Pasolini: accettato o subìto?

Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977, pag. 404

Pasolini e il “Setaccio” 1942/1943, a cura di Mario Ricci, Cappelli, Bologna 1977

 

Nel primo di questi volumi sono raccolte le documentazioni degli errori imputati a Pasolini e degli orrori perpetrati pubblicamente contro di lui dalla società egemone del suo tempo. Nel secondo volume è raccolta un’anticipazione di ciò che Pasolini stava diventando, nel momento della piena giovinezza e di una felicità che era appena incrinata. (È sempre necessario ricordare che anche nei momenti più grevi o più tragici – così come sono riproposti con secchezza burocratica dai documenti del secondo volume – una tensione qualsiasi, ma continua a un tanto di felicità, sia pure stravolta, è il dato del Pasolini anche più maturo e già celebrato. Celebrato nel modo distorto e anomalo che conosciamo).

Credo che entrambi i volumi – l’uno, come ho detto, di resoconti tragici o gravi; il secondo di memorie giovanili e di opere giovanili – siano due contributi molto importanti per cercare di districarsi dentro ai problemi che la vita prima, poi l’esecuzione di Pasolini hanno lasciato aperti. E senza che si arroghino di arrivare a conclusioni – in quanto la gravità di questi problemi induce ad approfondire le questioni piuttosto che a concluderle, sollecitando a continue considerazioni particolari. E a me pare questo il beneficio maggiore, tuttora in atto, che dobbiamo a un autore straordinario (nel senso d’essere, con l’autorità e l’importanza delle opere fatte, fuori della norma istituzionale; nella quale persiste invece il sopore di tante posizioni adagiate nella routine o il contrassegno di innocue stramberie).

Il volume dedicato a raccogliere le “cronache giudiziarie” non è stato pubblicato senza qualche patema, a leggere la notula in appendice firmata dallo stesso Garzanti. E penserei che la perplessità maggiore sia provenuta dall’impostazione generale (che condivido) di questa raccolta di documenti e di contributi di vario genere e misura; partendo dalle convinzioni di come e perché Pasolini è stato ucciso. La volontà di un’autodistruzione? La conclusione inevitabile di un’eccitazione vitalistica e privata? O al contrario il confluire di ragioni generali, rese effettive in quel momento perché a edificazione e in nome della società che abbiamo sotto gli occhi si potesse declamare, come fu fatto, “oscenamente vissuto, oscenamente morto”? Concordo con un’affermazione di Zanzotto, lì dentro al volume: “nella sua morte c’è stata pedagogia”. Ma è soprattutto nel saggio fondamentale di Rodotà che si compongono gli elementi essenziali della vicenda biografico-giudiziaria di Pasolini; e si capisce la sua morte. Rimando dunque il lettore che vuol sapere e capire a queste pagine esemplari. Lì sarà convinto (o stimolato a credere) che intorno a Pasolini si è snodato per vent’anni un unico processo che si ingrossava o risecchiva a seconda delle circostanze; che la società italiana, anche la più tollerante, in quel periodo non appare mai disposta ad accettare questo uomo fino in fondo – anche se è costretta a subirlo. E sarà pure convinto (o stimolato a credere) che Pasolini non fu mai un bersaglio facile, un bersaglio rassegnato; che non diede mai l’impressione di essere in fuga. Anzi, cercando continuamente di masticare la realtà, anche nemica, egli espresse una prorompente vitalità “culturale” chiedendo sempre qualcosa di più e di diverso. Questa fame dei particolari, questa voracità esistenziale aggressiva e insaziata (però non nevrotica, si badi; piuttosto panica, totalmente goduta e totalmente di volta in volta rinnovata) sono il segno condizionante fino dagli anni giovanili – quale appare molto bene indicato nell’antologia curata da Mario Ricci, della rivista bolognese «Il Setaccio», in cui Pasolini molto giovane, redige, scrive, critica, disegna insieme a un manipoletto di compagni intelligenti: Fabio Mauri, Luigi Vecchi, Luciano Serra, Mario Ricci, Achille Ardigò, Giovanna Bemporad fra gli altri. Dal n. 1 del novembre 1942, al n.6 del maggio 1943, questa «Rivista mensile della Gil bolognese» (politica, letteratura, arte, notiziario) raccolse scritti pasoliniani di notevole interesse; ma più generalmente, leggendo il libro intero si può ricavare con lucidità lo spaccato di una generazione che, nata sotto il fascismo, si stava sfasciando insieme (e quindi anche contro) il fascismo.

La particolare e caratterizzante relazione di Pasolini da Weimar potrà essere raffrontata a quella di Giaime Pintor pubblicata nel volume einaudiano Il sangue d’Europa. A Weimar i tedeschi avevano radunato intellettuali da mezza Europa; a Weimar Pintor, Pasolini e altri giovani erano andati con Vittorini. Doveva essere un momento di confronto (come si dice oggi), di verifica; comunque fu una presa di cognizioni e lo sblocco di una situazione di stallo (il primo balzo fuori dal confine, il primo impatto con una aria che non era più di casa). È da questi esami (raffronti) in dettaglio che a mio parere potrebbe avviarsi una più attenta e precisa valutazione nello svolgimento anche contorto, contrassegnato da una ansia culturale estrema e da un dolore, nel fare, realmente atroce, di una generazione che proprio in quei mesi cominciava ad aprire gli occhi; e a conoscere una diversa realtà. Gli elementi esistenziali e culturali “generali” di tale sconvolgimento non sono mai stati considerati fino in fondo, e con il necessario rigore, da una storiografia che ha marciato per lo più sulle generali o sulle contrapposizioni immediatamente identificabili. Il libro di Ricci, compiuto intorno alla personalità di Pasolini, potrebbe molto aiutare a un approfondimento in questo senso.

 

 

Rinascita, anno 35, n. 3, 20 gennaio 1978

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Rinascita
  • Anno di pubblicazione: anno 35, n. 3, 20 gennaio 1978
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