Le volgari approssimazioni

È ancora lecito annotare e ripetere che ci si avvia inquieti (io, per esempio, con una preoccupazione che morde), verso queste difficilissime elezioni?

Le quali, per tirare una deduzione non troppo irrealistica (una prima deduzione), potrebbero passare e lasciare né più né meno le cose come stanno; quindi riconsegnando il nostro Paese per altri cinquant’anni nelle mani dell’onesta masnada.

Il sottoscritto, a cui è concesso, dato che è cittadino votante, modeste ma convinte esternazioni in merito, teme molto proprio questo; cioè, che le cose resteranno più o meno nello stallo precedente, con l’aggiunta che non essendo più interferite da altre premure di scadenze pubbliche, potranno precipitarsi di nuovo a godere dentro ai loro estri manipolatori. E teme soprattutto che con le cose, gli uomini correlati (tutti i notabili e gli gnomi nominati e riconosciuti) continueranno a permanere nei loro posti, inorgogliti ed eccitati da un consenso – dalla conferma di consenso – incredibile almeno per chi si sforza di osservare e valutare la situazione italiana in generale; ma di un consenso reale.

Dunque: gli uomini di potere, salvo miracoli, non cambiano (o cambieranno ben poco); e probabile che resteranno quelli che già ci sono, che già si conoscono; e che le cose legate agli uomini di questo potere non solo non cambieranno ma aumenterà, si accentuerà l’aggressione abbastanza programmata (e affatto indiscriminata) al patrimonio pubblico, in ogni senso. Con questo ripetitivo risultato: delinquenza impunita, droga circolante a fiumi, speculazioni finanziarie in ogni senso, mascherate da pubblici servizi e invece in esclusivo collegamento con vertiginosi profitti. Con la drammatica preoccupazione (per me, purtroppo, già realtà conclamata) che uno degli epicentri dei profitti, delle interferenze, delle presenze malavitose sia Bologna. Bologna è già corrotta nelle sue ossa; insidiata nel profondo da un male che tanti purtroppo si rifiutano di diagnosticare. Non certo per indifferenza; ma perché ancora condizionati dai modelli di lettura sociale non drammaticamente aggiornati. Si prende atto dei singoli mali di volta in volta, non si collegano con l’insistenza quotidiana che permetterebbe di scolpire la pietra dura di una realtà che anziché schiarirsi un poco, precipita ogni giorno un poco in un mare di ferro e di fuoco. Per questo andiamo alle elezioni in una situazione di dramma generale, di dramma autentico; senza avere sottomano se non politiche genericità moralistiche o ripetitive.

Il risanamento finanziario. Da dove cominciare, come fare, chi direttamente colpire e in che rapide scadenze? Quattro problemi semplificati senza nessuna specifica risposta semplificata.

L’ordine pubblico, che vuol dire poi mafia, droga, sequestri. Qualche improvvisazione sul campo e poco più. E invece noi abbiamo sotto gli occhi una vicenda di una drammaticità senza limiti, consumata mentre una intera società procedeva nella parziale indifferenza o nella più volgare rimozione: il sequestro della signora Silocchi. Una vicenda che inchioda senza scampo, interamente, ciascuno di noi; ancora più terrificante che se fosse accaduta in un campo di concentramento nazista. Massacrata, torturata giorno per giorno in una condizione subumana, il lobo dell’orecchio tagliato, fatta morire di stenti, di dolore, di fame, di di­sperazione. Adesso che è morta e non si sa neanche dove sia stato rovesciato il cadavere, si cominciano ad arrestare persone, che saranno magari trattenute, che saranno magari scarcerate, che subiranno fra anni magari un processo e che magari saranno poi in fretta scar­cerate. Un obbrobrio che è dentro di noi ma che tanti e poi tanti non ha nemmeno sfiorato.

Sarebbe giusto andare alle elezioni anche con questo solo nome, con questa sola straziante memoria in mano; e scrivere sulla scheda questo nome, come commossa e convinta preferenza. La signora Silocchi è, per quanto accaduto e per come accaduto, una martire di questa nostra società senza ricordi, senza memoria, senza onore. Aggiungerei, senza coraggio. Dedicata all’improvvisazione, all’approssimazione e alla neghittosa indifferenza; o corrotta da una opulenza macabra.

Al cittadino, in questo momento, restano poche carte serie da giocare. Giochiamole cavandole non dalle maniche, come fanno i gestori di questo potere che non si riesce a capovolgere, ma dal cuore.

Un cuore in cui la rabbia giusta e meditata ha preso il sopravvento sulla verbosità criminosa. Quelli non vogliono cambiare il mondo ma vogliono di volta in volta cambiare noi. Vedranno che almeno questo a loro non riesce.

 

 

 

Carte d’Arte, anno V, n. 4, aprile 1992.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno V, n. 4, aprile 1992
Letto 2792 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:13