Addio Bologna bella…

Non era, nonostante tutto, prevedibile fino a qualche mese fa; è diventato improvvisamente e rapidamente prevedibile nelle ultime, anzi ultimissime settimane: voglio dire la conferma della crisi conclamata dei DS locali, i reduci di un grande partito e di grandi pensieri, ridotti a strisciare le ultime bandiere nella polvere e a ingaggiare da lontano un capitano che, come nel medioevo, deve cercare di mediare fra le varie fazioni che fingono di intendersi ma non riescono sul serio, dopo mesi e mesi, ad accordarsi, con severa convinzione; e volgono lo sguardo altrove.

Per il capitano ingaggiato, fra strepiti e suoni nel primo tentativo di stordire l’avversario, l’occasione è fruttuosa e benvenuta. Dopo la modesta manfrina, direi quasi irridente, di fingersi cincinnato e di ridursi nella stanzetta pirelliana, il capitano (di avventura) forse riteneva sulla base di dati obiettivi ma superficiali, e non prontamente verificati, di essere accolto quasi come un salvatore al vertice del DS, in apparente (anzi, in reale) situazione di stallo conflittuale. Così non è stato; a confermare ancora una volta la litigiosità che inquina questa parte politica, invischiata in una quantità di contraddizioni ormai quasi insanabili; talché, per venire all’argomento, il così detto “cinese” non ha trovalo via facile e vita facile, restando in attesa dell’auspicato approdo. Che non è venuto né era ormai prevedibile che si compisse a breve.

Bologna, e l’offerta inopinata, sono venute al momento giusto per consentirgli di approdare invece in un posto diverso e di prestigio, ove potersi nel corso di quattro anni riciclare e rimpolparsi di nuova fama, per un rinnovato balzo nazionale. Che poi l’idea di Bologna sia dovuta a Fassino (come ho letto da qualche parte), conferma l’astuto marchingegno per sbolognare (appunto) un concorrente dalle stanze dei bottoni centrali. Ma di Cofferati a Bologna, dopotutto e al seguito di queste vicende, poco mi importa. Lo sento estraneo e lontano, appesantito da questa aureola salvifica, carismatica (e anche un poco isterica) che ho sempre deprecato, comunque addobbata, dagli anni della giovinezza; che mi hanno insegnato a diffidare in politica dai salvatori della patria.

Con le mie fisime, certamente, non rovescerò il mondo o la situazione già delineata ed eccitata, nel senso più generico, degli umori. Ma mi duole come una ferita, da cittadino che ama la sua città e la vorrebbe sempre pronta leale e impegnata a torcere il bandolo della realtà fra le sue mani forti decise, vedere Bologna a sinistra trasformata in un teatro grondante retorica e, in realtà, e spero solo per il momento (ma un momento che si prolunga fin dalle ultime elezioni, con lo sconfortante e quasi bieco spettacolo legato alla candidatura della incolpevole Bartolini) incapace, dopo cinquant’anni di spettacolari esercizi, di dare un ordine, di tracciare un percorso, di far emergere un candidato, fra i tanti cittadini esemplari di questa città unica in Italia. Per tanti versi. In quanto, mentre tutti gli altri centri di potere politici nazionali e regionali sono istituzionali (Regione, Provincia, Prefettura, Polizia ecc.), il Comune è l’abbraccio diretto con tutti i cittadini; tanto è vero che, nel dialetto bolognese, il Comune, quel luogo lì, è al femminile. Come un potere materno, quasi di affettuosa costante tenerezza che soccorre e conquista. Questo Comune ci deve dunque appartenere, perché il Comune siamo noi. Non importa che chi lo presiede sia bianco, nero, giallo, verde; importa che venga da noi o a noi per libera scelta meditata; e convinta. Non come un coniglio estratto all’ultimo momento dal cappello di un qualche astuto prestigiatore. Per il Comune, non è tollerabile doversi inchinare alle alchimie di chi non è riuscito a cavare un ragno dal buco casalingo. Non c’è più storia e non c’è più alcuna verità, in questa vicenda che ci rende tutti un poco più vili, perché ci siamo confermati disarmati, anzi inermi fra le nostre mura. Ma vedo, e soprattutto leggo dalle dichiarazioni politiche dei DS, che questo sentimento non retorico ma dinamico di appartenenza è stato buttato nel fosso, come un vestito logoro e ripugnante, e che i generici furori per la globalizzazione hanno sconvolto tanti, lasciatisi risucchiare dal mito di una generica cittadinanza del mondo, foriera solo di guasti e ferite se non è sorretta dal con­trappeso di alcuni fondamentali valori conservati e difesi nel cuore di ciascuno. Altrimenti si è soltanto tragici vagabondi con incerto o infuriato destino, sorretti dal cupo respiro o dal cupo riverbero del denaro. Del denaro. Con la mente spenta o ingrigita. Non voterò, per questa ragione di profonda amarezza, e perché stanco dello sventolio improvvisato di bandiere mercenarie, in ogni senso e in ogni momento della società e della vita. Una comunità, se delega ad altri di pensare per lei e di dirigere per lei, è una comunità morta, o soporifera, senza più prestigio e senza più futuro. Il miracolante Cofferati venga pure a Bologna a rinvigorire le penne, ma non creda che tutti della parte oppositiva debbano cadere ai suoi piedi. Anche se è vero che la politica del PCI e poi del DS e poi di chissà chi, non ha lasciato in casa neppure una sedia a servizio dell’ospite. Il quale non avrà comunque problemi, perché troverà un’auto blu anche sotto Palazzo d’Accursio. Per cominciare a fargli conoscere la città di Dozza e Dossetti.

 

 

 Fischia il vento, n. 4, giugno 2003.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Fischia il vento
  • Anno di pubblicazione: n. 4, giugno 2003
Letto 2835 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 13:11
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