Officina tuttofare. Intervista a Roberto Roversi, poeta e scrittore

Per sperimentare il nuovo e misurarsi con la realtà che cambia ogni occasione è buona, sembra suggerire l’intera vita del bolognese che ha inventato la rivista «Officina» e mille altre iniziative culturali. E per provarlo fa anche il paroliere per cantanti d’avanguardia.

 

Roberto Roversi va a stare in via dei Poeti. O meglio: ci va la libreria antiquaria Palmaverde, che Roversi, unitamente alla signora Elena Marcone, sua moglie, cura e accudisce a Bologna, da oltre trent’anni. Attualmente la libreria sta in via Castiglione, davanti alla bellissima chiesa di Santa Lucia. La chiesa è sconsacrata dall’epoca napoleonica e quarant’anni fa l’interno – spiega Roversi – era in parte destinato ai laboratori della scuola tecnico-industriale Aldini e Valeriani e, in parte, veniva utilizzato come palestra per il liceo classico Galvani. In quel liceo, oltre a Roversi, hanno studiato Agostino Bignardi e Francesco Leonetti e Pier Paolo Pasolini, che si ritrovavano, tutti, a fare ginnastica «in quell’enorme chiesona ricca di echi e di riverberi, sotto il cui pavimento si allungavano sotterranei pieni di scheletri di monaci». Il Galvani era, all’epoca, un valido centro di cultura; vi insegnava, tra gli altri, il professor Mocchino, «insigne latinista» e studioso di Virgilio, che instradò alla poesia quei suoi allievi particolarmente vivaci. I quali allievi, qualcosa di buono, nella vita e nelle lettere, poi avrebbero fatto: intanto, nel 1948, uno di loro avrebbe aperto quella libreria. Roversi, appunto.

 

Domanda. Come si sceglie di diventare libraio?

 

Risposta. Io allora tenevo i costi per una piccola, ma efficiente, fabbrica che produceva schermi per raggi X. Mio padre era radiologo e io, laureato in filosofia nel 1946 con una lesi su Nietzsche, trovai lì il mio primo impiego, alle dipendenze del fratello del filosofo Galvano Della Volpe. L’idea della libreria venne fuori per caso. Successe che un nobile di Bologna decidesse di smantellare case e proprietà e di partire per l’America. Vendette, tra l’altro, un’imponente biblioteca e un ricco archivio a un commerciante di carta a peso e io, informato da un amico, riuscii a ricomprare una piccola parte dei libri e dei documenti e a costituire, così, il primo nucleo della libreria.

 

D. E il nome?

 

R. Fu una decisione del tutto casuale: raccolsi da un mucchietto di volumi appena comprati, un libretto della fine del Settecento, l’almanacco del Palmaverde, di casa Savoia, e così scelsi quel nome per la libreria. La prima sede fu una canonica affittataci da un prete, poi in via Rizzoli e, ancora dopo, in un bel locale di via Caduti di Cefalonia, con tanto di vetrina. Infine qui e, da qui, tra non molto, in via dei Poeti.

 

D. Come mai un nome così beneaugurante?

 

R. Via dei Poeti è una strada antica, così chiamata perché, durante i loro soggiorni bolognesi, vi avrebbero alloggiato Dante e Cavalcanti. E sempre in quella strada si trovava la più antica mescita di vino di Bologna. Si beveva in piedi, prendendo i bicchieri attraverso una grata di legno che chiudeva un pertugio, simile a quello dei conventi di clausura.

 

D. Torniamo alla fine degli anni Quaranta e ai primi passi della libreria antiquaria Palmaverde…

 

R. Una delle prime iniziative fu l’attività editoriale: l’edizione critica de L’Aspromonte di Andrea da Barberino e poi un libro di Leonetti, La Cantica, e un mio breve romanzo, Ai tempi di Re Gioacchino. Si trattava della prima stesura di quel Caccia all’uomo, che Elio Vittorini, successivamente, avrebbe pubblicato presso Mondadori.

 

D. Scriveva versi già allora?

 

R. Tra mille incertezze, esitazioni, confusioni, e con risultati insoddisfacenti. E dei miei versi e di quelli di Leonetti, io e lui discutevamo animatamente, spesso furiosamente.

 

D. E oggi, discutete ancora, furiosamente, dei vostri versi?

 

R. No, da vent’anni siamo lontani. Lui è a Milano…

 

D. Com’era Bologna nei primi anni Cinquanta?

 

R. C’era una situazione aperta, in movimento; la città viveva, direi, e noi qui intrattenevamo rapporti, in particolare, con Alfredo Rizzardi, con Mario Ramous, con Giuseppe Guglielmi.

 

D. Come si arriva a «Officina»? Voglio dire, come si passa dalle conversazioni in libreria e dalle velleità giovanili alla realizzazione di una rivista tanto autorevole?

 

R. Autorevole? Una buona rivista, direi. E ci si arriva, dopo anni, mossi da una forte inquietudine e una forte curiosità che volevamo verificare, insieme con altri, anche in pubblico. Con chi non lo sapevamo ancora bene, né sapevamo chi fossero – come si dice oggi – i destinatari dei nostri messaggi. Avevamo solo chiaro di voler fare delle proposte e di voler avere dei rapporti. E nella fase preliminare facemmo alcune proposte concrete e cercammo di avviare dei rapporti altrettanto concreti. Fu Leonetti, poco dopo, a dire: sentiamo Pasolini, dato che tra l’altro – proprio negli anni del liceo Galvani – noi tre insieme avevamo elaborato un progetto, immediatamente fallito, di rivista. Il titolo doveva essere «Eredi». Pasolini venne a trovarci a Bologna, ci accordammo subito e facemmo il menabò della rivista. Il primo numero uscì nel maggio del 1955, autogestito e autodiretto: dalla scelta dei caratteri tipografici alla stampa, alla distribuzione. La copertina, per risparmiare, era ricavata dal cartone con cui si confezionavano le scatole per scarpe.

 

D. Forse era una scelta di gran raffinatezza.

 

R. Ci divertiva la cosa, ma soprattutto c’erano ragioni economiche.

 

D. Quanto dura «Officina»?

 

R. Resiste dal 1955 al 1959: la prima serie comprende 12 numeri; la seconda serie viene edita da Bompiani che pubblicherà solo il primo fascicolo e non il secondo e ultimo.

 

D. Perché?

 

R. È una storia semplice e nota: nel primo numero della nuova serie, che costituì per noi un salto importante – oltre che per il marchio editoriale, soprattutto per il passaggio alla diffusione nazionale – pubblicammo un epigramma di Pasolini, rivolto a Pio XII, che si concludeva con questi versi: «Lo sapevi, peccare non significa fare il male: / non fare il bene, questo significa peccare. Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto: / non c’è stato un peccatore più grande di te». Scoppiò uno scandalo: l’editore, che apparteneva ai circoli più esclusivi, subì critiche e pressioni, finché ruppe il contratto. Però, occorre dire che contemporaneamente si erano accese, all’interno della redazione, alcune divergenze molto acute e non componibili sul metodo e sui contenuti: una crisi di identità dei singoli redattori, in qualche modo. Cosa che ci persuase a interrompere le pubblicazioni dopo l’uscita del secondo numero di questa nuova serie. In sostanza, «Officina» non è mai stata l’espressione di un gruppo omogeneo ma piuttosto, come dire?, una eccellente e libera occasione di incontro per personalità mai identificatesi in un centro preciso: e quello era forse il momento in cui ognuno di noi voleva sganciarsi ed essere libero.

 

D. Sì, ma come eravate voi in quel momento?

 

R. Pasolini stava diventando non solo il più noto, ma anche il più maturo; almeno di noi tre. Io? Io mi sentivo – e lo ripeto sempre con semplice chiarezza – solo come «uno che impara». Vedevo, discutevo, agivo e, intanto, mi modificavo un po’, cercando di migliorarmi: facevo i conti con la mia scrittura, misuravo i miei grandi errori, guardavo le mie continue incertezze. Non ero contento di me, ma cercavo di lavorare bene con gli altri. Ero – l’ho detto – come una petroliera che getta morchia e pulisce i serbatoi con l’acqua di mare.

 

D. Avevate già delle precise opzioni politiche?

 

R. Eravamo tutti, più o meno, vicini al Psi e al Pci ma l’interesse politico si rivolgeva essenzialmente allo specifico dell’istituzione letteraria. Io, per me, sentivo il bisogno di un discorso politico più preciso e soprattutto più continuativo; ma non avevo ancora la chiarezza e la convinzione linguistica per proporlo e imporlo. La rivista che avviai poco dopo, prima con Gianni Scalia e poi da solo, «Rendiconti», nasceva da questa insoddisfazione.

 

D. E da che altro?

 

R. Dalla necessità di riprendere alcuni dibattiti che «Officina» aveva dovuto interrompere, o non aveva potuto avviare e di affrontare temi che non aveva fatto in tempo a trattare: temi di politica e di linguistica e il dibattito sulle nuove scienze.

 

D. Il primo numero di «Rendiconti»esce nel 1961, l’ultimo nel 1977. Perché è finita la rivista?

 

R. Si è arrestata per ragioni solo economiche. Oggi non è più possibile fare una rivista indipendente, senza un appoggio e senza una riga di pubblicità: i costi sono ormai troppo alti.

 

D. Parliamo, ora, di Roversi autore: dopo il romanzo Caccia all’uomo, pubblicalo da Mondadori nel 1959, esce, prima presso Feltrinelli (1962) e poi presso Einaudi (1965), la raccolta di versi, Dopo Campoformio. Seguiranno due romanzi (Registrazione di eventi del 1964, e I diecimila cavalli del 1976) e, prima e dopo, una vasta produzione di versi, raccolti sotto il titolo Le descrizioni in atto. Un lavoro poetico, che ha questo singolare, connotato: se lo si cerca in libreria, non lo si trova di sicuro.

 

R. Ho voluto gestire autonomamente la pubblicazione e la distribuzione del mio lavoro, ho battuto a macchina su matrice e riprodotto al ciclostile i testi e li ho spediti a chiunque me lo chiedesse. Lo chiedevano in molti e così, nel corso di quattro anni, ho fatto tre tirature per circa 6 mila copie, con un buon successo, almeno da questo punto di vista. (In Italia, le tirature dei testi di poesia contemporanea, anche di poeti viventi molto noti, spesso non superano le mille copie, ndr).

 

D. È stato faticoso?

 

R. Certo.

 

D. Costoso?

 

R. Lo è diventato man mano. Quando cominciai, un barattolo di inchiostro costava 420 lire: e con un barattolo si tiravano tre facciate per un migliaio di copie. Adesso lo stesso barattolo costa 5 mila 200 lire. Una risma di carta di 400 fogli si pagava 380 lire, oggi 4 mila 500. E le spese postali: la spedizione di una stampa raccomandata, che costava allora 45 lire, supera oggi le mille lire. Ora, per necessità, sto tirando, di quel libro, una piccolissima riedizione a un costo quasi impossibile.

 

D. L’edizione del ’70 aveva, ancora una volta, una copertina «povera» – quel cartoncino pieghettato usato per l’imballaggio delle stoviglie – e i fogli di carta ruvida erano tenuti insieme da lunghi fermagli; come sarà l’edizione in corso di stampa?

 

R. Il formato è ridotto a metà risma, il carattere è più piccolo e, forse, più moderno e le pagine sono stampate su entrambe le facciate.

 

D. Ma perché tutto questo? Perché non un editore?

 

R. Per mantenermi coerente col mio lavoro poetico e adeguato a quel vuoto che avvertivo e che mi spingeva a cercare nuove forme di comunicazione.

 

D. E se le chiedessero oggi di ripubblicare la sua opera in un volume a stampa?

 

R. Non potrei accettare: non perché so, in questo momento e con precisione, cosa fare di diverso, ma proprio perché non lo so. E perché sento di dover continuare a vivere dentro queste contraddizioni, per cercare di elaborare qualche mia privata soluzione alternativa.

 

D. E perché ha accettato di pubblicare a stampa i suoi romanzi, invece?

 

R. Be’, perché ciclostilare un intero romanzo è troppa fatica.

 

D. Senta, non sarà certo un caso che la sua produzione a ciclostile è immediatamente successiva al 1968. Cosa faceva lei, in quell’anno?

 

R. Io…? Mettevo a disposizione il mio ciclostile, appunto, e poi scrivevo quello che potevo e sapevo, cercando di stare dalla parte degli studenti.

 

D. Non erano poi pochissimi i poeti della sua generazione che stavano dalla parte degli studenti, vero? Io mi ricordo a Milano, oltre naturalmente Franco Fortini, altri come Giovanni Raboni, Giancarlo Majorino e quello straordinario personaggio che era Giorgio Cesarano. Lo conosceva?

 

R. Sono contento che lei mi dia l’occasione di parlarne perché penso anch’io che fosse davvero una figura straordinaria. Per molti anni, l’ho visto spesso e mi attraeva la sua capacità attiva di partecipare alla politica, rimanendo uomo e scrittore autenticamente libero. Mentre tanti si avviluppavano nella politica, lui partecipava: e in particolare, direi, partecipava al dramma, alla tragedia della riflessione politica. In questo, per me, sta la sua somiglianza con Pasolini: nella drammaticità con cui hanno vissuto la politica. E in Cesarano, la riflessione sulla prassi ha raggiunto una intensità tanto esasperata da ucciderlo. Il suo suicidio, se l’ho capito bene fino in fondo, fu conclusivo non della sua vita ma della sua riflessione sulla pratica della vita: intesa come una libera ma continua disponibilità agli obblighi del sociale. Per questo ha voluto darsi, dedicarsi, agli altri, accettando una situazione alla fine insostenibile, tesa verso l’identificazione e la comprensione della totalità. Uno dei pochi sforzi originali di quegli anni, il suo: con quella tensione non a stare dentro alle cose per capire, ma a cercare di uscirne fuori, per capire. Certo, è quasi sempre impossibile vivere totalmente ma, in certi casi, è inevitabile: è, in qualche modo, un dato di necessità.

 

D. Altro sforzo – ancora più disperato e impossibile – di vivere totalmente fu, per alcuni, il 1977…

 

R. Qui, a Bologna, furono giornate di tragedia… l’esplodere di una guerra… Una sera, usciti dalla libreria, io ed Elena ci incamminammo per la città deserta, lungo via Rizzoli e via Bassi. Vetrine spaccate, la roba buttata sulla strada, frammenti, fumo… un bombardamento. E nessuno, proprio nessuno, per la strada. E l’uccisione di Lo Russo, la chiusura di Radio Alice, gli arresti. Decidemmo di fare qualcosa per uscire dal dramma. Io scrissi una lettera a Renato Zangheri, sindaco di Bologna, e «l’Unità» la pubblicò. Dichiaravo di dover stare dalla parte dei giovani, e chiedevo di ricomporre un rapporto con la città che sembrava lacerato. Ci demmo da fare: ci muovemmo, parlammo e lavorammo. C’erano Bonfiglioli, Scalia, Boarini, Stame e altri e facemmo una rivista, «Il cerchio di gesso». Qui pubblicai il poemetto Il Libro Paradiso.

 

D. E furono, se ricordo bene, versi importanti in quei giorni. Dicevano, tra l’altro: «A che punto è la città? / La città è confusa, ha un momento / di tremenda agitazione. / Il suo dolore butta morchia e fuoco. / La città va avanti a muso duro / e alza le parole come un muro». Lei, a sua volta, proprio contro quel «muro» lavorava per «alzare» le sue parole: e fu nel corso di quel lavoro che iniziò il suo rapporto intenso e quotidiano con i giovani, se non sbaglio.

 

R. Il rapporto esisteva da tempo ma dentro quel dramma, e dopo quel dramma, divenne, in qualche misura, un rapporto sistematico: legato a una comune tensione politica e a un lavoro culturale.

 

D. E si realizza, in quel lavoro, uno scambio reale?

 

R. È un modo di dare quello che si può e di prendere quello che c’è. Sento molta disperazione nell’aria, e dire e fare qualcosa ogni giorno non è inutile… Nulla di straordinario, lo so, ma qualcosa che si può fare e che dunque si deve fare.

 

D. In che cosa consiste questo fare?

 

R. Per esempio, nella collaborazione con altri gruppi e con le redazioni di altre riviste. Intanto, dopo la chiusura del «Cerchio di gesso», con Maurizio Maldini abbiamo avviato «La Tartana degli influssi», una pubblicazione gratuita – di cui sono già usciti tredici numeri – che presenta testi, per lo più di giovani ancora inediti; poi, con Gianni Scalia, curiamo la rivista «Le Porte» che pubblica testi di autori nuovi e, crediamo, interessanti. Infine, con un gruppo di amici, facciamo questo… (Roversi mostra dei grandi fogli rettangolari – quelli che una volta si chiamavano «fogli volanti» – in cartoncino leggero e di vari colori pastello, che portano stampati su entrambe le facciate i versi di molte poesie).

 

D. Giovani poeti?

 

R. Giovani poeti, impegnati anche nel reale. Il titolo di questi fogli è «Dispacci», dal nome della nostra cooperativa di iniziative culturali. Andiamo spesso nelle scuole, ma andremo anche, settimanalmente, nel carcere minorile di via del Pratello; teniamo una rubrica presso Radio Città e un’altra sulle pagine regionali dell’«Unità»; leggiamo in pubblico le nostre poesie e quelle di altri autori.

 

D. Per la verità, a quanto so, lei, le sue, non le legge in pubblico. Perché?

 

R. Perché non ho abbastanza tempo per fare anche questo.

 

D. A proposito di carcere minorile: era dedicato a un istituto di correzione per minorenni, il Ferrante Aporti di Torino, un suo testo, Mela da scarto, diventato canzone con la musica e l’interpretazione di Lucio Dalla. E a questo punto, di Dalla, almeno un po’ bisogna parlare. Come iniziò la vostra collaborazione?

 

R. Cominciò per caso, come già si è detto cento volte. Pensavo da tempo di scrivere una commedia musicale e mi occorreva, da ignorante, verificare un po’ il possibile rapporto tra i miei versi e la musica: un modo di sperimentare un nuovo canale di comunicazione. Per una singolare coincidenza, Renzo Cremonini, amico e produttore di Dalla, cercava le mie Descrizioni in atto; entrammo, così, in rapporto e io proposi alcuni miei testi, al solo fine di fare una prova: un esperimento. Invece ne risultò un Lp Il giorno aveva cinque teste, dove si intrecciano vari linguaggi, dal nazional-popolare allo sperimentale, a quello aulico. Dopo, continuammo a lavorare, componendo un secondo Lp Anidride Solforosa, sempre con l’intenzione di sperimentare nuove strade. Ma la collaborazione si interrompe dopo il terzo Lp, Automobili,che rappresenta, a mio parere, l’opera più convincente fatta insieme – anche se la versione su disco è parziale rispetto al testo «maggiore», Il Futuro dell’automobile. La separazione fu inevitabile, dal momento che Dalla non riusciva ad allargare il suo pubblico, come voleva e come meritava.

 

D. E da allora si è disinteressato della musica?

 

R. Ho dato un testo, Formula Uno, a Claudio Lolli e uno agli Stadio. Scrivere parole da cantare è un impegno che mi interessa molto, anche se non vorrei diventare un paroliere: quello che mi preme, innanzitutto, è cercare e sperimentare testi e modi non istituzionali di comunicare.

 

D. Conosce Lucio Quarantotto? È forse l’autore più interessante emerso nella canzone italiana da molti anni a questa parte.

 

R. Lo conosco e lo apprezzo come autore splendido di canzoni, ma lo conoscevo già come giovane poeta: mi mandò i suoi testi e io li pubblicai.

 

D. E a parte Lucio Quarantotto, quanti le mandano in lettura i propri versi?

 

R. Molti.

 

D. Quanti?

 

R. Direi che sono molti.

 

D. Una cifra.

 

R. Nell’ultimo anno e mezzo, a casa, in libreria e nella casella postale ho ricevuto circa 3 mila dattiloscritti, tra poesia e narrativa.

 

D. Che ne fa? Li butta via?

 

R. Ne leggo, bene, quanti è possibile; poi, con gli altri della Cooperativa Dispacci, li schediamo, li cataloghiamo e li collochiamo nel nostro archivio. Con fatica proviamo anche a rispondere a tutti, con una lettera o con una telefonata. Ma è un’impresa senza fine e, dunque, riusciamo a rispondere solo a una piccola parte di coloro che ci scrivono, e questo è un difetto, una mancanza: una cosa che dispiace…

 

D. Nuvolari, Formula Uno, Mille miglia, una poesia su Fausto Coppi: il mondo dello sport e gli uomini dello sport tornano di frequente nel suo lavoro. È una passione di vecchia data, la sua?

 

R. Nello studio di radiologia di mio padre si recavano i calciatori infortunati e, io bambino, ricordo di aver conosciuto lì quei personaggi mitici che erano le grandi mezze ali uruguaiane del Bologna campione d’Italia: Fedullo e Sansone.

 

D. E il centromediano, anche lui uruguaiano, Andreolo…

 

R. E il portiere Gianni, il centravanti Schiavio…

 

D. Questo era il mito. Ma poi lei, al calcio, ci giocava?

 

R. Sì, ma poi mi prese l’entusiasmo per la scherma e mi dedicai, con qualche risultalo, al fioretto. Però, il primo amore è per i cavalli: uno zio di mio padre ne aveva importati dall’America e nella sua villa aveva allestito una vera pista per il trotto. Così, ho cominciato ad amare l’ippica e a frequentare gli ippodromi: di trotto, naturalmente, perché non si corre il galoppo, qui da noi; e poi, gli altri sport emiliani: il ciclismo, il motociclismo, l’automobilismo.

 

D. Agli inizi degli anni Settanta, c’è un Roversi che gioca come terzino destro nel Bologna di Perani, Bulgarelli e Janich. Un parente?

 

R. No, Roversi è un cognome molto comune a Bologna. Ma anch’io facevo il terzino, quando giocavamo al campo dello Sterlino e c’era anche Pasolini con noi… Lo ricorda Leonetti, nel romanzo Fumo, fuoco e dispetto. Parla così di me: «Abbiamo un terzino con la testa durissima, e anche ai palloni da poca distanza risponde con la testa». Ma io, come terzino, prendevo calci…

 

 

 

Panorama, 17 marzo 1985.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Luigi Manconi
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Panorama
  • Anno di pubblicazione: 17 marzo 1985
Letto 3389 volte Ultima modifica il Venerdì, 12 Luglio 2013 08:53