Ma perché in tanti scelgono la morte?

La “cultura della droga” e la brutalità della vita quotidiana – Un minuto felice

 

Quando Pierangelo Bertoli canta, quasi spaccando la frase: “Scoppiò un sorriso e illuminò / i prati della solitudine”, propone solo una schiarita improvvisa in un racconto generale detto e ripetuto dai veri cantautori che invece è tutto segnato da una unica lunga camminata e lunga battaglia dentro la droga. Perché l’eroina è la protagonista di molte estati e molti inverni recenti, quindi lo è anche di questa estate fredda.

Le voci di questi cantanti, di tutti questi cantanti, rendono l’oggi terribilmente lontano e diverso da ieri. Un abitante di Woodstock, la cittadina dove nell’agosto del ’69 si svolse il leggendario festival, in una rievocazione televisiva dieci anni dopo ha detto: “Sì, c’era un po’ d’erba in giro, qualcosa si fumava ma i ragazzi erano meravigliosi”. E un altro: “È stato un momento in cui la società del futuro si è manifestata”. L’erba dunque riusciva ancora a trasportare senza travolgere e si identificava con la tenerezza della fantasia; e poi c’era ancora “rassicurante e straordinaria”, la vicinanza, la comunanza, la partecipazione diretta di cinquecentomila giovani attendati. Ha detto un terzo: “È stato bello a Woodstock avere tutte quelle persone nello stesso tempo, e non è successo niente”. Dopo quel raduno comincia l’epoca contemporanea nella musica e nella partecipazione dei giovani alla canzone. La quale diventò il veicolo per entrare dentro ad un universo lontano da quello ufficiale; che è l’universo delle buone intenzioni e dei politici ciarlieri.

Il dopo Woodstock diventò eguale per importanza al dopo Hiroshima, al dopo Vietnam e a quello che sta cominciando ora da noi, cioè un dopo qualcosa. Una progressiva devianza, un salto di qualità in direzione anomala e un progressivo inabissamento nella droga sempre più pesante. Fino a toccare l’eroina, torva e immobile come la peste sull’Europa nell’anno 1200. La musica così, quando è vera, pesca sempre più dentro a quel mare e trascina, con voci e suoni mescolati, la gioventù a un completo distacco dalle generazioni precedenti. “È domani o la fine del tempo?” si chiede Hendrix; poi canta: “Una nebbia color porpora è nel mio cervello, ultimamente le cose non sembrano più le stesse… Scusami se bacio il cielo”.

Così questi cantanti, e altri vicino a loro, sono portatori di una comunicazione “totale” legata alla propria vita; e non scherzano su niente, neanche quando sembrano leggeri. Ciò spiega la ossessiva attenzione, quasi una identificazione con le loro canzoni, da parte di un pubblico alla ricerca di referenti credibili, veri e vicini. Ficcati dentro a una realtà che si sbriciolava risucchiata dalla frana di ogni residuo “valore”, questi poeti del nostro tempo propongono agli ascoltatori, soprattutto ai giovani ascoltatori, non tanto una immagine ma la tragica faccia di una esistenza consumata nella ricerca di una felicità impossibile. Ormai impossibile. Ma i tre nomi sopra indicati sono ormai dentro al mito e sono autori completi. Dopo di loro la musica trascinata dall’ossessione della droga (o la droga trascinata dall’ossessione della musica) è diventata sempre più imprecisata, sempre più precipitosa, sempre più approssimativa. Già Patti Smith cantava la quinta dimensione dell’eroina, quella che dà l’abbrivio di un momento di pace, che fa magari ballare a piedi nudi ma che finisce per portarti via da tutto.

Lasciandoti dove? Nel decennio dal ’69 al ’77 i giovani dopo grandi e scatenati entusiasmi hanno respinto ogni residuo appiglio politico e col rifugio nel privato hanno scelto una terra desolata in cui attendarsi da soli, senza più guerra con nessuno; neanche con se stessi. Una ragazzina giovane giovane a chi le chiedeva: “Ma non hai mai pensato che magari fra sei mesi di Travolta non te ne fregherà più niente?” ha risposto: “Beh, e allora? Vuol dire che mi piacerà quello che ci sarà”.

La cultura della droga dei vent’anni passati è spazzata via dall’uso del quotidiano afferrato con brutalità, appunto perché senza speranza. Meglio, dicono, un minuto felice che una lunga vita nel grigio spento delle città che schiacciano ogni cosa. Sembra lontana di un secolo Scimmia di Eugenio Finardi: “il primo buco l’ho fatto una sera”. Oggi i complessi producono una comunicazione che trova un’esaltazione o comunque una conferma della propria autonomia e della propria attualità nell’abbassamento apparentemente o volutamente sconclusionato dei segni e dei significati. C’è, in questo degrado, una strafottenza che è ironica o una indifferenza che è tragica. Keith Richards, chitarra solista dei Rolling Stones, arrestato per spaccio di eroina, a chi gli chiedeva: “La musica è magica per te?”. Ha risposto: “Nessuno riesce a capire l’effetto che certi ritmi hanno sulla gente, ma i nostri corpi pulsano. Siamo vivi semplicemente perché il nostro cuore continua a pulsare tutto il tempo. Certi suoni del resto possono uccidere”.

Nella musica ossessiva dei nostri giorni la via dell’ascolto, come un filo sottile, sembra partire dalla vita ma passa vicino o passa attraverso anche la morte. I giovani, visti senza miti e senza repulse, sono ormai una classe non emergente ma emersa e propongono o esigono linguaggi e quindi modi di comunicazione del tutto diversi da quelli istituzionali. I veri responsabili del loro cinismo (spesso), della loro fragilità, della loro solitudine, della loro violenza – e quindi anche della loro droga e della loro musica – sono tutti coloro che reggendo il mondo, lo guidano con la rabbiosa e inquieta arroganza di sempre, senza modificarsi e senza volere conoscere e capire fino in fondo i cambiamenti in atto e le autentiche richieste, che continuamente eluse portano al rifiuto totale e al parossismo. Sicché le nuove bande o formazioni musicali spaccano, anzi buttano via ogni armonia; aggrediscono il suono come fosse un cubo di ghiaccio o fosse il cuore del mondo da sbriciolare a martellate: gettano dentro la pentola del linguaggio ogni genere di parola ramazzata, senza altro impegno che riaffermare il rifiuto della realtà; di questa realtà. La quale è tale da preferirle contro, come dicevo, la morte. (Morte per droga, con un momento di allucinata felicità: morte pronta per suicidio, senza nemmeno il rimpianto del pensiero). O comunque un lasciarsi prendere, andare; lasciarsi trascinare via. Le cinture periferiche delle metropoli prima, poi delle grandi città dopo hanno prodotto questa musica che delira, che prega, che urla col dito puntato che il mondo è finito.

Naturalmente non è vero. Ma se oltre a discettare per giorni e settimane sulle percentuali di voti i dirigenti politici ascoltassero un LP di Peter Tosh o di Lou Reed? Sarebbe un utile aggiornamento culturale. Entrambi venendo in Italia mettono i giovani del nostro paese in movimento. E a migliaia. Centinaia di migliaia.

 

 

l’Unità, 18 luglio 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 18 luglio 1980
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