Cercò un nuovo sentiero nella foresta dei suoni

Paragonò i Beatles a Cristo non per ironia, ma per provocatoria disperazione – La necessità di comunicare col pubblico espressa attraverso clamorosi paradossi

 

C’è una fotografia ufficiale dei Beatles, datata 1967, che è bella e significativa. Fredda ma vera come tutte le fotografie che non lasciano scappare via nulla e ti inchiodano per sempre. Fermo come una statua di sale, con lo sguardo pietrificato, che ha visto ma adesso non vede più niente. Bene. In alto a sinistra ci sta Paul e sembra Bel Ami; a destra Ringo e sembra un mercante di quadri del tempo di Bodler; in basso a sinistra c’è Harrison e sembra Stevenson a Samoa appena sbarcato dal panfilo; a destra infine c’è John: e lui si distingue.

Ha il viso allungato e il labbro appena contratto, sembra non uno che sta pensando ma uno che sta cominciando ad odiare, con qualche indecisione. E che, al principio di questo suo privato ma profondo travaglio contro il mondo, sia sul punto di rifiutare qualcosa di decisivo e si scopra, in quel momento, debole e affranto. È lo sguardo di uno che non concede pause neppure a se stesso. Ci vedo una determinazione ossessiva, introiettata, a livello esistenziale. Ecco perché l’affermazione fatta in pubblico da Lennon alla fine degli anni Sessanta, che il successo suo e dei compagni era paragonabile soltanto a quello di Cristo, è certamente più realistica e anche più pertinente delle dichiarazioni fatte da Lennon alla fine degli anni Settanta, tra cui mi ricordo il seguente: “In qualche modo, i miei ultimi anni sono stati una sorte di penitenza, un modo come un altro di dire: comprendo completamente e sono pronto a porre la mia vita in linea per dimostrare tale comprensione”.

È certo vero che lui era clamoroso, come è stato scritto, ma non credo che la dichiarazione secondo cui i Beatles erano più grandi di Cristo fosse fatta con una punta di ironia, come è stato scritto. C’era forse una esagerazione iraconda, dentro quella frase, o quel bisogno di esacerbare ogni situazione con il fuoco della sorpresa clamorosa – per l’appunto – che era un contrassegno del gruppo sin dal principio e poi diventò una necessità. Una necessità di comunicazione col pubblico. Per me, comunque, l’ironia non c’entra, non c’è. Lennon affermava quelle cose perché così doveva, perché quello era il gioco. Il grande gioco. Dentro cui ormai si trovavano invischiati, e che richiedeva di continuo simili propellenti nei riguardi dei quali Lennon era diventato, via via affinandosi, un campione.

Un gioco accettato, che richiedeva l’interesse o il distacco della ragione (ragione uguale a lucida invenzione) ma non tollerava certo l’ironia, che rende impossibile di stare dentro le cose o di fingerle, minuto per minuto. La correzione alternativa a questo essere o stare dentro al mondo in modo clamoroso, dunque, non è l’ironia, ma la disperazione. E Lennon era un artista disperato – alle volte con violenza alle volte con discrezione – che non riusciva a rassegnarsi, ad accontentarsi. Il settimanale francese l’«Express» del 20 dicembre, dando notizia della sua morte, ricordava che il 9 febbraio del 1964 i Beatles si erano presentati per la prima volta alla televisione americana nello show di Ed Sullivan. Quella sera in 73 milioni li guardarono e li ascoltarono e la polizia, il giorno seguente, poté dichiarare che per la durata dello show nessun crimine era stato compiuto da un giovane su tutto il territorio nazionale.

Dunque è vero che, per un processo inevitabile di autodistruzione, gli eroi finiscono per diventare non dico caricature ma ombre di se stessi? E si fingono santi o mistici o scettici o pensosi più del lecito per coprire la perdita di potere autentico e quindi la loro progressiva decadenza?

Adesso che le ceneri di Lennon sono disperse è possibile raccogliere la sua voce da terra senza essere calpestati dalla folla eccitata, facendo contemporaneamente alcune considerazioni più distese, fuori dall’ansia dei primi momenti; perché parlare dopo un mese è come parlare dopo un secolo, dentro a tanto silenzio. Così richiamo, intanto, tre affermazioni lette o ascoltate. Una è di Severino Gazzelloni sulla musica dei Beatles, che era raffinatissima e attenta, prevalentemente, al periodo elisabettiano. La seconda è di Gianni Celati (che andrebbe tutto citato), secondo cui i Beatles avevano scelto il “rock da camera”, Chamber Music, una cosa che non si faceva più da secoli: e per quello sembravano un po’ elisabettiani. La terza, infine, l’ha stampata la rivista «Time» tempo fa, e sosteneva che Lennon era l’unico poeta da salvare nel nostro secolo.

Tutte centrano un punto, di volta in volta prevalente, a cui ci si può attenere per non uscire dal seminato. Le prime due indicano intanto una verità, cioè che i Beatles hanno cercato e hanno trovato ma non hanno inventato; la terza, che sembrerebbe soltanto un’esagerazione, insinua che la professionalità sempre più rifinita dei quattro giovani di Liverpool, in Lennon è diventata prima un dramma, poi disperazione, infine convinzione e ricerca di comunicazione nuova, di una comunicazione diversa.

“Io non ho mai preteso di essere un rivoluzionario” scrisse in una lettera a Todd Rundgren del 30 settembre 1974; ma certamente lui ha sempre cantato, ha cercato di cantare come se lo fosse. Rivoluzione attraverso il canto è niente altro che cercare e magari trovare altri segnali per comunicare, è la ricerca di un mondo diverso dei segni. Puntuale all’appuntamento con la storia dei nostri anni, Lennon si è presentato scaruffato, disarmato e ha subito cominciato a cantare-suonare. Cercando un ordine dentro al bosco disordinato dei suoni; e infine proponendolo, questo ordine. Suonava e cantava la dolcezza disperata in un mondo eccitato e disordinato; proponeva la lucida geometria delle loro esibizioni mentre, sulle strade, c’erano barricate e bruciavano le macchine. Affondava la mano nella memoria dei suoni mentre il mondo sembrava capace solo di fischiare, o di piangere.

Si può dire che dentro alla grande e terribile incertezza del nostro mondo un uomo come Lennon, l’uomo che Lennon era diventato, aveva almeno capito. Il gioco è contro l’ignoto mentre la disperazione tutela, difende il presente. Si può giocare soltanto per morire; piangere basta per vivere. Basta questo lungo lamento. Se il gioco è contro l’ignoto anche la morte si può accettare come una conclusione che deve arrivare, come una vittoria al derby. “Ti rendi conto di cosa hai fatto?” – ha chiesto il portiere subito accorso all’assassino. “Certo – ha replicato ghignando Chapman – ho sparato a John Lennon”.

Di morte violenta muoiono soltanto i potenti, i prepotenti e i disperati. O coloro che dentro la vita aspettano. È anche vero che, in questa nuova attesa, forse Lennon sopravviveva. Double Fantasy è un dischetto graziosino e rifinito fino all’esasperazione ma senza un tremito. Ascoltarlo è come andare in barca sul lago in un giorno senza vento. La carissima Yoko canta I’m your angel che sembra una canzone per Biancaneve; ma tutte le quattordici sono sottotonate, con echi e piccoli rigurgiti musicali che vibrano come i capillari di un fumatore accanito. Il disco resta lì e non ha storia. Ma a lui, autore originale e importante (fra i pochissimi) bisogna subito riconoscere la grande capacità, unita a una volontà continua, di cercare, cercare e continuare a cercare la comunicazione. Il respiro, oltre che i soldi, degli altri.

 

 

l’Unità, 8 gennaio 1981

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 8 gennaio 1981
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