Il Festival dalle lunghe braccia

Una rabbiosa pacificazione avviata dal contatto con gli altri – Capovolti norme e parametri – L’invenzione come momento magico – Il variopinto mondo della canzone – Lo sforzo comune verso il nuovo

 

 

Le cose sono andate molto bene, perciò sarà concessa qualche riflessione critica in generale; non solo in merito al Festival provinciale ma anche al Festival nazionale nonché ai festival paesani, che hanno problemi più modesti ma nella sostanza simili e che pertanto non sono anomali rispetto ai Festival maggiori. Intanto diamo per accettata, come un punto indiscutibile, l’affermazione dell’architetto De Carlo ripresa da molta stampa italiana, che “Le feste dell’Unità costituiscono le uniche occasioni di incontro e di dibattito di massa che siano offerte in Italia”. Tanto vera questa affermazione, che non credo abbia bisogno di commento; basta “entrare” in un Festival (cioè buttarsi e partecipare, guardarsi intorno e controllare, sondare e verificare) per valutare l’importanza e la totalità del rapporto che si instaura fra la gente in moto, in attesa o attenta e le cose intorno: cioè i segni, le voci, gli oggetti, i cartelloni, le foto che parlano e comunicano.

Né richiamerò la particolare “suggestione” da cui si è coinvolti, la quale si traduce in una lena che prende, in una volontà e anche felicità di “fare”, in una sorta di rabbiosa pacificazione che è avviata dal contatto con gli altri e proprio in quella particolare situazione; così che si potrebbe accennare a una “ritualità” ormai svolta attraverso formule di raffinata sagacia organizzativa. E a questo proposito occorre appena dire che la validità di queste “occasioni” di incontro poggia su una capacità (e su una realtà) appunto organizzativa che ha ormai superato ogni contraddizione dei termini pratici ed è attestata a livelli di alto perfezionismo tecnologico; e questo conferma l’attenta analisi degli sviluppi e delle novità nel settore dell’organizzazione svolta dagli addetti ai lavori in questi ultimi anni, nel corso dei quali si è passati dalla “fiera” (sostenuta su un piano di forte tensione sentimentale e partitica) al “Festival”, soprattutto ai Festival più recenti in cui si è compiuto non solo un salto di quantità o di qualità ma un salto di struttura – capovolgendo tutte le norme e i parametri.

Bene; scaricato il consenso ho anche l’obbligo di commentare il titoletto che vorrebbe specificare il seguente: essendo adulto e configurato in tal senso, il festival si propone di radunare tutto e tutto abbracciare (nel senso dell’utile e del necessario), perciò è un momento: a) di “invenzione”, b) di “esibizione”, c) di “ricapitolazione”. L’invenzione, e ce n’è, è il suo momento più magico ma non copre tutto il suo tempo e il suo luogo; l’esibizione, e ce n’è, è il suo momento globalmente più necessario ma più magmatico e aperto alle contraddizioni; la ricapitolazione infine porta diritta al consenso; a una specifica pace che è soddisfazione – ma anche a sottacere (non certo per partito preso ma per la necessità dinamica delle cose) le piccole ovvietà, certi vuoti riempiti con approssimazione e un parziale ma riscontrabile compiacimento che ammicca nella direzione della cultura ufficiale più rappresentativa; e questo, a mio parere, è un punto che resta aperto, il pertugio da cui affiora (per qualche aspetto) un piccolo conformismo irritato; o comunque una contraddizione che, mi sembra, va individuata controllata e risolta.

Come? E perché? Non vorrei, con lo spazio misurato, dilungarmi; al contrario, per un esempio voglio limitarmi agli spettacoli musicali, al variopinto mondo della canzone. L’accennai lo scorso anno e lo ripeto ora: prendendo tutto – o quasi tutto – il conto (anche se torna) è un conto sbagliato. Prendendo tutto – o quasi tutto – si conclude per dare o offrire patente di validità (e sia pure parziale) a un settore dello spettacolo e quindi della comunicazione in cui oggi è fuori dubbio che la confusione è al massimo; in cui si ribalta un impegno politico approssimativo o improvvisato per impegno politico “vero”; il falso folk per vero folk; la cattiva canzone per buona canzone; il vecchio per il nuovo, ecc.

A un settore dello spettacolo in cui il buono (che è poco) e le cose e gli atti seri e faticati (che sono pochi) finiscono per disperdersi in rivoli sena alcuna connotazione o commozione. Il mio appunto è questo: il festival deve “promuovere” non accettare; “organizzare” non distribuire soltanto; deve servire da rigoroso spartiacque, non da fonte battesimale per il beneplacito di ogni adepto in ascesa o in declino. Dovrebbe anche affossare in modo definitivo l’ovvio culto – sia pure tattico – della personalità tele radiofonica, del personaggio soltanto sulla cresta dell’onda. E questo per evitare commistioni contraddittorie e il coacervo di spettacoli ripetitivi, di prove di scarsa rilevanza o di medio adeguamento agli usi civici dei cittadini.

Si eviterà così il consenso anticipato o scontato e lo scarico di ogni tensione – per cui alcune volte non si dà battaglia delle idee ma anticipato consenso nella battaglia delle idee (mi riferisco ancora a questo campo specifico); si promuoverà ancor di più la ricerca, la verifica critica, lo sforzo comune verso il nuovo. Il Festival ormai è un luogo d’incontro tanto importante, così spettacolarmente e politicamente definito che non può concedersi (ancora) il piacere della soddisfazione nelle cose proposte o da proporsi ma solo l’inquietudine della ricerca – e dunque la sua novità e il suo possibile errore. E questo come responsabile proposito di chi fa ad ogni momento (ed è abituato a fare) il conto o i conti con le “necessità” della storia – che sono lo sappiamo tutti quelle della vita che procede e della cultura che si rinnova.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 12 settembre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 12 settembre 1975
Letto 2486 volte