Un uomo da duemila milioni

Quest’uomo è un giocatore di calcio, si chiama Savoldi, è una punta ossia come si dice un uomo da gol; e io vorrei centrare questa notizia con alcune considerazioni.

Non credo che possa essere ribattuta l’affermazione ormai generalizzata che lo sport competitivo è diventato un fatto esclusivamente economico, nel quale confluiscono da una parte il divismo sempre più preciso e interessato degli atleti e dall’altra la grossa pubblicità con il suo peso e il suo impegno. Un atleta che compete, o che soltanto si muove in quel determinato scenario, è pieno di orpelli e campanelli pubblicitari al collo, al petto, ai piedi né più né meno dei lebbrosi medievali che si annunciavano da lontano con questo stridulo suono. E se non è personalmente un portatore e distributore di messaggi pubblicitari, l’atleta lo è come partecipe nel complesso dell’organizzazione e per l’insieme dei segni e segnali che lo circondano, lo costringono, lo condizionano.

Un esempio fra tanti: i motociclisti. Un tempo tutti neri nelle rigide armature di cuoio sembravano, così incupiti dentro a una giovane tristezza, tanti cavalieri teutoni impegnati in una severa corsa contro la morte. Oggi sono colorati come grandi pappagalli brasiliani e l’ossessione del rischio è diventata un rimando frastornato e allusivo, goduto proprio per questa incertezza e in un certo senso giocata su questa incertezza. Non c’è più la gara ma lo spettacolo; e le moto sono oggetti informali da depositare dopo ogni gara in una qualche galleria d’arte moderna; o da conservare come oggetti per collezione. Tutto oggi è confezionato in modo spinto e in modo da sorprendere; e non è forse inutile ribadire che, poiché la sorpresa non è rigorosamente prevedibile in anticipo, è buona norma produrla artificialmente e poi “sostenerla”, cioè alimentarla di continuo per il tempo necessario, in quanto la sorpresa comporta un rallentamento dell’attenzione critica e ci trattiene disarmati o felicemente vinti.

Ma torniamo al nostro argomento. I giornali della sera di giovedì 10 luglio danno la notizia in prima pagina. Il Corriere d’Informazione: Calcio follie / Savoldi venduto va al Napoli / Due miliardi / la più clamorosa follia / Il trasferimento appare clamoroso fino allo scandalo. L’affare calcistico del secolo / Il colpo dell’anno / Clamorosi colpi di scena / S’è scatenata la controffensiva / Retroscena da capogiro, ecc., ecc. Da notare che fin dai primi annunci con i quali si voleva suscitare o appoggiare lo sbalordimento del pubblico e così prenderlo e frastornarlo, veniva privilegiata la chiave (non una chiave) per intendere e giudicare il fatto; vale a dire si suggeriva di leggerlo come un’operazione folle, fuori da ogni norma, cioè fuori dalle regole e oltre il gran gioco del potere, il quale amministra, decide, pensa, provvede e dunque ama apparire sempre savio nella sua organizzata presunzione; di conseguenza, dallo scranno di distributore di delizie determinate esso proponeva di condannare questo sperpero (che lui stesso compiva) e si indignava (dunque contro se stesso).

Caricando la notizia di uno sbalordimento infastidito, come se l’atto andasse fuori dal limite di guardia di ogni tolleranza, quindi del buon senso sempre richiamato, il potere proponeva il moralismo (questo viscido tronfio e comodo arzigogolo argomentativo) come il mezzo per interpretare, incalzare, controllare la notizia.

Infatti il Corriere della Sera di venerdì 11 luglio pubblicava la notizia inserendola in un contesto più articolato. Prima: Napoli miliardaria / sensazionale notizia / è il colpo più clamoroso, più costoso, mai registrato nella storia del calcio mercato /; poi all’infervorato e ansimante sermoncino era sovrapposta una seconda notizia accompagnata da telefoto: l’altro volto di Napoli / piazza del Municipio invasa dai rifiuti per lo sciopero dei netturbini (e si vedeva la grande piazza seminata da onde di sporcizia) / protestano i netturbini napoletani / bastava la metà di quella cifra per pagare i nostri stipendi.

Così veniva inchiavardata la vicenda nel duplice aspetto di una follia che era da condannare in riferimento all’atto e in quanto Napoli è città che avrebbe bisogno di ben altre spese socialmente produttive. Nel fumo smosso dall’episodio incriminato suona l’affermazione del presidente della squadra del Napoli, il quale ha ribattuto seccamente che poteva comprare in quanto la società era attiva e aveva quel denaro in contanti, e perché l’impegno di una società di calcio, quando lo consente il bilancio, è di acquistare i campioni necessari per aumentare in forza e in peso; soprattutto, che non capiva il grande sdegno in quanto non spettava a lui spendere questi soldi per fare le fogne a Napoli.

L’affermazione, nella sua tracotante lucidità, è pertinente; così dura, senza fronzoli e almeno distaccata dalla retorica dentro cui si è voluto annegare l’operazione. Imponendo il moralismo come un giudizio su un caso quale è quello indicato, i padroni del vapore impongono una degradazione nella valutazione pubblica di un episodio che può essere anche giudicato “criminoso” ma se direttamente riferito a una più ampia generale valutazione socio – economica.

Sollecitando pura e semplice l’indignazione e proponendo dei confronti contingenti, si vuole invece compiere a mio parere una concreta e accorta operazione di mistificazione della realtà e di impoverimento del discorso generale che invece deve restare o deve diventare politico; e in quanto politico deve essere globale e non procedere per raffronti parziali e nell’indicazione di scelte proposte secondo l’ordine di una equivoca scadenza dagli abilissimi manipolatori della informazione. Per centrare quella che è a mio avviso la realtà di tutta l’operazione leggiamo Tuttosport (un quotidiano sportivo è sempre un quotidiano politico, e anche di questo parleremo): Follia legittima / La città è disastrata, Savoldi è una trasfusione sul piano sentimentale / Non è l’acquisto matto di un mecenate di passaggio, è invece un acquisto dovuto a un bilancio forte e sano di una società / è un acquisto industriale, non artistico.

Questo discorso non certo brillante stilisticamente è tuttavia poco fumoso: propone e dice. Dice che è sottoscritta (e intanto è stato consumato questo primo atto) l’operazione che porterà lo scudetto (uno scudetto) a Napoli, così come portò lo scudetto (uno scudetto) in Sardegna nel momento conclusivo del cosiddetto decollo industriale dell’isola, quando occorreva smuovere e convincere e anche un poco addormentare; o, se si vuole, distrarre. Oggi, con il grande centro di Lamezia Terme, stravolgente e pletorico come un’alluvione, che sarà ancora gestito con il sistema atroce del sottogoverno paternalistico, è necessario rassodare uno dei piloni portanti – e quello dello sport è primario –; esso può esercitare un’attrazione determinata in ogni senso e dunque può essere una leva in mano a questi maestri della manipolazione, producendo i suoni voluti e portando a quelle conclusioni.

Ritengo che la continuazione romanzata di questo racconto d’estate la leggeremo a partire da ottobre, domenica dopo domenica, con una insistenza deprimente (oppure eccitante, secondo gli schemi) a scalzare propositi, a convogliare sentimenti e ire, a costringere a conclusioni preordinate a dirottare discorsi e impegni. A meno che ciascuno di noi non provveda come si deve a correggere di volta in volta, sempre minutamente, il poco o il troppo di comunicazione artificiosa dataci. Perché accade come in una ricerca di caccia, quando si liberano in quel giorno e in quel modo gli animali. Perché siano, secondo i propositi, uccisi. Tutti.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, sabato 19 luglio 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: sabato 19 luglio 1975
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