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Il secondo libro de Villotte del fiore alla padovana (1559)
Azzaiolo Filippo, Il secondo libro de Villotte del fiore alla padovana (1559), pp. 52, 17x24,5cm.
A cura di e con un’introduzione di Giuseppe Vecchi. Fa parte di Maestri bolognesi 2, Pubblicazioni della Biblioteca del Conservatorio G.B. Martini di Bologna.
“Alla memoria di Carlo Calcaterra della poesia melica popolare e culta amoroso indagatore la presente raccolta è dedicata.
La presente collana, che si propone di trarre in luce e far conoscere le opere più significative degli antichi autori bolognesi, si pubblica sotto gli auspici della Biblioteca del Conservatorio G.B. Martini di Bologna, per l’intervento prezioso della Marchesa Anna Maria Marsigli, che le arti e specialmente la musica protegge e ama”.
Comprende testi letterari e testi musicali.
Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna, 1953 (tipografia non indicata).
Villanelle (1592)
Bellasio Paolo, Villanelle (1592), pp. 40, 18x25cm.
A cura e con una nota introduttiva di Giuseppe Vecchi.
Fa parte di Opere di Paolo Bellasio, vol. 3, a cura di Giuseppe Vecchi, Biblioteca Musicale della Rinascenza.
Con spartiti a fianco del testo.
Tiratura di 300 esemplari.
Stamperia musicale Venturi, [s.l.], 1952.
Madrigalisti veronesi, II, Giov. Matteo Asola – Paolo Bellasio – Stefano Bernardi
Madrigalisti veronesi, II, Giov. Matteo Asola – Paolo Bellasio – Stefano Bernardi, pp. 40, 17x25cm.
Con una premessa di Giuseppe Vecchi.
Fa parte di Biblioteca musicale della Rinascenza. Pubblicazioni a cura della Libera Scuola Superiore di Scienze Storiche L.A. Muratori, Verona.
Con testi poetici e spartiti musicali.
Bologna, 1952.
Melodiae prudentianae et in virgilium (Lipsiae 1533)
Vecchi Giuseppe (a cura di), Melodiae prudentianae et in virgilium (Lipsiae 1533), pp. 36, 17x25cm.
Con una premessa del curatore.
Fa parte di Biblioteca musicale della Rinascenza. Corpus mensurabilis more antiquo musicae, edidit Ioseph Vecchi, vol. 2.
Bologna, 1952.
Bologna & Milano come Poggibonsi
«Out of the blue and into the black» (Neil Young)
La città è colorata? O più precisamente: questa città è ancora colorata? Oppure: questa città ha un qualche colore? Un tempo dicevano: la rossa turrita Bologna. Adesso è intanto senza più le torri – tranne quelle due da cartolina.
E il rosso?
Non parlo, si badi bene, del colore politico ma proprio (e soltanto) del colore delle pietre o della faccia dei suoi palazzini palazzoni. Dei suoi muri. Delle sue insegne, non del suo cielo. Delle sue vetrine. Anche del vestito, dei vestiti, del suo abito. Metto insieme tutto, in ordine al colore di questa città nella quale vivo e che mi sento addosso – e mi stringe addosso – in ogni momento.
Però, prima di fare il mio cenno sul tempo presente vorrei premettere due paroline, semplici, sulle cose e sul tempo di ieri, che a tanti sembrano sempre, dal di dentro della memoria, meritevoli di ogni elogio e di ogni rimpianto; se non altro perché rimandano al profumo delle ciambelle della nonna. Ecco, in riferimento alle cose e al tempo di ieri, non mi sembra che la città fosse più lieta o più splendida; più lustrata o più gioconda, in profondo, e dentro la gente, di quanto sia oggi. Certo: quante storie si sentono raccontare e quanti sospiri ammazza fiato si ascoltano da parte di coloro che vivono ben stretti alla vela della memoria per farsi portare il più lontano possibile dall’odiato presente. Ma nella realtà, invece – e non solo dai racconti della gente che ci abitava allora come popolo di formiche ma anche dalle fotografie che cominciano a uscire fuori dai cassetti privati senza essere ritoccate o ingentilite – la città si spremeva in una umidità abbastanza cupa e avvilente, che scivolava lungo i fianchi delle case, e anche dei palazzi, grattando via l’arenaria e mescolandola al fango.
Certamente Bologna non era e non poteva essere diversa dalle altre città italiane, grandi e piccole, sul mare in pianura e in montagna, che erano lì da secoli, esauste, mai progredendo in bellezza ma, al contrario, costrette a difenderla dall’aggressione della pioggia del vento della neve del sole della gente.
Dico, insomma, che anche adesso Bologna è com’è. Ed è come è perché non potrebbe più essere diversa. Sì, le mettono rammendi precisi sugli sbraghi del vestito; l’imbellettano un poco; la ripuliscono; le mettono sulla testa i cappelli bianchi dell’architetto giapponese. Ma stenta a cambiare; o non cambia. Non cambia da come è stata e da come è. Vale a dire: febbricitante, gaudente, un poco sapiente e un poco invadente; ghiotta e disperata: magnificata qualche volta e qualche volta scarmigliata. Ma, nella sostanza, grigia di colore, quasi incanutita avanti tempo. Di un grigiore friabile, piuttosto uniforme; con graffi di corrosione, come unghiate, specie negli angoli, dove si annida una umidità che le risucchia il colore. All’inizio del secolo (se non sbaglio) abbatterono la cerchia delle sue mura con la scusa sciocca e interessata che i venti di collina non potevano entrare a risciacquare la città nelle torride sere d’estate. Indi demolirono interi quartieri medievali del centro per allargare le vie. Buttarono giù torri e torrioni. Uno sfacello di pietrisco che ha lasciato la città drenata come un prosciutto da cui siano stati grattati via perfino i nervi intorno all’osso. E la sola novità urbanistica fu l’aggiunta lattiginosa dei palazzoni umbertini, tutti fregi e riboboli, tutti ferri battuti e ribattuti, che aggiunsero il grigio affumicato a un ambiente non certo esaltato dai colori.
Anche per quel momento credo che parlino le vecchie fotografie. Bologna infatti è città dagli spazi ristretti, dai luoghi ravvicinati e l’ombra delle case a sinistra di una strada dove piove addosso all’ombra delle case che stanno sulla destra, in un rimpallo che non aggiunge di certo fuoco della luce appiattita. Tanto è vero che la città, dicono, è da vedere al tramonto quando il sole sprizza fuori con forza le ultime faville come l’ultimo grumo di dentifricio da un tubetto ormai vuoto, e gratta le pietre tirandone fuori il poco rossore che resta. Una situazione di piccolo miracolo che dura un momento; e che non muta il quadro generale. Se è vero che per illuminarla un poco cavandola fuori dal buco notturno, almeno in via Ugo Bassi che è sdraiata sotto la torre lunga, in questi giorni hanno collocato delle lampade al quarzo che spandono un giallo morbido come una crema e rappresentano un guizzo di vitalità dopo anni di «sonno» elettrico. Eppure, se appena giri di sera nelle altre strade, e per esempio in via Castiglione che i patinati turistici magnificano come un miracolo del colore, entri in un buio trattenuto a braccia dal risvolto dei portici – entro cui resti ingobbito. Ma passiamo pure dentro al giorno pieno, per strade e vicoli, e guardiamo i muri e i manifesti in essi conficcati. Monotoni e tutti codificati dalla «norma» industriale; o sciatti, per lo più, a causa di fretta o di economia, se sono quelli delle cooperative e degli enti. O se sono politici. Così che di notte non vediamo (proprio non vediamo) e di giorno non possiamo scegliere, ecc. Perché il colore della città non consente di scegliere il modo di guardarla, dato che è uniforme e stinto: e produce nella sostanza un unico segnale collegato, insistente. In altre parole a me pare che la nobile città di Bologna, storicizzando se stessa, si disponga (avendo fatto una scelta) a un prossimo destino di città turistica e fieristica, mettendosi fin da ora al servizio del consumo dei prosciutti e dei cotechini e procurando di allestire una piccola Amburgo per intrattenere i partecipanti alle varie Fiere – che si gonfiano come otri. E intanto adesso, a ciascuno che passi per strada e abbia voglia e sentimento per alzare un poco lo sguardo, apparirà l’appiattimento del suo congegno di colori: e in certi casi anche il caos generato dalla perdita di una precisa identità di scelta. Basta guardare gli autobus, che prima erano tutti verdi, poi se ne aggiunsero mezzi rossi e mezzi gialli, poi altri arancioni e adesso sono verdi, gialli, rossi, arancioni.
Questa slabbratura insistente dentro alla città (in riferimento al belletto della sua faccia) non si può anche imputare, generalizzando e magari giustificandola, al fatto che oggi è certamente in corso uno stravolgimento che cambia non solo Bologna ma tutte le città, uniformandole secondo schemi prestabiliti? E al fatto che le strade ormai sono per tutti (o quasi tutti) un canale di passaggio e non di passeggio; e che chi ci passa guarda ma non osserva? Bologna è ormai standardizzata e sembra sempre più simile a Poggibonsi o a Parma o a Modena o a Milano. Le quali onorevoli città sembrano sempre più uguali a Bologna. Ma è anche uniformata l’ondata di colore della gente che passa per strada. La città sembra sempre più simile a un limbo. Dove i colori scorrono sulla mano come il latte. Pastorizzato.
La tribù: foglio dodicinale del Movimento per la fondazione del villaggio: Istituto di cultura teatrale e antropologico della comunicazione e comuna baires a Milano con l’elefante delle scimmie metropolitane, n. 55, 31 gennaio 1984.
Atlante paleografico musicale
Vecchi Giuseppe (a cura di), Atlante paleografico musicale. Documenti per la storia della semiografia musicale, pp. 15, 17x24,5cm.
Fa parte di Pubblicazioni a cura della Libera Scuola Superiore di Scienze Storiche L.A. Muratori, Verona. Con 12 tavole illustrate in allegato.
Coop. Tip. Azzoguidi, Bologna, 1951.
Edizioni Palmaverde - La storia
Fondata da Roberto Roversi ed Elena Marcone nel 1948 a Bologna, la libreria antiquaria Palmaverde pubblica il primo catalogo nel novembre 1949; il numero 2 esce in dicembre, il 3 nel gennaio 1950 mentre il numero 4 è datato “marzo-aprile” 1950.
Fin dall’apertura fu subito chiaro il progetto di affiancare all’attività commerciale anche quella editoriale, con un’attenzione particolare al settore della filologia1. Durante tutto il corso degli anni Cinquanta vengono date alle stampe un alto numero di pubblicazioni, che proseguiranno negli anni Sessanta attraverso la collaborazione con l’Università di Pisa e si andranno spegnendo negli anni Settanta, parallelamente con la scelta di Roversi di escludersi dal meccanismo del “mercato” e dalla “comunicazione” istituzionalizzata.
Assistiamo così alla nascita delle produzioni realizzate in ciclostile, molte delle quali in tirature limitatissime (venivano stampate in poche decine di copie, e poi su richiesta2).
Non è lo scopo del presente catalogo inoltrarsi nella descrizione o nell’analisi del lavoro culturale svolto da Roversi attraverso la sua libreria; altri lo hanno fatto nel corso degli ultimi anni3.
Si vuole invece presentare un catalogo che illustri tutte le edizioni realizzate dalla libreria antiquaria Palmaverde di cui abbiamo trovato traccia, sia negli scaffali privati di Roberto Roversi e dei suoi familiari, sia in quelli della libreria stessa4.
Le opere catalogate sono 75, a cui vanno aggiunte le riviste «Officina» (10 numeri in nove fascicoli editi da Roversi e gli ultimi due da Bompiani), «Rendiconti» (30 numeri in venti fascicoli), «Le porte» (due fascicoli), che fanno superare il traguardo delle cento pubblicazioni: una quantità davvero ragguardevole, soprattutto perché raggiunta in anni in cui si componeva (e stampava) ancora con linotype e piombo. E anche perché non esisteva alcuna struttura redazionale.
Nella tabella 1 ricapitoliamo, per anno di edizione, il numero di volumi pubblicati.
Nelle pagine che seguono, i libri editati dalla Libreria Antiquaria Palmaverde vengono presentati seguendo l’ordine scelto da Roversi nell’ultimo catalogo a stampa della sua attività editoriale, datato 1969, per quanto riguarda la divisione in collane o aree tematiche; al suo interno presentiamo però i titoli in ordine di pubblicazione anziché in ordine alfabetico per autore come nello stampato originale.
È da sottolineare come il citato catalogo non riporti né le riviste (l’elenco del pubblicato è stato realizzato solo in foglio ciclostilato, almeno un decennio dopo), né molti altri titoli degni di nota.
Scorrendo l’elenco dei titoli stampati, Roversi ricorda con precisione il percorso di ogni singolo volume; in linea generale, si può affermare che ha sempre accolto le proposte che lo hanno convinto ma non ha mai richiesto – ai numerosi intellettuali, scrittori e poeti con cui era in stretta relazione – materiale per libri monografici da pubblicare; limitandosi sempre a sollecitare solo interventi sulle “sue” riviste.
Inoltre, ha frequentemente riproposto in volume saggi già pubblicati sulla rivista “Studi Mediolatini e Volgari”, così come molto spesso ha realizzato estratti (che qui non sono riportati) dalle riviste «Officina» e «Rendiconti».
La linea grafica è sempre stata scelta dallo stesso Roversi, al pari della carta, di ottima qualità. I volumi – quasi tutti in tiratura non superiore alle 300 copie – sono stati commercializzati direttamente, venduti in contrassegno a privati e librerie. Molti di questi libri hanno oggi un’alta quotazione sul mercato antiquario e, anche quando il loro prezzo non è elevato, quasi tutti sono di difficile reperibilità.
Tutti insieme rappresentano il risultato di un’attività editoriale intensa che siamo lieti possa trovare, in queste pagine, una prima organizzazione ad uso dello studioso e del lettore interessato.
A.B.
1 Le informazioni qui riportate sono state rese da Roberto Roversi in un colloquio del 25 marzo 2010.
2 Scrive Maurizio Cucchi, sul quotidiano «La Stampa» del 15 gennaio 2009, “Ricordo che tra fine anni Sessanta e primi Settanta desideravo leggere le Descrizioni in atto di Roberto Roversi, ma non era facile. Infatti l’autore le aveva semplicemente ciclostilate, erano fuori commercio, ed ero riuscito a conoscerne qualche parte da un amico poeta, Giancarlo Majorino”.
3 Vedi in particolare la Nota di Fabio Moliterni in Roberto Roversi Tre poesie e alcune prose. Testi 1959-2004, a cura di Marco Giovenale, Luca Sossella Editore 2008.
4 L’intero fondo editoriale a marchio Edizioni Libreria Antiquaria Palmaverde è stato acquistato nel 2005 dalle Edizioni Pendragon, eccezion fatta per la collana Studi Mediolatini e Volgari rilevata, assieme alla giacenza totale dei volumi della libreria, dalla COOP Adriatica, che li ha successivamente catalogati e donati alle principali istituzioni culturali di Bologna. La Pendragon aveva inoltre pubblicato l’edizione anastatica completa della rivista «Officina» nel 1993 (ristampa 2004), e ha proseguito la pubblicazione della rivista «Rendiconti» dal numero 31 (1992) al numero 45 (ultimo uscito, 1999).
Tabella 1. Anno di edizione e numero di volumi pubblicati
| 1951 3 |
1960 4 |
1975 1 |
| 1952 7 | 1961 3 | 1976 2 |
| 1953 8 | 1962 5 | 1977 1 |
| 1954 4 | 1963 3 | 1978 2 |
| 1955 4 | 1964 2 | 1979 2 |
| 1956 2 | 1965 2 | 1983 1 |
| 1957 3 | 1966 2 | 1985 1 |
| 1958 1 | 1967 2 | 2004 1 |
| 1959 8 | 1968 1 |
20 parole
Musiche di Alberto Ravasini
Io ti ascolto
da solo, mio cuore
tu che guardi
dai vetri le rare
foglie del cielo
la terra toccare.
L’ora del giorno
è rubata dal sole
montagne rosse,
tre colpi di tosse
lontani e poi
scende la sera
sull’asfalto le voci dei cani
sotto i lampi di una nuvola nera.
Posso strapparti d’amore il vestito?
Sono i diavoli padroni delle giornate?
Io ti amo da altezze incredibili
ragazzo vestito di bianco e di arancio
per guanciale il tuo corpo mi dai
solo i sogni non muoiono mai.
Io ti amo da spazi infiniti
ragazzo vestito di sale e di vento
e ti ascolto da solo, mio cuore
questa sera di nuvole nere
sul guanciale rimane l’amore
con un sogno di 20 parole.
Lo scrittore in questa società
«Le cieux sont devenus d’airain»
L’intervento di Giorgio Bassani, letto a un recente congresso di scrittori, e pubblicato anche su «Il Punto» del 1° novembre 1958, pur nella sua forma conversativa, muove a considerazioni, semplici ma sostanziali, su cui vorrei soffermarmi.
Non può essere contestato, mi sembra, che la struttura della. società capitalista, come si è articolata da noi in questo ultimo decennio, avvolgendosi in contraddizioni spietate e maligne, ma sempre fissa ai propositi ultimi che non vuole né può dimenticare, consenta, con il gesto paternalistico o il gentile ricatto, uno sfruttamento che solo all’apparenza sembra liberistico; nella sostanza è invece razionalmente coattivo «dell’ingegno e della penna degli esponenti di quella classe a cui ci onoriamo di appartenere».
Si raccolgono ogni tanto dei lamenti: «Dalla parte del padrone è difficile qualche volta stare», ed è la voce di coloro che si illudono di potere evadere, un giorno o un altro, dalla terra in cui cantano le sirene (dopo averne patito i vantaggi); mentre questa collocazione topografica, la scelta fra le due rive, non è stagionale né può essere elusa con un guizzo; non è un compromesso momentaneo da cui potersi liberare ma una donazione di sé al dio; in cambio di un caduco aumento di potere pubblico o sul pubblico è una condanna a una continua, sotterranea sterilizzazione, un’autentica Zerstörung der Vernunft, distruzione della ragione.
Tanto più occorre mettere in guardia, e stare in guardia, sulla pericolosità di «armistizi o concordati all’apparenza non disastrosi», perché il capitalismo ha provveduto a coartare, con il controllo effettuato attraverso gli uffici-studi dei suoi organismi – banche, industrie, case editrici, case di cura, anticamere politiche – una ideologia ufficiale, moderna, irritante, sinuosa, dinamica; che tiene conto di molte possibili suggestioni e attraverso documentatissimi tests sembra sul punto di offrire soluzioni verosimili e prestigiose, tout court; nonché vantaggiosi connubi; a convalidare ancora una volta la tesi che questo tipo di «capitalismo condizionato» è capace di assumere a certe scadenze un ruolo progressivo; come è accaduto ieri, occorre darne atto, che ha tempestivamente utilizzato l’insegnamento degli ultimi dieci inverni, sostituendo alla strategia della guerra fredda il nuovo momento pseudo-liberale, neopositivista.
A tanta saldezza amministrativa, scaltra rapidità di aggiornamento, dall’altra parte si oppone uno spettacolo di contrasti e di scismi, un misero spettacolo; anche se potremo obbiettare, pour cause, che questo aspetto di cantiere in disarmo è dovuto a una drammatica verificazione. Purtroppo l’attuale debolezza, giunta al limite dello sfinimento, dipende da errori pertinaci (tragicamente additati), dal progressivo sfaldamento di équipes che apparivano inscindibili, dai contrasti minuti e soffocanti che non trovavano sfogo, dal bizantinismo delle formule e dei compromessi, dall’esasperato filologismo e dall’edonismo dei dibattiti che spesso assumevano la parvenza di conclavi, con tutti gli inevitabili machiavelli, invece che discussioni di uomini vivi; dal tardivo accorgersi che ormai si era reso possibile, io direi inevitabile, un periodo di faticosa coesistenza.
Ma insomma: «oggi non c’è una persona onesta che non senta come propria degradazione lo stato di cose italiano »; mentre vale, drammaticamente vera, questa frase di un amico, dalla società in cui viviamo le nostre azioni e i nostri propositi sono ormai tollerati con indulgenza, i faticosi incontri come logomachie accademiche o retrive; mentre si cerca di distrarre ogni proposito nella routine quotidiana, dove non esiste contraddizione, dove tutto si coagula in un livido, innocuo conformismo. La cultura è esaltata come instrumentum regni; altrimenti facilmente truccata, addirittura scancellata dal gran mondo.
Tuttavia, chi considera sempre la cultura come «mordente critico, apertura verso un mondo diverso che si vuole e si può, perciò si deve costruire» (Preti); chi non è oppresso dal filisteismo, non mortificato dalla paura, non compromesso con il potere economico e politico, né si rassegna a vivere fuori, nonostante tutto; è certo che può ritrovare un comportamento autentico, non discriminante: una attiva intransigenza, non una mistica rinuncia, pure nell’intrecciarsi di rapporti e di incontri non mondani ma ideologici.
L’uomo di cultura ha una nuova responsabilità. Se poco cammino è stato compiuto da noi dopo la grande speranza d’après la guerre, si può cercare di rovesciare in positivo gli insegnamenti cavati dagli errori passati (pluralità di contraddizioni non esplose, gelo dogmatico), badando di vincere l’iterata amarezza con l’operare, il dubbio e i sensi di fredda solitudine che alle volte sopraggiungono con la fiduciosa constatazione che i marxisants (nel senso in cui Marx dice: je ne suis pas marxiste),cercano, tentano un nuovo regnum hominis, e che collaborazioni e contaminazioni pratiche, sottoscritte con qualche leggerezza o per calcolo sottile, non possono che ritorcersi, a lungo andare, in una abdicazione patetica o straziante.
Non ci si propone un rifiuto preconcetto e polemico della realtà, ma una contrapposizione più consapevole, quindi più operante, più cattiva e scaltra, alla condizione attuale e agli organismi politici che la determinano; riprendendo inoltre a considerare come si manifestano i fenomeni reali e talvolta contradditori dell’opposizione storica della nostra epoca. La causa prima della tragica involuzione delle sinistre è da imputarsi, come è noto, all’irrigidimento in un dualismo che ha distrutto da ogni aggiornamento e da ogni verifica. La crisi sul piano ideologico, seguente al XX Congresso, ha convalidato fra l’altro la necessità di contatti organici e non tattici con i rappresentanti del pensiero borghese, finendo per riconoscere, sia pure tardivamente, all’ideologia neo-capitalista, o meglio, agli sviluppi tecnologici da una parte e al processo della riflessione sociologica dall’altra, una persuasività sostanziale, una serie di novità e di revisioni attuali da lasciare di stucco quanti, stretti alla politica, si erano illusi di potersi muovere non con lo strumento «del vero sapere e della conoscenza della realtà, ma con le armi dell’Armata Rossa».
Soltanto così potranno essere smentiti quelli che, contando sulle molte conversioni possibili, ripetevano l’esclamazione dell’antico cronista: “No, non trovereste un solo ateo su di un vascello che naufraga”. E si preparavano a una messa solenne.
Officina, Nuova serie, n. 1, marzo-aprile 1959.
E lì resta senza spegnersi
Alcune considerazioni dietro sollecitazione di questo librone che raccoglie l’opera in versi di Giorgio Caproni in ben 1996 pagine complessive, di cui 825 solo per l’apparato critico. Nella stessa collana de “I meridiani” dell’editore Mondadori – mausoleo selettivo e autorevole di scrittori e poeti antichi e moderni – ho voluto per scrupolo riscontrare un paio di volumi fra quelli che avevo subito a portata di mano.
Virgilio, con l’Eneide, ha 916 pagine complessive fra le quali 225 di commento; Rimbaud, Opere (con traduzione a fronte), ha 907 pagine fra cui 118 di introduzione e note; Goethe, Faust I e II, ha 1138 pagine fra cui 77 di note. Mi chiedo allora con sorpresa ma senza ironia, come mai Caproni sia stato travolto da una micidiale slavina annotatoria di tale dimensione, lui così severo nella sua affascinante semplicità; lui così cauto rigoroso e asciutto. E mi concedo questa motivata ma del tutto personale risposta, sia pure sommaria.
Le istituzioni universitarie gestiscono ormai, quasi in regime di monopolio, le fabbriche in cui si lavora criticamente (professori e, giustamente, allievi) sui testi letterari del Novecento (un tempo neanche troppo lontano poco frequentati, a parte il solito gruppetto di autori stranoti), arrivando per necessità di auto-alimentazione testuale fino alle opere degli ultimi cinquant’anni. Questo, perché sono scarsi e dispersi i critici letterari di prima linea – quelli che combattono con convinzione e partecipazione sul campo e a ogni scontro-incontro, dopo avere ferito, escono essi stessi feriti; compagni quasi viscerali e impagabili di strada, di polvere, di avventura.
Ripeto, le faccende della poesia, nello specifico, sono gestione quasi unica di quelle mani autorevoli; le quali hanno la necessità di reperire cadaveri, tanto meglio se eccellenti, per le pressanti esercitazioni e investigazioni di anatomia critico-letteraria, indispensabili al regolare corso delle lezioni e al prestigio delle stesse istituzioni.
Capita che in siffatto regime di monopolio, si perde talvolta il controllo delle buone maniere e delle rispettose caute affermazioni. Per esempio: come posso valutare l’affermazione, ad apertura di libro, che Caproni sia tra i massimi e più originali poeti del dopo-Montale? Intanto, e subito, quale concilio ecumenico ha stabilito per dogma che Montale debba essere il bivio unico e inevitabile per garantire e smistare il percorso della nostra ultima poesia? E quale spessore critico vincolante devo assegnare al termine “massimo”? È detto, ripeto, tra i massimi; quindi devo intendere che altri a quella altezza partecipino dello stesso fulgore, dato che tutti i vocabolari riscontrati, enunciano per spiegare il termine: grandissimo, sommo, estremo, principalissimo, il più grande. Vivremmo dunque in un fortunato e benefico momento della poesia, come al tempo di Pericle in Grecia. Ora, in un momento come questo, decisamente sboccato e traboccante senza misura, approssimato ed esasperato, è forse troppo richiedere dai centri culturali severi, che hanno il dovere di servire d’esempio, annotazioni critiche meno totalizzanti?
Liberato dalle oppressioni eccessive – come incrostazioni intorno a un sasso ripescato o a una conchiglia di mare – poco rispettose della sua riservatezza esemplare, Caproni dovrebbe ritrovarsi nella sua cella quasi conventuale, lui che a me sembra alle volte l’unico Alfonso de’ Liguori del nostro tempo – il grande prete poeta che faceva cantare i morenti con la poesia.
Mi serve un rapido ricordo personale. L’avevo pur letto ma l’ho incontrato più tardi, due volte, fra altri, al tempo di “Officina” (anni ’55-’56). Lo puntai con interesse, perché non parlava, come ritratto in sé con cautela, non per difesa ma credevo di capire per concentrarsi meglio, tutto intero; per non lasciare andare niente disperso di ciò che lo circondava: parole, voci, suoni, luci, concetti. Gli occhi intensi e sempre fissi a qualcosa, sembravano una lingua che ogni tanto si avventasse senza violenza ma precisa ad afferrare una parola, un gesto, un’argomentazione concisa per cibarsene poi. Appariva minuto e integro, vibrante dentro una riservatezza di forte misurato rigore, ma quasi affettuosa, con dentro una istintiva gaiezza (briciole di lucente ironia).
Riscontro, per entrare nel merito delle sue poesie, che è prevalente nei primi testi (anni ’32-’35) una intitolazione temporale: Alba; Ricordo; Vento di prima estate; Vespro; Primaluce; Spiaggia di sera; Fine di giorno; Sera di Maremma – un guardare a fondo, graffiando il tempo con il sentimento. Poi nelle successive raccolte entrano immagini o ritratti di donne in tenerissime pose di luce, mescolati ancora a scorrere di notti e di giorni e volgere più ampio di stagioni quasi fossero fiati su un vetro lucente, e spazi aperti su città che si muovono ed entrano: Udine, Pisa, Roma, Assisi e, sempre, la sovrana Genova. Con i Sonetti dell’anniversario (1942) il registro metrico a me sembra simile al respiro di uno che sale e porta addosso un peso e tuttavia si lamenta con cautela, resistendo in sé; il discorso si agglutina quasi attorcigliandosi intorno a un tronco e si fa più denso; l’occhio che scruta si fissa su pochi punti e da lì non trascende. Mi avvicina al magistrale ritmo interiore di Campana: “Poco più su d’adolescenza ahi mite / fidanzata così completamente morta. / Sulle compagini sfinite…”; “Oh fu / anche il tuo nome una paglia in estate / strinata fra i papaveri”; “Brucerà dalla bocca dei cavalli / rossi di fuga l’alito rovente / delle sere che accendono le valli”. C’è molto lume di sera, dentro a questo gruppo di testi concentrato sapiente (in qualche modo solenne, direi) e donne severe, quasi contrite; e la terra tenuta presente in attesa di ricevere drammatiche offerte. Un altro trapasso ancora, ma non un rovesciamento; anzi un proseguimento, come a buttarsi di proposito dentro una caverna, con i testi de Gli anni tedeschi,le poesie degli anni bui a cui una voce – si può dire una luce – vera l’ha data anche Caproni.
Il suo lavoro accanito e di scavo, in seguito, proseguirà secondo il rigore di sentimenti sempre più sottilmente individuati e precisati, nel sobbalzo di contrastanti vicende speculative ed esistenziali, restringendosi magari nel ferreo delirio di poesie di quattro versi (che tanti degustano e mandano a memoria, ignari che c’è un veleno di sottilissima alchimia sotteso fra le parole).
È proprio ricollegandomi a Gli anni tedeschi che mi domando e poi mi spiego come mai Caproni (estensore, soprattutto dopo, di una micidiale combinazione di testi brevi – poesia di quattro versi, di cui cantava anche Sandro Penna – accentrati su pochi e calcolatissimi elementi esistenziali e riflessivi, orafo di un parlato essenziale dispensatore di brividi), ripeto, come mai Caproni ci abbia consegnato, in una prosa di straordinaria asciutta precisione, un capolavoro letterario sulla Resistenza italiana, le ventotto pagine de Il labirinto. Ancora più alte del giocoso profondo epicismo di Fenoglio, che però sembra a me attestato in mezzo a un fiume turbolento, con le mani che scrivono appoggiate alle due rive contrapposte, indecise quale nella scrittura debba prevalere.
Caproni è uno che cammina, in fila, sul bordo di una montagna alta e guarda giù carpendo voce passi respiri dagli uomini che sono dentro a un faticoso destino, impegnati in un faticoso lavoro; inoltre consegnandoci l’unica figura di donna combattente co-protagonista ambigua tormentosa e drammatica. Lui è dentro al terrore universale, inesorabile, perciò scava con le mani delle parole per guardare gli altri, per guardare se stesso e per capire le ragioni e le occasioni di una speranza in mezzo al mondo che brucia. Questo lucido filo luminoso ci conforta anche con le sue pagine seguenti, fino alle postume di Res amissa. E lì resta, senza spegnersi.
Alias, supplemento a “il manifesto”, 4 luglio 1998.


