Un lavoro

Quando nell’aprile del 1955 esce a Bologna il primo fascicolo della rivista “Officina”, Nehru è il premier indiano, Nasser è il primo ministro egiziano, Molotov è (ancora) ministro degli Esteri sovietico, Einaudi è il presidente di codesta repubblica. La nuova Giulietta dell’Alfa Romeo, al prezzo ridotto di lire 1.345.000 (circa 700 euro), cerca di raggiungere quel pubblico che “senza poter ambire alle grosse cilindrate non si accontenta più delle utilitarie” – segno quindi che si sta cercando di allargare l’area dei consumi voluttuari,così si diceva, sulla base dei primi sintomi di una promozione sociale in atto. Salk, in America, annuncia i risultati raggiunti nella lotta contro la poliomielite. Muore Einstein. Moglie figlia genero del generale Graziani, maresciallo dell’impero, da poco morto, litigano per l’eredità cospicua. Il Funeralino di De Sica inaugura il Festival di Cannes. Si preparano le elezioni in Sicilia per eleggere i deputati al Parlamento regionale (dal giugno 1951 così composto: 30 seggi DC; 30 seggi al blocco del popolo: PCI, PSI e altri gruppi; 11 seggi al MSI; 8 ai monarchici). Intanto si preparano in Italia le elezioni presidenziali e “Il Corriere della Sera” annuncia “Un siluro di Scelba alle candidature di Gronchi e Zoli”. Il 25 aprile “L’Unità” titola in prima pagina: “Celebrato solennemente in tutta Italia l’anniversario della Liberazione nazionale. Migliaia di partigiani sfilano a Genova”, però è raccolta e divulgata la notizia che a Prato i celerini hanno assaltato bastonato disperso il corteo dei partigiani a causa dei fazzoletti rossi al collo e delle bandiere al vento. A questo punto si può annotare il seguente: dai giornali e dai rotocalchi che ormai imperversavano, si ha conferma di un sentimento che è ancora in atto, vale a dire che la celebrazione del 25 aprile è legata ad avvenimenti ancor molto vicini, a cui tutti in quel tempo sono ancora legati e coinvolti; e che questo 25 aprile del ’55, per esempio, è una fune che lega in presa diretta uomini e cose alla Resistenza e li lega avendone ancora e ancora esprimendone con una violenza solo in parte placata lacerazioni, contrasti e ogni genere di utilissime provocazioni. La Resistenza è un atto e un fatto compiuto da poco, concluso da poco o addirittura non concluso, comunque è tutto dentro alle cose ai fatti alle persone come un momento irripetibile, soprattutto liberatorio, che non possiamo semplicemente classificare. Ma è da questo periodo, dall’incastro di questi anni contraddetti, che si comincia a sfaldare il grumo commemorativo che rendeva la data una scadenza non tranquilla ma certamente un momento rassicurante di “accensione” sentimentale relativa ai fatti politici accaduti. La aggregazione sociale (almeno di base) che trovò o scoprì il coagulo nella Resistenza era ancora un elemento di stimolo e di promozione; ma è da qui, intorno a questo periodo, che la data comincerà a slittare e a diventare una “celebrazione” di cose definitivamente accadute, quindi col suo rituale, col suo livellamento a una sobria oppure stanca retorica e con la contemporanea perdita o discarica di passione e di stimolo travolgente dei sentimenti – sia pure conquistando un consenso, in contemporanea, più generalizzato, più allargato ma più sbiadito. Cominciava a configurarsi una celebrazione legata alla memoria dei fatti accaduti, tenuti come esemplari e da cui si poteva dipanare una mitologia che finirà per allinearsi, di conseguenza e in ordine, agli altri monumenti nazionali, dai Mille a Caprera. Dentro a questo stacco, che risulta nella sostanza quale un mutamento di istituzioni culturali (è un momento che, per il particolare, sono accese le polemiche, i consensi e le diatribe sul neorealismo in letteratura, sul Metello pratoliniano eccetera) e che produce un sommovimento non del tutto esplicito le cui conseguenze e devastazioni si potranno valutare in pieno negli anni seguenti, si colloca la presenza di “Officina” prima, con poche altre annotazioni. Nella terza pagina de “Il Corriere della Sera” è riportata con rilievo una notizia da Londra: “Fra 25 anni l’uomo sarà nello spazio al di là dell’atmosfera terrestre […] Tale è il parere di Igor Sikorsky, celebre progettista americano di elicotteri […]” e così abbiamo la prima esplicita indicazione del gap fra conoscenza ufficiale e conoscenza reale delle possibilità e delle scadenze scientifiche. Dall’altra parte, in un ambito più ristretto e locale, notizie e inchieste coeve ci raccontano come nelle fabbriche tessili capitava di vedere il padrone (personaggio non mitico o astratto ma ufficiale, carne e ossa ancora frequentabile in quel modo) scendere nei capannoni e discutere in piedi, con gli operai e i tecnici, la scelta dei colori. A conferma diretta non di un socialismo in atto ma della perfidia mistificatoria di un paternalismo di ascendenza ottocentesca che permaneva per ignoranza delle cose e per inedia circa le necessità e le urgenze dello sviluppo e della ristrutturazione industriali. Però è vero (l’annotazione serve a stabilire i ruoli e le precise collocazioni) che nel ’55 la Fiat imposta la catena di montaggio delle 600 (la nuova auto popolare ma con la pretesa minima di una promozione in ordine alla prestazione e al comfort) come anticipazione di un miracolo economico (se vogliamo: del piccolo e breve miracolo neocapitalistico durato poche estati) che si sta preparando. Al contrario delle fabbriche sopracitate, che sono alla corda per arretratezza e per svogliatezza, la Fiat in movimento sta dando l’avvio, sollecitandolo con ogni mezzo, a quel flusso migratorio dal Sud verso il Nord (biblico, quale da un millennio non si registrava da noi) che trasformerà intere plaghe italiane, che rovescerà e ingorgherà le infrastrutture dei centri industriali del Nord, che cambierà la faccia cianotica del paese; e in un momento così stravolgente e caotico coglierà frantumato ma soprattutto sostanzialmente impreparato o comunque frastornato, il sindacato; al fondo assestato su una esplicita anche se tormentata acquiescenza al fenomeno in atto – che non veniva né gestito né tantomeno controllato. Questa corsa alla “frontiera” da un Sud contadino verso un Nord industriale (nei vari modi sopradescritti con approssimazione) non è neppure al margine controllata dalla sinistra; l’operazione avviene allo sbando, sfuggendo in ogni rivolo; nel segno di una gestione diretta, e di diretta violenza, del padronato vallettiano. Quando “Officina” col suo gruppetto comincia a muoversi intorno ad alcuni problemi sono trascorsi dieci anni dal 1945; “Il Politecnico” è chiuso da tempo, con varia dispersione dei suoi redattori-collaboratori; Vittorini, straordinario provocatore culturale, non è impegnato a una sostituzione ma “accudisce” abbastanza isolato e autonomo a I Gettoni, una collana di letteratura per Einaudi. Sembra che voglia stare un poco defilato, fuori da una mischia diretta come è quella che si svolge sulle pagine scoperte di una pubblicazione periodica. E Vittorini resta lontano anche da “Officina”; auditore certo dei problemi ma auditore mediato senza una responsabilità diretta, soprattutto senza una volontà di partecipazione. Aspettava,più generalmente; intanto gli bastava, magari con insoddisfazione, ciò che faceva in pratica. Eppure mentre “Officina” si va compiendo, con Leonetti incontravamo più Vittorini di Pasolini; né abbiamo neanche una volta incontrato Vittorini e Pasolini insieme. Questa “assenza” coglie due momenti culturali di allora che attraverso di loro, e potendolo fare, in “Officina” non si sono intersecati. Con più autorità di noi, e con una decisione nel trascegliere e proporre, Vittorini avrebbe potuto aggiungere altro peso alla tensione traslucida di Pasolini e anche al nostro lavoro meno eclatante; e lo dico nel senso di contribuire a ideologizzare un lavoro che a ogni fascicolo si svolgeva in qualche modo progredendo. Così da controllare e correggere anche, nel modo generale, il saggio sul Pascoli, che era con sorpresa lucido, anche nuovo ma che conteneva più Longhi e più Contini di quanto non ci fossero (non dico Marx) né Gramsci e neanche Gobetti. Tuttavia partendo da lì Pasolini tentava la sua operazione (la sua rivoluzione) che a me sembra non quella di stravolgere la letteratura nell’ideologia per sostituire questa a quella e poi sopprimere ma di ricaricare e ricuperare entro termini nuovi, non mistificati, la letteratura per compierla intera col mezzo dello stile; relegando o annegando la forma nell’utopia selvaggia dell’astrazione. Non continuo, e accenno appena ai vuoti politici,cioè alle svolte non dichiarate di “Officina” che è striata da questi dubbi vistosi. Alcune domande “tempestive” restavano private sia per la ingenuità dei proponenti sia per l’impaccio conseguente. Domande quali: chi parlerà, per chiarirlo una volta per tutte, del nostro vecchio fascismo dentro a cui siamo stati vissuti formati? Oggi che una forma diversa di questo fascismo si ripropone, modificata? Comunque era un fatto che la durezza inquieta di “Officina” (nonostante i suoi limiti non allora ma adesso abbastanza identificabili e il suo sforzo di acutezza molto specifico) si opponeva a distanza – per esempio – all’ottimismo de “Il Politecnico”, che nonostante tutto (cioè nonostante il gruppo eccellente che lo componeva e i suoi eccessi eccitanti di invenzioni estrapolazioni recuperi) era fragile proprio nella misura in cui voleva essere troppo pubblico, troppo aperto, troppo nuovo, troppo libero.

“Officina” distribuisce l’ultimo numero (nero anonimo ma non vile) nel maggio-giugno del 1959. Quando Adenauer, che comanda nella RTF, è a Washington da Eisenhower, presidente Usa, per confermare gli stretti rapporti fra le due nazioni, le due economie (perciò della Nato). Kruscev attacca in pubblici discorsi sia l’uno che l’altro, proprio per ribattere in pubblico e nella sostanza il peso di questa preponderante alleanza. A Roma, presso Segni al Viminale, Fassio, Costa e Lauro, i tre padroni del mare, si accordano contro le rivendicazioni dei marittimi. A Ravenna, nelle elezioni provinciali, l’alleanza anticomunista formata da democristiani, repubblicani, socialdemocratici e fascisti fallisce il suo obiettivo. In Sicilia i cristiano-sociali di Milazzo respingono l’antimarxismo come base di governo. Fellini dirige La dolce vita. Umberto Agnelli non ancora secondo padrone della Fiat e per intanto giovane principe ereditario sposa a Genova la figlia del re dei moto-scooters, Piaggio. I fatti in Ungheria dell’ottobre ’56, hanno sventrato e rinnovato uomini idee propositi nel campo comunista. Passeranno appena due anni e nell’aprile del 1961 Gagarin rientrerà dallo spazio dopo aver fatto in 90 minuti il giro della terra. Eppure il numero del 7 giugno 1959 del settimanale “L’Espresso” ha un editoriale in cui si legge: “In Italia è in corso da alcuni mesi una vera restaurazione. Un giorno dopo l’altro si liquida l’Italia del ’45 uscita distrutta dalla guerra ma capace d’un momento di meditazione e di quel coraggio proprio di chi attraversa momenti di alacrità spirituale. C’è stata la restaurazione politica. La restaurazione toponomastica è in corso in tutta Italia. La restaurazione continuerà e avrà molteplici aspetti”. Io aggiungo: restaurazione che diventerà strisciante, terribilmente ambigua e ubiqua quando la DC inventerà di alimentarsi (per prosperare ancora e durerà dieci anni) col sangue coi nervi con la polpa del PSI.

A completare il piccolo quadro dei fatti e degli oggetti memorabili, nonché delle idee e delle opere, occorre qualche altro dato, in questo caso bibliografico, per seguire l’arco di attività di “Officina” dal primo al fascicolo dodicesimo: Pasolini pubblica Ragazzi di vita nell’aprile del ’55, Le ceneri di Gramsci nel ’57, Una vita violenta nell’aprile del ’59. Fumo, fuoco e dispetto di Leonetti appare nei Gettoni einaudiani nel ’55. Poi: Dieci inverni di Fortini, da Feltrinelli nel ’57; Socialismo e verità di Roberto Guiducci, da Einaudi nel ’56; Diario in pubblico di Vittorini, da Bompiani nel 1957. E insieme a “Officina”, dentro al suo arco di tempo, le seguenti riviste più specifiche nell’intervento politico: “Opinione”, “Ragionamento”, “Classe e Stato”.

Opere notevoli, uomini eccellenti e severamente impegnati; riviste gestite autonomamente con un rigore il più responsabile. Una stagione culturale di buon lavoro, di un lavoro (non un impegno soltanto, dico cose fatte) su cui non ci si può perdere a fare giuochi ironici. Così come è capitato in fretta e per incidente voglio credere (il bla bla delle vecchiette) da parte di qualche protagonista. Quello ad ogni modo è già il passato; in quanto al futuro prossimo, mi pare proprio che a nessuno di noi conceda e possa concedere ancora un attimo di tregua.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Officina. Ristampa anastatica della serie completa (1955-1959)
  • Editore: Pendragon
  • Anno di pubblicazione: 2004
Letto 3238 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Marzo 2013 13:44