Intervista a Roberto Roversi

Paolo Ragni: La critica individua vari periodi della Tua evoluzione artistica: lo sperimentalismo non accademico di “Officina”, lo scontro, basato su un austero moralismo, con la logica di “contro-occupazione” del potere, la descrizione spenta di un’Italia contraddittoria e irrisolta (Dopo Campoformio), il montaggio aggressivo delle Descrizioni, fino alla giustapposizione di vicende statiche, intellettuali, politiche. Dove va ora Roversi?

 

Roberto Roversi: Direi realisticamente, va verso la morte. Ma con la convinzione recepita fin dalla giovinezza, dopo aver letto la pagina del “testamento” scritta da Benedetto Croce nella sua rivista “La critica”, in cui raccontava di essere andato a trovare, nel suo palazzo napoletano, il duca di Maddaloni che stava seduto in terrazza con vista sul golfo. “Come state, duca? Non lo vedete, sto morendo”.

Continuando la sua scrittura, e in riferimento a questa frase. Croce affermava: “Quando verrà la morte l’aspetteremo in piedi, perché in un ozio stupido lei non ci dovrà trovare”.

Allora rispondo: Vado avanti, portando addosso la rabbia acida (che conclude a poco) violenta (per il peso della sua insistenza) schiumante, in un certo modo incrudelente, che non tenta di distaccarmi dal mondo ma mi tiene vincolato al mondo, ancora al mondo. Non per avidità di vita ma per curiosità di vita. Con zappa e machete sono ancora… cerco di essere ancora in moto (sia pure con il bastone) per andare alla ricerca della vena d’oro sulle montagne delle buone e giuste e talvolta esaltanti parole… Vedo che tanti la raggiungono, perché non posso, non devo raggiungerla anch’io? Il linguaggio che danza imperterrito prima della battaglia, per la registrazione del pensiero, per il vincolo tortuoso e irto della poesia. Non rifiutando niente (nessuna provocazione). Con la buona inevitabile inesorabile pazienza (i classici insegnano, anche ammoniscono gelidi sapienti. Naturalmente se li si vuole ascoltare.

 

Paolo: Cosa è rimasto delle idee e delle tensioni che Ti hanno visto protagonista negli anni Cinquanta, Sessanta e oltre? Dal violento sconquasso della società, dalla scomparsa del mondo contadino, l’urbanizzazione selvaggia, la teledipendenza… si è comunque salvato qualcuno in grado di raccogliere la vostra eredità? Scorgi qualche luce all’orizzonte?

 

Roberto: Non protagonista. Diciamo, con la giusta misura, partecipe (con tanti altri). La storia è un rotolo di continua violenza che inviluppa e travolge tutto con precipitazione.

Le cose, le idee si presentano, si propongono poi sono via via macinate e rese polvere o semi (benefici le poche volte solo per gli uccelli) come nei conventi. Si può dire che eravamo dentro, e partecipi, di alcune idee stimolanti che sono state soffiate dal tavolo della storia come briciole fastidiose. Ogni giorno con una fretta sospetta. Soprattutto, lasciando buchi neri lacrimosi sul cielo del pensiero e della storia presente. Adesso c’è una ridondante retorica in favore della libertà (fasulla), della democrazia ecc. istituzioni impolverate, belletristiche e mai revisionate col necessario rigore e fervore all’interno dei gangli operativi codificati e immobilizzati da secoli. Partendo dalla lucida convinzione, faticosamente ma solidamente acquisita, che la libertà non è poi tanto sorridente, l’esercizio sommo dei privati egoismi, ma è difficile e fa soffrire. Come si vede anche in questi giorni in ogni parte del mondo.

 

Paolo: La scelta di pubblicare in autoproduzione e di non avere alcun rapporto con le regole dell’industria culturale è assolutamente controcorrente ed è stato spesso fraintesa. Il risultato di più di 40 anni di questa battaglia solitaria può sembrare perdente difronte allo strapotere mediatico e televisivo. Però Tu sei anche uno storico che riscrive la storia e la riattualizza: vedi gli eventi umani secondo prospettive a lungo termine, nulla sembra perduto dell’operare umano. Si potrà dire, biblicamente, che “la scienza dell’uomo ha sconfitto la scienza del denaro. / Non più: io do e tu dai / ma io sono e tu sei. L’uomo prima di cambiare il mondo cambia se stesso?”. (Il crack)

 

Roberto: Per carità! Non volevo fare dispetto a nessuno (tanto più che nessuno si aspettava di essere dispettato da me). Volevo solo partecipare liberamente della convinzione che la comunicazione prima stava per diventare, poi era diventata sovrana e se non la stringevo fra le braccia, ben stretta, minuta minuta, anche se mettevo fuori il naso me lo avrebbe addentato. Niente di drammatico, il naso addentato, se consentiva ovviamente di vendere poi in gran copia i propri volumi (ma non è mai stato il mio caso). Preferivo vendere e acquistare libri vecchi e fare i fatti nuovi senza sottostare alle pericolose ombre del momento. Mi rendo conto dei limiti attuali di simili discorsi, ma come ho anche scritto una volta, una tale cautela può essere un’ancora di salvezza dai cattivi pensieri o dalle precipitose occasioni. Non cambierei questo pensiero neppure oggi.

 

Paolo: II grande pubblico non sa molto del Roversi poeta, antiquario, critico militante. Forse non fa neanche il collegamento col Roversi di Dalla, degli Stadio, di Mina, o forse conosce solo quello. Analogamente, sei conosciuto per esserti occupato di automobili, tema apparentemente lontano dalla tua visione ideologica del mondo. Qual è il rapporto tra i due Roversi?

 

Roberto: Il grande pubblico e anche il piccolo pubblico non sa nulla e per fortuna! La conoscenza aggrovigliata del sottoscritto, quando c’è, è limitata alla convinzione che Roversi è appartato e schivo.

Appartato e schivo un corno! Questo almeno! Come tanti e tanti della mia generazione, ho sempre vissuto con mare forza otto almeno, c’era poco tempo per essere schivo, appartato e avere il tempo per raccogliere le erbette, per odorare i fiori, o per osservare in quieta solitudine il volo misterioso delle api. Ecco tutto! Non ho mai voluto richiamare la minima attenzione con un fischio e, magari presumendo, neanche l’avrei mai sfiorata. Ma è pur vero, tanto per essere precisi, fin da giovanissimo e del tutto inesperto del mondo, stesi queste due righe: Non applauditemi / Mi uccidereste.

Insomma, osservare, ascoltare, dubitare, rispondere e corrispondere, non perdere soprattutto il ritmo del passo del proprio tempo, farsi invece lubrificare dal proprio tempo; che sempre si dispone per essere ascoltato e, secondo le forze e i propositi di ognuno, come ho appena detto, per farsi partecipare.

Si è cercato di fare, come tanti, quel che si credeva di dover fare. È la moralità cruda di una generazione tartassata alla quale appartengo, e che si sta consumando.

 

Paolo: Gli argomenti più trattati sono sempre stati senz’altro i rapporti di potere, la violenza delle relazioni umane, lo sfruttamento e l’ipocrisia, la guerra, l’imbarbarimento delle coscienze, la necessità di una strenua resistenza. La resa senza una rivoluzione è uno dei paradossi della storia d’Italia, delle miserie d’Italia: forse e proprio mancata una rivoluzione borghese in Italia, come diceva Gramsci; senz’altro cosa è mancato all’Italia democratica del dopoguerra per contrastare il crescente becero arrembaggio per accaparrarsi un posto al sole?

 

Roberto: Era un tempo di guerra e di resistenza, da un montanaro di trent’anni ho sentito affermare, con parole che ho più scordate: “Questa cosa non finisce qui, non potrà finire prima!”. La sensibilità popolare centrava in breve una verità, direi una necessità urgente profonda. Ho inteso che volesse dire che le armi consentono dei progressi drammaticamente rapidi e magari anche non aspettati, ma che la libertà è difficile e fa soffrire per l’obbligo dell’attenzione continua, della partecipazione minuta paziente faticosa, della suddivisione degli impegni ideali e sentimentali che occorre bruciare ogni giorno senza però mai consumarli, e per la durata di anni… Una rivoluzione delle vecchie strutture era decisamente precipitata, o tale sembrava. Una rivolta contro le cose che erano state si sentiva vibrare sulle spalle, la convinzione di stare gestendo il proprio destino o, almeno, la propria vita immediata; una parte degli italiani aveva tentato tutto ciò, proponendo nuove e diverse vicende, a partire dall’Ottocento (il periodo risorgimentale). Anche allora battaglie lunghe e violente, con tutte le vicende e le contraddizioni che sono seguite. La storia d’Italia a mio parere è disorganica, in molte parti (o fasi) da rileggere in dettaglio o da ricostruire.

 

Paolo: II Tuo stile è sempre stato attento a una asciutta asprezza, di stampo forse umanistico prima ancora che politico marxista. Si ritrovano endecasillabi limpidi e fratture violente. Non certo arte bella che si incensa, ma arte bella e brutta insieme, che grida e fa pensare. Per Te la poesia è subordinata alla visione ideologica del mondo, tanto che gli sprazzi lirici sono squarci isolati. Cosa è che può meglio “salvare il mondo”? La bellezza o la bruttezza?

 

Roberto: La bruttezza conquistata e sconvolta travolta dalla bellezza. Come proposito determinante, questo può sconvolgere e salvare il mondo. Rivoltarsi nella polvere, sporcarsi i piedi non per saltabeccare ma per marciare, camminare, muoversi, raccattare i sassi anche minuti sparsi per terra, non cercando compensi ma cercando di stare dentro alle cose in accadimento… sono convinto che la poesia è acquattata nella strada, passa, transita veloce o affastellata, bisogna cercare non dico di fermarla ma almeno di farsi riconoscere, che volga per un momento la testa, che ti dedichi un saluto, un cenno almeno.

Le poetiche passano, travolte dagli eventi… Io partecipo dell’opinione, del proposito, che bisogna non fermarsi a lamentarsi, che occorre ancora stare all’erta. La validità dell’impegno però è nell’insaziabile fame di lotta (con se stessi, con gli altri con le idee con le occasioni con il passato con il presente con il futuro). Essere fuori dal carro dei vincitori, cercare di sussistere ogni giorno disperatamente rinnovati… Avere impeti e, ripeto, cercare avversari. L’arte, sono convinto, è tormento e movimento, è riposo per riflettere sui sentimenti ma è anche spavento. felicità e spavento non si fermano mai. È sonno notturno e insonnia deambulante. Frantumare gli specchi. Badare ai momenti buoni della scrittura, se si ha la pazienza di aspettare. La talpa marxiana, mentre tendiamo a indugiare in frastornanti lamenti, infaticabile e insonne sta già scavando e procede; essa sì è costante, paziente e sa valutare le occasioni del tempo… il tempo di giusto fervore e di giusto furore, che deve venire. Certo che viene.

Sono posizioni già elaborate e conclamate da personaggi autorevolissimi, a cui mi affido.

 

Paolo: Il poeta non deve parlare dei suoi mal di pancia, ma mirare ad una ricostruzione di valori. Viene da domandarTi se la storia è in qualche modo maestra di vita o se può passare perfino una Seconda guerra mondiale e ripresentarsi un Hitler; se dopo la libertà degli enciclopedisti si deve ricadere nella cecità e nel dogmatismo; se dopo le proteste giovanili degli intellettuali si deve ripiombare nella figura del poeta chiuso nella torre di avorio, o celebratissimo, o crepuscolare – cioè nel poeta che abdica alle sue funzioni.

 

Roberto: Che un Hitler possa ritornare, e in che forma, mi sono impegnato a gridarlo con il testo teatrale Unterdenlinden, rappresentato al Piccolo Teatro di Milano alla fine degli anni Sessanta. Sì… sotto diverse forme, vari Hitler sono già ritornati a intrallazzare e a bivaccare, e altri ancora ne verranno. Nel nostro sostanziale e endemico narcisismo e nelle rimozioni infami fingiamo di ignorarlo e così il mondo è planato in questo vergognoso osceno tafferuglio che vediamo in giro, gestito da uomini, spesso pessimi, ebbri di potere e di denaro, voluttuosamente appollaiati sugli alberi delle estreme delizie… con l’aggiunta, adesso, che anche la natura si è ribellata, si è scocciata di essere esclusivamente vilipesa, e sta dando colpi micidiali di coda. Ma noi, dopo un primo risentimento di paura, ricopriamo tutto con una colata di gesso, e ci lasciamo avidi, stolti e vili, morire lentamente… Vedere l’Italia ridotta a sopportare le più micidiali aggressioni, con il soprassalto di una cementificazione selvaggia, che se come cittadini non sapienti ma convinti e responsabili non la impediamo responsabilmente, finirà per coprirci in una tenebra di tomba.

 

Paolo: La cultura alternativa su cui hai sempre lavorato ha visto Francesco Graziano, del “filorosso” di Cosenza, quale interprete originale, intelligente e critico. Cosa ci puoi dire di questo grande personaggio? “ilfilorosso” potrà sempre avere le Tue pagine inedite? Come è stato per esempio per L’Italia sepolta sotto la neve? Quale sarà il futuro per la rivista dopo Francesco Graziano?

 

Roberto: Per dieci anni o forse più ho collaborato, inviando testi, prevalentemente a “ilfilorosso”, per una consonanza, fra l’altro molto motivata e attiva con la personalità e l’opera di Graziano. Un compagno di strada attivo severo, generosamente operante nella sua intransigenza attiva sotto la comune bandiera culturale e di campo. Sono onorato di avere avuto, per merito della rivista, la possibilità di essere letto da lettori generosamente attenti e pazienti. Graziano è stato, anzi è un vero autore che promuove in ogni occasione cultura, instancabile, generosamente incalzante.

 

Paolo: Restiamo nella Calabria. Parli spesso nelle Tue opere, nei saggi e nelle interviste di grandi personaggi calabresi: Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella, Giordano Bruno. Di questi personaggi apprezzi la gigantesca statura morale, la coerenza e l’energia. In che misura sono riferimenti che travalichino i libri di storia e di filosofia? Qual è la loro modernità?

 

Roberto: Ho dedicato tutti i miei libri a Th.C., cioè Thomas (Tommaso Campanella) intendendo confermare una autocertificazione storica: “Th.C. vir qui omnia legerat omnia meminerat / praevalidi ingeni sed indomabilis”. Autore di alto valore riflessivo e conclusivo. Basta leggere lo splendido emozionante Canzoniere, di battaglia in poesia, fra le sue opere. Una spettacolare guerra della vita. Nel mio volumetto, pubblicato in 50 copie nel 1943, oltre ad averlo dedicato al grande eroico frate che mi aiutava a capire la vita, tutti i testi sono calati dentro alla sua sugge­stione profonda che ancora adesso, dopo tanti anni, mi accompagna e mi rinfranca. Tutti quei testi, e gli altri ancora, sono dentro, ripeto, alla sua influenza; al suo sdegno, al suo empito di partecipare, di consegnarsi alla realtà, alla sua arroganza aggraziata e spietata. Non ci sarebbe Italia se non ci fossero, nel meridione, tanti protagonisti, così intrepidi cuori e teste straordinarie.

 

Paolo: Da bravo cittadino della seconda città dell’ex Stato della Chiesa, sei indiscutibilmente anticlericale. Tuttavia provi una viva attenzione per il fatto religioso e spirituale, che, pur vissuto minoritariamente da coloro che si dicono credenti, sarebbe stimolo e riferimento per l’operare insieme per una società più giusta. Se la Chiesa (le Chiese) tradiscono quasi sempre il mandato assegnato, la fede – se non vissuta in modo integralista e secondo logiche di potere – può portare liberazione? Talvolta approdi perfino a certe profezie veterotestamentarie. È da una vita che lavori per un cielo e una terra nuova. Sto forse dando un’interpretazione forzata?

 

Roberto: Si sta cercando di vuotare il mare dell’abiezione con un cucchiaino. Sono più di mille, di duemila anni che ci provano i bravi, i bravissimi, gli intrepidi, e protagonisti poi dei centenari del pensiero, della poesia, delle scienze. Il mare con il cucchiaio non si è ancora vuotato? Si svuoterà domani (non è un vuoto calcolo di generico ottimismo). E se tanti (ripeto) ridono, ridano pure. Il riso fa buon sangue, per tutti.

Non ho convinzione. Sono del gregge di Epicuro “che l’anima col corpo morta fanno”. Cerco di tenere le lenti degli occhiali sempre pulite, alitandoci sopra per far fuggire i bruscoli interferrenti. Credo che tutto stia qui, che quindi noi dobbiamo essere seri per convinzione non per paura della mente o del cuore. Ecco, per finire ancora con Epicuro i cui ammonimenti sono ammaestramenti di vita: “Mentre siamo per via cerchiamo di rendere oggi migliore di ieri ma quando giungeremo alla meta gioiamo con moderazione”. Per morire in piedi, se è possibile, certo.

 

Firenze-Bologna, primavera-estate 2011

Paolo Ragni: La critica individua vari periodi della Tua evoluzione artistica: lo sperimentalismo non accademico di “Officina”, lo scontro, basato su un austero moralismo, con la logica di “contro-occupazione” del potere, la descrizione spenta di un’Italia contraddittoria e irrisolta (Dopo Campoformio), il montaggio aggressivo delle Descrizioni, fino alla giustapposizione di vicende statiche, intellettuali, politiche. Dove va ora Roversi?

 

Roberto Roversi: Direi realisticamente, va verso la morte. Ma con la convinzione recepita fin dalla giovinezza, dopo aver letto la pagina del “testamento” scritta da Benedetto Croce nella sua rivista “La critica”, in cui raccontava di essere andato a trovare, nel suo palazzo napoletano, il duca di Maddaloni che stava seduto in terrazza con vista sul golfo. “Come state, duca? Non lo vedete, sto morendo”.

Continuando la sua scrittura, e in riferimento a questa frase. Croce affermava: “Quando verrà la morte l’aspetteremo in piedi, perché in un ozio stupido lei non ci dovrà trovare”.

Allora rispondo: Vado avanti, portando addosso la rabbia acida (che conclude a poco) violenta (per il peso della sua insistenza) schiumante, in un certo modo incrudelente, che non tenta di distaccarmi dal mondo ma mi tiene vincolato al mondo, ancora al mondo. Non per avidità di vita ma per curiosità di vita. Con zappa e machete sono ancora… cerco di essere ancora in moto (sia pure con il bastone) per andare alla ricerca della vena d’oro sulle montagne delle buone e giuste e talvolta esaltanti parole… Vedo che tanti la raggiungono, perché non posso, non devo raggiungerla anch’io? Il linguaggio che danza imperterrito prima della battaglia, per la registrazione del pensiero, per il vincolo tortuoso e irto della poesia. Non rifiutando niente (nessuna provocazione). Con la buona inevitabile inesorabile pazienza (i classici insegnano, anche ammoniscono gelidi sapienti. Naturalmente se li si vuole ascoltare.

 

Paolo: Cosa è rimasto delle idee e delle tensioni che Ti hanno visto protagonista negli anni Cinquanta, Sessanta e oltre? Dal violento sconquasso della società, dalla scomparsa del mondo contadino, l’urbanizzazione selvaggia, la teledipendenza… si è comunque salvato qualcuno in grado di raccogliere la vostra eredità? Scorgi qualche luce all’orizzonte?

 

Roberto: Non protagonista. Diciamo, con la giusta misura, partecipe (con tanti altri). La storia è un rotolo di continua violenza che inviluppa e travolge tutto con precipitazione.

Le cose, le idee si presentano, si propongono poi sono via via macinate e rese polvere o semi (benefici le poche volte solo per gli uccelli) come nei conventi. Si può dire che eravamo dentro, e partecipi, di alcune idee stimolanti che sono state soffiate dal tavolo della storia come briciole fastidiose. Ogni giorno con una fretta sospetta. Soprattutto, lasciando buchi neri lacrimosi sul cielo del pensiero e della storia presente. Adesso c’è una ridondante retorica in favore della libertà (fasulla), della democrazia ecc. istituzioni impolverate, belletristiche e mai revisionate col necessario rigore e fervore all’interno dei gangli operativi codificati e immobilizzati da secoli. Partendo dalla lucida convinzione, faticosamente ma solidamente acquisita, che la libertà non è poi tanto sorridente, l’esercizio sommo dei privati egoismi, ma è difficile e fa soffrire. Come si vede anche in questi giorni in ogni parte del mondo.

 

Paolo: La scelta di pubblicare in autoproduzione e di non avere alcun rapporto con le regole dell’industria culturale è assolutamente controcorrente ed è stato spesso fraintesa. Il risultato di più di 40 anni di questa battaglia solitaria può sembrare perdente difronte allo strapotere mediatico e televisivo. Però Tu sei anche uno storico che riscrive la storia e la riattualizza: vedi gli eventi umani secondo prospettive a lungo termine, nulla sembra perduto dell’operare umano. Si potrà dire, biblicamente, che “la scienza dell’uomo ha sconfitto la scienza del denaro. / Non più: io do e tu dai / ma io sono e tu sei. L’uomo prima di cambiare il mondo cambia se stesso?”. (Il crack)

 

Roberto: Per carità! Non volevo fare dispetto a nessuno (tanto più che nessuno si aspettava di essere dispettato da me). Volevo solo partecipare liberamente della convinzione che la comunicazione prima stava per diventare, poi era diventata sovrana e se non la stringevo fra le braccia, ben stretta, minuta minuta, anche se mettevo fuori il naso me lo avrebbe addentato. Niente di drammatico, il naso addentato, se consentiva ovviamente di vendere poi in gran copia i propri volumi (ma non è mai stato il mio caso). Preferivo vendere e acquistare libri vecchi e fare i fatti nuovi senza sottostare alle pericolose ombre del momento. Mi rendo conto dei limiti attuali di simili discorsi, ma come ho anche scritto una volta, una tale cautela può essere un’ancora di salvezza dai cattivi pensieri o dalle precipitose occasioni. Non cambierei questo pensiero neppure oggi.

 

Paolo: II grande pubblico non sa molto del Roversi poeta, antiquario, critico militante. Forse non fa neanche il collegamento col Roversi di Dalla, degli Stadio, di Mina, o forse conosce solo quello. Analogamente, sei conosciuto per esserti occupato di automobili, tema apparentemente lontano dalla tua visione ideologica del mondo. Qual è il rapporto tra i due Roversi?

 

Roberto: Il grande pubblico e anche il piccolo pubblico non sa nulla e per fortuna! La conoscenza aggrovigliata del sottoscritto, quando c’è, è limitata alla convinzione che Roversi è appartato e schivo.

Appartato e schivo un corno! Questo almeno! Come tanti e tanti della mia generazione, ho sempre vissuto con mare forza otto almeno, c’era poco tempo per essere schivo, appartato e avere il tempo per raccogliere le erbette, per odorare i fiori, o per osservare in quieta solitudine il volo misterioso delle api. Ecco tutto! Non ho mai voluto richiamare la minima attenzione con un fischio e, magari presumendo, neanche l’avrei mai sfiorata. Ma è pur vero, tanto per essere precisi, fin da giovanissimo e del tutto inesperto del mondo, stesi queste due righe: Non applauditemi / Mi uccidereste.

Insomma, osservare, ascoltare, dubitare, rispondere e corrispondere, non perdere soprattutto il ritmo del passo del proprio tempo, farsi invece lubrificare dal proprio tempo; che sempre si dispone per essere ascoltato e, secondo le forze e i propositi di ognuno, come ho appena detto, per farsi partecipare.

Si è cercato di fare, come tanti, quel che si credeva di dover fare. È la moralità cruda di una generazione tartassata alla quale appartengo, e che si sta consumando.

 

Paolo: Gli argomenti più trattati sono sempre stati senz’altro i rapporti di potere, la violenza delle relazioni umane, lo sfruttamento e l’ipocrisia, la guerra, l’imbarbarimento delle coscienze, la necessità di una strenua resistenza. La resa senza una rivoluzione è uno dei paradossi della storia d’Italia, delle miserie d’Italia: forse e proprio mancata una rivoluzione borghese in Italia, come diceva Gramsci; senz’altro cosa è mancato all’Italia democratica del dopoguerra per contrastare il crescente becero arrembaggio per accaparrarsi un posto al sole?

 

Roberto: Era un tempo di guerra e di resistenza, da un montanaro di trent’anni ho sentito affermare, con parole che ho più scordate: “Questa cosa non finisce qui, non potrà finire prima!”. La sensibilità popolare centrava in breve una verità, direi una necessità urgente profonda. Ho inteso che volesse dire che le armi consentono dei progressi drammaticamente rapidi e magari anche non aspettati, ma che la libertà è difficile e fa soffrire per l’obbligo dell’attenzione continua, della partecipazione minuta paziente faticosa, della suddivisione degli impegni ideali e sentimentali che occorre bruciare ogni giorno senza però mai consumarli, e per la durata di anni… Una rivoluzione delle vecchie strutture era decisamente precipitata, o tale sembrava. Una rivolta contro le cose che erano state si sentiva vibrare sulle spalle, la convinzione di stare gestendo il proprio destino o, almeno, la propria vita immediata; una parte degli italiani aveva tentato tutto ciò, proponendo nuove e diverse vicende, a partire dall’Ottocento (il periodo risorgimentale). Anche allora battaglie lunghe e violente, con tutte le vicende e le contraddizioni che sono seguite. La storia d’Italia a mio parere è disorganica, in molte parti (o fasi) da rileggere in dettaglio o da ricostruire.

 

Paolo: II Tuo stile è sempre stato attento a una asciutta asprezza, di stampo forse umanistico prima ancora che politico marxista. Si ritrovano endecasillabi limpidi e fratture violente. Non certo arte bella che si incensa, ma arte bella e brutta insieme, che grida e fa pensare. Per Te la poesia è subordinata alla visione ideologica del mondo, tanto che gli sprazzi lirici sono squarci isolati. Cosa è che può meglio “salvare il mondo”? La bellezza o la bruttezza?

 

Roberto: La bruttezza conquistata e sconvolta travolta dalla bellezza. Come proposito determinante, questo può sconvolgere e salvare il mondo. Rivoltarsi nella polvere, sporcarsi i piedi non per saltabeccare ma per marciare, camminare, muoversi, raccattare i sassi anche minuti sparsi per terra, non cercando compensi ma cercando di stare dentro alle cose in accadimento… sono convinto che la poesia è acquattata nella strada, passa, transita veloce o affastellata, bisogna cercare non dico di fermarla ma almeno di farsi riconoscere, che volga per un momento la testa, che ti dedichi un saluto, un cenno almeno.

Le poetiche passano, travolte dagli eventi… Io partecipo dell’opinione, del proposito, che bisogna non fermarsi a lamentarsi, che occorre ancora stare all’erta. La validità dell’impegno però è nell’insaziabile fame di lotta (con se stessi, con gli altri con le idee con le occasioni con il passato con il presente con il futuro). Essere fuori dal carro dei vincitori, cercare di sussistere ogni giorno disperatamente rinnovati… Avere impeti e, ripeto, cercare avversari. L’arte, sono convinto, è tormento e movimento, è riposo per riflettere sui sentimenti ma è anche spavento. felicità e spavento non si fermano mai. È sonno notturno e insonnia deambulante. Frantumare gli specchi. Badare ai momenti buoni della scrittura, se si ha la pazienza di aspettare. La talpa marxiana, mentre tendiamo a indugiare in frastornanti lamenti, infaticabile e insonne sta già scavando e procede; essa sì è costante, paziente e sa valutare le occasioni del tempo… il tempo di giusto fervore e di giusto furore, che deve venire. Certo che viene.

Sono posizioni già elaborate e conclamate da personaggi autorevolissimi, a cui mi affido.

 

Paolo: Il poeta non deve parlare dei suoi mal di pancia, ma mirare ad una ricostruzione di valori. Viene da domandarTi se la storia è in qualche modo maestra di vita o se può passare perfino una Seconda guerra mondiale e ripresentarsi un Hitler; se dopo la libertà degli enciclopedisti si deve ricadere nella cecità e nel dogmatismo; se dopo le proteste giovanili degli intellettuali si deve ripiombare nella figura del poeta chiuso nella torre di avorio, o celebratissimo, o crepuscolare – cioè nel poeta che abdica alle sue funzioni.

 

Roberto: Che un Hitler possa ritornare, e in che forma, mi sono impegnato a gridarlo con il testo teatrale Unterdenlinden, rappresentato al Piccolo Teatro di Milano alla fine degli anni Sessanta. Sì… sotto diverse forme, vari Hitler sono già ritornati a intrallazzare e a bivaccare, e altri ancora ne verranno. Nel nostro sostanziale e endemico narcisismo e nelle rimozioni infami fingiamo di ignorarlo e così il mondo è planato in questo vergognoso osceno tafferuglio che vediamo in giro, gestito da uomini, spesso pessimi, ebbri di potere e di denaro, voluttuosamente appollaiati sugli alberi delle estreme delizie… con l’aggiunta, adesso, che anche la natura si è ribellata, si è scocciata di essere esclusivamente vilipesa, e sta dando colpi micidiali di coda. Ma noi, dopo un primo risentimento di paura, ricopriamo tutto con una colata di gesso, e ci lasciamo avidi, stolti e vili, morire lentamente… Vedere l’Italia ridotta a sopportare le più micidiali aggressioni, con il soprassalto di una cementificazione selvaggia, che se come cittadini non sapienti ma convinti e responsabili non la impediamo responsabilmente, finirà per coprirci in una tenebra di tomba.

 

Paolo: La cultura alternativa su cui hai sempre lavorato ha visto Francesco Graziano, del “filorosso” di Cosenza, quale interprete originale, intelligente e critico. Cosa ci puoi dire di questo grande personaggio? “ilfilorosso” potrà sempre avere le Tue pagine inedite? Come è stato per esempio per L’Italia sepolta sotto la neve? Quale sarà il futuro per la rivista dopo Francesco Graziano?

 

Roberto: Per dieci anni o forse più ho collaborato, inviando testi, prevalentemente a “ilfilorosso”, per una consonanza, fra l’altro molto motivata e attiva con la personalità e l’opera di Graziano. Un compagno di strada attivo severo, generosamente operante nella sua intransigenza attiva sotto la comune bandiera culturale e di campo. Sono onorato di avere avuto, per merito della rivista, la possibilità di essere letto da lettori generosamente attenti e pazienti. Graziano è stato, anzi è un vero autore che promuove in ogni occasione cultura, instancabile, generosamente incalzante.

 

Paolo: Restiamo nella Calabria. Parli spesso nelle Tue opere, nei saggi e nelle interviste di grandi personaggi calabresi: Gioacchino da Fiore, Tommaso Campanella, Giordano Bruno. Di questi personaggi apprezzi la gigantesca statura morale, la coerenza e l’energia. In che misura sono riferimenti che travalichino i libri di storia e di filosofia? Qual è la loro modernità?

 

Roberto: Ho dedicato tutti i miei libri a Th.C., cioè Thomas (Tommaso Campanella) intendendo confermare una autocertificazione storica: “Th.C. vir qui omnia legerat omnia meminerat / praevalidi ingeni sed indomabilis”. Autore di alto valore riflessivo e conclusivo. Basta leggere lo splendido emozionante Canzoniere, di battaglia in poesia, fra le sue opere. Una spettacolare guerra della vita. Nel mio volumetto, pubblicato in 50 copie nel 1943, oltre ad averlo dedicato al grande eroico frate che mi aiutava a capire la vita, tutti i testi sono calati dentro alla sua sugge­stione profonda che ancora adesso, dopo tanti anni, mi accompagna e mi rinfranca. Tutti quei testi, e gli altri ancora, sono dentro, ripeto, alla sua influenza; al suo sdegno, al suo empito di partecipare, di consegnarsi alla realtà, alla sua arroganza aggraziata e spietata. Non ci sarebbe Italia se non ci fossero, nel meridione, tanti protagonisti, così intrepidi cuori e teste straordinarie.

 

Paolo: Da bravo cittadino della seconda città dell’ex Stato della Chiesa, sei indiscutibilmente anticlericale. Tuttavia provi una viva attenzione per il fatto religioso e spirituale, che, pur vissuto minoritariamente da coloro che si dicono credenti, sarebbe stimolo e riferimento per l’operare insieme per una società più giusta. Se la Chiesa (le Chiese) tradiscono quasi sempre il mandato assegnato, la fede – se non vissuta in modo integralista e secondo logiche di potere – può portare liberazione? Talvolta approdi perfino a certe profezie veterotestamentarie. È da una vita che lavori per un cielo e una terra nuova. Sto forse dando un’interpretazione forzata?

 

Roberto: Si sta cercando di vuotare il mare dell’abiezione con un cucchiaino. Sono più di mille, di duemila anni che ci provano i bravi, i bravissimi, gli intrepidi, e protagonisti poi dei centenari del pensiero, della poesia, delle scienze. Il mare con il cucchiaio non si è ancora vuotato? Si svuoterà domani (non è un vuoto calcolo di generico ottimismo). E se tanti (ripeto) ridono, ridano pure. Il riso fa buon sangue, per tutti.

Non ho convinzione. Sono del gregge di Epicuro “che l’anima col corpo morta fanno”. Cerco di tenere le lenti degli occhiali sempre pulite, alitandoci sopra per far fuggire i bruscoli interferrenti. Credo che tutto stia qui, che quindi noi dobbiamo essere seri per convinzione non per paura della mente o del cuore. Ecco, per finire ancora con Epicuro i cui ammonimenti sono ammaestramenti di vita: “Mentre siamo per via cerchiamo di rendere oggi migliore di ieri ma quando giungeremo alla meta gioiamo con moderazione”. Per morire in piedi, se è possibile, certo.

 

Firenze-Bologna, primavera-estate 2011

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Paolo Ragni
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: ilfilorosso
  • Anno di pubblicazione: anno XXVI, n. 52, gennaio-giugno 2012
Letto 3115 volte Ultima modifica il Mercoledì, 03 Aprile 2013 09:32
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