I cavalli attendono
Come è ben detto nel volume curato da Pierre Laguillaumie “La lezione del Maggio ’68 ci ha dunque invitati a braccare la repressione ovunque si trovi”. È allora vero, anche per me, che il problema più urgente da affrontare perché si possano porre in modo politicamente corretto e aggiornato le premesse per far continuare una lotta di fondo che valga a fare progredire non già in qualche modo ma con una progressione finalmente autentica il fronte della sinistra, è quello dell’allestimento in ogni dettaglio della gestione di canali autonomi, autogestiti, della comunicazione; di canali che siano con rigore alternativi, fuori dalle sgrinfie dei signorotti del saper-tutto domenicale e delle melliflue amebe del trionfalismo reclamistico-televisivo.
Affrontare questo problema come un problema di ordine pratico è, più che urgente, essenziale per il rilancio di una realistica condotta di lotta della sinistra, per un mutamento sostanziale degli strumenti e delle strutture dell’informazione di massa e non per i soliti vaniloqui granguignoleschi che approdano a nulla (o quasi) e sono una mescolanza, in conclusione, di apologhi marginali e senza sfoghi legittimi. Un problema così imponente così importante ne connota e apre una sfilza di altri che si presentano subito specifici, fra i quali il primo è quello di una riorganizzazione, vale a dire di una rimpostazione della (o di una) nuova tabella di segni; si richiederebbe insomma un riscontro di tutto il linguaggio attualmente in atto (cartellonistico, giornalistico, tivù, ludico, rotocalchesco) per preparare la messa in opera di un nuovo e diverso raggruppamento di segni che non funzionino più quali emittenti neri del potere, mistificando la verità e traducendo (o trasferendo) ogni notizia nell’ambito della più sconcia ambiguità ideologica o in quello della malizia programmata; ma che si dispongano immediatamente come il veicolo di una informazione alternativa al sistema. Ne consegue che un problema altrettanto urgente è quello di preparare e avviare (produrre) giornali “autonomi” al servizio di una informazione sul serio preparata e amministrata dalla base; e non più i soliti densi quotidiani politico-narrativi, vassoio per una insalata di opinioni insinuazioni falsificazioni divulgazioni interessate e opprimenti (deprimenti) da cui il medio-lettore è adesso alla fine incanaglito e rincoglionito; giornali, invece, che siano a misura della testa dell’uomo, dell’uomo che è gestore-utente della comunicazione; e a misura, aggiungerei, delle sue legittime curiosità e del suo bisogno. Magari, partendo subito dal punto di biforcazione più liso e retrivo ma tuttavia più incidente e meno contestato che è il quotidiano sportivo soprattutto qua da noi; poiché il quotidiano sportivo va inteso in una accezione piena e consapevole null’altro che come un quotidiano politico, anzi il quotidiano politico per eccellenza, gretto e altrettanto pericoloso nella sua apparente leggerezza sorniona, suscitatore di stimoli e di basse curiosità, strumento del potere. Per intanto, dunque, una gazzetta dell’oggi sportivo alternativa dovrebbe porsi come antagonista ai cinque fogli ufficiali e disporsi a battaglia sconvolgendo le carte e trasferendo il discorso sul campo aperto della battaglia ideologica per poi celebrare il proprio funerale a vittoria (si spera) consumata. Eppure, quanti ne hanno parlato, impostando un discorso politico e non la solita manfrina di sociologia della lettura che si ammanta di consuntivi come una marchesa di perle mentre la conclusione resta un sospiro (un bel sospiro) senza deduzione? Si legga nell’inchiesta di Enzo D’Arcangelo “Sport e società” (Alternativa n. 38, del 14 novem. ’71): “Di fronte a queste contraddizioni la sinistra parlamentare non fa un minimo discorso critico. I quotidiani di sinistra cercano di competere con i quotidiani sportivi sul piano tecnico: recentementel’Unità ha dedicato un inserto di 12 pagine al ciclismo professionistico e Paese-Sera 24 al prossimo campionato di calcio. Tutto perché il fenomeno è popolare e di massa!”. Eppure, chi ha mai messo le mani nel cestone delle cronache ludiche ebdomedarie, intessute per lo più con le trame di un pervicace dannunzianesimo vitalistico o, nei casi più ambiti, di un gaddismo istrionico e incrinato; oltre che, in forma più subdola, di tutte le insinuazioni e deviazioni patologiche-ieratiche-isteriche dell’ideologia imperante? Si è già detto: calcio come ideologia, ma intanto si deve aggiungere, precisando il dettato, calcio come reazione (proprio in questi giorni abbiamo un esempio, per connotarne i protagonisti, nell’intervista pro domo sua di alcuni divi della pedata e del calcagno, che sfrigolano il loro perbenismo da maggioranza silenziosa e da piccole trombe del sistema) e sport come reazione, quale è adesso connotato svolto amministrato dalle nostre parti e da altre parti ancora: selettivo-razziale, luogo d’incontro e d’esercitazione per alta acrobazia repressiva. (“Per i proletari, oltre il calcio, c’è solo la strada aperta del ciclismo e della boxe, ossia gli sports più faticosi e più soggetti a sfruttamento; il primo trova diffusione nelle regioni centrali dell’Italia dato che tutti i ragazzi delle campagne per andare a scuola fanno largo uso della bicicletta, il secondo è diffuso principalmente tra i sottoproletari del Sud e delle isole (specie in Sardegna) e tra i boscaioli del Veneto, Trentino ecc. Esclusi completamente i meno abbienti dalla pratica di sports come lo sci, il nuoto, la scherma, il tennis, il tiro, la ginnastica ecc.” D’Arcangelo, cit.).
Intanto. Ma appena si è detto del quotidiano sportivo come di un quotidiano politico (su questo problema cercherò di tornare in maniera più argomentata) è della ossessiva e generalizzante pressione della tivù con gli elfi e gli gnomi delle sue fiabe pubblicitarie; è della strarompente pubblicità della strada, verbale e iconografica al livello di una violenza ossessiva, che bisogna affrettarsi non tanto a parlare per constatazioni di sdegno iconoclasta ma per assumersi l’obbligo anche in questo caso di elaborare strumenti e dati alternativi; ripeto: autonomi e autogestiti. Se non si provvederà a organizzare e programmare un lavoro a breve e a lunga scadenza su questo e su questi problemi; se la sinistra anziché prendere atto dei movimenti e delle realizzazioni degli altri (magari mugugnando) non affronterà in maniera organica, insistendoci sopra, il problema degli strumenti audiovisivi e quello altrettanto “grosso” delle video-cassette; poi quello dei giornali (come ho accennato), quello dei libri libroni libretti, l’altro (ancora) della pubblicità in generale; ebbene, senza radunare e disporre, privilegiandoli, questi problemi temo che ogni altro discorso oscilli fra l’avventurismo senza venerdì o sabato di piccole frange e il coretto isterico connotato dall’incertezza di coloro che si guardano intorno presi soltanto da un grande smarrimento.
Con questa premessa semplice, con cui ho voluto mettere in luce in un rapido abbozzo l’urgenza di una dieta problematica volevo arrivare a dire, in un campo specifico, che ha molto ragione Gian Carlo Ferretti quando (nel fascicolo recente di Problemi n. 29-30) sostiene o riafferma, riprendendo e sviluppando tesi in precedenza enunciate (ad esempio neL’autocritica dell’intellettuale), che “ogni discorso settoriale, comunque, non può essere impostato che come astrazione determinata rispetto a quell’orizzonte più generale. Ogni compito di lotta specifica non può non essere concepito che nel quadro di quegli obiettivi più generali. E viceversa. Ogni lotta per la trasformazione di un ente o di un istituto, a livello nazionale, non può prescindere dal lavoro concreto, specifico, direttamente legato a una realtà anche circoscritta, che in quella stessa prospettiva si muova ecc.”. In altre parole, come anche ribadito nella premessa stesa da Schiavina e Russo alRendiconti n. 22-23 (scolastico), un costante rapporto di prassi-teoria-prassi dovrà sovraintendere ad ogni funzione operativa che sia esercitata finalmente nella direzione di un rinnovamento, dalle radici, della cultura; e nella quale l’intellettuale dovrà finalmente assumersi tutta intera la propria responsabilità. Ogni altro proposito o progetto di lavoro è destinato a esaurirsi nel limite e nel cerchio di fuoco di esperienze individuali facilmente controllabili, catalogabili e subito e nella sostanza inefficaci. Quale ad esempio, per rendere il dovuto omaggio autocritico alla tesi, quella del sottoscritto con un ciclostilato ecc., su cui è perfetta l’annotazione di Ferretti che, “il suo atteggiamento, in generale, non appare certo immune da contraddizioni e da equivoci chiuso com’è nell’ambito di una presa di coscienza in definitiva privata e condannato altresì – sul terreno pratico – a quella stessa impotenza che Roversi stesso aveva denunciato”.
Da questo saggio di Ferretti, che va letto intero, risalivo con la memoria, collegando analoghi problemi ad analoghe esigenze (o problemi molto simili a esigenze molto simili; esigenze di soluzione o di risoluzione, naturalmente), a quel denso inserto di carta giallina, apparso come supplemento nel fascicolo 5-6 della rivista Ragionamenti, del settembre 1956. Si intitolava “Proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana” ed è tutto da leggere, salvo necessarie modificazioni di prospettiva e con l’aggiunta di alcune altre e nuove divergenze sopraggiunte. Perché il richiamo si innesti nell’intreccio della problematica in discussione, esemplarmente, produrrò alcune estrapolazioni da intendersi quali sono:
1) “Se dal tumulto del dopoguerra, dove si è cercato con generosa e affannosa violenza di impadronirsi della cultura antifascista italiana e straniera, si è passati ad una più acuta opera di ricerca (che in taluni settori ha dato indiscutibili risultati) questa ha avuto come contropartita, con la ripresa delle parole d’ordine dell’anticosmopolitismo e del nazional-popolare, l’arresto del contatto critico con gli sviluppi della cultura nei paesi capitalisti, il silenzio sulla storia recente del movimento marxista internazionale, la superficialità della politica delle alleanze culturali. Detto altrimenti, al regime della guerra fredda e alla politica delle due ipotesi – pace e guerra – è corrisposta una direzione culturale che oscillava fra l’astratto ideologismo (o conservazione dei testi) e l’accettazione di strumenti di lavoro e di comunicazione, di rigorosa osservanza accademica e borghese. Un regime di doppia verità ecc.”.
2) “Il primo passo per iniziare la fine concreta degli “intellettuali” come categoria o ceto separato e privilegiato è proprio nell’esame delle condizioni nelle quali si svolge il loro lavoro; non o non solamente nell’ambito della società capitalistica ma nell’ambito di quella società socialista iniziale che è rappresentata dalle organizzazioni politiche, sindacali, dai loro centri studi, riviste, istituti di cultura. Gli uomini di cultura marxisti debbono impegnarsi a non disgiungere mai una discussione, una proposta, una ricerca su di un problema generale o particolare e specifico da quella sulle forme organizzative nelle quali quel pensiero dovrà svolgersi e comunicarsi. Non si superano le deficienze della cultura marxista italiana se per ogni indagine compiuta, ogni pensiero espresso, ogni ricerca realizzata non ci si domanda entro quale sistema organizzativo della cultura socialista quell’indagine, quel pensiero, quella ricerca debbano inserirsi, come funzioni e perché quella rivista, quell’istituto, quell’organo di stampa, quella casa editrice destinata a trasmetterli. La critica delle condizioni della cultura socialista è la condizione di una cultura socialista critica”.
3) “È proprio dal rapporto fra lo specialista con le masse – rapporto non romantico né gratificante, bensì semplicemente di informazione e di osservazione, di scambio e quindi di compartecipazione di esperienze e di conoscenze – che debbono nascere i temi e i contenuti particolari delle ricerche”.
Ho compiuto questo piccolo esercizio bibliografico, sia perché come ho detto questo richiamo (o rimando) si colloca all’interno di un discorso ancora oggi apertissimo, sia per ribadire una sovrana affermazione leninista che suona: non si tratta di scegliere una via (come era il caso alla fine degli anni ottanta o all’inizio degli anni novanta), ma di sapere quali passi pratici dobbiamo fare su una via già nota, e in che modo precisamente farli. In che modo precisamente farli. Aggiunge Lenin: si tratta del metodo e del piano di attività pratica. E questo per togliere l’aria disperante della (o di una) crisi ogni qual volta si ripresentano problemi che sembra portino la maschera stanca dell’iterazione, sempre inappagati nella loro volontà di soluzione.
Ecco il punto: circoscrivere i problemi fondamentali e cercare di risolverli con metodologie riverificate, costituendosi e organizzandosi in gruppi di lavoro e specificando limiti e modalità dell’impiego e dell’impegno. Ma tali problemi non potranno essere affrontati e risolti (nella loro possibilità di soluzione) se non ci si proporrà di risolverli dall’interno, cioè producendo le nuove situazioni autodirette e autogestite entro cui la prassi potrà svilupparsi in modo autonomo. Il problema dell’intellettuale in questi anni era, ma sta diventando sempre più il problema della sua collocazione di lotta organizzata all’interno di questi problemi, e della sua identificazione come architetto di rifugi atomici che riparino dall’inquinamento ideologico e dal bombardamento segnico a cui è soggetto, senza pezze d’appoggio, e senza altra speranza di salvarsi che in un rabbioso ricupero di coscienza critica e di consapevolezza culturale il consumatore medio (l’io, il tu, il lui) che adesso si muove indifferente, sprovveduto, perduto. Perché dovrebbe risultare chiaro che – al di fuori dei ludi verbali o gratulatori ma in definitiva assai poco consolatori sulla letteratura della reazione o della restaurazione – noi avremo e possederemo solo ciò che saremo stati capaci di conquistare o di raggiungere; di conquistare e di produrre; di raggiungere e di mantenere; e questo, cioè questo ciò, è la nuova organizzazione della comunicazione che si deve scegliere ed elaborare per tornare a saldarci con le masse. Questa saldatura tra popolo e intellettuali consiste nella ricerca e nell’attuazione dei canali alternativi della comunicazione. Ecco perché si può identificare come un fatto di notevole rilievo nella direzione sopraindicata l’apparizione di un quotidiano come IlManifesto, molto nuovo nella geografia cultural-politica italiana e in un certo modo dirompente nella sua esemplarità. Proprio “quel” quotidiano di pura informazione politica, senza la nera, i bene gli altri e le fotografie dall’Australia; strutturalmente nuovo nell’ipotesi di un lettore già diverso. È così che attraverso questo tipo di intervento diretto e di ricerca diretta si potrà instaurare un rapporto di saldatura fra intellettuali e masse senza situazioni privilegiate e senza creditori chirografi. In caso contrario, ancora una volta “questa mancata saldatura tra masse e intellettuali farà dell’Italia il paese delle sommosse, anziché il paese della rivoluzione; e lascerà oscillare le masse, pure così cariche di volontà di lotta, tra il riformismo e il massimalismo” (Del Carria, a pag. 185 del primo volume). Poiché il tempo segna a burrasca (in parte mentita e in parte reale), non vorremmo assistere alla periodica derattizzazione della stiva della sinistra al fumo delle solite crisette; e proprio perché in questa nota condensata ho cercato più volte l’appoggio di qualche rimando bibliografico, vorrei concludere – o avviarmi alla conclusione – con un riferimento alla pagina cinquantadue del libro di Dodds (Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia), a cui potrei rimandare chiunque si dispone a leggere con la rabbia di capire le cose “correnti” e da cui levo questa analogia che per me è folgorante nella sua linearità e apparente semplicità, come accade per le affermazioni che sono subito giuste (o esatte): “Anche Sophie Scholl ebbe un sogno (come Perpetua, aggiungo), mentre era chiusa in prigione l’ultima notte della sua vita: le sembrava di arrampicarsi per una montagna scoscesa, portando in braccio un bambino che doveva essere battezzato; alla fine ella cadde in un crepaccio, ma il bambino si salvò. La montagna con i suoi crepacci corrisponde alla scala pericolosa di Perpetua; il bambino non battezzato richiama Dinocrate, che mori non battezzato all’età di sette anni. Nei sogni di entrambe il bambino si salva, e i loro cuori materni ne traggono conforto; ma mentre Perpetua sogna un dio pastore e una vittoria simbolica nell’arena, Sophie Scholl è felice di vedersi cadere nell’abisso: la fede in un futuro miracoloso è più difficile nel ventesimo secolo di quanto non lo fosse nel terzo”. Addirittura impossibile. A noi semmai è assegnato di disfare il tempo e il futuro con le nostre mani, ricomponendolo dai suoi minuti frammenti; magari sempre cominciando da capo e magari poco per volta; ma sempre, come ci hanno insegnato e non dobbiamo mai dimenticare di essere, pazienti davanti alla verità. Dobbiamo evitare di lasciarci prendere, come in mostruose tele di ragno, dall’orgasmo di scadenze che sono dette sempre prossime mentre nella realtà vengono di continuo rimandate, in uno scambio di ambiguità perplessa, di improntitudine magari storicizzata. Ricordiamo (rassegnandoci) che non abbiamo neppure il tempo di scaricare i bagagli. Come dice il Goethe ricordato da Fortini nel suoUna volta per sempre: i cavalli attendono.
Giovane critica, n. 30, 1972.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Giovane critica
- Editore: Musolini
- Anno di pubblicazione: n. 30, 1972


