Nessun monumento a Vittorini

Era, oltre che scrittore di grande attrazione, un terapeuta della letteratura, meglio, della scrittura. Dove metteva le mani, meglio, gli occhi, lì metteva ordine e respiro. Oppure collocava, avveduto, una giusta confusione.

Nessuno meglio di lui riusciva a cavare fuori dal buio la pagina derelitta di ogni giovane scrittore; né, meglio di lui, riusciva a perlustrare le pagine ordinatissime degli scrittori illustri e a disporle, come lui sapeva, in modo nuovo e diverso per una lettura più ardita.

Ecco perché dico “ardire”: una sorta di felice continua impazienza intellettuale, che non era mai compagna della fretta; no, era invece un secondo pregio della sua personalità. Unito alla caparbietà, che gli consentiva di fare e ancora fare, lavorando duro e continuo in mezzo ai reticolati di tempi torbidi e amari per un verso, o frastornati da esultanze esasperate, senza mai lasciarsi distrarre, senza mai perdersi o rifugiarsi.

Così, dire ci manca (manca a noi) è appena sfiorare un minimum per un grandissimo vuoto; che tanti tuttavia non patiscono camminando dietro altre chimere; così che si ascoltano e si leggono conclusioni raggelanti al seguito di diversi stimoli, diverse carriere critiche e altrettanti diversi breviari.

Qua si può invece parlare di Vittorini come di uno che ti prendeva per mano (stringendola) anche solo scrivendoti una mezza lettera, in un tempo (ripeto) certamente difficile da intendere bene ma anche sollecitato – e ricavo parole da un suo grande libro – da astratti furori. Furori della mente “ornata” da infiniti desideri, da infinite curiosità, da infinite nuove speranze, che agitavano con ventate varie la bandiera della letteratura – e della vita. E i superstiti ormai vecchissimi di quegli anni, che continuano ad amarlo come il maestro delle grandi avventure (delle grandi avventure della giovinezza) possono mormorare, magari intorno al fuoco di un bivacco, le parole del Falstaff shakespeariano: “che tempi, amici, abbiamo vissuto insieme”. Ho scritto “mormorare”, perché questo forte sentimento giri solo fra noi.

Conversazione in Sicilia, Le donne di Messina, Diario in pubblico sono tre libri della letteratura alta del Novecento da leggere e rileggere sempre con brividi acuti; ma non di questo credo di voler parlare in questa occasione; sento invece di dover dedicare come so e posso un riferimento, sia pure breve, per schiarire il personaggio traendolo fuori dai soliti legacci critici e collegandolo piuttosto a un testo di grande libertà, che mi è sempre rimasto in mente. Intendo riferirmi al dibattito a tre voci fra Vittorini, Oreste del Buono e Umberto Eco, pubblicato sul numero 121 di “Linus” dell’aprile 1975, con il titolo Vittorini senza monumento. Da quelle pagine trascrivo subito la conclusione di Del Buono: “Non saprei cosa aggiungere in questo numero dell’aprile 1975, in quest’omaggio, senza monumenti, alla memoria del nostro grande amico. Senza monumenti, perché i monumenti si fanno solo ai cialtroni”.

“Linus”, ma si sa, era un mensile d’avanguardia di fumetti e sui fumetti; denso, pagina dopo pagina, di continue implicazioni dirette con il mondo e le vicende del mondo, anche quelle del piccolo mondo italiano. Nel sommario iniziale, alla pagina 21 indicava: “Dieci anni fa esatti cominciava ‘Linus’. E a inaugurarlo era proprio Elio Vittorini. ‘Linus’ vuole ricordare in questo numero, ovviamente attraverso le immagini, il suo grande amico, il grande amico di ogni novità e di ogni anticonformismo”.

Sì, è da confermare subito l’eccezionale e vibrante curiosità culturale di questo uomoscrittore,oggi turpemente negletto, e la sua, direi unica fra gli altri, capacità volontà in mezzo a un continuo dinamico aggredente lavoro personale, di organizzare e realizzare fatti e strumenti culturali di alta e coinvolgente qualità e novità. Tre, fra altri: “Il Politecnico”, “Il Menabò”, I Gettoni, nel corso di una vita purtroppo breve e nonostante questa vita breve. E poi: prima a Firenze, poi a Milano e con mani e occhi anche a Torino; mai a Roma, come è giusto, dove si è sempre troppo vicini, in ogni caso, volendo fare cose, ai poteri istituzionali, agli alterni condizionamenti in atto dei vari poteri e dove sembra sempre, comunque, di dover bivaccare davanti al portone del re.

Ai miei tempi, nessuno fra i grandi personaggi della letteratura italiana è stato, con costanza (ripeto), così generoso e suscitatore di benzina culturale per i giovani (e non solo) scrittori; tanto che la sua scomparsa, come un vero disastro, aprì un vuoto reale, suscitando nell’immediato, e poi nel tempo fino a ora, profonda “tenerezza” e profonda “gratitudine”. Non si può dire questo di nessun altro (forse di Franco Fortini, a cui nuoceva un carattere eccessivamente conflittuale). Vittorini no; egli collegava, in un infaticabile lavorio (elaborazione) di connessione, la letteratura alla vita; come risorsa di tanti (forse di tutti) e non come un club privato nel quale stabilirsi ed erigersi come presidente.

Scriveva nell’occasione (citata) Oreste del Buono (un protagonista delle nostre lettere, anche lui confinato a ricevere solo in varie occasioni elogi generici e non catalogati): “per avere l’occasione di confermare agli inizi del secondo decennio la mia e nostra gratitudine, il mio e nostro ricordo, la mia e nostra tenerezza per l’uomo che forse ha più fatto per strappare la cultura italiana all’accademia e alla retorica”.

Mentre vati insigni inseguivano in proprio il sogno dei grandi “premi” per adornarsi petrarchescamente con foglie di fico nei giardini d’Arcadia; e mentre il mondo (il mondo più vasto) stava cominciando a sommergersi per la sua nuova prolungata glaciazione, lui era lì, maestro indimenticabile e insigne, scrittore da cime, uomo che ci accompagnava e tutt’ora ci accompagna, anche nel momento del nostro non rassegnato declino.

Ringraziarlo, è nulla; ma leggerlo e ascoltarlo, rileggerlo e custodirlo, questo si può e si deve fare; anche solo per riconsegnarlo nella sua alta misura alle generazioni che verranno e che avranno certamente bisogno di alimentarsi non con i papaveri di Lete ma con pane solido e intatto da mettere nello zaino per le inevitabili battaglie della vita.

Per vivere. Per aiutarsi giorno per giorno a dar forza alle idee e ai sentimenti del cuore per vivere. Per essere intrepidi. Insegnamento che a pochissimi è dato elargire. Vittorini sapeva.

 

 

 

Il Giannone, anno I, n. 1, gennaio-giugno 2003.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: Il Giannone
  • Anno di pubblicazione: anno I, n. 1, gennaio-giugno 2003
Letto 2695 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 15:27