Il buio della luce. La poesia di Guglielmi

La perfidia della ragione. Che è insonnia della mente e continuo vibrare della scrittura.

Una perfidia meta-fisica (o meta-linguistica).

Senza tuttavia la perdita degli affetti secondari.

E un distacco, solo apparente, dalle conclusioni che tolgono voce e fermano per sempre le cose. In realtà, invece, le cose sono di continuo manomesse, mai ferme e vanno inseguite.

 

La sua prevalente capacità di intrattenersi con equilibrio dentro a un corso di ironia (insoddisfazione della mente), sempre macinata e mai lasciata perdere. Anzi, raccolta minutamente nel vaso dei versi.

Una ironia agra, ma mescolata a una tenerezza di fondo (una ansimante tenerezza scontrosa) sempre calcata con la mano quasi a comprimerla o piuttosto a difenderla

 

una tenerezza che si divincolava. Questi sussulti in quattro direzioni spasmodiche e tormentose sono il fascino (e il brivido) di questa poesia

 

una tale tenerezza (che io colgo e insisto) si dimena e appare scompare. Va intesa. Va ascoltata. Va cercata. Come il frusciare del vento fra rami e foglie di un albero.

Perché così lui (l’autore) vuole, dicendo.

 

Sulla linea (può servire esplicativa una linea di riferimento già altre volte da me sottoscritta) di un Gadda senza inibizioni, senza renitenze, senza le dolorose vanità conculcate.

Ma con una più convinta decisione e persuasione nel procedere verso il prediletto, vagheggiato limbo dove gli scontri si attenuano ed è sovrana e non mesta l’attesa.

Dove la rabbia cede al bisbiglio.

 

Il suo impasto verbale, come la tavolozza di un pittore non genericamente turbato, è tutto su toni precisi e decisi (toni primari, ricavati, scavati da un lessico tumultuoso). Toni scalfenti, arrotanti (come una ruota in continuo peregrinare fra i sassi); graffianti.

Percorsi da lampi che fanno temere a ogni volgere diverso un temporale di sentimenti che sciolga e distrugga, mentre è in verità (e in realtà) come intriso da un quieto gravame di gocce primaverili; che dalla testa dove sono alloggiati i buoni pensieri e i densi turbamenti e il solido grumo di intellettuale sapienza, scendono calano si diffondono senza interferenze sulla carta e lì si fermano (un fiume arrivato al suo mare)

 

e lì si fermano si dispongono per rendere vere ferme per sempre le parole.

 

Stracciava (direi meglio, incideva) il dolore della vita con il dolore dei versi; con un’ironia simile a una lama con magistero affilata che, sguainata, riverberava, un brivido di luce che la esaltava.

 

Non c’era, non c’è, così sembrava, l’eco o l’afa sordida della guerra appena conclusa nella sua poesia, già più di cinquant’anni fa. Ma quasi impauriva, ben dentro, la tensione di una violenza implosa (simile al lavoro di un guastatore che tendesse sotto un cielo notturno fili per fare esplodere mine).

 

Nessuno (a me pare) come lui è stato, proprio scrivendo, così poco egoista e invece disponibile a nobili colloqui senza affanno ma senza interruzioni. Sapeva concedere, e voleva farlo, la mano da stringere; mai la testa come deposito della proprietà delle parole.

 

Il buio in Guglielmi (nella sua poesia) era il buio tenebroso che contorna colui che si muove dalle caverne profonde della vita. Ma era un buio fremente (non opprimente) rotto dalla luce rapida secca tagliente di una risata masticata fra i denti.

Non ossessiva, non improvvisa, non violenta ma partecipante, emozionante, coinvolgente.

Una risata non uscita da una gola ma da un’idea. Da un pensiero in movimento. Con un suono che si svolgeva progressivamente arando il campo arido delle parole.

Certamente. Quando nei prossimi decenni una critica più vitale, più giovane, più interessata a cercare e a riequilibrare; più curiosa e scontenta; vorrà fare sul serio i conti con i cinquant’anni ultimi di un secolo maledetto impietoso violento spietato e, in più, conformista; allora con una rinnovata sorpresa collocherà Giuseppe Guglielmi al posto che gli compete fra i pochissimi, pochissimi davvero, insigni del suo tempo.

Ma con le sue quattro brevi raccolte di 43 pagine, 61 pagine, 24 pagine e 80 pagine, già ora, già fin da ora il suono, il tuono, il precipite incalzare della sua voce (lo stridere raggelante, per ironico strazio, della sua poesia) si impone e conquista.

Così come il Rebora degli anni ’10-’20.

Un discorso poetico costruito con fatica e fatica ma con la leggerezza apparente di un angelo adirato. Con eccezionale densità significativa e unitarietà argomentativa e linguistica (da classico).

 

Tutto da leggere. O da rileggere.

 

Una aggressività che talvolta (spesso) coincideva con lo sforzo ansimante (e il respiro rotto si sente come un murmure) di fuoriuscire dagli inviluppi scabrosi offensivi ottusi di una quotidianeità non confortata dalla generosa allegria di una buona speranza.

 

Ma con la sua poesia non rinuncia a niente. È dentro a tutto.

 

 

 

Rendiconti, n. 45, agosto 1999.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Rendiconti
  • Editore: Pendragon
  • Anno di pubblicazione: n. 45, agosto 1999
Letto 2919 volte Ultima modifica il Martedì, 12 Marzo 2013 12:02