A Roma 40 mila in mutande senza maratona e senza messaggio

L’effimero, la politica dell’effimero, la poetica dell’effimero mi rimandano immediatamente, ormai come protostoria, a Nicolini, al Nicolinismo riferimento codificato accettato applaudito criticato. Oppure soltanto sopportato o ironizzato. Ma il fatto è che non se ne può a prescindere, almeno come un punto fermo, all’interno di discorsi sulla programmazione e sulla gestione della cultura in questi anni e a livello locale (deli Enti locali). Così che vorrei (fra le tante possibili e magari utili e a disposizione) fare una citazione dalla premessa al catalogo della mostra di 43 Kandinskij dai Musei Sovietici allestita circa un anno fa prima a Roma e poi a Venezia a cura dei rispettivi assessorati alla cultura. Renato Nicolini e Paolo Peruzza scrivevano: «L’effimero, il giuoco, le grandi città e la loro cultura (di massa) non ci dispiacciono proprio perché sono i materiali di una sensibilità moderna non più deviata da preconcette istanza estetiche, all’arte».

Ma subito sotto colgo questa susseguente annotazione: «Qualcosa di più di Parigi forse siamo riusciti a realizzare, intanto le opere esposte sono 43» (nella precedente mostra al Beaubourg nel 1979 erano solo 30). Credo che dentro a queste due citazioni possano essere collocate l’istanza e la sostanza dell’effimero, che resta a mezzo tra l’invenzione e la provocazione, fra il piccolo giuoco e il grande ingorgo (stavo per dire: imbroglio) ma che in realtà stenta e tarda a diventare cultura, a proporsi come un fatto della cultura «rimarginata». Essendo un fatto, un gesto dell’oggi che non resiste fino a domani. È piccola nevrosi, non è sostanza di cose. Non produce cause, se non notazioni giornalistiche e un affollamento dispersivo e poco controllabile. La politica dell’effimero, a livello di intellettuali amministrativi e di scelta (di scelte) di programmazione culturale, pare a me non sia altro che la presa di coscienza, con pubblica conferma, dell’effimero politico che è in atto. Uno stracciamento della cultura, non una ricerca. Sono due inconsistenze (speriamo momentanee) che collidono e coincidono per suscitare un consenso a fior di pelle ma senza reazioni di fondo. Mancando una conclusione costante (che stimoli e insista) tutto è buttato sulla occasionalità un po’ spettacolare e un po’ approssimata – qualche volta anche un poco pacchiana, per eccessi – del quotidiano. Il quale si può scancellare altrettanto rapidamente non surrogando niente abbandonando dietro di sé un sentimento cupo di vuoto (nelle cause e negli effetti). L’effimero dunque non lascia «ricordi» e non «abitua». Travisa la realtà (la verità), concorre agli eccessi e a una forma quasi patologica di dinamismo coatto. Correre qua e là, portarsi da Scilla a Cariddi; divertirsi divertirsi, fingere fingere, ridere ridere, partecipare partecipare. Sta sotto il segno dell’abbondanza facinorosa, prevaricante e della ridondanza; propone un magma di fatti e gesti non definibili, tutti strumentabili. Il carnevale a Venezia è appena finito. A Roma non è ancora cominciato. Aspettiamo che si apra qua a Bologna, che prosegua a Napoli (che è città come dicono le gazzette di tanti Pulcinella popolari).

Che poi dalle biblioteche rubino codici e incunaboli a carrettate ogni giorno; che i quadri ammuffiscano e siano rubati a Tir interi; che Orvieto stia precipitando, che l’obsolescenza dei centri storici italiani abbia toccato limiti di autentica ripugnanza è altro discorso. Un minor discorso, forse. O un discorso moralistico, inutile. Quel che vale è che 40 mila individui corrano per Roma in mutande e che si sciorini l’arte, per una sera, sotto gli alberi tra il fumo delle frittelle. Perché la gente verrà sempre a frascheggiare e i conti può sembrare che tornino. So quanto sia difficile, oggi, amministrare la cosa pubblica, e programmare (anche inventare) cose nuove che coinvolgano: non voglio dunque fare una stupida opposizione. Ma a me pare che la politica della sinistra si rivolga ancora una volta sulle macrosoluzioni, alla ricerca di un successo «fantastico»; invece di perseguire le microsoluzioni, che procedono senza clamore verso necessità reali, urgenti. Altrimenti temo che fra vent’anni ci resteranno solo le mutande per correre in piazza. Solo quelle. Proporsi obiettivi limitati, molto più limitati e in profondo, è il solo modo per compiere interventi effettivi dentro il territorio e al servizio della comunità; coordinando i programmi, consorziandoli, integrandoli, invece di porli antagonisti da Comune a Comune per rubarsi o sottrarsi consensi e applausi, insomma benefici contingenti. Vivere meno sull’onda e tornare a navigare con i pesci. Ma non mi pare un discorso che produrrà consenso, oggi, che comunisti e socialisti litigano come matti, proprio intorno a questo osso.

 

 

La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 27, 3 aprile 1982.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su riviste
  • Testata: La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio
  • Anno di pubblicazione: n. 27, 3 aprile 1982
Letto 3211 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Marzo 2013 16:10