La masnada

Credo che a questo punto si possa affermare, come constatazione lineare e realistica, senza rilegarle intorno alcun cattivo umore privato, che non apparteniamo più – nonostante gli svariati proclami – a una qualche forma moderna di civile e libera società (come potevamo illuderci in svariati modi nei decenni passati, e sia pure dentro al furore dei sentimenti e della ragione); dato che siamo precipitati e oggi stiamo partecipando, dentro le vischiose musiche natalizie, a un definitivo e irreversibile sprofondo nella caverna del niente dentro alla quale i fuochi accesi li possono tenere soltanto quelli della masnada.

Non c’è effettivamente più alcun margine, così stando le cose, per propositi sia pure smilzi e periferici di onestà rigorosa, di autentica premura reciproca, di lotta insistita e comune per i sani ideali che esaltano anche i giovani. Potere, sottopotere espliciti od occulti, gestioni settoriali o addirittura microscopiche – insomma, ogni più piccola fessura attiva della nostra società è stata ormai occupata dalla masnada che non lascia più fiato in bocca a nessuno, che esiti a lasciarsi intruppare nel corteo delle livree.

La masnada (cioè, secondo il «Vocabolario della lingua italiana compilato sopra quello del Manuzzi sui dizionari di Napoli, di Bologna, di Padova, di Livorno, sulle voci e maniere di dire del Gherardini, sui lavori del Grassi, dello Stratico, del Tommaseo, ecc. ecc., seconda edizione, volume unico, Prato, Passigli, 1852»: truppa di gente, più pr. armata; Presidio di città; Compagnia di malfattori – e ogni lettore deduca a piacer suo il significato più congeniale); la masnada irridente e incontrollabile (oramai) del potere della politica, del potere culturale, del potere economico, del potere finanziario. Insomma, del POTERE. La masnada che ci governa, ci amministra, ci parla da fogli ed etere, ci diverte, ci insegna, ci dipinge, ci sollecita perché ci si muova di qua e di là all’estate e all’inverno, che ci fa mangiare questo e quello, che ci fa vivere insomma senza speranza ma inferociti come lupi e ci fa morire arrabbiati.

Una cappa ferrosa che ci imprigiona, con pochi giorni di quiete e con poche pause di sospiri.

Dunque ripetiamocelo, per non cadere se è possibile nei soliti viscerali e ingenui errori: ciò che è accaduto e accade nei nostri giorni contrassegnati dalla scoperchiatura di pentole verminose non consegue in diretta a una spinta popolare o come onesta e pronta risposta di un potere che si interroga e non si quieta; ma per le complicate competizioni che coinvolgono e intersecano la masnada, buttando il Paese reale (la parte reale del paese) sul lastrico.

Mentre ci arroghiamo, con la confermazione subalterna di gazzette ed ebdomedari, d’essere ormai collegati al cielo del mondo, avendone riscontrato e ribattuto tutti gli orrori; nella concretezza della pratica di ogni giorno siamo una esemplificazione di che cosa sia il mondo comandato, divorato, spilluzzicato dalla masnada.

A caso, si può fare un breve riscontro nel settore della giustizia, per esempio, sbobba filamentosa dentro alla quale è risucchiato e sembra annegare qualsiasi onesto, sia magistrato, avvocato o semplice archivista. Con il quotidiano spettacolo elargito dai protagonisti della masnada, che fingono stupore, incredulità, indignazione e poi promettono e tornano a promettere risanamenti globali con urgenza. Così è anche vero che solo insinuandosi nella logica della masnada, dentro all’ideologia di questa corporazione operativa a tutti i livelli e di vita lunghissima, si può capire in dettaglio la conclusione altrimenti inconcepibile dei risultati elettorali, sempre in netta contraddizione con il generale disdegno dei cittadini. Perché ormai ha generalizzato il suo potere di gestire tutto: comprare, uccidere, sconvolgere, sostituire, premere, cancellare, promuovere, acquistare. E soprattutto, intimorire.

Dichiarazioni disperanti di sindaci, amministratori, commercianti, professionisti (oltre ai giudici già indicati) a conferma di questa situazione che non fa più dormire, hanno riempito i lacrimatoi dei giornali di carta e televisivi da molto tempo. L’ultima è di stamattina, che taglia la pelle: «È successo qualcosa in me, per cui non ritengo più opportuno continuare il mio rapporto con lo Stato… Mi sono reso conto che l’istituzione giudiziaria è talmente degradata, avvilita, mortificata, soprattutto nella coscienza del Paese. Hanno fatto di tutto per delegittimarla; e io mi sento, non dico inutile, ma proiettato a gestire uno sfascio, un fallimento… Francamente la legge non tutela più gli onesti… Certo è sempre più faticoso, sempre più deprimente essere al servizio di questa struttura… Insomma, voi l’avvertite o no che in questo paese la giustizia non funziona? E allora ditemi perché dovrei continuare a servirla». Parla il sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Guido Viola.

Uno sfascio programmato, voluto, gestito, finalizzato. Un metodo esercitato in tanti altri settori, cuore e linfa del Paese. La masnada conduce le cose con questi ritmi, per esplicito obiettivo di mantenere il potere più largo possibile e più a lungo; e quindi è dentro alla lava che cola che può tenere o affondare le mani nel corpo di quello che fu un tempo il paese degli aranci e dei limoni.

Chi non vuole allinearsi su questa riva e mantenere nel lavoro pubblico una onesta autonomia per individuare e partecipare poi a scelte operative più socialmente utili e più urgenti (adatte a correggere in fretta arcaici ritardi oppure errori anche recenti) urta contro difficoltà immani ma affronta una bella stimolante lotta; sull’ultimo fortino.

Così, sono convinto che le scelte amministrative della nostra città, a livello comunale, siano nonostante tutto ancora in buone mani. Per questa ragione aspetto di vedere la conclusione pratica del progetto di dedicare tanti miliardi alla sbarbatura del crescentone di piazza Maggiore, che può restare ancora lì per anni senza scocciare nessuno. Voglio proprio vedere se si spenderà anche una sola lira, mentre disperanti incombenti irrinunciabili problemi collegati soprattutto agli alloggi e agli emarginati incombono ferocemente sulle spalle della città.

Il Comune di Bologna deve restare una delle ultime cittadelle di onesta pragmatica resistenza amministrativa, in cui al cittadino sia ancora possibile riconoscersi.

La storia insegna che in epoche d’angoscia (vedi Dobb) pochi onesti – decisi in questa serena verità – spesse volte hanno fatto, o rifatto, la storia.

 

 

Carte d’Arte, anno III, n. 9, dicembre 1990.

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno III, dicembre 1990
Letto 3105 volte Ultima modifica il Martedì, 30 Aprile 2013 12:58
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