Quotidiani alle corde

La crisi è generale – I casi più clamorosi

 

«Prima», con sottotitolo “La comunicazione come tecnica di potere”, è un mensile di informazione sui sistemi ideologici del nostro tempo: TV, stampa, cinema, religione, pubblicità, scuola, libri, azienda. A quanti hanno interesse anche non specifico ma per un semplice eppure fondamentale bisogno di igiene mentale a problemi della comunicazione, vorrei consigliare di leggerlo puntualmente se ancora non lo fanno e non l’hanno già recepito come un contatto e un controllo da non perdere. Non solo saranno informati ma saranno informati “bene”, con scrupolo di esattezza e democraticamente, cioè secondo una visuale “democratica” della società e dei problemi inerenti, senza la reticenza che deprime l’informazione ufficiale.

«Prima» esce ormai da due anni, è arrivato col fascicolo di luglio al numero 23 e a conferma della “buona” e “giusta” crescita del giornale da alcuni numeri ha un allegato di dodici pagine dedicato al “mercato della comunicazione” in cui si hanno e si danno anche molte notizie nuove dall’estero.

Ed è all’estero che si ricevono importanti conferme della crisi generalizzata dei quotidiani. “Quotidiani parigini alle corde” è infatti il titolo di un servizio di «Prima» che riassume, ordinandole e completandole, le notizie che nelle settimane scorse abbiamo letto anche nei giornali italiani sulla grave crisi dell’editoria quotidiana parigina (ma la crisi, come si sa, è ancora più ampia e ha toccato da tempo USA e Inghilterra, intanto). “Il numero delle testate che versano in difficoltà – scrive «Prima» – che hanno chiuso o stanno per chiudere, delle testate che vedono paurosamente calare il numero dei lettori e il livello della pubblicità, mentre i costi e le difficoltà di gestione economica salgono, ha ormai raggiunto un livello di guardia che ha investito il Parlamento, partiti, sindacati, intellettuali e opinione pubblica…”.

Tuttavia, come ho detto, il problema e i relativi avvenimenti erano stati in precedenza affrontati, secondo singole visuali, anche dalla grande stampa nostrana. «Il Corriere della sera» di giovedì 3 luglio, in una corrispondenza da Parigi riferiva così il “terremoto nella stampa francese”: “France-Soir vendeva sino a qualche anno fa più di un milione di copie… nel 1946 trentanove milioni di francesi acquistavano quotidianamente quindici milioni di copie di giornali, nel 1973 cinquantadue milioni ne acquistavano dodici milioni”.

E domenica 13 luglio sotto il titolo “La guerra dei giornali” scriveva: “I bilanci vacillano o franano quando una simile industria (l’industria dell’informazione, detta super leggera) tanto elusiva e impalpabile è stretta fra la inflazione e l’impari competizione con i mass-media elettronici. Il «New York Times» si regge appena sulle cartiere canadesi dei proprietari Ochs-Sulzberger, il gruppo «Washington Post-Newsweek» sulle stazioni radio-TV di Katharine Graham. A Londra il «Times», il «Sunday Times», il «Guardian», il gruppo del «Telegraph» e l’«Observer» sono in perdita”.

A Parigi vacillano «France-Soir» e il «Figaro». Batteva sullo stesso argomento anche Roberto Giardini, corrispondente de «Il Giorno» da Parigi, il 4 luglio: “Tra la TV che dà l’immagine e il rotocalco che spiega l’avvenimento, tra la radio che fornisce la notizia immediata ed il giornale locale per i piccoli avvenimenti, nascite e matrimoni, che interessano il lettore, il grande quotidiano non trova più il suo spazio… Ma si tratta veramente di una crisi generale del giornale in quanto tale o di una crisi dei grandi quotidiani parigini? L’«Ouest france», ad esempio ha scavalcato con le sue 624.000 copie il «Parini parigini», l’«Ouest France», «sien libere» (550.000) ed insidia da vicino il primo posto di «France-Soir» (637.000) che da troppi anni vive sugli allori di un glorioso quanto lontano passato”. Molto suggestivo, nel senso della indicazione critica, era il titolo del servizio: “Parigi: una stampa vecchia perde lettori e pubblicità”.

Anche da noi, lo sappiamo da tempo, tutti i giornali o la maggior parte fra essi sono in crisi; comunque tutti, o quasi tutti, affondano in gravi o gravissimi deficit; valutare con obiettività la portata di questo “fenomeno” che può essere considerato alternativamente disastroso o benefico penso sia importante; comunque, un atto e un’indagine necessari. Naturalmente la TV e i rotocalchi, che sono “tutta” immagine, si pongono sostitutivi di ogni ricerca di informazione “immediata” e “popolare” e rappresentano la concorrenza più diretta e massacrante al giornale; il quale tuttavia ha mali gravissimi anche nelle sue strutture e finiture, malanni riscontrabili con la senescenza; dunque mali di vecchiaia e fra questi c’è il linguaggio lento, tutto scritto, poco immaginoso (ad ogni conto), prolisso, non concreto, non rivolto alle cose; oppure con lo scrupolo subdolo di presentarle in anticipo per accantonarle o seppellirle al più presto.

Ho detto: un linguaggio vecchio; meglio: un linguaggio invecchiato; un linguaggio scollato dalla realtà dei fatti, delle cose, della gente; accademico e aggrondato, come si immagina debba presentarsi ed essere la sapienza del potere; affidato a formule che il potere ha codificato e ha volgarizzato e dietro le quali esso si annida e si china, di volta in volta, aprendo cortine fumogene per mimetizzarsi. Per queste ragioni il quotidiano è impregnato, come una morchia, del linguaggio o dei linguaggi dei politici oppure del grigiore di un linguaggio senza stimoli, con durezze intermittenti.

Un esempio. Giampaolo Pansa (autore di un recente libro tutto da leggere: Cronache con rabbia; Torino, SEI, 1975; pagg. 292, lire 4.000) riferendosi al discorso-fiume-relazione del senatore Amintore Fanfani al Consiglio nazionale dc appena chiuso si chiedeva: quale Italia si racconta il senatore? Ecco che il senatore ci racconta (rispondeva) l’Italia dei “necessari mutamenti”, dell’“articolata indicazione”, della “riveduta politica”, dell’“accentuato sinistrismo”, “dei rianimatori frutti sperati”, della “non ancora avvenuta razionalizzazione del tempo di vacanza”, ecc.

Un linguaggio, anche questo del senatore, orribilmente invecchiato nella sua presunzione di decoro oratorio e che si attorciglia alla retorica delle idee piuttosto che cercare chiarezza. Questo passo pesante, che lascia grandi orme di polvere, dai politici e dal potere in generale si trasferisce come un calco o come un’ombra nella pagina dei giornali pare dunque la crisi non di un genere ma di un modo di comunicazione. Come si vuole comunicare? Questa è la domanda.

È in atto, in questi anni, il passaggio dalla comunicazione che si legge a quella che si vede; la parola, subordinata, si riconosce sempre più secca e precisa; è in sottordine, non abbellisce, non è un commento ma un’aggiunta. In questo senso potrei paragonare l’attuale al V secolo avanti Cristo, al momento cioè del passaggio dall’esperienza auditiva a quella visiva, ossia dalla comunicazione orale (a voce) a quella scritta (per il mezzo di opere manoscritte).

Scrive un critico: “Si trattò senza dubbio di cambiamento lento, che man mano condusse al periodo in cui si stabilì un metodo consapevole di tradizione letteraria per mezzo di libri. Può essere istruttivo confrontare il prosatore più significativo del V secolo, Erodoto, il padre della storia, con Tucidide; sembra che Erodoto organizzasse ancora in diverse città greche letture pubbliche della sua opera, ma a Tucidide, della generazione seguente, rimane estraneo il recitare per trattenimento pubblico la sua narrazione storica, la quale è possesso perenne, opera non composta per declamazioni di breve durata davanti a un uditorio, ma affidata allo scritto, al “libro”, dunque alla meditazione di lettori contemporanei e futuri”.

Un trapasso altrettanto di fondo è in atto oggi, per un consumo della comunicazione più rapido e articolato; sostanzialmente più “indifferente” anche se più allargato. Si perdono parecchi valori, se ne acquistano o conquistano altri e diversi; intanto si deve far conto con le formidabili e sostanziali novità che richiedono un’attenzione culturale continua, e da parte nostra rinnovamenti giorno per giorno e verifiche sempre nuove. Non è un tempo, questo che conceda di stare seduti.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 25 luglio 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 25 luglio 1975
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