«La grande Patti in Italia, vorrei chiedere perché…»

Un giudizio critico di Roberto Roversi sull’organizzazione dei concerti di Patti Smith

 

Viene dunque in Italia e canterà in Italia. La brava Patti, la grande Patti. A Bologna. A Firenze. Forse in una terza città. Ma intanto a Bologna, (Emilia, Italia). È abbastanza vecchia, è abbastanza antipatica, è abbastanza brava, è abbastanza scatenata, è abbastanza nuova. Lei che, come ha scritto Roberto Gatti, si sente tutti e nessuno. Eppure mescolando la sua antipatia, la sua ossessione, la sua scaltrezza, la sua età, il suo professionalismo, e la forza/violenza non di un canto ma di un suono (che a me sembra prolungato e uniforme, da sirena di fabbrica in lontananza) adesso siede sulla cresta dell’onda. Perché manipola, con una forsennata ed approssimativa aggressività, la cultura della gente mezza colta; perché manipola con altrettanto forsennata e approssimativa aggressività (a cui aggiungerei un tanto di drammaticità, di teatralità) il sesso; che come è stato detto per lei è anche, anzi è soprattutto una dimensione di conoscenza. Dice o canta “il paesaggio è in movimento”.

Forse recita più che cantare; quindi si ascolta più che farsi ascoltare; ma nel contesto del suo discorso comunque avviato, con il bisbiglio, con l’urlo, col suono o con il canto rauco da colomba che tuba, la passione stravolge, avendo il sopravvento, la ragione; e ciò che lei ci comunica in definitiva è un magma metaforico traboccante di riflussi culturali generalizzati e mescolati, spesso anche riciclati, non senza un’astuzia maligna o un’astuzia piena di fretta irritata. La mancanza di riflessione e di pazienza è un dato. Quindi concluderei questa annotazione dicendo di ritenere questi concerti comunque un avvenimento che farà gioire chi organizza ed offrirà la possibilità alla stampa di prolungate argomentazioni.

Ma a me che ascolto e leggo la Smith senza un entusiasmo eccessivo (c’è una ridondanza uniforme e un manierismo abbastanza contraffatto nel suo discorso cantato) interessa soprattutto la gestione di questo concerto. Di questo, come del precedente di Dalla-De Gregori a cui feci in precedenza un cenno, e come del prossimo intitolato “Woodstock in Europa”. Perché la gestione spetta all’ARCI; anzi, per l’esattezza, alla CPS, cioè al “Centro programmazione spettacoli dell’Arci”; e perciò ritengo che un discorso sull’organizzazione di questi megaspettacoli-concerti allarghi il discorso, rendendolo certamente più aperto ed interessante prima alla valutazione e poi alla verifica dello stato della gestione non tanto del tempo libero (termine un poco generico), ma degli spettacoli in Italia da parte delle istituzioni di sinistra. Pare a me che la quantità e la grandiosità (non tanto dell’apparato in generale, ma dei modi e dei personaggi in ballo) vada a coprire la mancanza di coordinamento e di interesse per la individuazione dei problemi culturali emergenti e per la conseguente valutazione e programmazione, puntando ancora una volta – come sempre nel dopoguerra da parte della sinistra storica – sul coinvolgimento e sull’utilizzazione del grande nome o comunque della personalità di rilievo (magari anche solo di un rilievo momentaneo) si conferma la destinazione sempre subalterna e sempre solo ricettiva di centri o delle istituzioni o delle organizzazioni che dovrebbero invece avere predominante l’impegno di pensare di stabilire, provvedere, organizzare, rischiare.

Soprattutto rischiare, con intelligenza responsabile e consapevole. Portando e sostenendo Patti Smith in questa occasione, non si fa che ricalcare la vecchia proposta di un Sartre, o di un Brecht negli anni sessanta, quando bastava accennare al nome perché gli applausi scoppiassero.

Poiché in questi anni tutto sta cambiando rapidamente nella sostanza (anche se in superficie il mare delle cose pare ripetersi in antiche lagne e in appassiti anche se conclamati recuperi) credo che sarebbe un poco rasserenante vedere o accorgersi che si smette di ricalcare le vecchie strade per imboccare una qualche via diversa e nuova. Dato che dopo Patti Smith e il suo concerto Bologna ritornerà al bravissimo Dino Sarti, che è tuttavia un cantante dialettale. Oppure se ci volgiamo per altre occasioni o per altro verso a Torino vediamo che nello stretto pertugio di un mese (trenta giorni) sono annunciati in forsennata ammucchiata 70 concerti, dunque due o tre al giorno; concerti di musica classica, in questo caso.

Non c’è in ogni direzione un eccesso che svela fretta, anche se onesta, e un certo affanno di adeguarsi? Io per me questi spettacoli accatastati ed accavallati li sento come un frastuono di suoni o di cose che poi appena si vedono o appena si ascoltano; che possono magari accontentare ma che per la loro concitazione non possono rappresentare alcuna novità di fondo.

Voglio perciò chiudere solo facendo un’annotazione Patti avrà a Bologna forse sessantamila ascoltatori che, finito il concerto, torneranno a casa parecchi avendo comperata l’ultima cassetta della cantante con la colomba. A lire 7.500. Ma a Bologna manca un vero teatro di prosa. Manca cioè un luogo vero adibito a spettacolo teatrale. Dico a Bologna, Emilia, Italia. Dove come sappiamo, il nove di settembre la brava Patti verrà a cantare e suonare. Rassicurando molti personaggi ufficiali e un poco tutti che i vuoti e i silenzi non ci sono.

 

 

La Città Futura, anno 3, n. 30, 7 settembre 1979

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: La Città Futura
  • Anno di pubblicazione: anno 3, n. 30, 7 settembre 1979
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