Oltre il mito dei Beatles

Gli Stones sono adesso in Italia per due concerti a Torino e a Napoli. Ci arrivano dopo dodici anni, e dopo che sono passati i lunghi contraddittori anni Settanta, zeppi di intuizioni decapitate, di errori grossolani, di novità faticose e quasi clandestine, ma soprattutto contrassegnati dal progressivo stravolgimento della nuova sinistra; sgretolatasi al vento implacabile di una vecchia retorica ideologica.

Un’approssimazione alle volte tragica e alle volte tetra nel dibattito sulle cose e sulle idee durante quel decennio (che però non si deve maledire ma riconsiderare e riesaminare in dettaglio con la necessaria pazienza) aveva anche dirottato, con una furia sciamannata e senza previsione del futuro, tutti i grandi concerti rock del nostro paese. Lasciandolo disarmato o buffamente lusingato al tiepido borbottio musicale dei nostri divi locali, piccoli, gialli cardellini di serra.

Ma oggi può essere un buon giorno, nel ricevere la visita dello straordinario circo di parole, voci, suoni e gesti affidati ai cinque Rolling e ai trecento impiegati e tecnici che li accompagnano. E questo senso di gradimento per un avvenimento che molti ritengono, invece, solo spettacolare, industrializzato, di pura speculazione e senza l’aggiunta di novità sostanziali, è determinato dalla convinzione che si tratta, in ogni caso, di un “evento”, nel senso di avvenimento fuori dall’ordinario con conseguenze stimolanti e positive per il nostro modo di intendere, vedere, ascoltare non solo i concerti dal vivo, ma anche, tutta intera, la vita che scorre.

Al primo approccio viene sempre, diretto o indiretto, il confronto o il rapporto con i Beatles. Per livello di fama, per necessità generazionale, per scadenze di date nel lavoro. In questo senso mi pare ancora esatta l’indicazione rilevata da altri circa la struttura dei due gruppi (non contrapposti, non antagonisti, ma certamente molto diversificati): orizzontale per i Beatles, verticale o verticistica per gli Stones. Questa struttura ha stabilito nei Beatles una sostanziale omogeneità, nel senso che ognuno dei quattro aveva una sua collocazione ed esprimeva un suo segno, ed era, per il pubblico, identificato in quella, ed in questo come un prototipo che presupponeva, per l’assemblaggio, la partecipazione di pezzi di eguale valore, o almeno di eguale sicurezza nel risultato. Però una struttura, è stato anche aggiunto, falsamente democratica, in quanto i dislivelli di valore erano impliciti.

Gli Stones hanno invece struttura piramidale, che parte da una base ampia e si restringe fino a lasciare Jagger in cima – essendo diventato quasi subito il padrone del vapore.

Questa disposizione presuppone la mente di Giove e quattro abili pifferi di pianura. Una mente che pensa, ma direi soprattutto, una mente che canta. E Jagger è una voce che suona, una voce che segna: coordinatrice di tutti gli sfrenati elementi che determinano una comunicazione cantata. E dato che il canto di Jagger è suono non è un suono che si isola; al contrario, partecipa, giuoca, insegue e finge di nascondersi tra gli altri strumenti, per uscirsene fuori strappandosi lo spazio come se aprisse la strada del cuore con una lama.

I Beatles hanno subito toccato una classicità “ordinata” che sembrava fuori dalla storia, ma ben dentro i sentimenti. Cantando, era come si disponessero a ricordare, magari avvenimenti clamorosi che, in un certo modo, li avessero sfiorati senza travolgerli. Alle volte pareva che soffrissero con tanta tenerezza da far sembrare dolce, o desiderabile, anche l’atto o la fatica di morire: ma poi conducevano al risveglio dei sensi – o dalle utopie del dolore – con un respiro che soffiava sul fuoco, sfiorandolo appena.

Il mondo continuava con loro e loro camminavano col mondo, cercando e inseguendo l’armonia di questo camminare lungo, che accompagnava il destino.

Gli Stones sembrano sempre capitati dentro a una battaglia o appena usciti da essa, come i personaggi dissacrati delle acqueforti di Callot. Inzaccherati, sciamanati, smagriti dalle fatiche, con la faccia giovane devastata dal sole, dalle battaglie, con vestiti colorati, improvvisati, raccattati per strada, e indossati con indifferenza; anzi, con una certa violenza, con una gioia forsennata ma calata dentro a un momento. E questo della quotidianità, dell’assenza di storia e di qualsiasi malinconia, mi sembra il loro dato sempre conturbante e sempre nuovo.

Tale ritmo vitale che li porta a correre col mondo (con le ore, i minuti, i secondi del mondo) non ha mancato di fare vittime all’interno del gruppo; spesso devastato come un campo travolto da una grandinata, bianco di ghiaccio o stillante di torpida pioggia. Mi riferisco per primo a Brian Jones, ucciso dalla vita, dalla voracità e dalla pienezza della vita e che non ha retto a questa partecipazione del mondo. I Beatles invece resistono fino alla fine; portano vasi a Samo; indulgono alle crisi esistenziali, a quelle religiose, ma sono – dentro a una dura intransigenza – solo toccati ma non feriti da tutto e possono continuare a cantare a lungo, immersi (e come tutelati) nella stessa immacolata candidezza.

Fino a che un giorno, proprio come elementi disposti – sia pure per comodo – sullo stesso piano e che possono divaricare senza sforzo e senza traumi, decidono di terminare, si sciolgono e si trasformano in acclamati signori dalla chioma grigia, come i grandi tenori di un tempo che si ritiravano nelle splendide ville sui laghi. Anche la morte tragica di Lennon coesiste straordinariamente ordinata dentro a questo quadro di perfezione del cuore. È un sacrificio, non un assassinio. Un’aggiunta non una sottrazione. Lennon non aveva disperazione ma sopportazione; tenerezza inquieta ma anche speranza. È stato veramente ucciso dalla morte. Al contrario di Brian ucciso, ripeto, dalla vita; e che per questo è ancora un personaggio che resiste con violenza, come tutti i personaggi veri e tragici è un po’ repulsivo e un po’ incomprensibile.

L’esemplarità rabbrividente di Brian sta proprio nel non essere stato ucciso ma nell’essere stato consumato fino in fondo, risucchiato come da un’onda alta che non gli lasciava speranza. Così non ha avuto modo di reggere neanche allo scontro conclusivo con Jagger, che lo stava divorando con i suoi dentini ridenti, simile ad un ragno morbido impietoso magnifico e affamato. Nelle poche “situazioni” appena enunciate si rannicchia secondo me anche la spiegazione della durata di questo gruppo, che chiama raduna coinvolge trascina oggi come vent’anni fa, e che non si è lasciata intonacare dentro le bacheche del sentimento, delle formule e dell’industria; e così si è preservato non “miracolosamente” ma con fermezza dall’inevitabile obsolescenza. E con questa determinazione ha potuto aggredire ogni formula, passare attraverso ogni moda, masticando con terribile indifferenza ogni erba (anche alcune che parevano velenose) perché in mezzo ci mescolava l’antidoto di un’attenzione violenta, di una curiosità senza pace e riposo; un’impazienza non superficiale, legata direttamente ai segni, ai fonemi.

Per questo direi che ogni canzone degli Stones è sempre marchiata a fuoco, per stabilire una proprietà nella foresta. Naturalmente, in questo mondo composito di segni, che ogni giorno sembra rendersi nuovo col nuovo sole, c’è posto anche per inevitabili o esecrabili sgradevolezze. Dunque, ci sono pagine abbastanza nere, o nere addirittura, nella tempestosa vicenda ventennale di questo gruppo. Altamont, per esempio. La collusione con gli Hell’s Angel (“questi pazzi che facevano cose assurde”, come disse Keith tanti anni dopo); i pestaggi; l’uccisione del giovane Hunter. Era il 6 dicembre del 1969, in California. Un episodio documentato nel film “Gimme Shelter” uscito l’anno seguente. L’anno in cui essi rompono con la Decca e cominciano a gestirsi da soli; l’anno in cui “riprendono” il rock (un rock non contaminato) proprio nel momento in cui invece i Beatles, non riuscendo a saltare la siepe per riprendere il cammino in campo aperto, decidono di abbandonare.

Il punto è tutto qui, nel senso dell’intuizione del mondo e del suo movimento, della musica, delle proprie disponibilità a fare, ad agire. Con l’appoggio di Jagger, personaggio fuori da ogni norma. Una bocca enorme che si apre come l’antro della Sibilla e da cui ci aspettiamo ogni volta oracoli colorati, storie di prodigi e che debba produrre solo echi echi echi dentro al suono del giorno che si gira. A me, poi, sembra un fratello gemello di Raffaele Viviani, napoletano di New York o americano di Napoli. Così colorato, così notevole, così leggero, così vecchio, nella sua disperante giovinezza, così vitale sino ad una ridente esasperazione. Quindi va bene che il luogo per cantare sia Napoli ma non dovrebbe essere S. Carlo bensì il San Carlino, il teatro classico e antico, faccia a faccia con il più grande il più difficile il più umano pubblico del mondo.

I Beatles erano troppo inglesi per continuare a durare oltre la fine del loro mondo. Un sottile egoismo li riconduceva sempre alla ragione. Erano troppo lucidi per non avere paura di quel futuro che adesso cade dentro alle mani di Jagger e soci, itineranti come i grandi comici del Cinquecento attraverso un mondo pieno di croci.

 

 

l’Unità, 11 luglio 1982.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 11 luglio 1982
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