Un arco di tempo con parecchie voci
Un rimando necessario al lettore: la rivista «Officina» fascicolo bimestrale di poesia, uscì a Bologna dal 1955 al giugno del 1959, in una prima serie di dodici numeri e in una nuova serie di soli due fascicoli; redattori della prima serie Francesco Leonetti, Pierpaolo Pasolini, Roberto Roversi; redattori della nuova serie: Franco Fortini, Francesco Leonetti, Pierpaolo Pasolini, Angelo Romanò, Roberto Roversi, Gianni Scalia. I fascicoli non superavano di solito le 50 pagine; il fascicolo n. 1 della nuova serie fu stampato dall’editore Bompiani, e l’incontro non ebbe fortuna.
Dunque: quello che meraviglia in questo nuovo parlare che si fa su «Officina» (proprio per l’occasione di una parziale e attenta ristampa einaudiana che si trova in libreria) è il quadro di piccola rapida rissa all’italiana che è stato disegnato frettolosamente da parte di chi sembra avere un sangue chiaro e nessuna fantasia. Infatti questi dicono: noi, noi, noi siamo stati i bravi, eccoci dunque schierati a prendere applausi e bandiera; lasciate perdere quelli, che sono senza arte alcuna. Querelarsi se sono stati più acuti e attenti nel cogliere, raccogliere, disporre e prosperare i piccoli gattopardi de «Il Verri» (una rivista uscita nel 1956 e che ancora dura) o invece i quattro, sei, otto gatti di «Officina» assomiglia mi pare, a volere ancora ridurre a pezzi i discorsi che possono essere avviati altrimenti e con qualche profitto, magari soltanto con qualche piccolo profitto, ed essere nutriti con un pugno di idee. Dobbiamo sempre tornare allo sfogo di strapaese e stracittà? Per farci scappare magari un duello fra Anceschi e Pasolini? Se vogliono, questi che parlano così convinti (ora accade che taluno si occupi talora del «Verri», e ne escono meraviglie, deliri e stupori; su «Il Verri» 1956-1974, indici generali) si possono tenere senz’altro, per mio conto, le loro cadreghe con relativi diplomi.
Credo che con la solita fatica ciascuno di noi possa (debba) tornare a esaminare tutti gli errori della nostra vita ma non per ucciderci in pubblico o per un solo frettoloso atto di dissacrazione ma perché soltanto ciò che viene distrutto dalla ragione conta e merita. Conta perché è stato fatto in quel modo: conta perché non sta soltanto impettito ad aspettare gli omaggi per una eternità di lunga durata; conta perché diventa cenere e perciò sottoscrive un fuoco che precede.
Meglio non rispondere alla domanda cosa è stata «Officina»; essa costringerebbe a un memorialismo estenuato o isterico e porterebbe a celebrarne o limitarne globalmente gli atti e lo svolgimento comunque denso del lavoro. Mi sembrano importanti altri problemi, che hanno d’altra parte un legame preciso con questa nostra rivista. E subito per un discorso organico e un giudizio più sicuro vorrei non dimenticare un gruppo di periodici che operavano contemporaneamente in quegli anni; riviste importanti; e quindi vorrei fermarmi su alcune. Il discorso è anche bolognese.
Una crisi profonda
La rivista trimestrale «Società» con una redazione prestigiosa e autorevole; «Il contemporaneo», che proprio in quegli anni si riorganizzava, crescendo (col fascicolo n. 1/2 di aprile-maggio 1958 cambiava veste e riconosceva in alcune premesse “che la cultura italiana attraversi oggi una crisi profonda può essere considerato un dato di fatto, o comunque un giudizio su cui c’è una larghissima convergenza”); «Il mulino», rivista mensile di cultura e di politica, che col fascicolo n. 35 del gennaio 1955 si riorganizzava e decideva alcuni cambiamenti editoriali.
Intorno alla rivista si radunava un gruppo brillante di ingegni che si proponeva in rigoroso eclettismo come gestori di un grosso impegno culturale all’interno delle strutture ufficiali e come un’alternativa nuova (come gruppo di pressione) all’immobilismo del potere; «Nuovi argomenti», rivista bimestrale diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci, che nel fascicolo n. 2 del maggio-giugno 1953 pubblicava l’inchiesta sull’arte e il comunismo, alla quale rispondeva fra gli altri anche Franco Fortini: Quale arte? Quale comunismo? con molti riferimenti a Lukács; «Nuova corrente», rivista di letteratura, direttore Mario Boselli, primo fascicolo pubblicato a Genova nel giugno 1954, con saggi e testi di Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Rocco Scotellaro, Domenico Zappone, M. Colombi Guidotti; «Passato e presente», diretta da un consiglio di redazione formato dai collaboratori, responsabile Carlo Ripa di Meana, primo fascicolo gennaio-febbraio 1958, con saggi note e interventi di Antonio Giolitti, Lucio Colletti, Roberto Guiducci, Alberto Caracciolo, Gianni Scalia, Vittorio Foa e altri. Ma soprattutto, fra le riviste e fra queste riviste, vorrei indicare «Ragionamenti» e «Opinione» che si legano in un modo diretto (per fili sotterranei) al lavoro di «Officina». C’è un rimpallo culturale e problematico molto interessante (con pace dell’amico Fortini), oltre al fatto che alcuni autori viaggiano con varie collaborazioni o addirittura fra le varie redazioni.
Alcuni dati: «Ragionamenti», bollettino bibliografico bimestrale, pubblica il fascicolo n. 1 nel settembre-ottobre del 1955, a Milano; collaboratori: Luciano Amodio, Sergio Caprioglio, Franco Fortini, Armanda Giambrocono, Roberto Guiducci, Gianni Scalia; il sommario ha scritti su Gramsci, Spitzer, Adorno, S. Weil, Della Volpe. L’ultimo fascicolo, se non sbaglio, apparve nel maggio-ottobre del 1957 ed era il n. 10/12 dell’anno secondo. Di particolare interesse anche a rileggerli oggi i due supplementi o allegati al n. 5/6 del settembre 1956 e al n. 7 del novembre 1956 e al n. 7 del novembre 1956; il primo “proposte per una organizzazione della cultura marxista italiana”, il secondo su “i fatti d’Ungheria”: concludendo pensiamo che oggi la partecipazione politica non potrà più essere quella generica ma dovrà essere scientifica, attraverso una complessa rete di indagine e di elaborazione.
«Opinione», mensile di politica e cultura, pubblica il primo fascicolo nel maggio del 1956, a Bologna. Comitato di redazione: Emilio Agazzi, Roberto Guiducci, Maria Adelaide Salvaco, Pietro Bonfiglioli, Giuseppe Ignazio Luzzatto, Francesco Rizzoli, Franco Fortini, Giuseppe Picardi, Gianni Scalia. Un foglietto allegato avvertiva: «Opinione» esce in un momento in cui la cultura marxista procede a una discussione sulle proprie forme organizzative e sui propri compiti. La fine della guerra fredda e gli attuali sviluppi del socialismo internazionale stanno accelerando il processo di abbandono di residui dogmatici e fideistici, e stanno liberando da molte ipoteche la consapevolezza critica del movimento operaio. La nostra rivista vuole portare un contributo a questo processo. Fra i collaboratori del primo fascicolo c’era Raniero Panzieri. L’ultimo fascicolo di «Opinione» uscì con l’indicazione: anni II, n. 4/6, ottobre 1956-marzo 1957.
Credo sia interessante annotare come l’arco operativo di queste riviste si compia all’incirca dentro limiti temporali analoghi e abbastanza accorciati. Ma il punto di riferimento era il discorso di base che verteva sull’organizzazione della cultura, più precisamente sull’organizzazione “nuova e diversa” delle istituzioni culturali e dei centri di gestione sociale, non all’interno del sistema ma al centro delle ipotesi riorganizzative della sinistra. Dietro gli stimoli di una situazione che evolveva si coglievano sollecitazioni che proponevano alcune possibilità nuove, rispetto agli usi precedenti che avevano stigmatizzato i rapporti fra politici e operatori culturali costellandoli di piccole beffe e malcelati malumori, nonché di qualche diaspora tragica o violenta consumata in pubblico.
Una notevole tensione
Il lettore, dallo stillicidio di queste minute ma credo utili indicazioni, potrà rendersi conto della notevole tensione di ricerca che alimentava il dibattito politico-culturale in quegli anni, che vanno dal ’52 al ’58; e come ci fosse, almeno in questo settore specifico, una selettiva presenza di giovani severamente impegnati. Si tenga conto di questo elemento, infine: «Officina», unica fra tutte, si proponeva con un candore malizioso come Fascicolo bimestrale di poesia. Era un modo per affermare un proposito: la rivista, come è stato riconosciuto, era fatta e pensata per essere scritta.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 11 luglio 1975.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: l’Unità
- Anno di pubblicazione: venerdì 11 luglio 1975


