Cento, mille chitarre

Un’intervista, un cantante; ma potrebbero essere dieci interviste a dieci cantanti tanto la confusione e le contraddizioni in questo campo sono al massimo, e non più sopportabili. Mi fermo su quella a De André, lì sul posto a Firenze e dentro al festival, prima dello spettacolo; intervista apparsa con gran risalto sulla terza pagina del «Corriere d’Informazione» la scorsa settimana. Ecco i dati: arriva il cantante mentre il pubblico si raduna, poi c’è sempre più pubblico fino a diventare pubblico strabocchevole, tutto di giovani naturalmente, i quali pagano (l’entrata aveva un biglietto) e prendono posto mentre altri premono, travolgono, finiscono per debordare anche sul palcoscenico; intanto le canzoni del divo reso celebre da anni di sospiroso consenso cominciano a snodarsi con la loro astuta e acuta mistura di dolce – amaro che bombarda i sentimenti in disarmo; sicché a un certo momento molti cominciano a baciarsi al suono di codesta chitarra.

Bene: dopo il concerto il protagonista va a cenare e si ritiene subito offeso da alcuni commenti di compagni che siedono intorno. Dice uno a voce alta: questo prende in una sera quello che io ci metto un anno a radunare. Un altro ripete soltanto: Eridania. De André si incavola. Per il punto primo non al compagno ma alla giornalista che è presente ribatte che questa sera ha preso sì 2 milioni 800.000 ma che il partito ha incassato dieci volte di più e perciò il conto torna. Per il punto secondo impreca sempre con la giornalista d’averne le scatole piene, che il padre è il padre con i suoi impegni all’Eridania e lui è lui col gruzzolo di 150 canzoni in dieci anni. Aggiunge alzandosi che esige delle scuse formali dalla direzione del Festival. Si avvia, alcuni amici lo seguono, cercano di dissuaderlo, di calmarlo; alla fine si riesce a convincerlo e l’intervista si conclude.

Ho sunteggiato senza mutare una virgola. Ma a parte De André (che per esempio a me sembra gommapiuma Pirelli, morbido soffice soporifero) e salvo il “come” e il “quando”, non potrei ricavare dall’episodio alcune semplici ma non semplicistiche considerazioni in merito all’“uso” della canzone come comunicazione? Cioè all’uso approssimativo, improvvisato e abbastanza caotico di questo formidabile mezzo? Mi chiedo: è proprio necessario questo uso “spregiudicato” della canzone, sia pure per quanto attiene al tattico, vale a dire per richiamare tanta più gente perché dentro al Festival c’è poi anche “altro” che deve coinvolgere e convincere? Utilizzare “personaggi” con cui è avviato solo un rapporto informale non conduce a doversi accontentare delle apparenze? Organizzare uno spettacolo con un “divo” non equivale a proporre un codice di spettacolo “nella norma”? Oppure non è come presentare uno spettacolo il cui livello di godibilità e soprattutto di credibilità è affidato esclusivamente a questo personaggio? Una serata così organizzata in questo settore specifico – e sia pure all’interno di una istituzione composita e articolata come il Festival, che puntella con rigore le varie arcate allestite e disposte giornalmente – non finisce per esaurirsi in se stessa, per spegnersi appena conclusa?

Credo che il “nuovo” e il “diverso” debbano essere alla base, come un riferimento che non si può eludere, di ogni programmazione, in questo senso. Con altri e con molta convinzione (come ho già detto) credo che la canzone sia uno dei più rapidi immediati suggestivi completi accattivanti utili e “nuovi” mezzi per comunicare di cui oggi disponiamo. Ma credo anche che oggi sia fra i più disadorni negletti abborracciati trasandati incasinati nonostante l’apparente fluorescenza dei segni. Credo che all’interno della comunicazione di sinistra la canzone debba essere decodificata dalle incrostazioni rugginose dei mass-media, depurata da ogni inquinamento, riorganizzando anche la filologia folkloristica che ha travalicato ordine e limite per trasformarsi in un prodotto di consumo o per apparire simile a un terribile canto di requiem.

Quale modo tenere? Per me direi: evitare di prendere tutto o di cercare di scremare il meglio soltanto in superficie ma scegliere. Una volta che si è scelto con rigore, organizzare; ma all’interno del programma globale di tutti i Festival – intesi come un fatto o un atto ormai unitario – non lasciando nulla all’improvvisazione, all’estro, alla suggestione immediata, all’oppressione della necessità. Abbandonare invece ai commodori dell’industria culturale ufficiale la smania di avere tutto, in fretta e il meglio. Ricominciare anche a sbagliare ma con il puntiglio utile per scoprire le nuove strade e i diversi obiettivi.

Ci ritorneremo sopra.

 

 

 

“Chi comunica cosa e come”, l’Unità, venerdì 19 settembre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 19 settembre 1975
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