Lo scrittore in questa società

«Le cieux sont devenus d’airain»

 

L’intervento di Giorgio Bassani, letto a un recente congresso di scrittori, e pubblicato anche su «Il Punto» del 1° novembre 1958, pur nella sua forma conversativa, muove a considerazioni, semplici ma sostanziali, su cui vorrei soffermarmi.

Non può essere contestato, mi sembra, che la struttura della. società capitalista, come si è articolata da noi in questo ultimo decennio, avvolgendosi in contraddizioni spietate e maligne, ma sempre fissa ai propositi ultimi che non vuole né può dimenticare, consenta, con il gesto paternalistico o il gentile ricatto, uno sfruttamento che solo all’apparenza sembra liberistico; nella sostanza è invece razionalmente coattivo «dell’ingegno e della penna degli esponenti di quella classe a cui ci onoriamo di appartenere».

Si raccolgono ogni tanto dei lamenti: «Dalla parte del padrone è difficile qualche volta stare», ed è la voce di coloro che si illudono di potere evadere, un giorno o un altro, dalla terra in cui cantano le sirene (dopo averne patito i vantaggi); mentre questa collocazione topografica, la scelta fra le due rive, non è stagionale né può essere elusa con un guizzo; non è un compromesso momentaneo da cui potersi liberare ma una donazione di sé al dio; in cambio di un caduco aumento di potere pubblico o sul pubblico è una condanna a una continua, sotterranea sterilizzazione, un’autentica Zerstörung der Vernunft, distruzione della ragione.

Tanto più occorre mettere in guardia, e stare in guardia, sulla pericolosità di «armistizi o concordati all’apparenza non disastrosi», perché il capitalismo ha provveduto a coartare, con il controllo effettuato attraverso gli uffici-studi dei suoi organismi – banche, industrie, case editrici, case di cura, anticamere politiche – una ideologia ufficiale, moderna, irritante, sinuosa, dinamica; che tiene conto di molte possibili suggestioni e attraverso documentatissimi tests sembra sul punto di offrire soluzioni verosimili e prestigiose, tout court; nonché vantaggiosi connubi; a convalidare ancora una volta la tesi che questo tipo di «capitalismo condizionato» è capace di assumere a certe scadenze un ruolo progressivo; come è accaduto ieri, occorre darne atto, che ha tempestivamente utilizzato l’insegnamento degli ultimi dieci inverni, sostituendo alla strategia della guerra fredda il nuovo momento pseudo-liberale, neopositivista.

A tanta saldezza amministrativa, scaltra rapidità di aggiornamento, dall’altra parte si oppone uno spettacolo di contrasti e di scismi, un misero spettacolo; anche se potremo obbiettare, pour cause, che questo aspetto di cantiere in disarmo è dovuto a una drammatica verificazione. Purtroppo l’attuale debolezza, giunta al limite dello sfinimento, dipende da errori pertinaci (tragicamente additati), dal progressivo sfaldamento di équipes che apparivano inscindibili, dai contrasti minuti e soffocanti che non trovavano sfogo, dal bizantinismo delle formule e dei compromessi, dall’esasperato filologismo e dall’edonismo dei dibattiti che spesso assumevano la parvenza di conclavi, con tutti gli inevitabili machiavelli, invece che discussioni di uomini vivi; dal tardivo accorgersi che ormai si era reso possibile, io direi inevitabile, un periodo di faticosa coesistenza.

Ma insomma: «oggi non c’è una persona onesta che non senta come propria degradazione lo stato di cose italiano »; mentre vale, drammaticamente vera, questa frase di un amico, dalla società in cui viviamo le nostre azioni e i nostri propositi sono ormai tollerati con indulgenza, i faticosi incontri come logomachie accademiche o retrive; mentre si cerca di distrarre ogni proposito nella routine quotidiana, dove non esiste contraddizione, dove tutto si coagula in un livido, innocuo conformismo. La cultura è esaltata come instrumentum regni; altrimenti facilmente truccata, addirittura scancellata dal gran mondo.

Tuttavia, chi considera sempre la cultura come «mordente critico, apertura verso un mondo diverso che si vuole e si può, perciò si deve costruire» (Preti); chi non è oppresso dal filisteismo, non mortificato dalla paura, non compromesso con il potere economico e politico, né si rassegna a vivere fuori, nonostante tutto; è certo che può ritrovare un comportamento autentico, non discriminante: una attiva intransigenza, non una mistica rinuncia, pure nell’intrecciarsi di rapporti e di incontri non mondani ma ideologici.

L’uomo di cultura ha una nuova responsabilità. Se poco cammino è stato compiuto da noi dopo la grande speranza d’après la guerre, si può cercare di rovesciare in positivo gli insegnamenti cavati dagli errori passati (pluralità di contraddizioni non esplose, gelo dogmatico), badando di vincere l’iterata amarezza con l’operare, il dubbio e i sensi di fredda solitudine che alle volte sopraggiungono con la fiduciosa constatazione che i marxisants (nel senso in cui Marx dice: je ne suis pas marxiste),cercano, tentano un nuovo regnum hominis, e che collaborazioni e contaminazioni pratiche, sottoscritte con qualche leggerezza o per calcolo sottile, non possono che ritorcersi, a lungo andare, in una abdicazione patetica o straziante.

Non ci si propone un rifiuto preconcetto e polemico della realtà, ma una contrapposizione più consapevole, quindi più operante, più cattiva e scaltra, alla condizione attuale e agli organismi politici che la determinano; riprendendo inoltre a considerare come si manifestano i fenomeni reali e talvolta contradditori dell’opposizione storica della nostra epoca. La causa prima della tragica involuzione delle sinistre è da imputarsi, come è noto, all’irrigidimento in un dualismo che ha distrutto da ogni aggiornamento e da ogni verifica. La crisi sul piano ideologico, seguente al XX Congresso, ha convalidato fra l’altro la necessità di contatti organici e non tattici con i rappresentanti del pensiero borghese, finendo per riconoscere, sia pure tardivamente, all’ideologia neo-capitalista, o meglio, agli sviluppi tecnologici da una parte e al processo della riflessione sociologica dall’altra, una persuasività sostanziale, una serie di novità e di revisioni attuali da lasciare di stucco quanti, stretti alla politica, si erano illusi di potersi muovere non con lo strumento «del vero sapere e della conoscenza della realtà, ma con le armi dell’Armata Rossa».

Soltanto così potranno essere smentiti quelli che, contando sulle molte conversioni possibili, ripetevano l’esclamazione dell’antico cronista: “No, non trovereste un solo ateo su di un vascello che naufraga”. E si preparavano a una messa solenne.

 

 

 

Officina, Nuova serie, n. 1, marzo-aprile 1959.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Officina
  • Editore: Bompiani
  • Anno di pubblicazione: Nuova serie, n. 1, marzo-aprile 1959
Letto 7849 volte Ultima modifica il Mercoledì, 13 Marzo 2013 16:19