Malinconici anni ’60, irruenti ’70

Nel 1968 a Sanremo vince la Canzone per te canto e musica di Sergio Endrigo su queste parole di Bardotti “La solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore”. È un momento importante della canzone italiana; ed essendo ogni canzone diretta testimonianza del tempo (e del suo mutarsi) è un momento importante anche della società in generale. L’anno prima, con un suicidio improvviso come in una tragedia greca, era morto Tenco; nell’anno 1968, in corso, esordivano, a Sanremo, Lucio Battisti, Paolo Conte, nonché il grande e stanco Louis Armstrong. In un mondo agitato da un movimento di violenza che esplodeva e dissacrava, Endrigo porta avanti la sua comunicazione molto tipica, centrata sulla malinconia della felicità.

Mi spiego. Connotazione specifica di questo cantante istriano è la perseveranza sui discorsi esistenziali filtrati attraverso alcune griglie persistenti, quali: la memoria di tante cose passate, l’inquietudine di chi è senza terra ed è reduce, l’odio-amore per la nuova cultura che si deve tutta accettare o subire, l’ambizione di non rassegnarsi mai ad essere divorato completamente. La festa appena cominciata è già finita, il cielo non è più con noi. Sento dentro le canzoni di Endrigo il senso e il peso di una persistente fatalità, quasi una piccola ma dolorosa dannazione che si porta addosso; ma sento anche la tensione di una speranza di cose diverse che si accompagna a progetti di viaggi e di viaggi e di viaggi verso terre più felici, assolate dove l’uomo non è più rassegnato e può consumare la vita col lento affanno, ascoltandosi amare.

Priva di ogni violenza, la canzone di Endrigo è anche priva di ogni dura rassegnazione. È una specie di piccolo manuale di sopravvivenza, abbastanza preciso nei dettagli. Sembra che Endrigo canti esclusivamente per se stesso.

Ho detto senza rassegnazione, aggiungo senza stanchezza fastidio rabbia. Ma per necessità. Solo per ascoltarsi, per rompere, con il coltello della voce, la filigrana del silenzio che gli si ricompone di volta in volta attorno e addosso come una tela di ragno. Spiego così anche il suo amore per la canzone brasiliana, per il Brasile come terra senza confini e tutta foreste. Un luogo dove uno non ha più la voglia o l’ansia di fuggire perché gli spazi sono immensi e lasciano respirare. Se gli anni Sessanta sono passati sotto il segno di una grande rivoluzione dentro le cose e dentro le idee; e cumuli di contraddizioni si sono sovrapposte come macerie: se anche la canzone ha cozzato sbrindellandosi contro i muri; gli anni Settanta sembrano diversi come un inferno. Mortificati da una nebbia impolverata, come mossa da trecento bandiere in continuo movimento. È una sensazione singolare. E lì dentro anche la canzone si imbroda.

Quando Branduardi esordisce con il primo LP è il 1974 e cominciamo ad essere in piena bagarre politica. Il boom è finito, si fanno vive le br; tutto cambia e comincia a cambiare in Italia, tranne l’infernale giuoco di morte avviato con piazza Fontana. Branduardi canta: “Re del suono e del silenzio – che comanda foglie e fiori; re del fiume re dei mari, re del tempo e delle idee. Re del sonno e del risveglio, di rinuncia e di paura, re di fiaba e di follia, re di tutto sono io…”.

È indubitabile che fin dal principio si identifica in questo autore non la rottura ma il capovolgimento degli schemi sia tradizionali che ideologici del suo rapporto col mondo. Viene privilegiato non il privato, con le inquietudini ed incertezze; non il politico che travolge senza lasciare respiro, ma direi la fisicità della vita; l’aspetto vitale dell’esistenza; le sorprese che produce e anche la trepida felice irrequietudine che non si gode tanto col cuore ma si tocca con le mani, così come si palpa un raggio di sole attaccato al muro. È stato detto con esattezza che le canzoni di Branduardi portano a ricostruire un paesaggio di immagini e di emozioni; aggiungerei che questo precisare cose sognate e questo ascoltarle dentro al loro silenzio porta in conclusione a distribuire una comunicazione fatta di tanti piccoli precisi momenti e motivi che si avventano sulla pelle e ci fanno risentire.

Gli anni Settanta non sono interpretati ma sono riconosciuti; non sono descritti ma toccati coi pollici, da scultore. Non sono giudicati. È segno del riflusso? Il termine è un’invenzione del gran chef della comunicazione, perché anche noi si resti convinti che non c’è più niente da fare. Invece siamo appena in movimento. Branduardi avverte semplicemente che i tempi sono tali da richiedere in ogni situazione il massimo della fantasia, il massimo della tenerezza, il massimo dell’invenzione.

 

 

l’Unità, 6 aprile 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: l’Unità, 6 aprile 1980
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