Bologna & Milano come Poggibonsi

«Out of the blue and into the black» (Neil Young)

 

La città è colorata? O più precisamente: questa città è ancora colorata? Oppure: questa città ha un qualche colore? Un tempo dicevano: la rossa turrita Bologna. Adesso è intanto senza più le torri – tranne quelle due da cartolina.

E il rosso?

Non parlo, si badi bene, del colore politico ma proprio (e soltanto) del colore delle pietre o della faccia dei suoi palazzini palazzoni. Dei suoi muri. Delle sue insegne, non del suo cielo. Delle sue vetrine. Anche del vestito, dei vestiti, del suo abito. Metto insieme tutto, in ordine al colore di questa città nella quale vivo e che mi sento addosso – e mi stringe addosso – in ogni momento.

Però, prima di fare il mio cenno sul tempo presente vorrei premettere due paroline, semplici, sulle cose e sul tempo di ieri, che a tanti sembrano sempre, dal di dentro della memoria, meritevoli di ogni elogio e di ogni rimpianto; se non altro perché rimandano al profumo delle ciambelle della nonna. Ecco, in riferimento alle cose e al tempo di ieri, non mi sembra che la città fosse più lieta o più splendida; più lustrata o più gioconda, in profondo, e dentro la gente, di quanto sia oggi. Certo: quante storie si sentono raccontare e quanti sospiri ammazza fiato si ascoltano da parte di coloro che vivono ben stretti alla vela della memoria per farsi portare il più lontano possibile dall’odiato presente. Ma nella realtà, invece – e non solo dai racconti della gente che ci abitava allora come popolo di formiche ma anche dalle fotografie che cominciano a uscire fuori dai cassetti privati senza essere ritoccate o ingentilite – la città si spremeva in una umidità abbastanza cupa e avvilente, che scivolava lungo i fianchi delle case, e anche dei palazzi, grattando via l’arenaria e mescolandola al fango.

 

Certamente Bologna non era e non poteva essere diversa dalle altre città italiane, grandi e piccole, sul mare in pianura e in montagna, che erano lì da secoli, esauste, mai progredendo in bellezza ma, al contrario, costrette a difenderla dall’aggressione della pioggia del vento della neve del sole della gente.

Dico, insomma, che anche adesso Bologna è com’è. Ed è come è perché non potrebbe più essere diversa. Sì, le mettono rammendi precisi sugli sbraghi del vestito; l’imbellettano un poco; la ripuliscono; le mettono sulla testa i cappelli bianchi dell’architetto giapponese. Ma stenta a cambiare; o non cambia. Non cambia da come è stata e da come è. Vale a dire: febbricitante, gaudente, un poco sapiente e un poco invadente; ghiotta e disperata: magnificata qualche volta e qualche volta scarmigliata. Ma, nella sostanza, grigia di colore, quasi incanutita avanti tempo. Di un grigiore friabile, piuttosto uniforme; con graffi di corrosione, come unghiate, specie negli angoli, dove si annida una umidità che le risucchia il colore. All’inizio del secolo (se non sbaglio) abbatterono la cerchia delle sue mura con la scusa sciocca e interessata che i venti di collina non potevano entrare a risciacquare la città nelle torride sere d’estate. Indi demolirono interi quartieri medievali del centro per allargare le vie. Buttarono giù torri e torrioni. Uno sfacello di pietrisco che ha lasciato la città drenata come un prosciutto da cui siano stati grattati via perfino i nervi intorno all’osso. E la sola novità urbanistica fu l’aggiunta lattiginosa dei palazzoni umbertini, tutti fregi e riboboli, tutti ferri battuti e ribattuti, che aggiunsero il grigio affumicato a un ambiente non certo esaltato dai colori.

Anche per quel momento credo che parlino le vecchie fotografie. Bologna infatti è città dagli spazi ristretti, dai luoghi ravvicinati e l’ombra delle case a sinistra di una strada dove piove addosso all’ombra delle case che stanno sulla destra, in un rimpallo che non aggiunge di certo fuoco della luce appiattita. Tanto è vero che la città, dicono, è da vedere al tramonto quando il sole sprizza fuori con forza le ultime faville come l’ultimo grumo di dentifricio da un tubetto ormai vuoto, e gratta le pietre tirandone fuori il poco rossore che resta. Una situazione di piccolo miracolo che dura un momento; e che non muta il quadro generale. Se è vero che per illuminarla un poco cavandola fuori dal buco notturno, almeno in via Ugo Bassi che è sdraiata sotto la torre lunga, in questi giorni hanno collocato delle lampade al quarzo che spandono un giallo morbido come una crema e rappresentano un guizzo di vitalità dopo anni di «sonno» elettrico. Eppure, se appena giri di sera nelle altre strade, e per esempio in via Castiglione che i patinati turistici magnificano come un miracolo del colore, entri in un buio trattenuto a braccia dal risvolto dei portici – entro cui resti ingobbito. Ma passiamo pure dentro al giorno pieno, per strade e vicoli, e guardiamo i muri e i manifesti in essi conficcati. Monotoni e tutti codificati dalla «norma» industriale; o sciatti, per lo più, a causa di fretta o di economia, se sono quelli delle cooperative e degli enti. O se sono politici. Così che di notte non vediamo (proprio non vediamo) e di giorno non possiamo scegliere, ecc. Perché il colore della città non consente di scegliere il modo di guardarla, dato che è uniforme e stinto: e produce nella sostanza un unico segnale collegato, insistente. In altre parole a me pare che la nobile città di Bologna, storicizzando se stessa, si disponga (avendo fatto una scelta) a un prossimo destino di città turistica e fieristica, mettendosi fin da ora al servizio del consumo dei prosciutti e dei cotechini e procurando di allestire una piccola Amburgo per intrattenere i partecipanti alle varie Fiere – che si gonfiano come otri. E intanto adesso, a ciascuno che passi per strada e abbia voglia e sentimento per alzare un poco lo sguardo, apparirà l’appiattimento del suo congegno di colori: e in certi casi anche il caos generato dalla perdita di una precisa identità di scelta. Basta guardare gli autobus, che prima erano tutti verdi, poi se ne aggiunsero mezzi rossi e mezzi gialli, poi altri arancioni e adesso sono verdi, gialli, rossi, arancioni.

Questa slabbratura insistente dentro alla città (in riferimento al belletto della sua faccia) non si può anche imputare, generalizzando e magari giustificandola, al fatto che oggi è certamente in corso uno stravolgimento che cambia non solo Bologna ma tutte le città, uniformandole secondo schemi prestabiliti? E al fatto che le strade ormai sono per tutti (o quasi tutti) un canale di passaggio e non di passeggio; e che chi ci passa guarda ma non osserva? Bologna è ormai standardizzata e sembra sempre più simile a Poggibonsi o a Parma o a Modena o a Milano. Le quali onorevoli città sembrano sempre più uguali a Bologna. Ma è anche uniformata l’ondata di colore della gente che passa per strada. La città sembra sempre più simile a un limbo. Dove i colori scorrono sulla mano come il latte. Pastorizzato.

 

 

 

La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 55, 31 gennaio 1984.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio
  • Anno di pubblicazione: n. 55, 31 gennaio 1984
Letto 3335 volte Ultima modifica il Giovedì, 14 Marzo 2013 16:56