Acqua e fuoco come segni

In queste ultime settimane sono accaduti due episodi che si potrebbero definire minori, se riferiti ai mali generali; ma su cui vorrei fermarmi. Con la cupidigia di custodire difendere celebrare il privato orticello delle buone maniere e del giusto pensare, è un fatto che ciascuno di noi si ritiene immune dai germi dei pregiudizi di ogni genere (piccole e vili isterie mentali) mentre dall’altra parte è sempre portato a commiserare tutti gli altri che danno, gli sembra, un cattivo spettacolo sul palcoscenico del mondo.

Ebbene, vediamo se non sia il caso di dare una ripassata anche ai nostri giudizi perché non si torcano in pericolosi pregiudizi; e per compiere in ogni caso una tempestiva operazione di igiene mentale. Sappiamo infatti che non è più possibile considerare definito una volta per tutte il proprio bagaglio culturale; al contrario, sappiamo che bisogna rimetterlo in discussione sempre e alla svelta per aggiornarlo, in quanto il rapido invecchiamento delle notizie, dei dati, delle idee (la loro obsolescenza, come si dice) è uno dei dati incontrovertibili del nostro tempo. Andiamo con ordine. I due episodi a cui voglio riferirmi, e che hanno uguale matrice, sono accaduti uno in piazza Maggiore qui a Bologna e l’altro a Bresso nella periferia di Milano; nel primo l’acqua, nel secondo il fuoco hanno parlato, circoscritto, definito – direi, ridefinito – una vicenda con il segno di spietati pregiudizi. Ma intanto, cos’è un pregiudizio? È un giudizio (stralcio la definizione da un dizionario che ho sul tavolo) o un’opinione errata dovuta a scarsa conoscenza dei fatti o ad accettazione non critica di errate opinioni altrui.

A Bologna, i giovani abituati con la buona stagione a stare contro il portale di San Petronio (e va bene, anche a bivaccare qualche volta, ma senza particolare improntitudine; e i pochi perfidi casi accaduti sono di delinquenza comune e di comuni delinquenti e non caratterizzanti nella generalità) sono stati sloggiati a seguito di ripetute lamentele di enti e di cittadini benpensanti; e fin qui la operazione rientrerebbe nella norma del sistema che ottiene sempre di ricomporre e ricucire l’ordine apparente dentro al quale ammolla la propria magra e disunita coscienza; ma subito dopo, a ribadire e puntualizzare la vittoria sullo sporco che intacca e segna l’ordinata tessitura entro la quale deve svolgersi la vita sociale; e a celebrare ancora una volta il rito di una liberazione purificatrice; è venuta un’autobotte a lavare con getti lunghi d’acqua tutto il sagrato – mentre parecchi guardavano approvando.

I giornali hanno riportato che solo una donnetta (io dico una di quelle acutissime popolane che sono il sale della terra) si è fermata protestando che quei giovani, lì, non facevano nulla di male; ma ha ricevuto male parole. A Milano, a Bresso, il fuoco invece è toccato agli zingari. Per sloggiarli la polizia in forze ha dato fuoco a tutti gli sterpi di campi e campi nei quali erano attendati; così sono andati a fuoco tende, carrozzoni, le masserizie, in un bruciamento biblico. Nella furia del fuoco c’è capitata persino qualche auto di persone che vivono nelle case intorno. E si badi bene, quell’azione non si svolgeva contro uno sparuto gruppetto di nomadi ma contro una comunità che pur variando a seconda della stagione ha un effettivo di circa cinquemila persone.

Bene: i giovani con i capelli lunghi non sono sempre un modello di virtù borghese; né lo sono i gitani (i rom come gli zingari si chiamano nella loro lingua) ma vorrei almeno ricordare l’alluvione di Firenze, per un esempio non più tanto recente, durante la quale questi giovani sbalordirono anche i più increduli per la dedizione spontanea e continuata – e via via nel corso di tutti questi anni voglio ricordare le cento battaglie per la difesa della libertà alle quali questi stessi giovani hanno sempre partecipato dando un contributo rilevantissimo di idee e anche di sangue; e vorrei ricordare i lager nazisti nei quali gli zingari furono gettati a centinaia di migliaia e uccisi, e ricordare le sevizie disumane alle quali in quegli anni, come nei secoli della loro storia, furono sottoposti. Eppure (come è stato ricordato anche recentemente) al processo di Norimberga non poté parlare nessun loro rappresentante e le richieste di risarcimento non vennero neppure prese in considerazione. (Almeno per informarsi, perché non andare a leggere Il destino degli zingari di Kenrick e Puscon, edito da Rizzoli al costo di lire 4.000?).

Il fatto è che, oscuramente e nevroticamente, chi esce dalla norma (direi: è messo fuori) ancora oggi fa paura o genera fastidio e irritazione – talvolta autentico odio teologico. Costoro allora vengono definiti persone non recuperabili, sporche e disoneste, e proprio da codesta nostra società che trova troppo spesso, nell’esibizione della lacrima domenicale o dei buoni sentimenti riverniciati, un alibi pacificatorio – ma gretto e senza storia.

L’atto del lavare con l’acqua e del purificare col fuoco risale ai tempi tetri delle streghe (della caccia alle streghe), cioè a un remoto e profondo medioevo; si pensava che fosse stato assorbito macinato e dimenticato da una cultura in travagliato sviluppo. Rivederlo attuato nel consenso porta a far riflettere quale lunga strada si debba ancora percorrere e quale impegno occorra per sotterrare definitivamente i secolari cancri del giudizio.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 5 settembre 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 5 settembre 1975
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