Le smorfie verbali

1. È probabile che “Tozzi”, LP di Umberto Tozzi; “Sono solo canzonette”, LP di Edoardo Bennato; “Non so che darei”, 45 giri di Alan Sorrenti siano fra i dischi o addirittura siano i dischi italiani più gettonati della prossima estate. Che non sarà certo un’estate tranquilla, dentro a questo mondo che gira veloce e giuoca col fuoco.

Allora in due parole circoscrivo alcune delle fiamme più alte che in questo momento stanno di fronte a tutti, anche ai giovani, probabili consumatori di questa comunicazione sonora che è senz’altro destinata a loro. La violenza inutile e atroce che insanguina; l’inflazione che abbassa con metodo i livelli di guardia dell’economia; le manovre en plein air o anche quelle clandestine del capitale monopolistico che nei suoi travasi produce sconquassi; le trentamila Fiat invendute che diventeranno sessantamila in ottobre secondo le dichiarazioni ufficiali; e soprattutto la impossibilità quasi frenetica di identificazione sociale che colpisce e ferisce con conseguenze patologiche le nuove generazioni. Non possedendo più il (certamente) retorico ma in effetti utile o strumentale rifugio/nido della famiglia tradizionale, travolta dalle ondate di una crisi irreversibile, i giovani non hanno neanche più la casa come una indicazione solida o quantomeno utilitaristica di un tetto sotto cui sottostare (che è diverso di passare, transitare); mentre adesso hanno magari quella stanza, quello sgabuzzino a mezzadria come luoghi proposti soltanto per dormirci; e poi quella piazza, quella strada per soste prolungate; spesse volte non possiedono niente di niente e possono salvarsi viaggiando, muovendosi alla ricerca di una persona, di una voce, di una mano; anche di una canzone. E così capita che su una canzone si impuntano.

Da parte loro le persone mature si sentono per lo più perdute di fronte al movimento continuo di una realtà che non si riesce a controllare e spesso tanto meno a capire (dato che non abbiamo ancora strumenti rinnovati di conoscenza e dobbiamo accontentarci di moduli antichi); perdute dietro il rimpianto della memoria, dentro il vertiginoso vuoto del futuro o infilati nella paura di una morte senza faccia; paura che non ha compensi. La vita sembra appoggiata per il momento alla caverna del niente.

Il presente quadro coglie la situazione nella sua faticosa ovvietà; né sarebbe valso il caso di riparlarne se non per verificare l’impatto fra essa e le parole cantate da esaminare; vale a dire le voci delle canzoni sopraindicate che sembra meritino la palma non delle più belle o più nuove o più intelligenti ma, ripeto, delle più richieste e ascoltate.

Per il momento il quadro, sia pure così sommario, è grigio ma realistico. In ogni modo un po’ tutti sostengono che nelle canzoni non si dovrebbero cercare più questi problemi generali che circondano la nostra vita, ma semmai si potrebbe cercare e tollerare solo l’ombra di questi problemi, che divaga alleggerita e mescolata come un pesce nell’acqua. Canta Bennato: “io di risposte non ne ho! io faccio solo rock’n roll! se ti conviene bene, io più di tanto non posso fare!”. Semmai, essi concedono, si potrebbero annotare i pericoli che incombono sulla nostra vita intera, oggi; ma senza infierire; cercando anzi di renderli sopportabili e leggeri; vale a dire riciclati nel prato dei sentimenti e con qualche ammicco insistito.

Se, dopo questo vario confronto affrettato, consideriamo lo stato della canzone in USA, Gran Bretagna o nella R.F.T., si può intanto concludere che la canzone italiana ha patito un regresso molto più accelerato e forse traumatico in favore di un “privato declamato” o di un “privato esistenziale”; cioè di un privato tutto raccontato o tutto rimpianto. La notazione parcellizzata e insistita prevale su ogni altra; così è puntuale e ribadita l’emarginazione o l’espulsione di qualsiasi rapporto diretto con la realtà politicizzata. Si tratti di un riflusso non più arrestabile e poi voluto e accettato; oppure di una stanchezza da eccesso di politicizzazione, quindi certo astiosa ma episodica e che sarà presto contraddetta, è presto per dirlo – però non è mai troppo tardi per volerlo. Tuttavia lo stato delle cose è questo e va considerato.

Ha cantato Pierangelo Bertoli, che meriterebbe più fortuna e più consenso: “adesso dovrei fare le canzoni / con i dosaggi esatti degli esperti / magari poi vestirmi come un fesso / per fare il deficiente nei concerti”; mentre per dire ciò che si pensa bisogna “spendere quattro secoli di vita e fare mille viaggi nei deserti”. E a proposito dei dosaggi esatti basterebbe scoperchiare la canzone “Evviva lo stivale” di De Gregori e controllare il microcongegno astutissimo e asettico. Oggi infatti, sotto lo sforzo psichedelico e promozionale di un tecnicismo sempre più accentuato (gli arrangiamenti made USA, l’uso e l’abuso dei suoni made England, gli allestimenti tecnologici made R.F.T. hanno raggiunto un grado di sofisticazione quasi intollerabile; così che non c’è più un suono né uno strumento con cui affrontarsi; ma piccoli mostri meccanici che tutto promettono e tutto fanno, freddi (e osceni) robot del suono senza grido, senza errore, senza vera fatica); oggi, ripeto, confezionano prodotti quasi esemplari ma affacciati “sul vuoto di troppe ore concentrate nel vuoto di troppe giornate”; cioè sulla disperazione di una vita che prima c’era e adesso è scomparsa lasciando solo una traccia bagnata; dato che gli autori cercano di riannodare l’appiglio col privato – nel rifiuto ossessivo del politico oramai scalciato tutto via. E a ogni buon conto questo ritorno nel guscio del proprio cuore non riesce a far lievitare la canzone né a confortare neanche un poco; perché non è neppure un giuoco, un giuoco aperto; ma un pretesto con poca tensione; e chiede in prestito appena un orecchio e non il cuore; o i fili dei pensieri. Ricordo in questo momento, invece, i primi versi di “War”, la canzone di Bob Marley: “Ciò che la vita mi ha insegnato / lo vorrei dividere / con tutti quelli che hanno voglia di imparare”.

2. “Vedremo più in là, scrive Piergiuseppe Caporale in “Tozzi fermoposta” su Ciao/2001 del 23 maggio, come quest’ultima fatica dell’artista torinese sia veramente, per la prima volta, un qualcosa scaturito da un lavoro istintivo, quasi senza preparazione, buttato giù di getto e poi costruito in studio da musicisti fra i migliori del mondo”. Costruito in studio; un’operazione di assemblaggio. Infatti Greg Mathieson ha curato gli arrangiamenti; poi il chitarrista Lee Ritenour e gli studi Union di Monaco di Baviera per la realizzazione hanno cercato di portare fuori il disco di Tozzi dal “cliché di prodotto di consumo, anzi di consumissimo, da bruciare in una sola estate”, a cui l’autore sembrava relegato. Ma i milioni di dischi venduti di Ti amo; Tu; Gloria; inducono a esaminare l’ultimo LP di Tozzi almeno con attenzione. E sarà almeno utile ricordare quanto ha dichiarato l’autore nell’intervista sopraindicata: “Probabilmente è stata questa nuova ventata di rock… che mi ha entusiasmato e mi ha permesso di ‘partorire’ tanto facilmente il mio ultimo disco. Finalmente siamo tornati alla musica che preferisco, e tutto ciò è avvenuto nel modo migliore, prendendo quei canoni classici ed insistendo sulla parte melodica, che, da alcuni anni, era abbastanza soffocata da quella rimica”. Ma da una parte il rock in atto è anarchia avida, oppure è anarchia spietata e senza suono, oppure anarchia rassegnata, cioè ferita da brividi di angoscia; dall’altra è anche una felicità con dentro una rabbia; è improvvisazione molto decisa ma molto imprecisa, col rifiuto di ogni suppellettile culturale; è anche invenzione alle volte approssimata e alle volte un poco ingenua; ma soprattutto in ogni caso è un modo di graffiare lo specchio del mondo (di graffiarlo per cercare di guardare dietro); o di alitarci sopra anche solo per appannarlo e non specchiarsi.

Il rock di Bennato, nel suo LP “Sono solo canzonette”, direi che è un pretesto; è un rock-consumo, un rock-giornale aperto su un moralismo che sfiora il grigiore; ed è parecchio irritante; “E voi banditi, pirati e contrabbando! / è da parecchio che vi sto osservando! / ma che rivoluzione! la vostra aspirazione / è diventare né più né meno come quelle… / persone serie, persone rispettate / che per scemenza guardate e scimmiottate!”. Lo sottosegno come tante piccole eruzioni di violenza verbale, neppure gridate; corrette di continuo dal proposito (che è un’ansia) di allontanarsi, di essere altrove; ma non là dove sta l’uomo a cercare di rendere, nella sostanza, diverso il mondo; invece arrapato lassù in cielo, con utile e ironico distacco, in una lontananza che non contamina ma semmai promette; dando illusione alle cose. Il verbo volare (da intendere come un modo di guardare dall’alto, ripeto, ma anche come uno staccarsi svelto e definitivo dal basso; pretesto effettivo o click solo sentimentale per ricominciare a sognare e forse a sperare); questo verbo compare più volte nei punti di maggiore tensione e di maggiore contraddizione della canzone: “che rischi corri se non vuoi volare...”; “Ma voglio volare anch’io / volare a modo mio / il prezzo è assai alto / pur non essendo mai andato a scuola”.

Queste piccole impennate “a contrasto” sono tali da incrinare una certa monotonia delle canzoni, abbastanza ripetitive e un poco smorzate, di questo LP; che sembrano strette dentro a una versificazione sostenuta da piccole referenze molto corte, molto ritmate; ma che non riescono a formare una scansione di segnali. Aiuta, a volte, l’inserimento di un’ironia abbastanza esplicita, che, in momenti canonici, rompe la struttura itinerante e un poco salmodiante del contesto: “non bastano i discorsi / ci vogliono le bombe” e “se qualcuno mi vuol fermare / sono disposto anche a sparare”.

3. Ma di fronte alla uniformità seriosa di Bennato, Tozzi propone nei suoi testi una struttura in cui sono prevalenti, a mio parere, la dissociazione e l’approssimazione (cercata? calcolata? voluta?). Tozzi infatti avvicina un argomento o una situazione senza approfondirli (anzi, evitando di approfondirli) ma dissociandoli; in altre parole, scomponendoli e mescolandoli in un modo che può sembrare disordinato mentre è ben calcolato. L’ovvietà così scomposta e mescolata concede qualche volta la frizione di metafore non previste (ma comunque ogni risultato in tal senso è lasciato alla piccola manomissione o alla previdenza del caso). E tutto con una calcolata pazienza; al modo con cui si spolpa un osso. Prendo ad esempio le ultime cinque righe di “Gabbie” e le scompongo e ricompongo per mio uso: “Gabbie / nella mia vita non ho mai conosciuto che gabbie / se mi aspettasse vivrei / ma troppo bello sarebbe / fammi un favore Gesù / fa questo gancio che regga / non mi lasciare quaggiù / non come un’aquila in gabbia…”. Questo procedimento dell’approssimazione (cioè dell’avvicinamento, della manipolazione e della dissociazione della struttura logica) riesce evidente anche nel testo di “Luci ed ombre”, che appanna e sfuma in un controluce da brivido del cattivo gusto un incidente automobilistico in cui un lei e un lui sono coinvolti durante un sorpasso, con la conseguente morte di lei e il ricovero di lui in clinica, da cui esce dopo una lunga degenza per andare a suicidarsi buttandosi da un campanile. Il racconto; anzi, direi, il resoconto appoggiato senza scrupoli sul patetico più sfacciato è organizzato su alcune frasi (travi) portanti che indico in successione: 1) infermiere lei dov’è perché non la vedo (è una domanda che gronda angoscia e vuol far presagire il dramma); 2) vedo soltanto luci e ombre la sposerò, a settembre (è immediato il contrasto fra il trauma del presente e la speranza che illumina e rimanda); 3) la cinquecento di papà (stabilisce una felicità povera, tanto più goduta e da godere; e che è solo felicità e giovinezza); 4) amore dove sei firme sul gesso luci ed ombre (la stessa domanda che ritorna, gli amici che fingono serenità nello strazio e l’oscillare del ferito ancora dentro al suo male); 5) non disturbarti c’è il taxi e lei mi lasci pure qui davanti al campanile sì (si prepara un dramma che non era previsto); 6) soltanto amore solo tu quel che mi fa volare giù (un epilogo rapido in poche parole). Di fronte a questo guazzabuglio di gastronomia sentimentale ricordo un solo verso di una canzone di Jim Morrison, credo sia “Lament”: “ho stretto la coscia di lei e la morte ha sorriso” dove è bruciata in un baleno ogni cartaccia sentimentale e il giuoco dell’orrore.

4.Ma per tornare sull’argomento;Tozzi raggruppa in quest’occasione (e quasi sempre anche altrove) con una rapidità sfilacciata, sottile i vari elementi di un racconto strappacuore; al fine di immettere dentro alla concitazione semplificata dei sentimenti anche una dose di inquietudine tutta di testa, che torna però abbastanza utile e, in questo caso, funzionale. Magari a scapito di una sostanza della storia che non riesce ad articolarsi e a prendere quota e finisce per arrotolarsi dentro a un contenitore di alcune parole e di alcuni suoni abbastanza uniformi. La mancanza di pause, di sospensioni calcolate o di attesa sulle cose che si dicono o si fingono, è un altro elemento di queste canzoni. Le quali propongono quasi sempre un immediato rapporto uomo-donna; meglio, un lei e un lui, al centro della comunicazione; da cui partono piccole ramificazioni con prevalenza della lagna all’italiana; cioè con il maschio costretto dall’abbandono o dall’indifferenza o dal destino a pregare, inseguire, chiedere, piangere; e con la donna che è sempre o quasi sempre sprofondata in una inquieta mobilità sentimentale, mai definita: “un anno che tramonta senza lei”; “ma di nascosto piango amore dove sei”; “anche una donna si perde se per un po’ non si stringe”; “dimmi di no, non morirò”. Come anomali, annoto solo alcuni passaggi particolari abbastanza precisi: 1) ”Capirà lei sente / anche muoversi un fiore quando fa l’amore”; 2) “del tuo tumore sa tutta l’orchestra / dirigi per il tempo che ti resta”. Sono piccole tracce su una pelle che resta intatta.

In “Stella stai”, che rischia di essere un boom estivo, si possono valutare ancora meglio le astuzie calcolate, i calcolati difetti di questo cantante e autore. Riordino i primi quattro versi: “Stai Stella / stai su di me questa notte / come se fosse lei / fosse Dio / fosse quello che ero io / Polaroid / stella stai / dolce vento di foulard / visto mai visto mai / che mi sospiri di più / che mi sospiri di blu”. Non c’è neppure il proposito o il progetto di una comunicazione strisciante; si sceglie di procedere per sussulti, per piccoli agglomerati di parole/suono in cui ogni tanto affondare metafore non strutturate, in un escluso rapporto subalterno con la musica. Perciò la canzone è in equilibrio su un sistema di segnali brevi e ripetuti, con l’intrusione di alcune metafore che gonfiandosi interferiscono: “i funghi dell’umiliazione” oppure “le mani… due farfalle di nuovo ho”. Ma in ogni caso la canzone finisce sempre per sedersi e proporsi come esclusivo prodotto di consumo; di un consumo senza vuoto a rendere.

 

 

Laboratorio Musica, mensile di musica e didattica musicale, anno 2, n. 14/15, luglio-agosto 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Laboratorio Musica, mensile di musica e didattica musicale
  • Anno di pubblicazione: anno 2, n. 14/15, luglio-agosto 1980
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