Cosa fare e come fare di una cosa se questa cosa è la poesia

Per amministrare un bene o un’idea e per valutare fino in fondo l’uso e il consumo occorre a mio parere decidersi e stabilire la sostanza di ciò di cui si vuole fare uso. Nel nostro caso, volendo usare la poesia, prima di scegliere il modo è necessario definire dunque cos’è. E qua di voci e di modi per giudicare ce ne sarebbero mille. Propongo di mandare per buona la seguente definizione che per me sottoscrivo: la poesia trasmette messaggi vitali (politici, sociali, antropologici, sentimentali) di urgenza assoluta, per mezzo della lingua della poesia – che è una lingua, nella sua precisione, straordinariamente metaforica. Dunque la poesia non diverte ma coinvolge; voglio dire che costringe a fare dei grossi conti con se stessi e con gli altri. La poesia, prima fra tutte le varie comunicazioni possibili, cerca di stabilire e conclude. Essa dà dati immediatamente fruibili, che la memoria piò conservare risvegliando antiche tenerezze o che i sentimenti possono sviluppare dentro a cento fuochi diversi. E si dirama dentro di noi, rapida ed efficace, come una buona medicina. ha una sua utilità immediata, una rapidità di consumo senza uguali. Resiste “dentro” e fornisce anticorpi contro l’usura esistenziale e il massacro delle idee. Ha la pazienza del leone sotto il sole. Ecco, uso anch’io metafore per stabilire un identikit di questa antica madre dell’uomo; che non ha mai un’età diversa dalla nostra e che non si esaurisce mai. Basta allungare una mano per trovarla. Se la poesia è dunque questa voce così persistente che dura, vediamo come usarla addosso alla nostra fragile pigrizia di uomini subito scontenti. La possiamo organizzare? Sì. La possiamo programmare? Sì. Possiamo farla e rifarla, mescolarla, strizzarla e poi magari rimandarla o accantonarla?

Sì. Possiamo fare tutto e farne tutti gli usi; se abbiamo un programma per farlo. Una sola cosa credo non sia permessa. Quella di avere o mantenere verso la sua maschera così sorprendente e sempre diversa un qualche ufficiale o ufficioso rispetto: o una forma di rispetto scolastico. Possiamo strapazzarla, se cogliamo l’intelligente novità e utilità, per farlo. Senza aspettare possiamo pensare di scriverla noi e poi se occorre, farla scrivere a un altro; o dedicargli invece un ascolto preciso su qualche tema e qualche autore per mezzo di una lettura a più voci, che sia una lettura provata e riprovata e non un semplice sfiorare e voltare di pagina. Possiamo fermarci su pochi versi e discutere: o fermarci su un verso e prendere fiato per una nostra prova.

Possiamo tentare di riscrivere la poesia dei poeti. Soprattutto dobbiamo essere convinti che la comunicazione in versi è di tutti e per tutti e che non c’è un pubblico che ascolta; ma che mescolati e molteplici, uomini, donne, vecchi, bambini, tutti siamo protagonisti. Possiamo scrivere i testi, leggerli, poi radunarli, ciclostilarli in proprio e formare quaderni da distribuire. Ci si può unire ai pittori, perché intervengano sulla parola coi segni del disegno o della pittura. Le possibilità di straordinaria contaminazione sono tante. E non finiscono di stupire. Perciò la voce della poesia non ha tempo né età. Anzi, proprio per questo in epoche buie – e tale per il momento è la nostra – essa è uno dei pochi lumi che ci aiutano mentre camminiamo in fretta o con fatica dentro la nostra vita.

 

 

 

Supplemento al numero 14 de «La Città Futura» del 5 aprile 1978.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Supplemento al numero 14 de «La Città Futura»
  • Anno di pubblicazione: 5 aprile 1978
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