preferito proseguire, puntando sul labile giuoco di un grottesco affatto inventato, esemplificato e inconcludente ma adatto, forse, a una società genericamente indicata come pubblico e che si estenua aspettando e vuole illudersi ascoltando. Illudersi, certamente, non di vivere e di pensare ma illudersi di essere e di esserci. È molto poco, ho risposto, andandomene. Questa gente, senza alcun autoritarismo o paternalismo, chiede secondo me – perché non ha il «raggio di farlo e di uscire allo scoperto – chiede soltanto di ascoltare il suono dei passi di qualcuno che cammina. All’aperto e in avanti).

Io dico che la canzone è in crisi, in questa crisi profonda, perché sono saltati i nodi residui della disposizione politica della nostra società. Perché è in crisi lo schema organizzato e pubblico di questa società, nella sua globalità. Perché non è più possibile, in questo momento, collegarsi o identificare alcun nesso emergente che ancora sussista e che possa essere scelto come un supporto determinante, utilizzabile senza incrinature di usura. Non è in crisi la società (non lo è ancora), se si considera che questa è una crisi in atto da dieci e dieci anni e più e che periodicamente diventa frastornante con un qualche vento di rapida tempesta; ma che è una crisi sempre astutamente amministrata. È in crisi invece, come dicevo, la struttura di questa società in quanto è una società sotto mutazione di pelle; sono in crisi i nessi che legavano o trattenevano i vari elementi. Insomma, è in crisi la disposizione dei dadi. Per fare una esemplificazione, direi che questa società si potrebbe paragonare a una nave nella cui stiva il carico male imballato si sia spostato, perciò si sia inclinata su un fianco e adesso proceda a velocità ridotta per raggiungere un porto; il porto più vicino. Questa società nei suoi componenti – dirci nei suoi nuclei più attivi e battaglieri – è inquieta, quasi ferma; perché ha poca speranza sentendosi squilibrata e senza una spinta attiva. È quasi ferma, ho detto. Da oltre un anno, dopo il 20 giugno, il potere contestato ha proceduto con eccezionale tempestività a un progressivo ramazzamento per raggruppare tutto il politico (comunque indicato) in un unico centro, in una sola stanza. Perciò non è più in atto (in moto attivo e come necessaria controspinta politica) l’opposizione. In apparenza c’è un solo inno di cuore e la gestione unitaria di questo potere. La perdita di valore contrattuale da patte di una opposizione che si è istituzionalizzata, ha prodotto poco per volta un guasto nelle cose di cui cominciamo a valutare il peso e a subire le conseguenze – che diventeranno sempre più pesanti. Questo guasto è la modificazione della repressione. Intendo dire che la repressione non è più uniforme, connotata ibridamente nelle sue settanta maschere, identificabile d’acchito; ma si è travestita in modo abnorme; è diventata estemporanea, ubiqua; e sta già opprimendo come forza «ricostituente» e «necessaria» di un potere accentrato ma unitario e non più sostanzialmente contestato (se non dai così detti estremisti scatenati). Eppure mi pare che questa sostanziale modificazione della repressione sia stata colta dalla sinistra extraparlamentare solo nei suoi risvolti marginali; ma che non si sia voluto ancora mettere in discussione questo volume che è di fondo (senza astruserie polemiche) al fine di ideologizzarlo e inglobarlo come nuovo discorso politico su una nuova repressione; cioè come un nuovo metodo repressivo che consegue a una nuova struttura del potere effettivo. La repressione è da oggi diversa in ogni suo dettaglio in quanto è diverso e non prevedibile il potere oggi ricostituito – e sia pure su mandato; un potere che è contornato per scelta politica, questa volta e per la prima volta, dal PCI. Dunque un potere che non «conosce» più l’opposizione organizzata e che opera di conseguenza con una responsabilità collettiva. Un potere che può manomettere l’opposizione residua (quella più responsabile e persistente, dunque più pericolosa) trasferendola nel campo della pura delinquenza, della semplice criminalità; e può spazzarla via col silenzio o facendola gestire non dal braccio istituzionale della repressione «violenta» ma dal viscido tenerume della violenza «democratica», della giustizia proponente e disponente eccetera.

Per me il problema di fondo dei prossimi tempi diventerà questo: come organizzare e pensare tutto il nuovo possibile e indispensabile per capire il tempo? Contemporaneamente, come operare sul piano politico per opporsi alla codificazione definitiva di una violenza di Stato ermafrodita? Come riuscire a farlo? (Questo, per un altro cenno, è stato il secondo motivo che ha portato a concludere il rapporto con Dalla. Un rapporto sempre tenuto, molto amichevolmente, sul filo del rasoio. Calato dentro a questo momento di «orribile» novità politica, gli proponevo di cantare: «Autoblindo a Bologna / perché le vetrine son rotte». Poi: «Era un ragazzo venuto dal niente. / Ucciso per strada. / Colpito alla fronte». E ancora: «Così decido di ricominciare. / Cominciare una nuova partita. / Riprendere in mano le ore, tutte fra le mie dita. / Unire la rabbia al dolore. / Perché la vita non si può buttare. / Per camminare con gli altri. / Per non lasciarmi insabbiare». Ma la sabbia non è andata giù e ci siamo salutati).

Questo rapporto di incontro/scontro con un potere nuovo che produce una nuova repressione deve stare al centro di un’analisi approfondita, che è appena stata avviata ma che dovrebbe dare il risultato della scoperta di un metodo aggiornato su cui riorganizzare non il che fare ma il come fare le cose che si debbono fare nei prossimi anni. Una scoperta che non si limiti a una modificazione del metodo ma che ridisegni dal nuovo una mappa dei doveri tattici e che sia tecnologicamente e linguisticamente funzionante. In una parola, adeguata ai tempi. Perché difendere la libertà (la vera libertà, che è di tutti) richiede un impegno massacrante. La violenza di qualsiasi genere e sotto qualsiasi motivazione, opposta alla repressione ormai istituzionalizzata, non produce che impatti locali, aggrovigliati, caotici, facilmente controllabili e subito identificabili; soprattutto, senza prospettive di sviluppo. È una violenza dolorosa, ottocentesca, fortemente datata e non può essere considerata come il pane dei poveri. Dato che siamo ormai nel Duemila, si richiede almeno un controllo globale della situazione e dei mezzi di lotta. Per questo la nuova organizzazione dell’opposizione (una opposizione che sia «necessaria» e possa durare) dovrebbe basarsi a mio parere sulle novità individuate dopo una rilettura totale della situazione in atto; sulle conclusioni di un’analisi conseguente; per poi procedere all’allestimento delle azioni da compiere. Il sentimentalismo della storia dovrebbe essere evitato (rifiutato) così come ogni forma di moralismo ideologico, che è sempre inutile e arrogante; ingombrante. Mentre il giudizio morale (partecipazione alle cose dall’interno, divisione o suddivisione della fatica e dell’impegno) è ancora fondamentale nella ricognizione di questa realtà.

Quando Dessì si riferisce alla differenza fra i cantanti degli anni ’60 e i cantanti degli anni ’70 (la citazione l’ho riferita in precedenza) parte secondo me da un presupposto non corretto, in quanto non considera che nel frattempo è stata messa in atto una riduzione progressiva degli spazi operativi lasciati ancora disponibili per le avanguardie (in ogni campo) nel corso degli anni ’60; così che questi spazi hanno finito per scomparire, anch’essi ormai occupati e gestiti dal potere – o, per precisare, dall’industria del potere. (Per esempio: adesso, ognuno che beli può fare il suo dischetto nuovo). Come andavano le cose? L’avanguardia, che è stato il momento rabbrividente e straordinario della cultura e perciò di ogni progresso culturale del Novecento, almeno fino agli anni ’60 aveva avuto sempre o quasi sempre a disposizione uno spazio franco entro il quale operare anche se ignorata, irritata, continuamente molestata e irrisa. Era lo spazio delle terre incolte, che ancora non interessavano la fame del potere. Dunque uno spazio di parcheggio completamente emarginato (quasi una reclusione) dentro al quale l’artista era compresso e provocato, come ho detto, deliberatamente. Ma era anche una specie di lazzaretto nel quale né la cultura ufficiale né il mercato si arrischiavano o volevano entrare, aspettando con indifferenza le conclusioni finali – che per lo più coincidevano con l’autodistruzione o l’autocombustione dell’artista.

Con gli anni ’60, dall’uno al dieci, il mercato – che è il braccio economico del potere culturale – si è accorto o si è dovuto accorgere dell’economicità di un ricupero urgente dell’avanguardia dentro gli schemi d’uso, e l’ha inglobata in un boccone (come ho detto); tanto che un’autonomia decente non c’è più e anche quello spazio franco, riservato agli artisti vagabondi cioè fuori delle norme, è stato lottizzato. Da allora ogni probabile esponente viene schedato e cartellinato in fasce. Così anche i cantanti degli anni ’60 agivano (perché potevano ancora agire) all’interno di strutture parzialmente allentate o indifferenti, le quali concedevano un margine residuo alle sperimentazioni «disinteressate» ritenendole semplici smanie, perditempo, oppure ricerche cifrate destinate e intelligibili a pochi. In quel tempo il cantante, come ogni artista, poteva continuare ad apparire un personaggio «esemplare» nella sua indifferenza e nella sua ricerca di autonomia; nel suo rifiuto di aderire alle richieste di massa.

Negli anni ’70 io penso che non si dovrebbe parlare di registrazione come atto degradato, ma di registrazione come di una continua considerazione critica sulla realtà; in quanto le vicende intersecantisi sono diventate tanto urgenti, stimolanti, presenti, coinvolgenti che nessuno può più sfuggirle, neppure scegliendo il bosco. Quindi non credo che sia possibile stabilire il meglio o il peggio instaurando una equivoca scala di valori; o quelle contrapposizioni aleatorie che sono così comuni negli orpelli canonici dei nostri dibattiti culturali. Ciascun periodo ha avuto delle occasioni precise (e tremende); ciascun periodo chiede una partecipazione e una suddivisione degli impegni, e delle indagini, specifiche e non reversibili. Mentre è possibile, magari è necessario, o certamente sarà utile stabilire e valutare il grado di analisi sulla realtà che tutti questi cantanti hanno esercitato o esercitano.

Perché questo è il punto: la canzone è una comunicazione con un segno specifico (che è la voce che canta); è anche un mezzo straordinariamente efficace e diretto di distribuzione di messaggi: perciò non può esimersi (se non sottraendosi a se stessa e consegnandosi alla cenere) di interferire nella realtà, incorporandola e semmai risputandola – con una bava che lascia il segno. Questo atto si compie sotto qualsiasi maschera, anche nel testo di canto più sbracato e disimpegnato. Se si concorda con quanto ho detto, allora il metro di paragone è il seguente: in che periodo era più approfondita l’analisi sulla realtà? quando era più allargata e meglio distribuita «questa» comunicazione? Fra l’altro, nella prima metà degli anni ’60, c’era una situazione sostanzialmente ottimale per la coabitazione «necessaria» di una canzone di ricerca con la canzone politica; per Tenco e Della Mea, ad esempio; con legittimità. Adesso, dentro a una situazione stravolta, gli indici di riferimento sono saltati, non c’è più spazio per un tipo di ricerca e per un tipo di impegno come quelli sopraindicati. Che sono ormai storia. Oggi si può fare tutto di tutto, eppure sembra che ormai sia stato fatto ogni tentativo e che non si possa fare più niente, senza ripetersi. Invece, tanto per dire, è lì che cerca e aspetta il nuovo discorso antropologico, l’indagine cantata su questo straordinario territorio da disboscare; vergine, pericoloso e non conosciuto.

Credo che la capacità di analisi; non solo, ma la necessità di analisi sulla realtà sia più acuita oggi; credo che si vada proponendo, anche se gli esemplari sono per il momento unici o rari, un nuovo modo di cantare in Italia (per nuovo modo intendo: le ragioni e le domande che spingono a scrivere un testo, le susseguenti sollecitazioni per scrivere la musica, la conclusiva distribuzione della comunicazione col canto). Questo modo è legato, a mio parere, alla novità strutturale della società italiana, che sta pompando ed espungendo un mare magnum di contraddizioni che devono essere via via catalogate e ricapitolate; sia pure con una benefica e necessaria ripugnanza. Oggi la realtà non è solo diversa ma è completamente stravolta rispetto al passato anche prossimo; per questo il modo di criticare il mondo, il modo di fare la politica, anche il modo di raccontare le canzoni (un momento di eccezionale efficacia provocatoria e ideologica) debbono essere e stanno diventando diversi. C’è una trasmigrazione e una sostituzione di segni. (Questo, per riportarmi al mio discorso privato, è il terzo motivo dell’amichevole addio con Lucio Dalla. Affermavo la necessità, in un campo superficialmente squilibrato e approssimativo come appare dal di fuori quello della canzone, almeno fino ad alcuni anni fa, di proporsi come uno scopo l’organizzazione del lavoro: una programmazione lucida in riferimento ai fini partendo da una chiara consapevolezza degli scopi. Ho ottenuto poco e nulla, con scarso risultato. Si veda il 33 giri Automobili che non ho voluto sottoscrivere. È un tattico stravolgimento da parte dell’editore del filo rosso argomentante che almeno sottostava allo spettacolo II futuro dell’automobile).

Ma si può cercare di tirare qualche conclusione, a questo punto?

Se è vero, come credo, che si sta ricostruendo o costituendo, per la sollecitazione diretta dei fatti politici, un nuovo potere di gestione politica in Italia, non può essere contestato che questo nuovo (più articolato, omogeneo) sistema di potere ha come conseguenza modificato il sistema (la metodologia) della repressione che ogni potere deve e non può non gestire. Il sistema di repressione e il metodo canonico che il potere ha per sancire il proprio primato (in un modo che definirei perciò quasi ontologico) e per comporre o rifiutare le contraddizioni che provengono dalle zone dette estremistiche. L’analisi sul nuovo sistema di segni della nuova repressione è una prima necessità per addentrarsi all’interno di questa «struttura» e per capirne e capirne gli elementi di connotazione. Ne consegue che se la canzone è una comunicazione della realtà e sulla realtà, allora la crisi della canzone politica si deve collegare a questo stravolgimento della società italiana. La canzone accompagna nei suoi soprassalti traumatici il terribile sforzo di adattamento del potere/potere per tornare a sistemarsi inglobando le nuove acquisizioni. È un trauma da riferirsi alla mancanza di identificazioni immediate e di supporto degli schemi tradizionali.

L’avvicinarsi del Partito comunista alla gestione governativa del potere, oltre ad aprire seri problemi di misura e di tattica all’interno dello stesso partito (che non ha perduto la pratica di interrogarsi) ha intanto squilibrato lo schieramento politico che era in atto, svuotando l’opposizione di ogni riferimento legittimo e di ogni forza pragmatica; di ogni forza di partecipazione diretta a raccogliere e distribuire le richieste di base e a compiere non ritualisticamente ma politicamente l’operazione indispensabile alla sopravvivenza democratica (ma dell’autentica democrazia): l’aggregazione «politica» della dissidenza non formale. Il vuoto adesso è sgomentevole. È un vuoto politico che dovrà essere rioccupato come una terra incolta per non essere abbandonato all’avidità dei lottizzatori di professione. A meno che non torni per nostra ventura a essere rivisitato dalle vecchie bandiere.

Viviamo in momenti eccezionalmente intensi anche se difficili e squilibrati; nei quali ciascuno può (se lo vuole davvero) portare il contributo di uno sforzo di analisi e di una volontà di fare conseguente. Se si è d’accordo di considerare e di concludere: a) che la violenza, istituzionale e tecnologica, è tutta del potere ufficiale, quindi va ribattuta con un’altra invenzione pragmatica che riequilibri lo scontro; b) che la critica molte volte isterica non solo e non tanto nei riguardi del potere/potere ma più spesso dei partiti della sinistra storica non produce beneficio politico o tattico ma solo effetti di parcellazione alle volte addirittura schizoide; c) che l’identificazione quasi monotona del potere in un gigante di latta oppure bello fuori ma bruciato dentro è un errore (direi un falso), mentre occorre scontrarsi di continuo contro una maligna e strepitosa fantasia politica mai prevedibile; d) che in ogni atto o mozione polemica, per quanto motivata almeno in generale, non si deve prescindere dalla eccezionale vitalità politica e dal rigore umano del popolo che sostiene il Partito comunista.

Se perseguire le contraddizioni era, per gli operatori e i teorici della Bauhaus, la base dell’operare artistico, vorrei concludere in questa occasione notando che dovrebbe essere anche alla base dell’operare politico. Un’azione da perseguire con continuità e come una inevitabile necessità. Perseguire le contraddizioni non per comporle e successivamente acquietarsi; ma per superarle inseguendone altre e diverse che nel frattempo si sono imposte. Così via, con una inquietudine che è il sale della vita e che deve essere buttata nella voglia di partecipare e di scegliere invece di rintanarsi in sé e lì impolverarsi. Il fatto è, se ci riferiamo alla canzone, che negli anni ’60 le cose si dovevano fare perché si potevano fare; negli anni ’70 le cose restano da fare in quanto la sostanza della società è inquinata da una modificazione in corso che non tende esplicito alcun riferimento. Perciò ognuno crede di vivere in una nebbia. Certamente anche la canzone è dentro a questa necessità e a questo contrasto di elementi. Riuscirà a identificare nuovi segnali e a darsi conseguentemente nuovi segni secondo il grado di analisi che potrà avviare. (Che cosa cantare era, per fare il quarto riferimento privato, l’assillo, il problema di Dalla anche in questi ultimi tempi. Rispondevo: si possono cantare i valori della prossima rivolta delle idee contro la realtà della passata rivoluzione delle cose. In altre parole: la violenza delle cose ancora da fare contro la violenza di marmo della storia [il plasma dell’ideologia]. L’utopia dell’incertezza continua è mantenuta attiva; l’utopia del quotidiano incenerimento dei buoni propositi e della ricerca sociale di una nuova frontiera sempre più lontana. La soluzione parziale delle cose non è una soddisfazione ma rappresenta l’autentico dolore della vita. Accettare la logica di «questa» felicità, come è largita programmaticamente dal potere/potere, significa vendersi come servo e rassegnarsi a morire. Continuare invece a desiderare la vita che ci circonda come un bene di continuo perduto e trovato e con l’ironia delle nostre idee modificare le nostre invenzioni, i nostri sbagli e le vere speranze; anche questa è rivisitazione utopica che rinnova e rinforza. Come lasciare un margine spalancato al vento del dubbio o di un’ultima incertezza. Una canzone può fermarsi su questi argini e da lì spiccare il volo. Può anche fermarsi e guardare; o ascoltare. Basta volerlo; sapere di volerlo).

Dunque la canzone è filosofia (filosofia della storia? filosofia della praxis?) ma è anche festa, è tenerezza. La verità passa più spesso attraverso la cruna di un ago invece di imboccare con stivali di cuoio i saloni dell’Accademia. Non si dovrebbe fare confusione, ma è forse il caso in due parole di ripetere il seguente: non rende politica una canzone l’argomento politico ma l’ideologia che la sopraintende e che definisce il sistema di segni scelto, cioè il suo linguaggio. Si può notare così che la donna in quasi tutte queste canzoni politiche (così dette politiche) non è un soggetto liberato ma un oggetto accarezzato e lì guardato, osservato; nel migliore dei casi come il manico di un ombrello. E che l’amore resta un sentimento privato, da me a te; non il fuoco dentro a cui cuoce il mondo.

 

Una nota

Per fortuna di parere contrario a queste cose dette saranno gli homini tira-a-quattrini (datosi, come sostengono, che la canzone è un’industria) dei vari uffici discografici. Sono loro a prevedere adesso: Si tornerà a ballare sul mattone. Per fortuna non dirigono il mondo. Sono da lasciare alle loro piccole manie e alle improvvisazioni metaforiche.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Il futuro dell’automobile, dell’anidride solforosa e di altre cose, di Lucio Dalla
  • Editore: Savelli
  • Anno di pubblicazione: 1977
Letto 2816 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:06