Mi appello alla costanza del tempo, al suo procedere senza o con utili delusioni

Non vorrei tanto teorizzare intorno alla domanda o a un problema quale è quello enunciato che inerisce alla domanda (d’altra parte non lo saprei neanche fare); preferisco affrontarlo direttamente, da uomo stupido, proprio come un problema che è lì davanti e nemmeno io nel mio ambito privato posso eluderlo, perché mi coinvolge ogni momento e mi costringe a insisterci sopra. Quelle che seguono sono dunque alcune considerazioni, per quel che valgono. Dallo sgomento generale e dalla perdita di qualsiasi identificazione (di qualsiasi punto preciso e deciso, di riferimento) non si può non concludere, accettandone l’idea, che il presente non è tanto un periodo di trapasso ma è una conclusione del passato e una novità assoluta dell’avvenire (quale che sia). Qualche cosa (o tutto) è finito per sempre; qualcosa (o tutto) sta ricominciando uscendo fuori nuova e intera per la nostra angosciata sorpresa. Sembra a me che la conferma di ciò sia non solo la crisi esistenziale che, esibendola in pubblico o custodendola in privato, ciascuno di noi si porta addosso, ma soprattutto la crisi generale, in atto, dei linguaggi – così come si conoscevano, così come erano usati e regolati fino ad ora; perché siano sostituiti; e il trasferimento è appena cominciato, quindi siamo appena all’inizio delle straordinarie tecnologie parlanti, e semplificate e regolate da leggi che si collocano fuori dai precedenti schematismi. L’operazione straordinariamente approfondita e inevitabile tende – per poi concludere – all’unità, all’uniformità linguistica mondiale; con la relativa acquiescenza o affrettata obsolescenza degli stupendi linguaggi sentimentali finora noti, quali erano quelli nazionali, che ci hanno suggerito indimenticabili emozioni. Questa standardizzazione dei linguaggi comporta oggi e comporterà domani anche la standardizzazione dei messaggi esistenziali, dei messaggi privati dell’uomo, ossia la riqualificazione, meglio: l’uniformazione dei suoi sistemi di segnaletica sentimentale; quindi dei vari linguaggi della poesia, anche della poesia, della prosa narrativa, della prosa critica, ecc.

Ecco, a me pare però (o conseguentemente) che sia in atto anche una «tremenda» sottrazione di autonomia nei riguardi dell’uomo; in concomitanza al trasferimento del suo sistema di segni. Mentre da una parte la comunicazione tende e tenderà a essere sempre più chiara, vale a dire più precisa, più pronta, più completa (e non più sovrabbondante, fino a ritornare oscura o mediata, come è attualmente), dall’altra parte si impoverirà, perdendo di intensità, di qualità, ma acquistando una costante di chiarezza e di specificità anche nel segnalare le variabili del privato. Di conseguenza affiora la domanda: fare (dico fare e non dico più scrivere), fare poesia per esempio sarà ancora possibile?

Secondo me un margine di possibilità persisterà, nell’ipotesi di interferire capziosamente, con malizia interessata, all’interno dei sistemi tecnologici di comunicazione; quindi sarà, potrà essere una poesia dell’interferenza, della manomissione rapida lucida ma truffaldina; una più astuta mimesi dei giuochi scritti del passato; affidata a invenzioni sui cavi più che sulle parole. Come ho premesso, faccio alcune considerazioni affatto specifiche con relative conclusioni private, partendo da personali modi di approccio alla lettura o alla realtà, così come la vedo. Se il mondo cambia (e cambia in fretta) il vostro problema è se dobbiamo lasciarci sgomentare e quindi progressivamente annichilire dentro a diatribe delle singole vecchie verità offese o dentro a funebri orge del privato, oppure se dobbiamo cominciare ad allestire i primi fuochi o i primi suoni per delimitare il mondo che stiamo aspettando e già viene. E questo rifiutare, cominciare a intendere il rifiuto dell’angoscia come un atto tragico ma necessario ma positivo di conoscenza del reale, è un altro dei punti concreti di avvio. Il cuore dell’uomo, in questo mondo ormai magro di terra e di verde, non è più il protagonista. Direi che il protagonista è l’inquietudine profonda interferita da una speranza e da una curiosità altrettanto profonde. Anche se molti tendono ancora a struggersi seguendo la voce di un qualche aedo che insiste a soffiare nell’orecchio antichi suoni contornati di malinconie. Protagonista inoltre è la società, tutta intera la società, che non ha più paura delle macchine e anzi sta compiendo un lucido sposalizio con esse.

Io non so, non lo so ancora e quindi non so dire se il mondo che nascerà, quando sarà compiuto potrà essere un buon mondo o un mondo da rifiutare (il cosiddetto mondo invivibile); per me non ci sarò purtroppo a vederlo e a contarlo. Ma sarà certo un mondo diverso, preparato e inevitabile per l’uomo del duemila. Noi andavamo in giro fino a ieri con le carrozze. Perciò possiamo appena intuire (immaginare) quale rumore o quale suono o quale musica sentiranno fra mille anni gli uomini che viaggeranno da qua a là. Qua e là sono due punti che non so neanche più indicare. Ma so una cosa: quello sarà un mondo in cui non ci sarà più la nostalgia delle fortezze espugnate. In altre parole: la memoria storica avrà una più ironica e libera leggerezza. Senza più la delicata ma terribile zavorra delle crostate della nonna.

 

 

 

La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 14, 12 dicembre 1981.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio
  • Anno di pubblicazione: n. 14, 12 dicembre 1981
Letto 3240 volte Ultima modifica il Mercoledì, 03 Aprile 2013 08:08