Cavalcare la tigre

Una domanda sul “nostro fascismo”, rimasta inevasa dai tempi di «Officina». Oltre al mio, al tuo, al suo, dov’è finito il fascismo delle istituzioni burocratiche, delle istituzioni politiche, delle istituzioni economiche?

 

I problemi di nuovo avviati con e nella tesi universitaria (documentata attenta interessante) di Cinzia Barzanti – di cui un capitolo è stato pubblicato in «Bologna incontri» n. 4 dell’aprile 1980 con il titolo: I movimenti studenteschi degli anni quaranta di fronte alla guerra – hanno fra l’altro consentito a Renzi un altro dei suoi lucidi interventi aggiuntivi sull’argomento. Non c’è compiacenza in queste mie parole ma la convinzione che Renzi è stato fra i primi e fra i pochi a proporre e poi a riproporre il problema del nostro fascismo (il fascismo di una generazione) in termini reali, storicamente esemplari, non celermente denigratori, senza feticismi di alcun genere ma mosso sia da una giusta rabbia sia dalla preoccupazione non solo di capire le cose ma di farle capire a una società che pareva aver rimosso con un semplicismo un poco intemperante ma soprattutto frettoloso (pericoloso) un quarto di secolo della propria storia (come nota Cinzia Barzanti manifestando una “perdita di memoria storica” inequivocabile e anche sorprendente).

In altre parole: Renzi (ripeto: e pochi con lui) fin dall’inizio degli anni Cinquanta, in prima persona e con motivazioni esemplari aveva riproposto il problema fondamentale di “noi giovani” non tanto di fronte ma sotto il fascismo; aveva insomma posto il problema di una generazione (la nostra) e di una società in generale (la nostra) che mostravano d’avere dimenticato troppo in fretta e d’avere in fretta accantonato le cose appena accadute, quasi a voler confermare sul vivo che nell’inferno di quegli anni o nel deserto reale di quegli anni – e comunque dentro a quella vita – neanche ci aveva vissuto.

Mi pare che la richiesta precisa, la domanda argomentata di Renzi siano rimaste inascoltate – fin dal principio, quando fu sbattuto e imprigionato a Peschiera (e si dovrebbe ristampare il volume da lui redatto insieme ad Aristarco e a Calamandrei e pubblicato nel 1954: Dall’Arcadis a Peschiera), con una violenza meticolosa e provinciale da parte del potere pubblico, simile nell’arroganza e nella precipitazione acrimoniosa alla violenza del precedente ventennio. E mi pare soprattutto che la richiesta sia rimasta inascoltata a sinistra (che diede alla vicenda di Renzi, allora, una solidarietà vistosa ma approssimata; comunque non certo così organica e durevole e compatta da aiutare a sdipanare il problema subito e fino in fondo; non dimostrandosi disponibile e interessata, insomma, alla sostanza del problema).

Ma queste mie parole si riferiscono agli anni passati, che richiamo sia per una esemplificazione sia per stabilire una situazione “generale”; un passato di cui gli errori, i vuoti di memoria, le svogliatezze culturali, le approssimazioni continuate stiamo di nuovo, in una drammatica sequenza a scadenza periodica, scontando anche in questi giorni.

Qual era insomma, e fin dal principio, il fondo del problema? A mio parere, ripigliandomi alle più documentate pagine di Renzi, era il seguente (che trascrivo in un piccolo gomitolo di domande affatto retoriche): che cosa era il nostro fascismo? cos’era stato? dove e come si è consumato? con quali riferimenti di documentazione? oppure: ciascuno di noi ne porta in corpo un residuo sfilacciato, in un nodo non ancora del tutto districato e quindi senza saperlo? quali atti sono stati compiuti, quali azioni sono state avviate in modo ampio e responsabile, cioè con la convinzione della ragione, non tanto per cancellarlo dalle cose ma per superarlo, per saltarlo via come una barriera ormai scaduta certamente ma che era ancora lì; e perciò come era necessario fare? E passando dal particolare al generale ecco un’altra breve schidionata di domande che non consentono approssimazioni: davvero il fascismo è soltanto un fatto storico concluso (accantonato come orrore della storia)? così che ci consente, come vediamo ad ogni occasione nelle rievocazioni televisive giornalistiche e libresche, solo il condimento della satira grossolana, dello sfottò cabarettistico, con Mussolini al balcone, mani sul fianco come un flamenco, che muove labbra e ganasce e sembra che stia ciucciando una caramella mou? o non invece il fascismo è stato sul serio un lungo e anche terribile momento della nostra storia, con terribili conseguenze, con terribili circostanze, con terribili uomini, con terribili morti e con terribili guerre; che ha coinvolto  l’intero paese, sbrindellato città, inquinato le coscienze, mescolato i problemi; in particolare, allevando come polli almeno quattro generazioni di giovani; non scomparendo affossato con la fine della guerra ma permanendo come un plasma (qualcosa di presente, aggredente ma invisibile) nella nostra società; e continuando a nidificare in mezzo alla generale disattenzione e disaffezione, a difendersi dal tempo e a rivoltarsi contro le cose e dentro alle teste ai cuori e alla memoria di tanti?

Mi riferisco per esempio a ciascuno di noi che, nati quando il fascismo è stato il potere, il potere ufficiale, educati nelle scuole con la cultura approssimata ma calcolata e affatto caotica del fascismo, quindi ricoperti come un wafer alla cioccolata dalla sua affatto labile ideologia, adesso invecchiano con l’illusione di non avere vissuto quegli anni, di non aver guardato quegli anni, di non avere ascoltato quegli anni, di non avere masticato morchia speranza e dolore in quegli anni. Invece dati precisi, documentabili, documentati sono lì a stabilire che quei fatti sono accaduti, quelle parole sono state dette, quelle azioni corali sono state compiute da tutti, quella storia è lì col suo corpo intero a raccontare un periodo della nostra vita, mentre noi crescevamo ascoltando la nostra giovinezza e il nostro dolore; e che quelle tali pagine ufficiali (magari approssimate ma che stabilivano per noi tesi mnemoniche da ingurgitare, avendo il potere di farlo) sono state scritte divulgate e lette mentre noi cercavamo di cominciare a scrivere; ed eravamo vivi.

Il capitolo della tesi di Cinzia Barzanti, pubblicato su questa rivista, ricorda coi fatti che in quell’ultimo periodo (anni ’38-’40) un dissenso inquieto si mescolava a un inquieto consenso, da parte dei giovani, in riferimento al potere in atto; e che questi giovani erano inquieti o consenzienti così come sempre accade, con una debolezza arrogante e generosa, con una approssimazione cavillosa nelle argomentazioni, magari insicura ma tenace; insomma, che le loro azioni, parole e critiche si muovevano all’interno di una società che non era affatto scoordinata nelle sue strutture di potere e anzi mostrava durezze imprevedibili ogni volta che venisse ribattuta – anche se questi giovani mostravano poi (come è sempre inevitabile) i limiti operativi contrassegnati da una giusta ingenuità, da una giusta indifferenza, da una giusta serietà; che li portavano allora, come li portano anche nei giorni che corrono, a fidarsi un poco e a credere un poco; fino a prova contraria. Il semplicismo, direi teologico, delle analisi a posteriori, da parte di una storiografia attenta e documentata ma disposta in prevalenza a catalogare e a scindere col fine di arrivare a conclusioni generali totalizzanti, non ha saputo cogliere i dettagli di una situazione che era più drammatica, più radicata di quanto si sia affermato fino ad ora. Anche a distanza di quarant’anni, una domanda che potrebbe sembrare addirittura improponibile come la seguente: «in che modo si è consumato il nostro fascismo?» rischia di essere una domanda importante, una domanda vitale per capire e colpire i nodi di contraddizione, le resistenze che permangono, le imprevidenze di questi anni, di questo nostro mondo. Dove è finito, come si è concluso o consumato il fascismo dei singoli (il mio, il tuo, il suo) è naturalmente una domanda retorica che potrebbe essere chiusa da una risposta semplice e immediata; ma si caricherebbe di altro peso se fosse seguita o sostituita da altre, fra cui la seguente: «dove è finito il fascismo delle istituzioni burocratiche, delle istituzioni politiche, delle istituzioni economiche?». Il fascismo superstite, insomma, aggregato e aggrappato come una tenia nel corpo della società?

Per parte mia, da un piccolissimo angolo, ho cercato di intervenire in merito con alcuni testi di «Dopo Campoformio» e delle «Descrizioni in atto» e con il romanzo «Registrazione d’eventi» – con i quali cercavo di raccontare, mostrandola, la fatica con dolore incontrata per cambiare di pelle; non avendo goduto il beneficio di una improvvisa illuminazione o di una pozione miracolosa che mi avesse sollevato in un baleno fuori dalla realtà che feriva. Ma so bene che era ancora troppo poco, sia per me sia per un eventuale paziente lettore; al quale servivano messaggi e inviti più consistenti, più autorevoli, più edificanti.

Dico questo, perché, sull’abbrivio degli interventi di Renzi e adesso sul rinnovato interesse pieno di precisione, di cautela dei giovanissimi che non si lasciano sviare, vorrei confermare come l’urgenza di questo problema e del dibattito conseguente mi fosse presente fin dai tempi di «Officina»; in quanto già da allora mi lasciava inquieto, insoddisfatto, la mancanza di attenzione specifica per il versante della nostra esperienza precedente, sia pure breve e giovanile ma determinante; quasi che ciascuno di noi venisse dal vuoto e dal freddo, oppure fosse stato in seguito rapidamente riciclato in ideologia, senza traumi, senza alcuna difficoltà residua; e non provenisse difilato dall’interno di una realtà che aveva prodotto, radunato tanto tragico dolore e che solo per la decisione convinta delle avanguardie in armi e anche per la violenza precipitosa degli eventi si era sbriciolata. Il nostro fascismo, cioè il modo con cui ciascuno di noi era stato cresciuto, informato, ingozzato e poi era entrato nella giovinezza piena passando per un periodo stravolto dalla guerra, mi sembrava argomento principale fra i tanti ancora in discussione. Mi sembrava un bivio inevitabile da oltrepassare dopo avere considerato con determinazione tutti i risvolti dei problemi. Su «Officina», per esempio, pubblicai un intervento sul linguaggio della destra; ma la rivista finì prima che il discorso che credevo importante (naturalmente come problema) potesse continuare. Questo discorso, sia pure dopo anni, torna a ripresentarsi urgente per acquisirlo, con pazienza e attenzione critica, da tutti. Torna ad essere utile, valido; da riferirsi non tanto al neofascismo parlamentare o al fascismo esplicito che violenta i giovanissimi dentro a questa società così poco esemplare; ma da riferirsi al torbido fascismo latente, lattiginoso, sfuggente che persiste, sia pure male ospitato e in una indifferenza sadica o stralunata, ancora dentro alle cose, alla gente, alle istituzioni. E ci sta dentro perché nessuno, in modo chiaro continuato ed esplicito, con la necessaria autorità e documentazione, ha voluto, ha cercato di cavarlo fuori isolandolo come un virus per buttarlo sul tappeto dei problemi ancora aperti della società italiana; in modo da poterlo affrontare una volta per sempre, prendendo atto che era lì che incubava resistendo al tempo e alle nostre illusioni, come una malattia atroce, subdola.

Ho scritto anche in altre occasioni che la nostra generazione non è stata di certo una generazione fortunata; anzi è stata contrassegnata da vent’anni che sono passati prima pesanti e senza echi, poi grevi, poi terribili, poi atroci. Così che ha subito, partecipato, recalcitrato, rifiutato ma sempre dentro a un contesto storico preciso nei suoi dettagli, nelle sue responsabilità, nella sua ideologia. Invece ogni volta che questo argomento, questo pezzo di tragica storia viene preso in esame, per lo più lo si volge in burla, quasi si dovesse compiere una pubblica scancellazione con divertimento generale; oppure si esercita la separazione manichea fra buoni e cattivi, vinti e vincitori, rimanendo lontani dalla necessità di comprensione e di convinzione che dovrebbe distinguere sempre una giusta società democratica, una cultura democratica.

Prima capire in dettaglio e poi spiegare in dettaglio cos’è stato il periodo fascista, non nelle cose fatte ma sulla pelle viva di alcune generazioni di giovani che crescevano e non potevano capire e non avevano altro che la loro giovinezza disarmata o troppo semplice per affondare nelle cose («in un certo senso, scrive Renzi, i giovani di «Architrave» non inventavano nulla che non fosse già nel fascismo») mi è sembrato, in ogni momento una necessità non tanto di sistemazione storica o di dissacrazione personale ma di ricerca di pubblica verità e utilità; che si potesse poi saggiamente e con vantaggio applicare ai tempi che corrono.

Con questo non intendo, sia chiaro, che si debbano ridiscutere le conclusioni generali, già stabilite dai fatti; ma che si verifichino in concreto tutti i dettagli, tante motivazioni e contraddizioni particolari che rischiano di lasciare, se ulteriormente inesplorate, il giudizio inappagato e la nostra memoria storica reticente, ancora perplessa e in fondo impaurita. Perché non si può continuare, come giustamente afferma anche la Barzanti, «a rifiutare, negare, o ancor peggio ignorare tutto ciò che appare diverso, contraddittorio, più complesso».

Senza sapere non si può capire. E non ci si può accontentare di sapere le conclusioni senza risalire al monte delle cause. È dunque importante che, se non l’hanno fatto fino in fondo e in dettaglio i vecchi (che forse si sono limitati solo a combattere) siano i giovani ad avviare questo «a fondo» nella nostra società, con una ricerca ineccepibile quindi utile e senza mitologie; necessaria per tutti. Dopo Renzi, in questa occasione bisogna ringraziare anche Cinzia Barzanti per un contributo che stimola e fa pensare.

 

 

 

Bologna incontri, anno XI, n. 10, ottobre 1980

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Bologna incontri
  • Anno di pubblicazione: anno XI, n. 10, ottobre 1980
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