Super User

Super User

Lunedì, 09 Settembre 2013 12:55

Conversazione in atto

D. Partiamo, se vuoi, dall’oggi, riandando poi liberamente all’indietro, nella tua attività culturale e letteraria. In una lettera dell’estate scorsa, descrivevi una situazione allarmante: quella di “una disastrata letteratura, che allappa”. Ecco, ti chiedo: in che senso appare disastrata la nostra letteratura?

R. …direi piuttosto una situazione allarmante, almeno da un particolare punto di vista. Parlavo con te di una situazione allarmante generale, tenuto conto soprattutto del modo, delle strettoie, attraverso le quali le opere una volta scritte, e comunque scritte, vengono stampate, distribuite, buttate più che distribuite, scaricate più che distribuite, sul mercato librario, sul mercato della lettura… Allappa, allappare lo intendevo nel merito di una sostanziale omogeneità di gusto, di sapore.

…Forse qualcosa di più si potrebbe dire, meglio: ripetere, in riferimento all’organizzazione editoriale che vede coinvolti con i loro problemi sia gli autori importanti… quelli che vendono e vendono molto e sono subito riconoscibili e risarciti dal pubblico; sia gli autori senza ali e senza santi in paradiso, cioè gli autori direttamente interessati, più che a percepire percentuali, a pubblicare la loro opera prima o la seconda opera, con qualche affanno. Perché la struttura produttiva italiana, sia editoriale o libraria o distributiva è in gran parte invecchiata, con rughe autentiche, nonostante le pubbliche illustrazioni… celebrazioni. Sì, ancora quasi ottocentesca. Le librerie, per il 70% onesti e modesti ricettacoli senza specializzazione, stentano a recepire e sistemare la gran massa del prodotto-libro che si rovescia periodicamente, e si limitano, per necessità si intende, ad occuparsi delle opere più appetibili; con l’aggiunta dei testi scolastici. O, altrimenti, operano in situazioni, e in condizioni, di autentico eroismo. Bravi librai, in questo senso, ce ne sono… L’editoria, per salire la scala verso i grandi, in quanto a corretta organizzazione distributiva, te la raccomando. Per traumi diretti, potrei raccontare aneddoti impensabili, nella società dello spettacolo e delle macchine; i quali in qualche modo potrebbero confermare che essa prospera ma in maniera non naturale, perché assestata dentro all’arroganza del caos. Nel senso che i grandi si fanno i fatti loro e i piccoli si devono arrangiare e non importa se vanno al diavolo. Insomma, mangiare la minestra o saltare eccetera… Però, a smentirmi subito, da tutte le parti ci informano con soddisfazione che l’editoria italiana oggi non solo produce, o come dicono, sforna libri che si vendono, si vendono in molte copie, ma è diventata un’industria da reddito pronto e sicuro, tanto da invogliare… si può dire meglio, tanto da attirare come le mosche al miele le scorrerie del capitale finanziario… quello che vuole il guadagno tutto subito sicuro e più a lungo. Dicono infatti che il libro, o tutto ciò che è collegato alla produzione dei libri, elargisce… dicono proprio così, quasi fosse un miracolo del cielo… un reddito parecchio più alto di altre industrie, di altri investimenti. Benissimo, allora, non siamo tanto carogne da non rallegrarci della fortuna degli altri, ma da modesti utenti vogliamo buttare anche di straforo l’occhio dentro questa editoria? Restando in situazioni più dirette e terra a terra, tralasciando gli impatti con le alte sfere?

Anche, è appena il caso di precisarlo, lasciando da parte le problematiche degli autori che vendono moltissimo? Eco, per esempio?… che nella convinzione globale che scrivere è anche distribuire, e distribuire è anche vendere, e vendere presuppone promuovere consenso… e che per distribuire e vendere è necessità fondamentale promuovere… è, volevo dire, avanti almeno trent’anni rispetto la situazione obiettiva qua da noi, dove il massimo dell’aspirazione e del raggiungimento promozionale è arrivare allo show di Costanzo o alla recensione di Citati… Ecco, non in queste direzioni, intendevo prima, perché sono più grandi di noi, ma nelle altre, dove con la stessa urgenza possiamo constatare e verificare qualcosa di diretto, forse di più preciso… gli inciampi maledetti della vita quotidiana. Per esempio… è un altro esempio… riferendosi al rapporto fra spazio-vetrina e novità-ristampe annuali. Fra nuove edizioni e ristampe si sono superati trenta-trentacinquemila titoli all’anno. Cento al giorno? Dove sciorinarle, tutte fresche e lucenti, come lenzuoli di bucato? Nelle due vetrine di solito in dotazione ai piccoli librai come le gallette ai fanti di una volta? Nei tre banconi interni centrali, quando va bene? Non basterebbero. Ecco allora che gli spazi buoni, anzi tutti gli spazi librari, vengono disputati come biglietti di una partita Juve-Milan, in tribuna. Ma poi sbaglio anche a dire questo, eccome… perché non c’è neanche più la disputa. Come sempre capita, nella vita e nella nostra vita, i più forti hanno vinto, hanno i privilegi, le migliori attenzioni dagli altri, le più prolungate o esclusive esposizioni. Nessuna meraviglia. D’altra parte, se uguale servizio fosse riservato democraticamente a ogni novità, la durata espositiva, facendo un buon calcolo, non potrebbe oltrepassare quattro minuti e ottanta secondi…

Tutti i piccoli editori in questo giuoco senza regole sicure sono stracciati. Mortificati quasi sempre. A meno che non passino sotto l’ala protettrice dei signori della guerra. Che adesso, torno a ripetere, non hanno paura di nessuno… I piccoli editori non possono pensare nemmeno alla lontana di accedere a questi spazi effettivi, di potersi proporre come presenza tangibile all’interno delle librerie, vincolate come ho detto dagli stessi drammatici problemi operativi legati allo spazio… Ma per completare questo modesto viaggetto è meglio riferirsi ai canali della distribuzione generale, quella che sovrasta anche le librerie, che sono il porto di questo lungo viaggio del libro. La distribuzione oggi è decentrata, molto fuori città, per raggiungerla e facendosi carico del traffico si perde una mattina… poi è pletorica, il piccolo distributore non esiste più… volevo precisare che, spesso, arrivati a destinazione, si riesce ad avere la metà dei libri, delle opere richieste… tengono infatti in deposito, anche loro per ragioni di spazio, le novità e le opere da poco pubblicate, non certo tutta la disponibilità degli editori rappresentati. Per potere ottenere i libri editi da tempo e dati non esauriti in catalogo l’attesa è nell’ordine di due settimane almeno… D’altra parte, ripeto e preciso, le grandi librerie sono servite attraverso canali più diretti, privilegiati e più solleciti… non saremmo, altrimenti, nel paradiso dell’occidente industrializzato. Mi limito a riferirmi in ogni caso alle piccole librerie, alle cellule minimali della produzione culturale, quelle che continuano con vitalità a vivere nell’affanno. In ogni genere d’affanno. Per loro la giornata di lavoro è sempre difficile, complicata. Spesso non avendo, cioè non potendo avere, conto aperto con la grande distribuzione, sono obbligate a rifornirsi rivolgendosi ai grossisti… Specifico con un esempio la situazione in atto nel campo della distribuzione… un’agenzia libraria della mia città, di buona stazza ma non fra le maggiori, rappresenta e distribuisce 148 editori… Deve rivolgersi ai grossisti, dicevo; perché uno ha il conto aperto o chiuso a seconda del rapporto annuale vincolato al fatturato. Quindi per mettermi in campo, gestendo una libreria antiquaria che ha anche interesse a certi settori di novità editoriali, ma non garantendo continuità negli acquisti, sono escluso per buona parte dal beneficio di molti servizi e devo procacciarmi i libri inseguendoli come un cacciatore la lepre d’inverno. Questo, in un momento in cui si sostiene che il libro è merce culturale da vendersi in ogni luogo e con ogni mezzo.

 

D. Ecco, sul presente della libreria mi hai già risposto, ma ti vorrei chiedere qualcos’altro. Nella letteratura italiana, c’è un altro libraio antiquario di cui io almeno mi ricordo, che è Saba… Quando e come è nata la Libreria Palmaverde, e qual è il nucleo centrale del suo catalogo, chi ci ha lavorato, chi ci lavora…

R. È fare una piccola storia, rinvangare una storia appartata di quarant’anni. Anzi, quarantuno, tanto sono ormai… Potrei dire che è una storia privata che non ha interesse per altri, e certo è vero; ma dopotutto, sia pure nella modestia delle cose fatte, non sarebbe neanche giusto questo, non sarebbe vero, se non ci si vuole mortificare più del lecito. Qualche piccola cosa, non del tutto volgare, l’abbiamo pure portata a termine. Siamo riusciti a compierla. E poi a quattr’occhi possiamo parlare a ruota libera. Ti dirò che come siamo, qua dentro, anche un po’ mi piace, perché… e non l’ho mai fatto… è la prima volta che mi capita di voltarmi a guardare quello che c’e dietro le spalle, come dietro le spalle di tutti… Le ombre, le piccole carte, i segni delle ruote, le voci, gli errori… i tremendi errori. Certo che non è stata, non è mai stata, un’impresa per fare i soldi, ma piuttosto una tensione quasi irresponsabile per cercare qualche cosa da fare, qualche cosa di nuovo da fare… o cercando di fare le cose nuove che avevamo in mente di fare. Questo posso dirlo, per Elena e per me. Piccoli i risultati, è vero; modeste conclusioni ma non siamo né sorpresi né amareggiati, in generale, perché tutto è stato portato a termine, sia pure dentro alle ovvie difficoltà.

Questa disposizione di faticoso realismo ci concede di andare comunque avanti, anche se gli anni del vigore man mano si allontanano. Perché si può ancora, in qualche modo e in ogni occasione, progettare qualcosa, inseguire il nostro destino… Intanto, tutti questi anni dietro le spalle… La libreria non è nata per caso, anche se poi è nata del tutto per caso, scusa la tautologia… per l’assommarsi di piccole vicende, al seguito di un desiderio, di un proposito che si stava precisando. Questi percorsi, quando si è giovani, e anche in riferimento alle piccole cose che ci toccano, a propositi privati, sono sul momento faticosi, dubbiosi e poi, nel ricordo, memorabili determinanti… Per esempio il nome, l’intitolazione prescelta. Che, concordo, avrebbe potuto risultare senz’altro più brillante, o più severa, comunque più pertinente… e invece. Per caso, dicevo. Però un progetto di una vita pratica fra i libri l’avevo sempre in testa, dato che ho cominciato a frequentare i luoghi del culto molto presto, prestissimo. In seconda istanza, come si dice, mi accompagnava la convinzione che non avrei mai potuto saputo voluto svolgere un qualunque lavoro che fosse a padrone, un lavoro che mi portasse a ricevere con costanza e puntualità la busta paga settimanale o mensile; che mi vincolasse, insomma, a una norma; soprattutto, a sottostare agli umori peregrini, alle bizze, alle torpide nevrosi di uno qualunque che pagava. Questo, fosse anche lo Stato… Ma prima, avevo avuto due esperienze iniziali rapidamente consumate e assunte per necessità. È materiale di vita che affiora adesso perché rimescolo l’acqua. Erano gli anni in cui si ballava quasi ogni sera, anzi ogni sera, o almeno si suonava, in piazza Maggiore a Bologna. Come in tutta Italia, credo. C’erano orchestrine jazz anche di sole donne, con molta curiosità. L’anno ’45, il secondo semestre. L’anno ’46, un periodo bello, pieno. Con parecchia propensione alla speranza e, un poco, anche alla reciproca fiducia. C’era molta propensione d’amore, dopo le notti della guerra. Quanto è durato? Fino a quell’aprile del ’48, che chiuse porte e finestre? Ma in quell’anno ’46, almeno questa propensione è durata…

Mi sono anche laureato in filosofia con una tesi su Nietzsche; però le mie propensioni erano prevalentemente storiche.

Mi interessava la storia del risorgimento soprattutto, letta la prima volta ancora al liceo sulla documentazione interminabile ma per me ragazzetto affascinante del Tivaroni. Quei fatti minuti, sottratti alla pompa dei velluti e delle medaglie e delle barbe dei vincitori; quella perspicacia nel documentare e quel respiro che quasi faceva voltare le pagine come un piccolo vento… Chiesi e ottenni di diventare assistente alla cattedra di storia del risorgimento all’università di Bologna. Rimasi due anni, con progressivo appannamento delle speranze di fare, della voglia di fare. Il mio proposito modesto ma convinto era di indagare sul serio, voglio dire in profondità e con continuità, la storia da fanfara e da bandiere al vento (ma in realtà da tragedia e da morte) di quegli anni, disponendomi non dalla parte del vincitore ma sulle carte del nemico. Non scartabellando a Roma o a Torino ma a Vienna; come aveva fatto a suo modo, con una cultura e una esperienza archivistica fuor del comune, il Luzio… Niente, neanche mi ascoltavano. Volevo cercare di indagare sulle violenze ripetute e sui ripetuti massacri compiuti dalle truppe piemontesi soprattutto in Abruzzo, negli anni dell’annessione… ed ero stato conquistato dal severo eroismo dei soldati borbonici asserragliati nella fortezza di Civitella del Tronto per quell’ultima resistenza, senza resa, fino all’ultimo uomo. Solo per fedeltà a una parola. A scuola, nessuno me l’aveva mai raccontato che c’erano uomini simili anche dalla parte sconfitta. Da quel momento, da quelle letture, da quelle notti passate su documentazioni appassionanti, ho imparato come una verità mai più dimenticata a diffidare delle parole dei vincitori. O comunque, di andare cauto nell’ascoltare e di non intrupparmi mai, in nessun caso, nell’applauso… Lasciai senza saluti l’università e mi dedicai ad altro, cercando intorno a me.

Il proposito di lavorare con i libri vecchi, con i libri antichi… con i libri che hanno la polvere addosso, diventò reale un giorno per una occasione, come dire? precipitosa, che richiedeva celerità di decisione e di esecuzione. Un nobile smobilitava casa, campagne e archivio volendo o dovendo trasferirsi altrove… questione di ore. Tutto era dunque affrettato incontrollato. L’archivio imponente e secolare capitò, in quei tempi era ancora più comune di oggi, in mano a un grossista o rivenditore di carta straccia… che aveva insaccato tutto, il lusco e il brusco, come fosse sterpaglia per il fuoco. Il capo commesso della libreria Cappelli, Otello Masetti, mi avvertì e decidemmo, con un prestito, di acquistare quei sacchi. Erano tanti… ma parecchi erano già stati stivati via. Per questa ragione trovammo molte opere mancanti di qualche volume o tomo… Fu il fondo librario d’inizio, con il quale cominciai a pubblicare i cataloghetti di vendita della libreria. Furono quattro, in seguito sempre bollettini. In questi giorni stiamo diffondendo il numero 205. Quarant’anni. Possiamo calcolare d’avere offerto in vendita più di centocinquantamila volumi… meglio, centocinquantamila opere, perché un’opera può essere in più volumi. Però occasioni d’acquisto come quella capitata all’inizio, se erano possibili un tempo oggi si sono fatte più difficili. Nei nostri giorni, anche il lavoro con i libri vecchi è completamente capovolto… è diventato una ennesima piazza d’affari, dove luccica spesso soltanto la moneta. Sottrarsi al risucchio di questa sarabanda non è facile, comporta il progressivo assillante aumento delle quotidiane difficoltà. Tutto questo va ad aggregarsi alle scelte private e si confonde, più in generale, con una scelta di vita dentro a un onesto rigore. …Insieme a tanti altri, dopotutto… per fortuna.

 

D. Quindi, alla libreria, hai lavorato tu…

R. Come ho detto, con Otello Masetti, che aveva esperienza pratica di libreria… come fare, come muoversi, dove rivolgersi. Fu lui che nel 1942 portò Pasolini, Leonetti, Serra e me da Mario Landi, libraio antiquario; una personcina di grande delizia, di grande esperienza, di straordinaria modestia e povertà; per ricevere la sua sigla editoriale… la usava per i bollettini bimestrali di vendita… sul nostro primo libretto in corso di stampa a nostre spese. Sigla ma anche firma editoriale, che mi furono prestate anche l’anno seguente, 1943, per la pubblicazione di “Umano” in 50 esemplari e delle “Rime” in 30 esemplari… Con Masetti cominciammo a riscontrare i volumi di quel primo acquisto in uno stanzone avuto in affidamento, anche questa volta per libera cortesia, dal parroco di San Michelino, un primo piano attaccato alla chiesa. C’era una grata forse del Cinquecento contro il muro, appostata sopra l’altare; da lì vedevamo l’interno della chiesa, ascoltavamo le messe, le preghiere, i cori. Quando l’organo suonava lo stanzone rintronava come sotto il temporale… Ma per lunghe ore del giorno il luogo era confortevole e silenzioso. Corrispondeva direi, sì corrispondeva, in un rapporto quasi diretto di necessità, con le file dei libri allungati per terra. Ne raccoglieva, con i barbagli del sole che percuotevano i dorsi per lo più in vecchia pelle o in pergamena, la luminosità… un po’ disfatta ma struggente, che credo abbiano in qualche modo percepito tutti quelli che vivono, per mestiere scelto, fra i libri vecchi… o hanno avuto la ventura, per esempio, di sistemare o acquistare le biblioteche raccolte nelle case, nelle ville di campagna. Per lo più disabitate per mesi e mesi, quando si spalancano le finestre la luce entra quasi irrompendo a scuotere i dorsi dei volumi, stretti o ammonticchiati negli scaffali. È un movimento quasi reale, che si percepisce; come scuotersi dall’inedia che prostra. Lasciarsi riprendere, sollevare, con una leggerezza garbata, senza affanno e… mi sforzo di suggerire un’impressione… senza offendere la polvere che sopra riposa… Ma come, possono dirmi adesso, con una guerra appena terminata, le macerie ancora fra i piedi e tutto ciò che girava per il mondo, annusavi solo la polvere e ti esaltavi? Non avevi altro da fare, altri interessi? Rispondo che è giusto e che avevo anche altro da fare, avevo dieci altri interessi di corpo e di testa, però quel particolare così poco significante in generale ma legato a un principio di lavoro quieto e semplice, serviva più di una corda di canapa a legarmi di nuovo alla quotidianità. Il rumore dell’orologio, una porta che sbatte, un libro che cade per terra. La corda di canapa che trattiene la barca al molo. E allora anche la polvere, come il fiore di loto per Ulisse e compagni. Che male c’è, per un momento?… L’odore di questa polvere, beh! questo odore non sono capace di raccontarlo, ci vorrebbe il notaio Boulard, perché il bibliofilo, il bibliofilo di un tempo, è eccitato come un lupo dall’agnello.

L’odore della polvere avverte che la piccola preda è lì, stretta in gruppo ma inerme, facile conquista. Basta solo aspettare. Infatti il libro vecchio è sempre impudico: sembra un vecchio cane alla continua ricerca di un padrone. Si offre, pare che dica prendimi prendimi; non si sottrae mai. Induce anche il più onesto alla tentazione del furto, addirittura a compiere il furto, che altro non è che una fuita… si dice così?…una fuita siciliana, una fuga per amore. Ci sarebbero e ci sono ancora episodi ed episodi da raccontare su questi amori quasi viscerali, sollecitati dagli impalpabili effluvi, dagli improvvisi riverberi dei dorsi dei libri… Scusami per questa divagazione abbastanza partecipata ma che non è, non dovrebbe essere lirica. Non voglio che questo mio ruotare dentro a un racconto tenda a mitizzare con ingenuità una specie di viaggio al polo o nella savana, mentre è soltanto, la mia, una semplice successione di eventi e, sì, lo posso aggiungere, una mozione d’affetti… Cercherei per l’occasione invece, ma non so se sono capace, di suggerire con qualche piccolo dettaglio che proviene dalla normalità e dalla sperimentazione diretta, il clima di quei primi eventi, di quei contatti dentro ai quali, in quegli anni furiosi e squillanti, la mia esperienza di lavoro è cominciata. Un po’ per caso, un po’ con parecchia immaginazione… Clima, ho detto; clima privato, piccole occasioni giornaliere, ore normali ma abbastanza squillanti dal mattino alla sera, per un lavoro che com’era allora ed è stato per anni… motivato e interessante… non per me ma in generale si va spegnendo.

Si spengono certi lavori quando il mondo cambia, e cambiano usi ed idee… per i libri, anche vecchi, cambia la cultura… Ma in due parole, per concludere, riprendo l’elenco dei vari passaggi successivi, sempre collegati a una piccola, piccolissima intrapresa editoriale. Dalla sede in chiesa finimmo in un cubicolo al primo piano dentro una antica torre, nella centralissima via Rizzoli… e quello è anche il tempo, fra parecchie altre cose, di Officina; poi in un negozio aperto al pubblico, distante cento metri, e quello è anche il tempo, fra parecchie altre cose, di Rendiconti; poi in via Castiglione, di fronte alla grande chiesa di Santa Lucia, in un interno, e quello è anche il tempo dei ciclostilati e della Tartana degli influssi e dei Dispacci; infine in via De’ Poeti dove adesso siamo, in quattro stanze all’interno; e questo è anche il tempo, insieme ad altri, dello Spartivento, di Numero Zero e di parecchi altri impegni ancora in corso.

Nel nostro lavoro coi libri cerchiamo, come ho detto, di mantenerci abbastanza stretti a campi specifici… appunto, l’Ottocento e il Novecento, con particolare attenzione ai movimenti politici, alle avanguardie artistiche, alle riviste, alle buone edizioni degli autori di pregio. Poi alla linguistica, alla filologia… Ma non sempre, e per necessità, è possibile restare rigorosamente ristretti dentro questi limiti; allora è inevitabile cedere a un po’ di eclettismo, che cerchiamo in ogni modo, e in ogni caso, di controllare. La specializzazione rigorosa ormai possono coltivarla solo le affascinanti librerie dei grandi centri internazionali, con una clientela privilegiata. Capirai che non ci avviciniamo neppure a questi colossi… così cerchiamo di compensare in qualche modo la nostra modestia con il rigore che ci è consentito, che ricerchiamo e che è sempre stato, per i veri librai, una parte importante dell’amore, il così detto amore, e del rispetto per i libri… I libri non mangiano, sono lì e possono aspettare ma non bisogna mai dimenticarli, così diceva Landi nella sua bottega con il pavimento di legno, inzeppata di volumi in ogni parte. Oggi abbiamo imparato, invece, che i libri hanno cominciato a mangiare, a divorare spazio; procurando modificazioni sostanziali e anche urgenti nel modo della loro gestione in privato o in libreria.

 

D. La parte centrale del catalogo, che mi dicevi nei particolari una volta, riguarderebbe l’Ottocento e il Novecento, soprattutto storia, riviste, letteratura…

R. …sì, le linee di ricerca e di interesse, quindi di vendita, sono canoniche: il socialismo di fine Ottocento, i movimenti sociali del primo Novecento, il primo fascismo, la guerra… anzi, le guerre, prima e seconda… la resistenza, il dopoguerra e tutti gli studi storico-politici e di ricerca di questi ultimi quarant’anni sui vari periodi. La riflessione teorica, filosofica. Le grandi punte d’avanguardia della chiesa. La scapigliatura, il primo Novecento, i crepuscolari, il futurismo… questo di poca voglia, perché è in mano alla speculazione… La Voce, La Ronda, Gobetti, Solaria, Primato, le rivistine della guerra e degli anni successivi. Insomma, tutto ciò che ha contato, anche soltanto un poco, in cent’anni di tempo. Con continue scoperte d’emozione…

 

D. Una delle prime volte che venni a trovarvi, mentre si parlava di poesia del Novecento, ricordo che Elena mi disse di avere fatto la tesi di laurea su Saba. Tu hai conosciuto Saba?

R. Una volta, all’inizio, è venuto con Alfredo Rizzardi. Girava con il bastone. Era di una severità affabile, non concedeva di sorridere ma lui sorrideva; non intimidiva perché non prevaricava; lasciava liberi di parlare in un discorso senza divagazioni. Sedette senza impazienza. Indicò alcune opere che ricercava. La sua libreria antiquaria distribuiva cataloghi molto interessanti, anche se allora non era Saba a redigerli ma Cerne. Saba si stava distaccando, così mi pareva in generale, dai libri… dal lavoro con i libri… per vivere sia pure conflittualmente dentro alla propria fama. Prima della guerra, invece, il suo impegno era più costante, più determinante. Sempre Mario Landi mi aveva raccontato… Landi aveva la bottega in un interno, in piazza San Domenico, dietro la tomba del grande notaio del Duecento Rolandino de’ Passaggeri, un luogo quieto e appartato… mi aveva raccontato che quando veniva a Bologna e lo visitava, avendolo prima preavvertito, arrivava in una carrozza a nolo, dalla stazione, e si faceva aspettare, cavallo e vetturino, anche più di un’ora. Landi ne aveva soggezione, lo riteneva molto attento e molto esperto… Con riferimento alla poesia mi viene in mente che con Saba ho avuto un contatto indiretto, un breve contatto iniziale che mi aveva emozionato, essendo io così giovane; e muovendomi nell’ambito un po’ claustrale dei librai antiquari. Fu il dottor Luigi Banzi, specializzato soprattutto negli autografi, con il quale ero in rapporto dato che ho cominciato da liceale ad andar per librerie, come si dice… o si diceva… un giorno mi mostrò il manoscritto de “Il fu Mattia Pascal”, piccolo formato, scrittura minuta e chiarissima, un gioiello anche solo a rimirarlo… fu Banzi, dicevo, a inviare a Saba tre o quattro poesiole. Ne ebbe lui, per me, in brevissimo tempo, un riscontro con qualche benevolo consiglio. Non mi garantiva per il presente né mi tagliava le gambe per il futuro. Insomma, mi lasciava fare; e non essere stato stracciato mi diede una spinta in generale. Banzi mi regalò il biglietto, andato smarrito nei traslochi durante la guerra… Fu a seguito di questo contatto indiretto che cominciai a leggerlo con attenzione. Mi riuscì di leggerlo bene. C’era una ragnatela di appigli che mi afferrava adagio e a fondo e mi collegava alla lettura che mandavo avanti quasi in contemporanea di alcuni tedeschi, o di Rilke. Era un mio sentimento; impressioni private, naturalmente slegate, senza alcun riscontro critico. Ma la gioventù è il mondo profondo delle suggestioni.

Certo è che ho letto Saba molto prima di Ungaretti e di Montale. Subito dopo Saba ho letto Campana, nel libretto giallino di Binazzi. Però in assoluto il primo italiano che ho letto, per un incontro del tutto fortuito, è stato Thovez… Sono ricordi, lasciamo perdere.

 

D. Ne hai scritto, anche… Mi dicevi, tra l’altro, che una delle prime cose che hai scritto era su Saba, o su Penna…

R. Su Saba, ma non ricordo dove. Su Penna, sì, pubblicato in “Architrave”, una rivista… anzi la rivista del Guf di allora, non bene allineata, con un po’ di fronda dentro. Ero al liceo e questo articoletto me lo fece pubblicare Antonio Meluschi; così come, in precedenza, aveva consegnato la mia prima scrittura, sulla poesia di Carlo Betocchi, a “L’Avvenire d’Italia”, quotidiano cattolico bolognese.

Meluschi era comunista e il marito di Renata Viganò, quindi mi trovavo dentro a un piccolo guazzabuglio politico, senza troppo penare. Meluschi era uno scrittore parecchio fuori dalla norma, con una scrittura diretta, molto carica, alle volte ampollosa, non mediata, ma che grattava nella direzione del popolo più tempestato, della fame, della povertà, della miseria, di un picarismo reale con vera polvere di strada, costretto dalle circostanze. Uno scrittore oggi dimenticato ma da rileggere, i inquadrandolo in quegli anni, ’34-’39. Cercherò anch’io di fare qualcosa, come posso… Un inciso, in breve: impegnarsi per richiamare qualche attenzione su autori di merito, spesso di merito eccellente, ma dimenticati è o dovrebbe essere un obbligo fermo per chiunque, quale che sia sul momento il proprio posto in corsa. Una voce l’ho spesa per la Giaconi, vorrò spenderla per Meluschi e anche per Antonio Rinaldi, squisito e drammatico, che ebbi come supplente per mezzo anno in seconda liceo, al “Galvani” di Bologna. Aiutare a liberarlo da una mortificazione di indifferenza non meritata… Ho divagato, scusami. Parlavo di Antonio Meluschi e della Renata Viganò. Avevo cominciato a frequentarli, dalla scuola, quasi ogni giorno, ed era la mia prima amicizia letteraria. Così ebbi il loro appoggio per esordire, anche se vivevano ai margini. “L’Avvenire d’Italia” mi pagò anche e regalai l’assegno a mio padre che lo ha conservato. L’articoletto su Penna mi gratificò, invece, con la prima vera innocente emozione letteraria, mai più ritrovata. D’altra parte, si sa, chi comincia si emoziona quasi con niente, soprattutto se è giovane. Uscì poco dopo, da Hoepli, la prima edizione dei Lirici Nuovi a cura di Luciano Anceschi. Sfogliando il volume in libreria, trovai indicato il mio articolo nella breve bibliografia su Sandro Penna. Non ho conservato il mio testo… non l’ho più ritrovato ma doveva essere scritto con molto fervore, con una adesione che mi sgomentava… quella natura, fuori, così squillante nei colori definiti e quel cuore, dentro, percorso da una ebrietudine così inquieta che mi faceva male. Ho già detto questo. A Penna ero arrivato avendo scoperto una edizioncina di sue poesie pubblicata dagli editori Parenti a Firenze. Copertina verde scura, carta forte, numerata…

 

D. Mi dicevi che uno dei nuclei di questo scritto consisteva nel fatto che tu non leggevi Penna da un punto di vista impressionistico, che anzi non bisognava leggere come impressionistica la poesia di Penna…

R. Per me è così. Anzi, era così. Mi sembrava che questa sua estrema leggerezza da fiato nel vento… ma poi ero impacciato, non riuscivo a definire bene le cose… questa sua semplicità davvero straordinaria, così assoluta, nascondesse qualcosa, rimandasse ad altro… rimandasse di continuo ad altro. Con una sorta di sottilissima precipitazione… Bada, non so se allora scrivevo queste cose, che oggi ripenso ricordando… Lo leggevo, anche negli anni successivi, spinto di continuo a oltrepassare la pagina, a scavalcare le parole. Come se dietro ci fosse qualcosa come un precipizio e ne fossi risucchiato, ma senza violenza. Era per me, l’ho detto sopra, una poesia atroce e dolcissima, da sangue su una lama che vibra, da montagne sfiorate dal cielo e dalle prime nuvole. Non sapevo percepire per ignoranza giovanile i contro segni della sua omosessualità ma ero coinvolto, questo sì, con la mia ingenuità, in una ragnatela così esile e resistente che mi affascinava. Così come, ripeto anche questo, la sua leggerezza, inimitabile. Da tela di ragno che vibra controluce. In tre versi è… più che delineata, stabilita… è stabilita una situazione esterna e interna, il mondo delle cose che scompaiono, il mondo del sentimento e l’uomo, carne che ride e che soffre. Dunque un protagonista, con ciò che lo circonda. È come un respiro, ho detto sopra, ma dentro c’è tutto, anche il fuoco di un vulcano, con ogni particolare. Non manca mai niente. Questa concentrazione, che sembra un pugno d’acqua che sta sgocciolando, adagio, la ritrovo costante anche nei testi dialettali di Tonino Guerra, naturalmente con tutte le coordinate spostate. L’agilità per superare gli ostacoli intermedi e arrivare diritti a una conclusione, anzi alla sola conclusione possibile, con una immediatezza e una furia sommersa fuori del comune… Omero che anziché la spada usa l’acquerello.

 

D. Quindi, scusa se ti interrompo, anche questo rifiuto di una lettura impressionistica, paesaggistica, è forse perché al centro è l’umano, l’uomo, in Penna.

R. Sì, come ho appena cercato di dire, e mi scuso per le approssimazioni. C’è sempre uno, dentro a questa o a quella poesia di Penna, che non è la contro ombra di Penna, ma un altro tutto intero e tutto vivo, che Penna cerca. Penna cerca o insegue sempre qualcuno. Lo cerca con la passione di trovarlo e con l’inquietudine di non trovarlo. Oppure lo ha appena trovato e lo rimira soltanto. Questo compiacimento, che coinvolge e sconvolge il sentimento ma anche la ragione e la fantasia e inquieta la mente, alle volte è sublime nella sua essenzialità… L’altro, cioè questo uno, è come ritagliato e ricollocato nel testo perché ci resti, di lì non si muova, però non imprigionato, e si compiaccia di farsi amare, contemplare ma anche capire. In questo senso Penna è per me, con Campana e Rebora, uno degli autori di vertice del secolo… in lingua italiana.

 

D. Parliamo un po’ di te…

R. Per carità, no… Non c’è nessun interesse. Sono qua, anzi siamo qua e diamo aria alla bocca perché ci sono problemi comuni su cui ci si può fermare. Su questi credo non sia volgare né presuntuoso parlare, con qualche ricordo diretto, dato che ogni uomo ne ha. Sui problemi, dunque. Ci siamo dentro tutti, in vario modo…

 

D. D’accordo. Questa è una domanda un po’ lunga. Come autore, e nella pratica di organizzatore militante di cultura, hai sempre sottolineato la necessità del fare, cioè del cercare con indipendenza, come dicevi anche prima, e con attenzione, con continuità, strade nuove, e anche impreviste. Ti sei posto il problema della comunicazione, e della distribuzione della comunicazione letteraria. L’ultimo tuo libro di versi uscito con un editore, se non sbaglio, è del 1965, la seconda versione o edizione di Dopo Campoformio, stampata da Einaudi. Poi, la scelta dei ciclostilati in proprio, fuori commercio, come Le descrizioni in atto nel 1970, e successive integrazioni nel 1974 e nel 1985. Ti chiedo, come e perché avvenne il rifiuto dell’industria editoriale?

R. Non è stato un rifiuto dell’industria editoriale. Mi arrabatto a precisarlo, ogni volta che è possibile. Figurati che paura avrei fatto a questa industria, e per loro quale perdita grave!… No, no… Avevo pubblicato, per la generosità esemplare e l’attenzione di uomini come Bassani e Vittorini, ai quali mi lega un affetto e una gratitudine mai decaduti negli anni, anzi rinforzati… avevo pubblicato senza troppa difficoltà con Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, poi anche con Rizzoli… nonostante, e devo dirlo non per mortificazione ma per igiene mentale e autoironia, non avessi più di cinquanta lettori; potevo arrivare forse a cento, con i curiosi familiari. Quindi avrei fatto sorridere, se mi fossi messo ad alzare muri e divieti. Semmai, ad essere concreto, avrei dovuto ringraziare, e io che non sono ingrato l’ho anche onestamente fatto, quando è capitata l’occasione di scriverlo… perché ero un cavallo zoppo in una scuderia di trottatori. Quindi non era questa la ragione. Ho chiuso porte e finestre, e anche il cancello di un modesto alloggio, quando ho deciso di scansarmi da una collocazione, sia pure ai margini, istituzionale. Insomma, dentro alla norma. Farsi da parte significa anche allontanarsi. Non è senza fatica, senza strappi, questa divaricazione, stretta stretta a quegli anni fantastici e terribili, sale della terra e amarissime spine, dai quali ho personalmente cavato e ancora ricavo con forza molti insegnamenti magari dentro a mille errori, utili per la vita. Quegli anni Sessanta, il Sessantotto, contro cui imprecano oggi tanti ex-compagni-amici quasi irriconoscibili, perché per voler troppo pentirsi oggi si sono cavati gli occhi… Allora, uno dei problemi di fondo impostato e promosso con una violenza di propositi del tutto legittima, e con una partecipazione faticosa e costante nell’applicare in pratica le norme alternative… direi anzi, uno dei problemi determinanti si riferiva alla comunicazione. Alla comunicazione in generale; più in particolare, alla gestione della comunicazione… Bada che tutto il mio discorso è riferito al movimento, alla sinistra extra-parlamentare… Non potendo conquistare la comunicazione, cioè i centri della comunicazione ufficiale, né potendo ancora contrapporsi se non con una debolezza sconcertante, ci si proponeva di allestirne e gestirne alcuni almeno alternativi. Il Manifesto, ma anche Lotta Continua e Il Quotidiano dei Lavoratori furono, in vario modo, dei risultati concreti in questo senso. In ogni caso, anche in seguito, restava male impostato e comunque irrisolto l’altro nodo del problema, tanto e forse più importante, cioè la distribuzione di questa comunicazione. …Il ciclostilato con “Le descrizioni in atto”, scritte nel corso di quegli anni faccia a faccia, spalla a spalla con gli avvenimenti, intendeva presumeva… presumeva come atto, come fatto mio, come prova per me, del mio operare… di inserirsi come una scelta militante e diretta, in cui uno metteva in gioco ciò che aveva, nel cuore di questo problema drammatico e, come ho detto, determinante. Mi inserivo come un chicco di polvere ma con convinzione, determinazione. Gestire nell’ambito privato la comunicazione coordinando i due momenti integrali… sperimentare in dettaglio errori, ritardi, contraddizioni, incongruenze. Un mare in tempesta su cui era stimolante navigare. Si poteva ritenere, in questo modo, di ottenere riferimenti certi contro cui battersi o impegnarsi; l’avversario era pubblico e identificato da tempo, i termini del contendere, in generale, specificati. Potrei dire, con una anticipazione di vent’anni. Era una situazione, vorrei dire meglio, una disposizione di lotta, se contrapposta ad oggi, ottimale. C’era più gente a disposizione, più freschezza d’intenti, più decisione e non ancora la mortificazione del rifiuto e della scancellazione; del pentitismo… Si partiva ogni giorno con un impegno, diretto sulle parole da far circolare, da distribuire intorno, sapendo che non era possibile vincere… ancora non era possibile… ma che si poteva non perdere, cioè che un piccolo margine era conquistato. Un frammento di voce. E che niente, in ogni caso, andava perduto. Ogni suono aveva il proprio orecchio. Il presente, con le faccione vincitrici, dispensatrici di velenosa saggezza, sembrava ancora lontano; in ogni caso, improponibile. Perciò il quadro attuale per me, è ancora più insopportabile. Meglio ammutirsi che partecipare anche con un solo bla alla quotidiana cerimonia delle investiture.

 

D. A proposito delle istanze conoscitive, diciamo dei contenuti, oltre, che delle forme, rispetto al ’68, mi dicevi – e poi lo hai scritto sia nelle Descrizioni in atto che in altri interventi – di una tua tensione critica rivolta contro una eccessiva fretta, nelle acquisizioni del ’68 stesso, mentre ribadivi la necessità di una riflessione maggiore, di una pazienza costruttiva. Spero di non avere sbagliato a intendere…

R. Non hai sbagliato. Ma più che dissentire dalla fretta… non era poi fretta, piuttosto precipitazione…quindi direi così: dissentivo dalla precipitazione che sottostava al tutto e subito, una formula, una autentica arroganza che non era rivoluzionaria… in realtà era stata formulata da borghesi… ma soltanto scriteriata, inevitabile fornitrice di guai… il popolo, che fa le rivoluzioni che contano e servono, conosce solo la pazienza feroce, la calma inesorabile, i denti contro il tempo… ma riprendo e dico che quella formula da cartellone pubblicitario, oggi, allora sconvolse per un po’ di tempo i termini della possibile riflessione inquinandola di un avventurismo micidiale… Adesso piangono, i guidatori dei treni di quei mesi… Dentro di me, io intanto mi arrovellavo in deduzioni più allargate, del tutto personali sia chiaro, che ubbidivano alla mia natura e all’ordine sì infuriato ma diverso dei miei pensieri; e queste deduzioni cercavo di collegarle alla metodologia generale di lotta che vedevo impostata in quegli anni… sdipanando la stampa qualche mia personale argomentazione, lì in successione, nei vari fogli, a sancire che non racconto ciofeche a posteriori. Scrivendo e riscrivendo. Niente di importante, ma senza tralasciare nulla sulla violenza da negligere, sull’impazienza sostitutiva, sull’arretratezza metodologica al cattivo servizio di eccezionali spunti teorici ricavati dalla realtà di quegli anni. Mi aveva preso come una ossessione, nel valutare la utilità generale di parecchie chiavi di lettura suggerite dai protagonisti di quei mesi, e la metodologia di lotta applicata che retrocedeva lo scontro a tempi e occasioni tardo-risorgimentali. Da Comune di Parigi. Quella violenza che si andava proponendo e si poteva già raffigurare come lotta armata… e lotta armata divenne… poteva soltanto autorizzare la violenza contrapposta dello Stato, con risultati di una inevitabile sconfitta sul campo e il conseguente affossamento di ogni straordinaria utopia… Tanto entusiasmo per niente, o per poco, in quanto ai risultati sul campo… tanta fatica e partecipazione e speranze e ferite intime per niente, o per poco… una generazione, generosa e straordinaria, spazzata via, ridotta al buio della storia o della galera… e gli improvvidi maestri che ancora oggi cicalano sui rami… Quella violenza era ignobile perché era feroce ma infruttuosa, spargeva sangue inutilmente, che è atto ancora più atroce; non lasciava dietro di sé alcuna traccia da seguire. Era solo l’ombra di un inferno. Il colpo di pistola non riusciva a trasformarsi se non in una atroce beffa umana, in cui solo vincitore era l’agnello insanguinato e accasciato. Il sangue raggelava per terra e restava solo il terribile sangue di un uomo. I carnefici non riuscivano a sollevarlo dalla polvere, a riscaldarlo come una bandiera e a tramutarsi in eroi. Dovevano continuamente nascondersi, mentre ogni loro gesto perdeva ogni giorno di più la forza di comunicare. Cosicché riuscivano a trasformare la reale, sostanziale debolezza operativa in una arroganza sempre più feroce e sempre più circoscritta, che non riusciva ad avviare o inoltrare alcun moto propulsivo, ma semmai autorizzava ogni contrapposta misura di questo Stato che tutt’ora imperversa, cantando…

In ogni caso, nonostante le successive irritazioni, a me importava come scommessa della vita questa parte del mondo… che chiedeva perché doveva avere, contro quelli che non davano perché non avevano mai dato, se non gli ossi ai cani… anche se percepivo che la lotta intrapresa precipitava… meglio, scivolava, come una slavina… verso la catastrofe. Una sconfitta non da poco, sconvolgente. Una catastrofe annunciata. Per questa incapacità o non volontà, dentro alla durezza, di adattarsi con impeto, di aggiornarsi con un guizzo a strade operative meno ovvie. Di capire che così non poteva durare, nel feroce stillicidio di azioni sempre ripetute, sempre concluse in uno scontato scenario di reciproci segnali… mentre gli autentici campi per le nuove battaglie erano allestiti altrove… oppure si stavano allestendo. E là si sistemavano di volta in volta le forze istituzionali pronte allo scontro e già candidate ad aureolarsi per la delega insensata a loro concessa… Vedo in questi giorni, col movimento studentesco in corsa, l’uso del fax o dei canali televisivi gestito con convinzione e con corretta cognizione dai giovani del 1990. A me fin da allora pareva, e non solo a me, è evidente… io ero mescolato nella buriana… ma a personaggi che ci avevano informati e ci andavano informando con libri o saggi molto suggestivi e aggiornati… che i luoghi dello scontro reale si erano trasferiti altrove, non più nelle strade, ma nei centri di elaborazione e di distribuzione della comunicazione; e mi pareva che lì dentro si sarebbe giocata la vera finale di coppa per il futuro del mondo. Almeno per il prossimo futuro. Cercavo di scrivere queste cose anch’io mentre andavo verso questa direzione, ma avendo pochi lettori buttavo ogni giorno i miei fogli nel fosso… Era incongruo continuare a usare vecchi sistemi, già arrugginiti dentro la storia, per supportare problemi urgenti e di fondo, identificati e portati alla luce con occhio vigile e nuovo… finalità eccezionali, da cambiare sul serio la nostra storia.

Ho scritto allora, in questo habitat, le mie “descrizioni in atto”, lì ciclostilate e distribuite gratis a documentare la mia convinta insania per i problemi e la mia passione critica per quel tempo che ci è fluito sotto gli occhi come un mare di lava e di cui non c’è niente da rifiutare… se non, appunto, la metodologia della violenza, vecchio ingorgo ideologico di una sinistra impallata su congelati schematismi… Per il resto, conservo i libri, gli opuscoli, i fogli volanti, i giornali, le riviste di allora su scaffali rialzati da terra, perché non si inumidiscano; e neanche li confronterei con la maggior parte delle balordaggini attuali. Resto anche del tutto indifferente alle scancellazioni perpetrate da tanti, giovanotti insofferenti allora e oggi quasi in abito talare… Cercavo, per me, di contrapporre alla violenza la pazienza; non per ritardare ma perché questa è, tatticamente applicata, più fruttuosa e in sostanza più rapida nel raggiungimento degli obiettivi. L’atto paziente di cercare il nuovo… di ottenerlo… aprendosi la strada per percorsi inesplorati, invece di dissiparsi in un precipitevole buttarsi avanti. In un testo teatrale rappresentato nel ’67 al Piccolo Teatro di Milano, esemplavo drammaticamente, o almeno cercavo di farlo, questa situazione di metodo, che era al fondo dei miei pensieri. A parte ogni altra cosa, il risultato di comprensione dei motivi basilari fu quasi nullo. Anche per via che i miei personaggi marcusiani apparirono sulla scena rivestiti da antichi egiziani. Qua metterei l’esclamativo.

 

D. Ma erano anche vecchi schemi da un punto di vista conoscitivo, cioè dell’importanza di elaborare culturalmente un’opposizione, letteraria, culturale, complessiva. Invece, la letteratura, mi sembra, era ben poco presa in considerazione, oggetto di propaganda ideologica, rifiutata del tutto se non strumentale alla “lotta”…

R. Se devo rispondere, non posso che riprendere quello che ho appena annotato con necessaria semplicità per non divagare e farmi invece capire. Sono altri i cervelli che spezzano un capello in quattro, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi… Ma riprendo volentieri il filo, perché mi trattiene in un ambito di problemi urgenti e congeniali, quasi inesplorati allora nella direzione secondo me privilegiata e oggi evidentissimi nella loro micidiale prepotenza ufficiale…

Potrei dire, ma forse non è la risposta esatta, che la letteratura era già spaccata in due, un dentro e un fuori, come sempre capita in epoca di violenza. Due opposizioni contrastanti, se dio vuole. Chi era per il no o si atteggiava sopra le parti, ostentava soltanto la tradizionale ironia, l’annoiato dileggio, nel migliore dei casi lo scuotimento di capo del saggio verso il perduto. C’era anche chi ammoniva proponendo ragioni di buon senso o chi prevedeva sfracelli. Insomma, erano così attestati. Chi invece partecipava, beh! o si intruppava riciclandosi con convinzione, o come per partecipare a una insperata avventura, oppure cercava di chiarirsi le idee in pubblico mescolandosi al marasma della nuova scrittura in circolazione. Ed è, più che nelle cose fatte, nella pagine scritte custodito non il porto di una verità raggiunta ma il tormento vero di allora, lo spasimo della continua interrogazione e il conseguente lievito riflessivo non ancora appassito. Anche soltanto per segnalare attraverso le ferite della scrittura le crepe della stessa scrittura, i percorsi difficoltosi, gli ostacoli duri per riuscire a oltrepassare con le proprie forze e quasi abbandonati a se stessi le singole difficoltà… Uno potrebbe ribattermi: ma ci sono i fatti accaduti, i risultati complessivi, le conclusioni a stabilire senza troppe storie e senza equivoci la somma degli errori, le piccole o singole vigliaccherie della ragione e quindi l’origine e il percorso della sconfitta. Rispondo che il segno scritto lì rimane e può essere profanato, vale a dire stravolto ma non falsificato.

Non può essere scancellato. Anche se parecchi piccoli maestri di allora e maestri ancora in auge tutt’ora, si affannano ad appannare quel passato con una furia che è tutta da studiare… Non mi riferisco alle loro carte, perché mi interessavano già poco in quegli anni; carte supponenti, abbastanza scriteriate, spesso infoiate soltanto per arroganza; piuttosto al proliferare di indicazioni minute e dubbi particolari ed emozioni per righe scritte quasi col sangue; sorprese che con soprassalti senza quasi soste invadevano le giornate, trasformandole. Non voglio mitizzare niente di niente, lo ripeto, soltanto accennare alla realtà di quelle giornate, così come passavano; come le vivevo. Dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno, era un continuo passaggio di giovani, di facce nuove… dico qua, in libreria… per ciclostilare sopratutto e suddividere e impacchettare, ma anche per incontrarsi, parlare, gridare. In quelle occasioni cercavo puntualmente, fra l’altro, di portare il discorso e una attenzione specifica, ben prolungata, sulla necessità, anzi sull’obbligo inerente alla pratica militante, di impegnarsi perché anche il più urgente succinto scalcagnato foglietto volante venisse redatto e trascritto con lo scrupolo dell’esattezza e la premura della forma, senza alcuna approssimazione, curando anche la rigorosa semplicità dell’impaginazione… dicevo, quasi fosse un volume edito da Tallone. L’eccitazione, l’angoscia, gli sprazzi d’esaltazione di quei giorni sentivo in profondo che richiedevano tutti questi particolari legati a una pratica operativa che scartasse come nemica l’impazienza infuriata e il micidiale dilettantismo, portatori di malanni a non finire. Mi angustiava, come mi ha sempre angustiato, non l’errore, non la conseguente fatica per ripararlo, non la semplicità così difficile da conseguire, non la ripetizione, ma la volgarità che tutto sconvolge. La volgarità che non lascia scampo, se non è corretta in continuazione dall’umiltà convinta, operativa… che, appunto, è pazienza e curiosità, disponibilità mai interferita all’ascolto e alla discussione; capacità e, direi, un dono eccezionale, di sapere ascoltare. Come ti dicevo la pazienza, in quel tempo, era morta ma sussisteva ancora, quasi liberandosi dai fiati di ciascuno di noi, tanta e tanta curiosità; sicché spesso i vuoti erano compensati da rapidi travasi che li completavano.

Allora le incertezze si equilibravano, in qualche modo, riducendo la momentanea disfatta della vita. Oggi, senza alcun rancore ma solo prendendone atto, devo riconoscere che, come una nebbia padana, è la volgarità rivestita di nuovo come per una festa di paese a coprire cielo e terra, dall’alba al tramonto. La volgarità generalizzata, talmente sciatta, precipitosa, indifferente a tutto… tanto prepotente da sembrare che non lasci scampo. Come una marmotta, per me ho cercato di mettere nel mio angolo qualche travicello trasversale, nell’acqua di allora… anche nell’acqua che scorre oggi… per adempiere e continuare in seguito ad adempiere almeno all’impegno della pazienza, della curiosità non distratta, della partecipazione reale al dramma degli altri; curando intanto per lunghi anni, dal ’61 al ’77, da solo, la rivista “Rendiconti”, una caldaia di nave che mi bruciava la vita. Ma bisognava andare avanti sul mare. La rivista, voglio precisare, era più letta all’estero che in Italia… anche perché la mandavo a chi volevo.

 

D. Un’altra domanda, lasciando un attimo questo problema…

Tentiamo magari, se vuoi, di entrare un pochino più dentro le motivazioni espressive che abbiamo solo sfiorato, interne al tuo percorso poetico, e alla tua biografia letteraria… Tu sei nato a Bologna nel 1923, e hai pubblicalo il primo libretto di versi, come dicevi prima, da Landi, a diciannove anni, nel 1942… La mia è una domanda forse un po’ banale, ma me la devi consentire: come sei arrivato alla poesia?

R. Come? Leggendo. Come sempre capita a tutti, un giorno o l’altro. Anch’io con la sorpresa della lettura, l’avventura della lettura, forse anche l’incidente della lettura. Un giorno, dunque, ho scoperto anch’io un libro dentro a un armadio, in uno degli agosti infuocati della pianura padana, in una vecchia villa, in un silenzio rotto dalle cicale, con i grandi pioppi immobili, e ho cominciato a leggere vedendo una piccola formica che risaliva lungo il dorso la pagina. Leggi perché sei solo, perché c’è l’afa che fa dormire i vecchi, perché così ti annoi e per il sole non hai voglia di correre nel parco. Continuai a leggere con una certa costanza anche in seguito, tornato in città, senza più tante sorprese dai cassetti. Infine, ed è anche questo un trapasso naturale, scrivi qualcosa. E io ho scritto qualcosa. Metti insieme parole con la tua scrittura, che non siano riservate alla scuola. Ma, almeno nel mio caso, era… la scrittura era una specie di arpione per agganciarmi al testo del vero autore che avevo sotto gli occhi e mi affascinava… Sempre sono stato affascinato dalla lettura… ogni foglio a stampa è un mistero, un miracolo… Non c’era nulla di personale contemplazione, nulla che mi disponesse anche per un solo attimo protagonista; ma sempre, e subito, fin d’allora, una richiesta d’aiuto. Precisa, senza mezzi termini. Un s.o.s. in pieno oceano. Non dimenticare che stavamo maturando come alberi in piena guerra. E adesso, che in questo momento ritorno indietro nel tempo, mi viene in mente che la prima poesia in qualche modo conclusa, e in ogni caso ricopiata a penna, la posso collocare nel ’39 o nel ’40… insomma, quando la Germania invase la Polonia. Si intitolava “Cavalleria polacca” e non ho dimenticato il primo verso, perché girò in casa con soddisfazione di mio padre: “Cavalleria polacca alla carica. Getta tutto l’ardore…”. Lusingato per il familiare consenso, poco dopo imbucai la paginetta spedendola a un giornale culturale di allora, “Il Quadrivio”, diretto da Telesio Interlandi. Non ebbi più notizie ma non è il caso di sottolineare l’incongruenza della scelta, in generale… Il primo libro letto in qualche modo? Da quel tale cassetto, in quella tale estate, dentro a quel tale caldo, un Baudelaire, “I fiori del male”, tradotto, in una edizione che a me parve subito come una successione di trabocchetti e di cascate, rilegata in una tela spessa e dipinta con rose rosse e viole di un tenerissimo azzurro, con una dedica di mio padre a mia madre; e l’albatro sulla tolda che si dibatteva già vinto.

Come vedevo quelle grandi ali bianche che sbattevano, le sentivo quasi sulla faccia, impaurito e affascinato. L’albatro, lo immaginavo come una montagna, un uccello antico e enorme che in volo poteva oscurare il sole. Andavo avanti nel libro cercando di capire poi ritornavo sempre lì, a immaginare il mare su quella pagina… Su quel mare le divagazioni erano tremende, ma è inutile insistere. Piuttosto le due prime letture vere, confortanti senza pipistrelli, quelle che suggeriscono i primi autentici stupori angosciati, con un’angoscia che controlli, che riesci a contenere, che è come un propellente per correre, sono stati i “Colloqui con Eckermann” e le canzoni di Campanella. Pietre del mio edificio tutt’ora. Queste due punte acuminate mi portarono per rapidi e brevi passaggi trasversali a Hoelderlin; quasi subito a Hoelderlin di Diotima. Lì mi sono assestato un poco, cominciando a dipanare le mie private riflessioni… Scoperta intermedia, i lirici greci non delibati a scuola ma nella traduzione di Quasimodo… l’edizioncina verdina opaca di Corrente… che mimeticamente, con pulsioni legate alla mia vita, trasferii nel primo libretto del ’42. Ma già nel ’43 ero sotto le ali del frate legato nelle profonde segrete vaticane, e dentro almeno con gli occhi… lo vedevo… dentro alla sua disperazione intransigente, inesorabile. Ero addirittura travolto da quella voce, da quell’ombra… Tommaso Campanella!… Dove può leggerlo, un giovane degli anni ’90? In biblioteca?… Il 1943 era un anno tremendo. Quella di Campanella mi sembrava la mia condizione. Pubblicai in trenta copie il libretto azzurro scuro delle “Rime”, dedicato appunto al frate, con un testo rubato ad altri e che cito a mente: “a Th. C. vir qui omnia legerat / omnia meminerat / prevalidi ingenii / sed / indomabilis”. Mi è restata quella dedica come un punto fermo. Dopo, prendendo nel tempo a stampare altri libretti, la dedica al frate macigno, al frate tremendo e che splende, è rimasto come segno buono e costante, un indice propiziatorio che ha inglobato un secondo richiamo altrettanto lancinante per me; e chiamando i due richiami per nome. Infatti: a Th. Da quel frate che non dorme si è sviluppato il costante amore e l’attenzione di lettura per gli autori meridionali, per la cultura meridionale, che deve sempre scavarsi la fossa anche per morire… per quello scrigno di tesori appannati che è la cultura oltre Roma.

Incontri successivi, interlegati, come entrare in una stanza dove, uno dopo l’altro, entravano tutti, a portare qualcosa. La loro scrittura, per me, non chiede nulla, è di un disinteresse totale, strabiliante, abbagliante, ma dà tutto. È inesauribile. Non chiede perché è sempre dentro alla realtà della vita fino ai capelli. Non c’è una riga che non sia sangue, sangue di cuore e sangue di pensiero… eppure ha una intrepidezza generosa costante contro la sorte da sconvolgere il lettore. È la scrittura forte di gente che è forte anche contro il dolore. Miei maestri, avrei voluto perseguire quel cammino, con l’alimento di tante pagine. Il Giannone, il Genovesi, il Pagano, Cuoco, Telesio, Settembrini, la canzone napoletana, l’opera, De Sanctis, Viviani, Croce…

 

D. Ti chiedo ora un’altra cosa: sul poeta. Pasolini suggeriva in una prosa dell’ultimo periodo, con una confessione abbastanza lacerante, arrivando alla sanzione del fallimento della poesia: Vai a grattare, in fondo ci vedi sempre un bisogno atroce di riconoscimento…

R. È così ma non è una novità. Così è l’uomo. Se non lo applaudono, quell’autore si sente distrutto; se l’applaudono quell’uomo si finge schivo ma tende a distruggere gli altri, o l’altro. Non c’è pietà in questa società da foresta; da selva profonda. E neanche fra i quattro muri della disadorna poesia. Guardale, le belle odalische distese. È la linea post-petrarchesca che furoreggia da sempre nel bel paese e non lascia altro scampo. Prova infatti, come accennavo prima, a trovare una edizione recente del frate. Trecento edizioni di Recanati, con tutte le donzellette ma il calabrese stia in galera e buona sera. Non si vuole zampa di tigre sul giardino all’inglese della nostra buona letteratura. E sì che di ingegni gagliardi e di stravolgenti scrittori i nostri secoli non mancano… Poiché sono un cane randagio in una notte di pioggia, posso dire a ruota libera il mio pensiero e cioè che noi procediamo, o vegetiamo, sui bagnasciuga ternari di ascendenza medievale e di catalogazione accademica: Dante / Petrarca / Boccaccio, Tasso / Ariosto / Boiardo, Foscolo / Leopardi / Manzoni, Carducci / Pascoli / D’Annunzio, Saba / Montale / Ungaretti e adesso è in atto la cerimonia di allestimento per la sesta corona, di rose o di spine… a conclusione del secolo e a gloria dei santi. Altro che Sessantotto, caro Gianni; altro che rivoluzione. Qua da secoli continuiamo a mangiare le tagliatelle della nonna. Non abbiamo alcuna libertà di scegliere i nostri santi nel paradiso o nell’inferno della poesia. Li troviamo tutti e subito serviti a tavola. L’ordine del giorno, con i nomi sottoscritti, ci viene imperiosamente consegnato da una scuola che è indifferente a ogni autonoma curiosità e ad ogni ricerca, mentre si affida in continuazione al rassicurante beneficio del manuale… compilato da personalità illustri che non rischiano lo stipendio. La verità è che le schematizzazioni sono il contrassegno della nostra indolenza critica. Così si può dire che il bisogno atroce di riconoscimento a cui si riferiva Pasolini, nasce in prevalenza non solo dal tipo di società in cui viviamo… i nostri uomini politici, nel secolo scorso e in questo secolo, sono stati tutti quasi centenari… ma anche dal tipo, dal genere di cultura che uno si rassegna o si adatta ad accettare. Per esempio, e concludo, la poesia verbovisuale; è ghettizzata come quella dei neri o delle donne; o sopportata con ironia.

 

D. Da alcune poesie lette in antologia, mi pare, anche in quelle raccolte da Spagnoletti nell’edizione curata per Guanda (Poesia italiana contemporanea, 1909-1959), mi sembrava che ci fossero, se possiamo definire così, temi d’amore, d’amicizia, e di guerra anche, del conflitto tra città e campagna, e per lo più erano testi brevi, dominati da un sentimento di solitudine, amorosa però e combattiva. Ti vorrei chiedere come è avvenuto il passaggio, da queste scansioni più brevi, alla poesia narrativa, civile e allegorica dei poemetti di Dopo Campoformio.

R. Non so se rispondo bene, ma erano cumuli di letture, scaglie di una mia storia privata, frammenti di maturazione, piccoli faticosi rifiuti della memoria. Temi d’amore, non so. Brividi, caute impazienze. Più sorpresa e attesa che passione che inizia. Un po’ di meraviglia, qualche delusione. Normalità, che un giovane esaspera nella sua incostanza e nella sua fantasia sempre inquieta. Temi d’amicizia, certamente. Inventati, drammatizzati nei pensieri e poi via via acquisiti come una costante della propria natura, una parte di sé… perché procedendo si finisce per conoscersi un poco, almeno un poco. L’amicizia virile anche, quella che unisce gli uomini in guerra, nei momenti duri. Non ho mai potuto perdonare la delusione dell’amicizia. E ho avuto qualche amico e ho avuto qualche delusione… delusione soltanto nell’attesa del confronto d’amicizia; quindi nella fiducia, anzi nella pazienza della fiducia… Non so se riesco a farmi capire… Si cammina su un filo. Ma poco importa, uno poi resta solo, il passaggio da questo a quello, come tu dici, mi è stato abbastanza congeniale, dopo una successiva maturazione. Una lettura più diretta e più autonoma del mondo. Del nostro mondo. Una lettura più libera che spingeva a disincagliarmi dalle secche retoriche che mi invischiavano. Dico retoriche e intendo tradizionali. Lo ripeto, enuncio qua fra noi solo alcune private constatazioni per chiarire un po’ i miei movimenti… ma non vorrei esorbitare, sto tirando già troppo il filo… Il dopoguerra finiva, era finito rapidamente, nei suoi necessari entusiasmi, nelle sue ultime violenze e si metteva in moto una diversa violenza, torbida e costante, inesorabile; meno manifesta ma atroce perché non lasciava scampo… dato che era finalizzata a compiere uno sterminio da anno zero contro la civiltà, il mondo, la cultura contadina. In brevissimo tempo fu spazzato via, al riparo di una indifferenza quasi generale, un mondo che rappresentava l’unica montagna contro l’invadenza del nuovo capitalismo. Arraffone spietato e cialtrone. Non ci fu pietà per nessuno. Alla fine restarono solo le ruote dei carri, gli alari dei camini e i gioghi dei buoi appesi nei musei-cimiteri allestiti in fretta per raccogliere le spoglie ramazzate sul campo di battaglia. Anche qualche scodella di latta. E il filatoio della nonna. Sembrava un film di Ford, con il settimo cavalleria, quando gli eroi superstiti si aggiravano fra i morti indiani e tra i carri che ancora bruciavano… dentro l’enorme pianura secca e senza alberi… Chi vince e opprime con la prepotenza versa sempre, dopo i genocidi, queste lacrime di coccodrillo. Tutto sta a non lasciarsi incastrare, almeno nei sentimenti.

 

D. Anche nella Raccolta del fieno c’è questo passaggio già drammatico, in atto, definito… Colto in una sopravvivenza…

R. “La raccolta del fieno” è già, per me, una piccola personale finestra aperta, direttamente su quel mondo che cercherò in seguito di intendere ancora meglio e di partecipare con più coordinazione in “Dopo Campoformio”. Era una scelta, sia di campo che di vita, proprio come dicevi tu, definitiva. Partecipare con chi era calpestato, che è mollo di più che essere oppresso. L’oppressione è politica, coinvolge la società intera, presuppone un nemico con gli occhi di brace che tu vedi e affronti, secondo la norma… mentre il piede sul collo lo sente il singolo come se avesse per sé solo il peso del mondo addosso, senza poter contare su qualcuno. Io, per me, facevo conto e cercavo di fare conto, esclusivamente delle cose e dei fatti che vedevo. Per esempio, sembrava sul serio di potere ascoltare durante la notte, a notte fonda, attraverso le finestre socchiuse, il passaggio dei carri, nella transumanza dal sud al nord, di questo popolo di migratori senza terra, spinto a risalire lo stivale per cercare lavoro. Non cento, non mille, non centomila ma milioni di persone che camminavano i mille chilometri per entrare in periferie ossessive, in dormitori da quarto mondo… Durante il giorno avevo in testa perfino il suono di questo passaggio, un battere di gavette contro le stanghe dei carri che passavano. E questa migrazione epocale stabiliva anche la fine di una civiltà dentro alla quale anch’io ero nato qua in Emilia e che non si sarebbe più ricomposta. Così addio anche all’Emilia, non verso Milano ma verso Ferrara; il grande paesaggio padano spolpato ogni giorno di qualcosa; masticato, aggredito, vomitato, sconciato, sopraffatto; macchina fredda di ferro per produrre soldi, senza più acque e cielo…. Questi pellegrini così inermi e sbandati erano poi sottoposti a qualsiasi ricatto sociale. Unico atto immediato, venivano risucchiati in fabbrica. Ingoiati alla mattina risputati alla sera. Ma nessuna chiave di lettura approfondita e di interpretazione politica, per convogliare l’attenzione e la riflessione generali, veniva inoltre proposta dai sindacati. Che parcellizzavano ogni problematica sul presente, quasi fossero i conti della serva… Infatti, come io ascoltavo e seguivo, mi sembrava che tutti i discorsi ufficiali andassero oltre la testa di questi davidi itineranti. Ai quali spettava solo l’obbligo, immediatamente richiesto, di accorparsi come pecore per entrare nella fabbrica-stazzo. Questa sostanziale indifferenza della società mi fa paura ancora adesso, perché la risento oggi sul collo. A mio giudizio, pari pari, è la stessa forza oscura che aveva cercato di schiantare la volontà di Campanella nel fondo di quella prigione romana… e poi napoletana.

 

D. Non è un caso, forse, che questi testi furono pubblicati sul numero 2 del “Menabò” di Vittorini, e proprio con una Notizia su Roberto Roversi scritta da Vittorini stesso, nel 1960.

R. Ho tre grandi gratitudini, tre grandi riconoscenze umane e letterarie che conservo e difendo dal tempo, alimentandole nel ricordo con i sentimenti. Per Giorgio Bassani, per Elio Vittorini, per Paolo Grassi. Vittorini è stato fra i pochissimi con cui ho potuto entrare in un rapporto di attenzione costante sulle mie cose, man mano riuscivo a completarle. Era molto generoso perché sapeva dedicare, direi naturalmente, convinta attenzione alle pagine degli altri. Un lettore raro; partecipante, incalzante ma anche inesorabile. Averlo come possibile punto di riferimento rassicurava. Prima dei quarantasei testi sul “Menabò n. 2”, Vittorini l’anno prima aveva accolto nella collana che dirigeva da Mondadori, “La Medusa degli italiani”, la seconda stesura del romanzo “Caccia all’uomo”; stampato in una prima stesura, a mie spese, nel ’52, con il titolo “Ai tempi di re Gioacchino”, in poche copie. Ma nella “Raccolta del fieno” sentivo di cominciare a rendere esplicito, come ho detto, il sentimento reale, profondo, della società nella quale mi ero formato; quasi in un contatto fisico, diretto e quotidiano, con suoni, rumori, odori, luci, voci, dialetti, violenze e quella sessualità dura cruda e aperta del mondo contadino della pianura padana; non povero, laborioso, millenario. Mezzadri, in una proprietà di un mio prozio, erano da cinquecento anni in quello stesso podere, nella stessa casa… Tanto che anche oggi posso dormire con la luce sugli occhi o nell’arrotarsi di cento dannati rumori; e leggere o scrivere o ascoltare in mezzo a suoni di canzoni o di voci; o fischi di treni o stridere di gomme o berciare di contese oltre i muri; perché sono quelli giusti o ingiusti della vita. Il mondo che circondava Bologna era agrario, fino a metà degli anni Cinquanta. Uscendo dalla città eri sorpreso dall’odore forte della campagna.

Forte, perché non è un solo odore ma il composto di tanti, fra buoni e sgradevoli; si riesce sempre, volendo, a separarli… quasi a staccarli… e così ciascuno di questi rimanda a cose, oggetti, lavori precisi. Le opere di Esiodo. C’era, anche per questo, un ordine straordinario che sovrintendeva al mondo contadino, pure dentro a una fatica grande e costante. Era un ordine che corrispondeva all’ordine della natura. Potevi guardare l’orologio del campanile e ti indicava mezzodì; ma potevi guardare il cielo, e fra le nuvole il sole, e il divagare di queste nuvole, e le ombre sulla terra e anche da lì deducevi che era mezzodì; nello stesso tempo la campana di una chiesa ti segnalava mezzodì. Non eri mai lasciato solo nel corso dell’intera giornata. Anche gli animali, gli alberi partecipavano a questi segnali. Una concatenazione che gli anni, e i tragici destini, non riuscivano nonostante tutto a spezzare; direi, neanche a incrinare; e che contrassegnavano i confini di un mondo dentro al quale l’uomo, la donna, il bambino, il vecchio non erano mai abbandonati… Ma voglio riprendere il discorso per aggiungere questo: quando uscivi dalla città, ad esempio nei mesi estivi, fra i forti odori della campagna percepivi, predominante, quello della canapa. Regina della nostra pianura. Quando era in fiore, l’odore era forte e dolce, forse anche un po’ saporoso. Le vespe giravano intorno frastornate ma quasi ilari; senza stancarsi. Immersi in seguito nei maceri, i fusti si scomponevano adagio con un odore sempre più denso, sempre più acido, amaro, spesso opprimente. Ma quando si gramolava e gli stecchi schizzavano e i fili si arrotolavano in balle, ritornava a espandersi quell’odore struggente che restava a lungo nell’aria e indicava che l’estate cominciava a declinare. L’estate, una stagione di molto lavoro e di nessuna vacanza. Più avanti sopravveniva l’odore del mosto, anche per tutta la città, dato che sui carri agricoli ben scolpiti e ben lucidati, trainati da coppie di buoi, arrivavano le castellate o le mezze castellate… botti lunghe e basse… di mosto; che finiva nelle cantine dei privati per essere trasformato in vino… In ottobre, per le antiche strade di Bologna fiottavano queste zaffate di botti entro cui bolliva e ribolliva il mosto. Non voglio dire che tutto ciò fosse gradevole o utile fino in fondo, insomma che sia da rimpiangere. Dico solo che c’era, a stabilire un dato caratterizzante della città; e che non c’è più. Tutto è normalmente uniformato allo standard nazionale; ed è normalmente degradato in un pentolone omogeneizzato che non consente o non sollecita più alcuna curiosità, alcuna all’erta. È una constatazione che viene confermata ogni momento. Se ne prende solo atto, di volta in volta.

 

D. Se ti posso interrompere, riprendendo quello che in precedenza dicevi, quali altri autori ti hanno “influenzato”?

R. Oltre ai citati Saba e Penna e Campana e gli altri, anche alcuni stranieri, non troppi ma con costanza; soprattutto di lingua tedesca, e ci aggiungerei uno finissimo, che non vedo più ricordato, Hans Carossa. Poi il Rilke delle duinesi. Pagine e pagine, come ogni giovane…

 

D. Invece, nella poesia italiana, si potrebbe parlare di una influenza, o di un fraseggio insomma a distanza, con autori come Rebora, cioè di un rapporto con un protonovecento espressionistico, in qualche modo sperimentale, verso il quale poi tu sei andato, se non sbaglio, in direzione sperimentale… O è sbagliato?

R. Rebora sì, molto presto. Per quelle vie trasversali che ti dicevo. Rebora sentivo che aveva un trapano in mano che punzonava il marmo in continuazione, con un rumore anche agghiacciante, talvolta perfino fastidioso. Ma si prolungava, si prolungava… Mi sembrava alle volte che fosse impegnato a bucare il lucchetto della prigione di Campanella, per liberarlo. Mi sembrava anche che di fronte al mondo, alle cose del mondo, entrambi avessero la stessa disperazione violenta… ma intransigente. Rebora non mi sembrava quieto affatto, ma feroce. Per me non era una lettura facile. Mi capitava alle volte, molte volte, anche di non capire. Ma quella oscurità non era una perdita del testo… Io sentivo. Era invece come un fiato diretto che entrasse nel mio corpo. Trapassandolo. Vivificandolo… non so. Mi rendevo conto, in aggiunta, che la poesia non è solo il testo che scrivi, o che leggi; che puoi scrivere o puoi leggere; ma che richiede per essere giustamente scritta e giustamente letta, secondo le proprie opinioni, una partecipazione d’attenzione continua alle cose del mondo. Era una mia giovanile deduzione, che ancora conservo… Come un occhio vigile, che non si chiude e non ti permette di interrompere la luce e di dormire. La necessità di osservare e poi distribuire; di dare quel che si può, cercando di fare. Rebora curava; anzi, aveva curato una bibliotechina di testi religiosi… era detto così, bibliotechina… davvero preziosa per l’informazione e la cultura. Questa scoperta, con la conseguente lettura di buona parte delle operette inserite nella raccolta, mi aveva aggiunto, e così credo a tanti altri, una sorprendente quantità di stimoli riflessivi e di piccole esaltazioni sentimentali. Questo manipolo di private curiosità, provocate da percorsi certamente non ufficiali, mi ha sempre tenuto abbastanza spostato dagli interessi più generali dei miei coetanei. O almeno così sentivo; così mi pareva. Questo non mi concedeva certo alcuna patente di novità o di originalità; anzi, mi diminuiva un po’, mancandomi culturalmente alcuni espliciti riferimenti di più conclamato consenso. Molti dei testi canonici li lessi più per dovere che con piacere; taluni anche in ritardo. Mi andavo piuttosto leggendo adagio, quasi come un romanzo, gli scritti di Cavour, compresi i grossi volumi dei discorsi parlamentari, con quell’andamento di prosa sobrio, preciso ma lievitante, da storico latino. Mi ricordo: “Nel momento in cui il nostro esercito per un rovescio di fortuna, che ha pochi pari nella storia ecc.”. Ecco, i poeti che leggevo, precisando e scegliendo, non erano diacronici a queste altre mie letture particolari. Per esempio il Goethe dell’assedio di Magonza… Minore il mio interesse per il dibattito poetico in atto, sui testi canonici; che coinvolgeva di più i miei coetanei.

 

D. Ti facevo questa domanda, perché riflette un po’ l’orientamento di “Lengua”, nata nel tentativo di rileggere, se è lecito, il Novecento da un altro punto di vista, e cioè antinovecentesco. Per questo, il nome di Saba, o di Rebora, o di altri amori che già Pasolini definiva “maestri in ombra”, ci interessa. A proposito di Rebora, – da qualche anno forse un po’ troppo “di moda”, in una voga di frainteso epigonismo manierato e neometrico, – ho cercato di scrivere recentemente che, a differenza della lettura, che di lui può essere data, di grande poeta religioso, cattolico e “intimista”, mi interessava molto in Rebora il tracciato allarmato che ci dà di una esiziale degradazione urbana, dove il dentro è il fuori, e che per questo ritrovavo in alcune cose tue…

R. Poesia la sua… e stiamoci pure sopra, perché mi interessa… poesia molto dura anzi, direi, indifferente alla durezza che propone come un maglio. Molto Compressa. Con scansioni interne quasi arcaicizzanti; preghiere o invettive sacre recitate a voce bassa nelle caverne. Più che indifferente direi insofferente alla semplicità; quindi, come conseguenza, alla chiarezza pronta… alla poesia che si dice e che ti suona sulla lingua. Ma l’ho già detto. Le contratture, estremamente difficoltose, gli irrigidimenti mai improvvisi, in Rebora, non trovano riscontro altrove, negli esemplari novecenteschi della nostra poesia. Almeno così a me pare. Questa mia particolare e intima predilezione, mi ha sempre disposto come conflittuale nella ricezione dei testi di Montale. Sciorinare le cose confondendo le ombre; le difficoltà della scrittura tutte disposte e descritte. Una lastra di vetro. Rebora invece è senza faccia; addirittura è senza corpo, quindi senza ombra. Senza ombre. Ogni volta sembra affiorare dalla terra. Un coccio coperto di terriccio umido e di storia. Parla subito, appena è alla luce, e la sua parola è impastoiata, si stenta quasi a capirlo; ma poi, quando è disposta la voce, ci accorgiamo, come se un gancio ci afferrasse, che sta parlando della sua scelta di un’insonnia drammatica e misteriosa. Vegliare per operare e, appunto, scegliere. Far rotolare le pietre delle parole, della riflessione, del dubbio prolungato, inesorabile dentro a una verità più grande che può uccidere… Percepire, far percepire il rumore del sasso che si rovescia, si sovrappone, rotola, sbatte… che è un rumore abbastanza assordante nella sua compattezza, procurata dalle parole che tendono ad accentrarsi anziché a sciogliersi; che fanno un corpo, un inviluppo come una corda che non si snoda; che irritano ma poi finiscono per rassicurare… comunque qualcosa che ti aiuta dalla terra a risalire bracciata dopo bracciata fino agli dei. Anche in Goethe, Hoelderlin c’è questo… se stai sopra queste pagine, anche solo per abituare gli occhi agli spazi brevi e ai lunghi versi… forse è meglio dire, ampi… e percepire poco per volta quel rumore profondo che tende a salire, che sale sale ed è molto simile all’acqua che esce con un fiotto dalla caverna. Qualcosa di sotterraneo che esplode. È inesprimibile il fascino di questa partecipazione, di questo progressivo coinvolgimento. In Rebora trovo questo mistero secco, voglio dire prosciugato fino all’osso, e inesorabile, di una poesia che non si concede ma resta lì perché esige la tua fatica. È sasso bollente che devi stringere, trasportare. La tua fatica la esige intera. La vuoi paragonare con il domenicale perfetto lucido galantomismo montaliano, per fare un esempio?

 

D. La domanda su “Officina”, a questo proposito, è inevitabile, precisa, anche perché con “Lengua” ci siamo richiamati, attualizzando e non storicizzando, all’eredità, se si può dire così, di quella ricerca…

R. Ricerca… anzi, un buon progetto di ricerca e di lavoro, proposto come una necessità e, non credo di sbagliare molto, una necessità reale; ma rimasta allo stato di progetto, magari appena elaborato, appena appena abbozzato… con il Pascoli di Pasolini, gli interventi di Leonetti o le analisi di Romanò. A mio parere, su “Officina” Romanò è stato lucidissimo, dentro a una inquietudine affascinante; ed è stato anche, contemporaneamente, molto convinto nel fare. Molto ferrato. Lo ascoltavo e lo leggevo sempre imparando.

 

D. Ecco, e la domanda è proprio questa. Secondo te, c’è spazio ancora oggi per una critica che, come voleva “Officina”, cioè come voleva questa rivista che noi leggiamo come una rivista di ricerca, oggi, anche in un quadro ideologico e sociale profondamente mutato, ma di cui condividiamo il piglio murale e storico, una rivista cioè letteraria ma non solo chiusa dentro il letterario, – una critica che sappia unire il testo al contesto, la parola poetica e letteraria al referente, alla complessità del senso e a un’esperienza della lettura e della scrittura che non rimuova la soggettività in nome di una pretesa purezza scientifica, o idealistica, o ideologica, – e rileggendo così in modo diverso, proprio antinovecentesco, oltre la triade appunto nota, la tradizione del Novecento…

R. Sono il meno indicato a rispondere. Meglio, a dare una possibile risposta obiettiva. Perché mi sento così staccato, lontanissimo da ciò che viene detto fatto dibattuto in giro a livello delle autorità della buona cultura e letteratura: quindi a tutti i livelli riscontrabili. È come se uscissi dal mare, pellegrino affranto, e algato. Appunto perché sono in questo stato, allontanato e disamorato dalle e delle carte che girano dietro a tanti venti, beh! direi proprio di sì. Almeno per cercare di dare qualche spallata, in particolare, alla situazione. Ci sarebbe per di più bisogno di poter disporre di qualche mezzo per garantire una continuità di lavoro, allo scopo di portare a termine il progetto, l’impresa… Non come “Officina”, che è rimasta lì, come un cavallo stroncato da una corsa troppo affannosa; e invece… Ecco, riagganciandosi a quella nostra vecchia ipotesi, o giovanile ipotesi, se vuoi, che può trovare qualche utile riferimento, qualche riferimento di pregio, nelle pagine di alcuni collaboratori, oggi si potrebbe ritentare di immettere nella nostra cultura testi e autori fino ad ora negletti o emarginati, che invece sarebbero vivificanti e perfino dirompenti. Sopratutto per i giovani, che attraverso antologie di scuola o di libera lettura sottostanno all’apprendimento delle solite tiritere oppure dei testi avvolti dentro la gabbana della tradizione di cui ho già parlato. Dov’è la satira, sovrana, l’ironia, l’amore reale, crudele e ossesso, la fumisteria, straordinariamente cialtrona irriverente sorprendente? Dove il non senso, cioè l’insensatezza che li travolge, come un’ondata di cenere amara? L’epica alta, la pornografia che non dà respiro e inquieta i sensi drammatizzandoli, quasi che l’immaginazione proponesse un corpo nudo e bianco in fuga inseguito da un felino? Non sono cose che dico o che ricerco solo oggi. Quarant’anni fa, avviando la libreria, subito pubblicai due volumetti di Galgenlieder di Morgenstern, splendidamente, ineguagliabilmente tradotti da Anselmo Turazza, con vittorie continue sul campo. Si ebbero alcuni buoni riscontri, poi una onesta dimenticanza… In un ambito un poco più ridondante e compiaciuto oggi, qua da noi, c’è Scialoja. È interessante ma a me sembra… non credo di sbagliare… che sia in giro applaudito piuttosto come un artista da circo; un innocuo stravagante che allieta, mentre ha certo una solidità di base nell’uso della lingua e una inquietudine lucida della mente, notevolissime. Invece, sorrisi risa applausi, poi tutti a casa. Una cultura letteraria militante, la nostra, medio bassa e di scarso affidamento.

 

D. Noi, per esempio, con “Lengua”, stiamo tentando anche un lavoro documentario, critico se possibile, attraverso le “Conversazioni” con gli scrittori, e anche con alcuni saggi mirati su alcuni autori, recuperando un po’, diciamo, il patrimonio che anche in “Officina” era stato in qualche modo impostato da Pasolini, della lirica dialettale. Ecco, ti volevo chiedere proprio che cosa pensi dell’attuale poesia italiana, e di questa ripresa anche della lirica dialettale, se può rientrare in questo rinnovamento di “ascolto critico”.

R. Vado avanti, ma continuo a ripetermi che non so cosa possa servirti di questi appunti strascicati, a braccio e del tutto personali; tanto più che sulle situazioni generali potrei essere sconfessato da chiunque in ogni particolare. Ma ti dirò, è proprio questa condizione e convinzione di poco credito che mi fa piacere e mi convince ad arrivare alla fine di queste domestiche noterelle… dalle quali tengo alla larga qualsiasi riferimento a fatti che potrebbero alzare appena un poco il tono di questo blabla. La poesia dialettale, dicevi. La poesia dialettale è uscita dal ghetto, o dall’aulico cincischiamento dei grammatici o glottologici, e si è disposta in giro a farsi ascoltare fuori dalle sagre di paese; ha allargato il suo dialogo, ha coinvolto e interessato tanti, con eccellenti risultati. Pare a me, questa, una situazione in movimento, da cui aspettarsi parecchie sorprese da giovani autori soprattutto, che ormai possono contare su raffronti notevolissimi con le opere dei maggiori. Io ho particolare familiarità con i testi di Tonino Guerra, che sbriciola le difficoltà con le nocche delle mani per farle diventare farina… spesse volte, farina del diavolo, nella malizia dei suoi ravvicinamenti o stravolgimenti ora dei fatti della vita ora di quelli della memoria. E frequento i testi di Loi, che ha una inesorabile pienezza flagellante, una capacità fuori dalle regole di dare luce agli ambienti, di sistemare le cose, di incalzare col fiato delle parole le persone… così da raggiungere una rappresentazione da teatro, che si vede, si sente, si può applaudire in diretta. Se del caso, si potrebbe anche fischiare, a conferma di un rapporto così ravvicinato e, come dire?, palpitante che questi testi impongono… Poi Tessa, con grande attualità, ma, preciso, letto nell’edizione mondadoriana già quarant’anni fa, con emozione. Non una scoperta di adesso.

 

D. Noi abbiamo azzardato anche una possibile nuova etichetta, in distinzione, parlando di interdialettalità e di nuova poesia volgare, poiché ci sembra trattarsi di una nuova fase della lirica alloglotta, ancora da definire e da capire nelle generali, oltre che nei singoli, e a volte lucenti, casi poetici.

R. Interdialettalità, sì. Diciamo pure, pescando dal politichese, linguaggio trasversale. Che si muove ubiquo, in piena libertà, perché ha l’autonomia e l’autorità per farlo. Non più subalterno, come un tempo si diceva, non più relegato in cucina a pranzare con la servitù. Conoscessi il dialetto bolognese e avessi una giusta spinta personale… anche se è un motore duro da far salire di giri… mi piacerebbe provare e magari riprovare; nel caso riuscissi ad approdare a un risultato meno deludente del mio farneticare in lingua… Il progetto di lavoro della tua rivista non solo è interessante nell’attesa che procura, ma è necessario, perché spinge ad allargare l’area del raffronto; non solo, ma a interferire nel campo più generale della poesia in lingua, disposta a seguire da sempre un cammino protetto da argini sicuri… Anche, e voglio annotare questo, se alle volte, in diversi settori culturali, mi pare di percepire una certa manfrina, un pitoccare da cavalier servente, nei riguardi della poesia in italiano, diciamo così, e a favore… un favore tutto di pelle…dei testi in dialetto. Quasi fosse una cura di acque termali per lo stomaco, e si dovesse scegliere la sorgente. A parte questi dettagli, è in atto una stimolante mescolanza, senza discriminazione, da cui proprio tutti abbiamo da imparare… Io almeno imparo… È il ricupero, fra l’altro, di una tradizione soffocata dentro l’ombra dei grandi vasi di sapienza della poesia maggiore applaudita con l’alloro. Ma l’alloro, a dire la verità, non è l’aspirazione dei più, anche oggi che sul Campidoglio non c’è rimasto di bronzo non dico l’imperatore ma neanche il cavallo?

 

D. Vogliamo parlare ancora un poco, se vuoi, di “Officina”?

Come avvenivano le riunioni, le scelte critiche, testuali, e soprattutto mi interessa una cosa, già detta e ridetta, ma vorrei riascoltare qualcosa da te in proposito: perché finì la rivista?

R. Siccome Pasolini era molto bravo e il più noto, anzi, sulla via di diventare famoso, fu facile da tutte le parti stabilire che la fine di “Officina” fosse dipesa dall’epigramma sul papa… papa Pio dodicesimo… Ci fu maretta, certamente, intorno a quell’epigramma, ma niente di eccezionale, se non alcuni problemi privati dell’editore Bompiani… diventato nostro editore con quel numero, che fu per lui anche l’ultimo. La verità più interna, molto meno interessante per il pubblico che neanche ci seguiva, era che redazionalmente ci eravamo squilibrati, nello stesso arco di tempo, con l’assunzione di Fortini, Romanò, Scalia. I quali, anche se collaboratori da sempre e da sempre interlocutori molto attivi, tuttavia non avevano avuto la chiave in tasca della casa redazionale e consentivano a noi tre di chiudere le questioni, avendo una certa omogeneità caratteriale… e su alcuni principi di base. In questo secondo momento non fu più consentito alcun filtro, alcuna pausa riservata; il tamtam di Fortini, ad esempio, divoratore di tronchi redazionali come una termite africana, procurava perscrutando ogni dettaglio una perenne tensione.

Fortini era allora… voglio dire, in questo rapporto, un insonne stimolatore; ma la sua ossessione anziché essere soccorrevole si trasformava… credo di poter dire, anche in altre direzioni, oltre che nella nostra – in una lacerazione. Aggiungeva pietre nelle tasche, perché ciascuno, questo o quello, sprofondasse… No, non dico bene; sprofondare non è giusto. Non c’era dentro di lui questa cattiveria della ragione; piuttosto una ossessione della ragione, continuamente perforante. Questo, credo, non gli faceva guardare in faccia nessuno. E sì, che aveva molti dettagli che sentivo congeniali… Dove appariva lui, tutto deflagrava anziché comporsi magari dopo una ferita. Sta’ attento, non dico affatto che sia stato Fortini la causa, o la concausa della nostra rapida fine. Lui semmai aiutava a rendere più faticoso… direi, perfino fastidioso con angustia… un lavoro che non era davvero agevole. Diede una mano, semmai, ad acuire le tensioni, inevitabili in ambiti redazionali, ma che erano state controllate e in qualche modo coordinate fino ad allora. Non bisogna dimenticare, perché anche questo e determinante, che Pasolini, con il passare dei giorni, assumeva sempre più un rilievo nazionale; questo squilibrava il lavoro di fondo della rivista… l’ordine del proprio lavoro… che tendeva a diventare non più una rivista con Pasolini ma la rivista di Pasolini. Le collaborazioni alte passavano attraverso di lui. Era una verifica operativa di cui prendere atto realisticamente ma che non produceva alcun attrito fra noi tre; semmai il desiderio e il proposito di confrontarci andando al fondo di ogni singolo problema e di ogni dettaglio; perché ciascuno, come poteva e sapeva, progredisse all’interno del proprio lavoro. Un lavoro di scavo, in noi e fuori di noi, nel quale ci sentivamo concordemente impegnati. E ci piaceva esserlo. Eravamo, in questo fare, pieni di disinteresse; liberi nei propositi.

In quel mondo, in questo paese, quasi appiccicato agli anni della guerra, nonostante tutto. Quindi, in quel primo cenacolo così ristretto, nessuna reciproca arroganza, nessun trionfalismo, nessuna, sì, nessuna volgarità della ragione; ma la voglia attiva di impegnarci in una riflessione e in un controllo sulla situazione o sulle situazioni della cultura che erano state interrotte. Interrotte dalla guerra. Le macerie non erano soltanto nelle strade. Cinque, sei lunghi anni di una guerra mondiale spezzano ogni legame, interrompono le continuità. Il nostro era, dopotutto, un proposito necessario e urgente, che svolgevamo nel nostro ambito e che altri in altre direzioni, avrebbero potuto condividere e perseguire… cioè, per spendere parole semplicissime e senza sillogizzare, quello di sedere a un tavolo e ricominciare a leggere coordinando le nostre letture, ricominciare a scrivere, coordinando le nostre scritture e confrontandole o avvicinandole ad altre; cominciando infine a fare i conti più generali fuori di noi, con la realtà in corso, dopo averli fatti, in qualche modo ma rigoroso, dentro di noi… Tutto ciò, bada, non come sovrapposti a qualcosa; quasi fossimo detentori di una qualche bandiera e controllassimo la pianura; piuttosto come superstiti di un disastro anche generazionale che intendevamo di non poter vivere se non ricominciando a fare i conti con la storia… Però, occorre pure dirlo, tutti i conti dentro di noi, nonostante questo esemplare impegno al riesame e al confronto, non li avevamo fatti ben bene. Mi accorgevo, prima era una impressione poi una convinzione, che si tendeva a richiederli ad altri, attraverso le rivisitazioni critiche o attraverso le esclusioni, disponendoci dalla parte intransigente che, questi confronti, li aveva già affrontati o consumati. Avevo l’impressione che invece di addentrarci a ricercare dentro urgentissimi dubbi e zone tutt’ora d’ombra, fossimo promotori… o anche solo direttamente partecipi di una qualche assoluta chiarezza che ci disponevamo a distribuire. Senza presunzione ma, ripeto, con una decisione non interferita. Fra gli artigiani di questo lavoro, c’ero anch’io più imparando che facendo. Oppure, facendo ma imparando moltissimo. Gli altri erano più bravi e, mi sembrava, più lucidi di me. Tanto decisi, alle volte, da farmi rabbia… Però il nodo di quella perplessità a cui ho accennato, a me sembrava che dovesse essere sciolto in fretta, per poter proseguire.

Me ne sentivo coinvolto… Il nostro fascismo, mi chiedevo, come abito talare da noi giovanilmente vestito, dov’era relegato? Nell’armadione della nonna, o in una rivendita di stracci oppure la vecchia camicia la indossiamo ancora, non per convenienza ma per disattenzione, lavata e stirata? Parliamo agli altri come se freschi freschi… e meravigliati più che spaventati o ossessionati… uscissimo dal periplo di Alice, mentre la nostra generazione, e noi con questa, e fatti salvi i casi particolari, è stata educata, ripeto educata, dal fascismo… non picchiata, martirizzata, conculcata; ma nel corso di circa vent’anni, soltanto educata; poi sbattacchiata qua e là dal fascismo, travolta dal fascismo, infine riconsegnata piena di piaghe reali alla vita… quando c’era rimasta la vita. Quindi non possiamo evitare di rimescolare le nostre carte, al fine di controllare ogni dettaglio che lega o collega il nostro passato di apprendistato al nostro presente che vuole essere operativo. Adesso, così mi pareva, occorre provvedere al riesame dei depositi incontrollati. Tutti i nessi, i passaggi; le piccole insinuazioni, i depositi culturali infeltriti. Tanto più che un nuovo fascismo… o lo stesso fascismo in faccia diversa oppure con cento facce diverse… si era ricomposto e si schierava di fronte. Qualche piccolo assaggio, in verità molto modesto, ho tentato di suggerire dentro alle pagine della rivista: “Il tedesco imperatore”, “Il linguaggio della destra”. Avvicinarsi allo specchio per romperlo, buttando via anche i frammenti… Forse è vero che benché amici e amici operativi, non ci è stato dato o consentito, o non eravamo in grado, di formare un gruppo. Un gruppo redazionale solido nel suo insieme; forte al suo interno e forte all’esterno. Per questo, forse, nonostante l’interruzione prematura, a noi non è stato possibile di approdare ad alcuna testimonianza editoriale completa e concreta, fuori dalle pagine dei fascicoletti di “Officina”… così come riuscirono a fare, invece, quelli del “Verri” con la loro antologia dei Novissimi. Allora, ripeto, quando ci siamo inoltrati nel lavoro e si è trattato di definire in modo sempre più specifico le concordanze operative, anziché consolidarci nei propositi si sono fatte esplicite le diversità. Che erano alla fine diversità generazionali e quindi di impostazione culturale. Diversità di provenienza e poi di approdo. Da dove eravamo partiti e come ci si trovava lì. Le occasioni? Un caso? Le necessità del momento che consentivano di dar credito alla speranza e di procedere alle verifiche nel corso del lavoro? Certo, tutto questo accatastato, ma c’erano le diversità di interpretazione politica della realtà in atto, che nel particolare si scioglievano spesso nei meandri di sofismi… sottigliezze ideologiche, cavilli… di cui la sinistra problematica aveva avviata la corsa. Negli ultimi tempi le riunioni richiamavano sempre più il concilio di Nicea, da cui era anche talvolta bandita la chiarezza; e, ormai, la semplicità. Quella che conta, che chiarisce. Questo era, per me, una privazione.

 

D. Ecco, se c’è, parlando di Pasolini, qual è una parola-chiave o la parola-chiave con cui tu apriresti un discorso, non solo letterario, sull’esperienza di questo scrittore?

R. Il passaggio. Se non sbaglio, è la parola-chiave. Quando, avendo perso l’innocenza, quella libertà intrepida degli inizi, per essere sbattuto in un mare di tempesta… traumi soffocanti e non un giorno senza una offesa e un vero dolore… riesce a riappropriarsi della vita e così acquista la convinzione, la tremenda convinzione, degli ultimi anni, in cui sembrava poco per volta rinascere mentre stava per morire. In quel momento, ecco il passaggio, scatta il mutamento. Capovolge il suo faticoso atteggiamento di giustificazione della diversità, condotto negli anni con una continuità e una rabbia e una amarezza assillanti, in una difesa intransigente, intrepida. Soprattutto aperta, dichiarata. Pasolini si propone come l’avanguardia di un esercito che esce da un ghetto circoscritto e ritorna in campo. È l’ultimo Pasolini, che si riunisce al giovane di Casarsa per dare forza a una voce quasi unica nel nostro tempo. Da appaiare a Rebora, per l’intensità della tensione del cuore. Per la totalità che lo divorava dentro le opere, dentro la pagina scritta… Se vogliamo, per esemplificare, rapportare ai nostri giorni questa diversità, intendendola una diversità culturale, una diversità politica nei confronti delle istituzioni di potere… tutte, proprio tutte le istituzioni ufficiali… allora si deve dire che è da ribadirla come metodologia operativa; come disposizione continuata al pronto intervento sui fatti della cultura, quindi della letteratura. In un momento in cui l’omologazione non solo è generalizzata ma esaltata e santificata come unico beneficio di libertà della penna, essere dall’altra parte del ponte non è da molti ma è una decisione che si impone. Sulla base di un semplice enunciato da osteria, o da opera buffa napoletana, così: noi ci accorgiamo e voi vi accorgerete in seguito che assatanato letamaio sia questo capitalismo d’occidente… Non intendo teorizzare né suggerire ad altri, basti ciascuno a riannodare le proprie prospettive. Secondo me ci salva l’immaginazione, se non perdiamo le tracce del nemico. Infatti questa diversità; dico meglio, questa contrarietà è da difendere a tutti i costi; attestandosi, anche con il supporto argomentativo dell’ultimo Pasolini, in una contrapposizione che sia netta. Di rapporti, di vita, di attese. Cerarsi le orecchie come Ulisse coperto di sale, per non ascoltare neanche un filo di voce degli infervorati affabulatori di tutte le risme quotidianamente disposti a suonare tromba e pifferi per questo regno del consumo, della vita ardita e sicura, dell’aria incontaminata e azzurra…

 

D. A cosa stai lavorando, attualmente? C’è curiosità da parte nostra, curiosità e cioè interesse di lettori…

R. Lo capisco, e ti ringrazio, che è un tuo interesse amicale; siccome è raro, ti rispondo. “L’Italia sepolta sotto la neve” procede; è un lavoro lungo, di cui è girato già qualcosa. Vedremo…

 

D. Quando hai cominciato a lavorare a questo “poema”?

R. Da circa otto anni, avendo accantonati i testi degli anni Settanta mai radunati in volume. Procedo anche con un racconto racconto, intorno al quale giro da tempo. Lo concludo o forse lo escludo; non ho obblighi di sorta. Scrivere è un continuo confronto.

 

D. Quindi, non c’è per te, diciamo, una questione del narrare in rapporto alla poesia in versi, che si ponga come una differenza…

R. È un tutt’uno; non so con quanta verità. Una matassa da sfilare, stando attenti ai nodi… si potrà anche buttare, se il lavoro non tiene almeno un poco… Fili corti, fili lunghi, fili che si spezzano e da riannodare. Anche i testi teatrali, sullo stesso piano… quelli conclusi, altri distesi nei fogli. Per esempio, fra i primi. “La macchia d’inchiostro”, sulla vicenda di Paul Louis Courier, fino alla sua morte drammatica. Il centro del racconto si potrebbe dichiarare e non per mia invenzione un vero giallo… che può spiegare i risvolti di una vita o le ragioni profonde di una morte. Courier è un affascinante scrittore francese della prima metà dell’Ottocento, definito minore dai cerberi che presidiano le porte di Parnaso… A questo proposito, sai cosa sto rileggendo in questi giorni? “Le mie prigioni” del Pellico, l’ometto di Saluzzo. Mi sono anche rilette le ricordanze del Settembrini e, prima ancora, la vita del Giannone. Non è un caso, per i miei umori. Tutti ci confermano che siamo nel Duemila; la mia conclusione è che siamo poco per volta retrocessi a un Ottocento senza neanche un’illusione e soltanto con quella prepotenza. È roba di questi giorni: la grande Germania, non più l’Unione Sovietica ma la grande Russia, la frontiera sull’Oder-Neisse. Spero di sbagliare; ma ciò che sembrava superato con Kruscev ritorna con Gorbaciov, una volta sollevato il coperchio. Perché l’occidente, in settant’anni, ha soltanto affilato i denti. Comunque, per chi si attesta dall’altra parte del fiume la sconfitta sembra per il momento totale. Bruciati i villaggi, distrutte le biblioteche, irrisi i libercoli superstiti… Guarda, per un confronto, quali ritrattini di Sartre, di Brecht distribuiscono in giro… Belli i loro campioni!… Però un errore di sufficienza, di arroganza l’hanno pure compiuto, non hanno bruciato le navi. Si può nottetempo riprendere il mare, verso qualche approdo… C’è sempre una riva per chi si mette per mare… Ma perché detesto questa società? Perché è, inesorabilmente, il regno del leone e della foresta. Di nuovo il luogo dell’Ottocento, con pochi padroni e i piccoli servi delatori. E con i poveri poveri fuori dall’uscio guardati dai cani… E da dove scappo a gambe levate? Da un paese senza testa, da un paese senza coda, con solo braccia mani gambe per arraffare…

 

Bologna, “Libreria Palmaverde”, 19 dicembre 1988; 9 marzo 1990.

 

 

 

“Lengua”, n. 10, 1990.

 

 

 

 

 

Venerdì, 06 Settembre 2013 15:50

Lo specchio. Domande a Roberto Roversi

1. Lo specchio dice sempre la verità?

Sì!… No!

 

2. L’azione dello specchiarsi, a meno di non essere troppo Narciso, corrisponde al passaggio dalla soggettività all’oggettività. Allo specchio guarda se medesimo o l’altro da sé, ossia il mondo?

Direi, più realisticamente il passaggio dalla soggettività alla necessità. Allo specchio, io per esempio, mi avvicino e guardo per farmi la barba. [Per radermi].

 

3. Personalmente, usa più lo specchio per vanità o per emendamento?

Per vanità non è il caso (vecchio come sono). Sì, forse, per emendamento; quale è quello di togliermi un fruscolo sulla punta del naso.

 

4. L’identità individuale si costruisce oppure si scopre allo specchio?

L’identità? Scherziamo? Allo specchio si è sempre in compagnia, in due, in tre, alle volte in quattro. E si esce perfino fuori dalla finestra.

 

5. Specchiarsi è anche un’azione di riflessione su se stessi: l’immagine allo specchio corrisponde con precisione all’immagine interiore che ha di sé? Specchiandosi, ha mai scoperto lati del suo carattere nascosti?

Eh, sì! Quanti ne ho scoperti. Ogni giorno (ad ogni barba) scoprivo un carattere nuovo. Tanti che dopo mille barbe non so più bene chi io sia. Se uomo o donna, o vecchio e fringuello. Ecco, davanti allo specchio mi piacerebbe cantare.

 

6. Quali sono i rapporti che vive come maggiormente speculari? Quelli di coppia, di amicizia o di lavoro?

L’amicizia, senz’altro. L’amicizia presuppone sempre di avere la propria immagine davanti che si muove e si agita per correre fra le braccia di alcuno (o di alcune). O per sentire una manata forte sulla spalla. Tale magari da frantumare il vetro speculare e far apparire vivo e vero il rosso del cuore.

 

7. Usando la metafora di poesia come specchio del mondo, lei usa la poesia per conoscere le cose o per riflettere le cose?

La poesia? Non so bene, non so. Cos’è? Dov’è? Io leggo, ho letto molti poeti e a metà gli uni sedevano immobili davanti allo specchio, fissando fissi, e muovendo soltanto una matita sulla carta che si riempiva di segni. Altri, senza specchio e altro, crepavano travolti dall’orrido della vita o uccisi dalla impietosa volgarità  degli uomini che non hanno spirito.

 

8. Continuando la metafora di poesia come specchio, lei la usa come autoritratto o per cogliere l’altro da sé?

Spengo il bottone della luce su questa metafora, non sapendo.

 

9. Lo specchio è strumento di moltiplicazione del mondo: potendo, cosa vorrebbe moltiplicare? La sua identità? Gli oggetti materiali?

Beh, siamo matti? Non ne basta uno, che neanche più riesce a salire le scale a due a due?

 

10. Inseguendo la “myse en abyme”, la riflessione della riflessione, “la pensée de la pensée”, dove si arriva?

Al fondo dello specchio, là dove non ci sono più specchi, e si sbatte la testa contro il muro. Contro un muro.

 

11. Lo specchio è strumento erotico per eccellenza perché esteriorizza e rende oggettivo il nostro immaginario, versione privata del cinema o della fotografia. Preferite l’immagine pensata o riflessa?

Sempre più l’immagine pensata. Pensata cento volte. Riflessa cosa vuol dire? Un’ombra contro il muro?

 

12. La virtualizzazione mediatica sta impregnando sempre di più il mondo di simulazioni. Oggi, è più vero ciò che è reale o la sua immagine?

Oggi la verità della vita – che è la vera realtà – è o può essere solo custodita in un privato segretissimo, armato fino ai denti per la difesa. Tutto ciò, invece, che ci circonda è invenzione del diavolo, sua eterna farina; oppure è la voce delle sirene per ogni Ulisse che tenti una qualche libera traversata sul mare.

 

13. Se fosse possibile separarsi dalla propria immagine, preferirebbe che ad invecchiare fosse l’immagine allo specchio, come nel caso di “Dorian Gray”?

Mi piace invecchiare con Roberto Roversi, vecchio assai ma affatto stanco di invecchiare. Tutto il resto è retorica, o paglia al vento.

 

14. Ha mai la tentazione di rompere lo specchio? Lo vede come liberazione dalla propria immagine oppure teme i classici sette anni di guai?

No, ne ho uno un po’ grande, appoggiato al muro, che viene da mia nonna, da una casa di campagna. Su questo specchio vedo spesso, come un leggero affascinante appannamento, trapassare l’alito di qualche antenato vissuto sui campi. Erano intrepidi i vecchi, un tempo. Questo specchio può essere rotto soltanto da un terremoto che anche me travolga.

 

15. Ha mai la sensazione di arrampicarsi sugli specchi?

No, neanche questo. Ci sono i gradini, per salire. E io non ho altra aspirazione che raggiungere la porta di casa. Una casa d’affitto. Amen

 

 

 

Venerdì, 06 Settembre 2013 10:49

Un inquieto proliferare di gaiezze

Credo che si possa riconoscere che oggi, da noi, tutto è dramma (qualche volta tragedia) o tutto è carnevale. Un dramma che entra nei giornali; un carnevale che impazza, come si dice, qua e là per l’Italia; con poche pause. E le pause sono semmai le vacanze estive tutte all’insegna del sole e le feste invernali, tutte all’insegna del bebè di Marie e della gioia della famiglia.

Questo proliferare di allegre gaiezze offerte al popolo, pensate e organizzate per il popolo, sono il segno di una inversione di tendenza, rispetto anche a un prossimo passato; dentro al quale la noia più greve e l’assenza di una qualche fantasia trapassavano senza lasciare segni. Adesso, infatti, basterebbe riprendere in mano anche soltanto un fascicolo abbastanza recente de L’Espresso per avere la conferma che una specifica frenesia organizzativa (nel senso di interferire negli e modificare gli schemi tradizionali dell’offerta pubblica di svago) ha contagiato un po’ tutti gli amministratori comunali italiani, sia i piccoli che i grandi, i quali oggi tendono esclusivamente a competere fra loro. Così si aprono, uno dietro l’altro, carnevali verdi, carnevali gialli, feste della ragione, della memoria, della buona volontà, della fantasia, carnevali dell’esistenza perduta, feste dell’esistenza ritrovata. Un carnevale, cento carnevali, una festa e poi feste feste feste. Prendiamone pure atto, come dimostrazione di un attivismo comunque degno di nota. Ma questa è la domanda: questi carnevali, queste feste sono spettacolo vero? Sono uno spettacolo utile, uno spettacolo nuovo? Insomma, sono sul serio spettacoli popolari? ricuperi compiuti con la secchia di Aladino dentro al pozzo della storia di una comunità intera, di una città, di una regione?

Per esempio: nel passato, il mascheramento grossolano del popolo durante la festa di un nobile, di una marchesa, non era tanto dovuto alla voglia di giocare ma alla malizia calcolata e sottile di agire meglio e più liberi l’amore; e il mascheramento grossolano del popolo era motivato dal desiderio di esercitare meglio e più liberi la propria rapida violenza e la propria satira lacerante, dentro a un periodo breve, concentrato; da usare tutto intero. In quelle feste che si svolgevano dentro al gran teatro del mondo – che era ancora una piccola palla, ciascuno pertanto non partecipava a un giuoco né godeva un giuoco (quindi non si mascherava), ma si copriva, anzi direi che si ricopriva, per modificare aumentandolo il proprio rapporto di forza col potere; direi, per falsificare se stesso al fine di ottenere qualcosa. Ciò che in ogni modo sembra vero è che dentro a quelle feste tetre e forsennate, la cosa che era assente, che mancava perché era impossibile che ci fosse dato che non era né cercata né voluta, era il puro, il semplice divertimento. La gioia, la gioia di vivere. Naturalmente sono le mie conclusioni.

Ad ogni modo, se è vero che in ogni spettacolo/festa c’è dentro il terno della morte, della memoria, della violenza; e che il riso è solo assatanato; allora è vero che si fa urgente la necessità di inventare oppure di programmare (si dice così?) proposte di aggregazione meno ossessive, meno iterative, meno pletoriche e meno globali; puntando piuttosto su una attenuazione dell’accentramento.

La densità, la qualità dell’offerta ludica pubblica ha ormai ingolfato, a mio parere, i canali di questa comunicazione e sembra quasi che, per eccesso, ci si sia riavvicinati alla vecchia situazione di routine, che peccava certamente per difetto. Non metterei dunque la mano sul fuoco per confermare, e testimoniare, che questo è un momento favorevole del divertimento gestito – in mezzo al molto polverone. E d’altra parte i risultati attuali, se esaminati con attenzione nel senso della quantità e della qualità (specialmente della qualità) del pubblico partecipante, cominciano a confermare dei rallentamenti; e preciso che per qualità intendo grado di interesse, tensione di partecipazione, decisione responsabile a non volersi di nuovo “costituire come folla”, ecc. Perciò sono d’accordo con Renzi, che occorre “rispetto”, da parte degli intellettuali amministrativi, nell’atto, proprio nell’atto di pensare, di preparare il momento, il giorno, i giorni della festa. Rispetto per la gente e rispetto per l’ambiente. Rispetto per la gente, che sembra in un modo stupendo e struggente sempre quasi sempre disponibile (ma non più disarmata), vale a dire pronta ad accettare, ad ascoltare, a partecipare; ma non senza giudizio. E nei suoi riguardi, il rispetto induce subito, come primo dato, a non eccedere per non rendere alla fine inutilizzabili questi canali e per non produrre un rifiuto, un gesto di rigetto per sopravvenuta situazione.

Credo anch’io che alla gente bisogna sempre dare tutto, informarla di tutto, divertirla (cercare di farlo) con tutto; ma con una totalità, una compiutezza che sia libera nell’ordine; cioè che proponga e contenga un ordine tale da consentire in ogni momento e in ogni occasione un rapporto diretto, attento e critico, dentro all’entusiasmo, con la festa.

Su questo tema/problema, vale a dire sugli spettacoli in piazza e sul conseguente impegno di realizzazione, l’Emilia ancora una volta può diventare esemplare. Fuori dalla narcosi dello spettacolone alla De Mille; fuori dagli eccessi ormai maniacali del “sempre più tanto”, del “sempre più molto”, si può pensare e si può sperare di mettere in atto una nuova disposizione della festa dentro alla realtà sociale; cercando contemporaneamente di ricuperare la pietra, le pietre non come un referto da rispettare per vetustà ma come un corpo caldo e vivo che chiede solo di vivere – vivendo ancora. Noi tardiamo e stentiamo a diventare moderni perché siamo troppo antichi; siamo impacciati un poco a muoverci perché rischiamo sempre di impattarci in un qualche capolavoro del Trecento o del Rinascimento; e questa straordinaria maledizione di essere ricoperti dalla storia fino al collo, come un albero dell’edera, rende diseguali e troppe volte impacciati i nostri atti, i movimenti; e le nostre scelte.

Così puntiamo a strafare macinando grandiosità da antichi romani; con giorni e giorni di feste, di spettacoli inzeppati da ogni genere di paccottiglia, di continui ricuperi del passato come eden di straordinarie invenzioni di fronte al grigio torbido e torpido presente; e così, convinti di stare facendo, ci viene meno la voglia di badare direttamente e con rigore a queste nostre giornate. Ci lasciamo tentare, e poi vincere, dai suggerimenti peregrini dei cervelloni ufficiali che sulle gazzette distribuiscono manciate di rancorosa insofferenza. Mentre a un popolo che in questo marasma, coltivato dalla corruzione del potere, sa mantenersi libero difendendo come può e come sa la libertà, non bisogna dare ma chiedere di dare. Bisogna avere presente, prima di muovere foglia, la sua pazienza, la sua saggezza dentro le cose, la sua voglia di futuro; perché lui è molto più nuovo, più avanti, di tutte le cose che gli vengono presentemente ammanite.

 

 

 

Bologna incontri, n. 4, aprile 1981.

 

 

 

Mercoledì, 04 Settembre 2013 17:29

Libri e contro il tarlo inimico

a Th.

 

Che si stampano libri sono secoli. Che si leggono libri sono secoli. Che il libro esiste ed è una presenza viva nel mondo culturale dell’uomo sono secoli. Adesso, proprio in questi anni, dicono che il libro stia morendo. Non lo credo. In questo momento il libro è come un pugilatore messo knock-out ma con tutto il vigore ancora intatto e pronto a risollevarsi da terra per un nuovo round.

Questo libro, messo insieme con pazienza per decenni, vuol cogliere le ombre e i respiri più significativi e dedicare loro un omaggio in nome di buona e bella cultura.

Leggere un libro, aprirne le pagine, sfogliarle, è ancora una miracolosa operazione che ci riempie di meraviglia, anche se il libro è soltanto un volumetto di versi che un giovane esordiente spedisce pieno di speranza e di augurio.

Con affetto, questo libro sia un regalo anch’esso per quanti mantengono ancora intatto il gusto della lettura e sono disposti ogni giorno a lasciarsi sorprendere. Per la vitalità che la pagina scritta riesce a mantenere.

Buona lettura dunque, per i lettori che avranno la pazienza di scorrere queste righe qua offerte e la curiosità per delibarle. E grazie per l’attenzione.

R. R.

 

 

1

Bada, ti vedo ti ho visto e ti sconsacro

anche se verme di strada ladruncolo notturno

ti annidi nella gola

del libro che riposa. Questo tomo dormente.

Soffio il fiato dentro al cavo involucro

per spegnerti ferirti impaurirti

annichilirti impeciarti devastarti

fra le parole della pagina

trasformate in un campo di battaglia.

Basta niente

per schiacciarti per sempre.

 

 

2

Fra le biblioteche immaginate

biblioteche costruite o disegnate

amo il progetto di Boullée.

I libri sopra e sotto in una sala immensa

in una sala a non finire

come se fosse un giorno in cui

la luce non sa morire

– come se fosse un presepio di fogli

un muro di sapere e conoscenza

voci mormorano parole che non si spengono

la sala foresta è un musicale eco.

Una montagna di libri. Libri slegati

libri rilegati

libri alberi polvere sassi di sgomento

libri bisonti libri cigni volanti

libri leggeri insignificanti libri

scacciapensieri. Libri urlanti.

Libri cinghiali notturni grugnanti

libri senza più memoria

libri agnelli farfalle suoni fra miti pensieri.

Libri feriti dalla storia libri

per la cantina neri.

Libri strappati scalciati per giuoco

libri bruciati anneriti dal fuoco.

Libri albini

Libri per bambini

Libri per donne e uomini fieri

Libri per oggi per domani per ieri.

 

 

3

Rannicchiato sotto un ombrello

dorme dentro al sole d’agosto

il bouquiniste rissoso rosso tondo.

Dorme nella controra.

Affascinato dal lume e dal silenzio

nel cielo aperto sopra la malora

del mondo

il grande fiume legge ascolta corre.

Ma legge l’usignolo canterino

leggono le foglie mormoranti

legge il cane strisciando contro il muro

ma

sprofondato dentro al tomo antico

legge e mangia il tarlo avido infame

verme in gran sospetto di eresia

il più maledetto che ci sia

fra i divoratori di parole.

Si cancelli dunque la sua insania

chiudendolo all’inferno

per l’eterno.

 

 

4

Il gran sapiente antico ha le sue pagine d’oro

non sotto un albero di fico ma dentro i

libri bruciati libri divorati

libri calpestati libri spaccati

libri con il freddo sopra il cuore

libri spiaccicati dalle pietre

libri marciti come un fiore

libri restaurati con amore

libri dimenticati sopra un muro

libri cancellati con il gesso

libri mescolati con la creta

libri con l’odore di sacrestia

libri ricoperti dalla polvere

dai fulmini feriti e da tempesta

libri annotati da una mano amica

libri caverna per formiche operose

libri impietriti da terribili inverni

libri affamati per un lungo cammino

libri ostello per il tarlo ubiquo

vestito da pulcinella o da signore

ma in realtà vero diavolo stupratore

che sorprendo inseguo schiaccio con un dito.

Giusta vendetta al mio furore.

 

 

5

Tarlo tarletto goloso del Mississippi

venuto dalle Americhe

nella valigia di un bibliofilo di Teramo

e approdato a fine settimana

in questa stanza di una città emiliana,

ti vedo che rosicchi il tomo di Albinoni.

Piccoli morsi ma colpi di cannone

onde di mare che raschiano la spiaggia

di queste pagine in cui affondi il dente.

Paziente cauto ma avido e carogna.

Villano e inetto

tarlaccio di lingua inglese, falso arlecchino,

ignaro di quello che inghiotti,

perché scritto in latino.

Allora ti servo subito io e

come un veliero stretto fra il ghiaccio

con due dita ti strizzo ti deflagro ti schiaccio.

 

 

6

Servo del potere della fame

l’infame verme

muovendosi schizzinoso

aggredisce il tomo inerme.

Servo del potere della fame, gli mormoro

con il fiato caldo sulla pagina aperta,

chinati spogliati

sfoglia insegui ma non stuprare

le foglie delle parole

e non lasciare un frammento impolverato

come un povero tordo impallinato

in mezzo al campo.

Ma per te non c’è più scampo.

 

 

7

Guarda, guarda pure tarlo indisponente

mentre con la penna ricopio le parole

dal tomo grigio che gli anni han tempestato.

Sono un poveruomo alla fine del millennio

in un secolo acceso da faide interminabili

e vedo molte cose mancare.

Mancare le nuove parole, sfiorire.

Piangere i laghi, le betulle disperse

al confine del mondo le acque morire.

Tu divori aggredisci incalzi uccidi

il cuore della carta

crocifiggi il silenzio delle pagine.

Tarlo, disonore del mio tempo

vacca sbracata di Giove

pallida ameba ti voglio gettare

morte dal fuoco delle mie mani.

 

 

8

Ti notifico, libro della mafia, libro della malora

che non credo ad alcuna tua parola

non credo neanche all’indice finale

compresso dalla legatura di pecora o di cinghiale.

Rapido, sfoglio le pagine, mi inoltro

nel folto bianco del tuo bosco e ahi!

ecco ti vedo mentre ti dibatti

ombra su scoglio a divorare carta.

Col tuo rosicchiare la sera si consuma

la pagina ferita si lamenta

forte nel silenzio

anche quando la candela è spenta.

 

 

9

Così era e così è. Tu corri

per sottrarti ma io ti inseguo

perseguo la tua traccia

sollevo i veli al tuo fantasma bianco

non ti do tregua requie pace sonno

è inutile che fingi indifferenza

impallidisci risecchisci stendi

una cortina di nebbia sulla strada

che cala fra le pagine

tarlo avaro assassino

lo sai alla fine la mia mano

afferra ancora il regolo per colpire

e ti scaglia lontano

dal tomo del Balestrieri che mi è caro.

Questo è il tuo destino.

 

 

10

Nei libri antichi è scritta la saggezza,

parola di Brecht.

Ma dalle severe biblioteche non esce

solo il sapere lucido di sale;

non esce solo con le piume

dell’esile gabbiano

la poesia claudicante per l’attesa

e prossima a cantare;

esce anche la ferocia del tarlo

appostato con denti di delirio;

escono grida e voci di una storia

che racconta come

troppe volte i sapienti

si inchinarono ai potenti sorridendo.

Dalle biblioteche dice Brecht

escono anche le voci dei massacratori.

Aggiungo: non le voci dei massacrati.

In una grande foresta di silenzio

il tempo li ha divorati.

 

 

11

Sprofondare in un libro

per essere liberi,

un libro d’antica scuola.

Ricavo dalle carte il delirio del sole.

Sottraggo alla pagina la voce delle parole,

le parole perdute.

Ti divoro ti bevo ti lappo ti lecco

vulcano di voci di fuoco

gutenberg viaggiatore e canto

canto cacciatore.

Il libro in attesa sotto il ramo

si specchia nell’ombra di un tiglio;

come il batacchio della campana

immobile quando la corda non tira e

il vento non corre,

brilla sul prato dell’estate

è presenza e vigore senza alcuna cautela.

Tanto che un tarlo pallido di fame

l’apposta cerca la sua mano

ma invano.

 

 

12

Inseguendo il tarlo si può arrivare

al cuore del mondo.

Un libro è difficile da domare

sottrae spazio alla casa al suo rigido affanno

chiama piume di polvere che non sanno danzare

non è il cane che dorme nel suo angolo

o gioca con la palla vicino al fuoco

il libro invade il giorno urla di dolore

non si accontenta di poco

è un leone all’erta stretto incatenato.

Convivere con i libri è difficile

(sono amici con la lupara

hanno caratteri alteri)

nelle stanze bianchissime

gli scaffali con i tomi antichi incrinano la luce

che cerca i sentieri fra un pulviscolo d’oro

appena svegliato

dal respiro del tarlo che striscia

in cerca della sua prima preda.

 

 

13

I libri nella notte d’inverno accendono i fuochi

lasciano cadere parole sulle morbide carte

e polvere sulle mani degli antichi copisti

che hanno gli occhi bagnati d’oro

e il viso di poveri cristi.

Le sale buie delle antiche biblioteche

mai sfiorate dal sole e

intorno al fuoco del bivacco

i libri i libri parlano

mentre dentro a un sacco il topo è condannato.

Per lui che non ha memoria il suono dei tamburi

rimbalza contro i muri

promette tempi duri.

 

 

14

Mi inoltro come un gatto e

astuto, senza lasciare orme.

Non sono uno scienziato, anzi

non sono niente.

Ho solo due occhi per guardare o

per leggere. Leggendo, qualche

cosa imparo sempre

perché il libro non mente.

Non mente quasi mai.

Così anch’io, per l’occasione,

devo cavarlo dai guai

combattendo contro il tarlo astuto

annidato come un cecchino pronto a fare fuoco

dentro ai risvolti della legatura.

Sventura, se non riuscirò ad ascoltare i suoi passi

chinando l’orecchio sul dorso e

trattenendo il fiato

come il texano sul prato al tempo degli indiani.

Il tarlo è inseguito dai cani

si nasconde

ma il suo destino è segnato.

 

 

15

Parola stampata, ti posso anche uccidere cancellare.

E uccidere anche te, libro del libro,

dentro la tua rilegatura.

E poi uccidere il tarlo fantasma bianco immerso

nel fondo delle pagine

diavolo su onde leggere

bevitore di carta.

Il nuovo mezzo di scrivere sine calamo

scribere libros in forma cum impressione

a Beloviside luogo di confusione

non basta per la tua vita eterna,

oggi è attivo un tarlo vorace non ancora sazio.

Nei giorni passati i libri volavano via

cadevano a terra calpestati dai topi

cavalcavano cavalli con le selle di cuoio

e tutti erano pallidi per la neve del tempo,

appoggiati contro i muri

aspettavano di essere raccolti e di nuovo ordinati;

ma non commiserati.

 

 

16

Il libro imbullonato

si è presentato a chiedere denaro

alla porta ha suonato il campanello.

Bonino Mambrizio travestito

da Beloviside, fuggendo

con le rose di Stazio sopra il cuore,

l’accompagnava con acidi lamenti.

Nessuno lo gratificò

le porte si serrarono le teste si voltarono

e i cavalli fumavano per la lunga corsa.

Diobono che ventura!

Siamo troppo soli imprecava Bonino

e troppo giovani per questo mondo di vecchi.

Abbasso i copisti a morte i copisti

modesti contadini della penna detta calamo

e bevitori dell’inchiostro

che splende come il prato

fra le mani fredde della luna.

Contro di te scateno Giovanni da Spira

e Vindelino e poi Jenson

compagnia di viandanti avidi e acuti.

Ora aspettiamo al lume di candela

l’alba.

 

 

17

La donna che vende libri

l’uomo che vende libri

l’uomo che compra libri

la donna che acquista libri

un venditore di libri un libraio

una venditrice di libri usati

un uomo col cappello che compra un libro usato

una venditrice di libri usati che acquista libri usati

libri usati sulla spalliera di cemento lungo il fiume

un giovane con gli occhiali raccoglie nel mucchio

un libretto

il libretto squinternato ha l’affanno

come il cagnolino

bagnato dalla pioggia

ho comprato un vecchio libro

grida il signore con la cravatta rossa

egli agita il tomo tarlato in formato di ottavo

e dice ansimando quanto vivrò ancora?

Quanto vivrò per leggere tutto?

Questo libro lo leggerò prima di notte?

 

 

18

Vivrò ancora

per ricordare non per dimenticare, per governare

il mio periplo sul mare infuriato fra i libri

stretti dentro le armature

come foreste e rocche di antichi re perdute

nelle convalli.

Guardano lontano i libri nelle sale

quando il gelo di novembre li chiama

li risveglia dal sonno

e allora coperti di polvere tremano.

La nebbia copre i fanali copre i viali oltre i vetri

un giovane topo passeggia e cerca la strada

per Roma.

Dormono di notte gli antichi scrittori

coperti di fronde

con le mani stringono i calamai che bruciano

i tomi si scuotono aprono le pagine scrollano

il tarlo guerriero convinto di passare

annidato l’inverno a divorare parole.

Cammina cammina questo inverno

dell’anno duemila

nella biblioteca del convento silenzioso

fra i monti.

Anche i frati dormono, ora, e sognano le rose.

 

 

19

I libri bruciano

E il poeta questa volta non ha paura del nemico

ha una spada con sé

può aspettare la notte può anche

aspettare la morte.

Ma la sua morte non sarà la morte dei libri.

I libri sorridono

l’ombra cala invadendo le sale

sulla schiena del cane accucciato

poi si calmano sul primo foglio spalancato

per terra.

Sul foglio sono stampate parole del nemico

volti di antichi numi. Buie parole.

Un cavallo zoppica sul prato ferito da un arciere

un uomo soldato lo insegue rovesciando

sassi parole.

 

 

20

I libri scritti da incerte mani

ma con vigorose parole

fuggono dai villani bestemmiatori

che non hanno più memoria

fuggono dalle suore che si rintanano

nelle celle fredde

e piangono

fuggono da uomini impazienti perduti nei boschi

– e si ritrovano nei caffè di Vienna

all’ora del telegiornale.

Io non ho più tempo è scritto nella riga iniziale

posso solo fermarmi a un grido improvviso

d’aiuto

e strappare pagine e pagine

per accendere un fuoco

e spaventare le ombre.

Il salone trascolora

vedendo i libri bruciare.

 

 

21

Elegos per un libro che viaggia verso la

Sicilia, in treno.

Non sono pazzo. Mi interessa la libertà.

Ma i libri vanno letti: tutti i libri

devono cogliere abbagliare

l’occhio luna l’occhio sole l’occhio

vertigine e tempesta l’occhio rondine

che li sfoglia toccandoli per mano

lasciando sulle pagine un segno leggero.

Un complicatissimo codice astrale

presiede al beneficio della lettura

– che non concede soste, né errori.

 

 

22

Addio al libro che parte per il Giappone.

Ti riconosco bruco annidato

fra le parole a stampa che ancora mi

feriscono al cuore

come antiche ferite.

Tarlo viaggiatore

tarlo poco sapiente

tarlo divoratore.

Come il vento africano sulla

carogna del leone

tu scarnifichi il libro in viaggio

verso il Giappone

con un solo boccone.

La sua salvezza è un miraggio

se repentino con la mano non ti schiaccio

e così libero il maleficio per il viaggio.

 

 

23

Libro, libretto cane fedele

ti vedo lì stretto nello scaffale di legno

in una parete della piccola casa.

Se fischio arrivi e sei gentile.

Le senti le giornate d’agosto

che crocchiano come castagne

o come un fuoco nascosto

nella città di Bologna?

Libro cane fedele

mi siedi vicino

ascolto il tuo respiro

mentre passano via le ore le ore

sei caldo come un bambino appena nato

ti voglio salvare dalle acque dal fango

di questo tempo senza onore

che ti trascura

e dalle zampette silenziose

del tarlo traditore

divoratore.

 

 

24

Libro che sfoglio libro fra le dita

pagine e pagine corrono serene

come le nubi bianche sulla pianura padana

inseguite dal vento insigne generoso delle colline.

Libro mio conservati

per gli anni futuri

libro miele libro farfalla

libro orango ma non libro di fango

libro della mia vita

sopravvissuto ai secoli più duri

non lasciarti sopraffare non piegare il capo

servo non diventare.

Fischia la tua canzone.

 

 

25

Venticinquesima poesia per un libro viaggiatore

accompagnato da una giusta invettiva

contro l’orma di un tarlo traditore.

Ho soffiato la polvere dal risguardo

lucidato il dorso con un panno sottile

per l’ultima volta ho sfogliato le carte

con dita leggere che appena sfioravano

volgendole in fiori.

E nessun nemico ho riscontrato.

Come acqua di pozzo antico limpido scorri

sei simile alla vita che è ancora giovane

sei una foglia caduta ai miei piedi

poi raccolta salvata.

Albero della foresta pagina ripartita

fra sorpresa e delirio

martirio e festa.

 

 

26

Per un libro ritrovato dal tarlo divorato.

 

Ti identifico lupo di montagna

vergognoso di zecche incerto sulle zampe

ignorante e scarno lettore

lubrico addentatore.

E tu, libro che sfoglio leggero

libro con un profondo pensiero

libro con la polvere sul dorso

libro deposto per il momento sul tavolo fra

tazza e bicchiere

nelle tue pagine il silenzio si spacca

per la rabbia ghiacciata del tuo autore

– mistero solitario notturno.

Nessun altro come te si eguaglia

alle virtù ambigue di paradiso e inferno;

libro che scalpiti contro la violenza dell’uomo

sempre alla ricerca di ombre perdute

fra le alte maree.

Ti conservo nello scaffale

come lo scheletro dell’aquila

precipitata in volo con l’ala ferita

e raccolta dalle mie mani che non hanno paura.

Pietose mani di un solitario camminatore.

 

 

27

Ti ho visto e perduto

al lume di candela

la luce arrossava le pagine

bruciandole leggendole ma

non sfiorava il tarlo astuto

gran danzatore di tango e

stupratore.

Egli si defilava fuori dalla mischia

sazio di carta di un antico poeta dimenticato

e si distendeva su un prato.

 

 

28

C’è gran disastro in giro.

La biblioteca di Alessandria ha preso fuoco.

No, non è un giuoco davvero

neanche è un sogno o un cattivo pensiero

perché il fuoco e non il cielo

è entrato in una stanza.

Poi con un fax mi avverte Antonia

che ha preso fuoco

ieri in un’ora verso sera

anche la biblioteca a Babilonia

bombardata dagli americani vincitori

e anche lì l’uomo

è entrato col fuoco in una stanza

con la forza del tuono.

Oggi è martedì

quale altra biblioteca brucerà

prima di venerdì?

Quale altro danno arriverà

giovedì o venerdì

a segnare dei libri il destino?

Prima erano spaventati dai topi

adesso rimasti in pochi corrono

inseguiti ancora dal fuoco.

 

 

29

Ma chi se ne frega

se il fuoco mangia i libri

di una vecchia biblioteca?

Come dopo il lavoro della sega su un tronco

resta per terra cenere di legno

che il vento soffierà via prima di sera.

Le fiamme hanno i denti come il tarlo

e quando arrivano a masticare

i fogli del Cinquecento

c’è solo da filare.

Ma come può una biblioteca

di vecchi libri scappare?

Aggredita alle spalle dal fuoco è condannata

perché una biblioteca non è addestrata

a combattere contro il fuoco.

Occorre poco per farle male.

Essa crede che il fuoco sia un giuoco.

 

 

30

Come si chiude una libreria

quando il libraio vecchio stanco muore?

Bruciando i libri

vendendo i libri

mangiando i libri

strappando i libri

dimenticando i libri

nella polvere della lotta greco-romana per la vita

ascoltando i libri camminare per la strada

investendoli di male parole

plagiandoli con segni segreti

non concedendo nulla al caso

non lasciandosi intimorire dal loro vocìo

buttandoli in un campo per farli morire

poi via sgommando con l’automobile

perché il libro piangente

corre nella polvere

come fa il cane in una domenica d’agosto?

La libreria chiusa e venduta

non ha posto per la malinconia

è una caverna senza voli

e gli scaffali vuoti aspettano la spada

di un angelo vendicatore.

I libri ascoltano le ore passare

prima del delirio dell’alba.

 

 

31

Non la rovina della pietra

ma la cenere del libro –

il libro è corpo e anima che si consumano

e si estinguono

come il corpo dell’uomo lungamente

patito e desiderato –

il fuoco lo brucia cantando

perché la vittoria sopra il tarlo killer mistificatore

lo esalta.

L’uomo è il libro che si compone nel fuoco

l’uomo e il libro nel fuoco sono compagni

parlano della comune avventura

parlano prima del distacco

la cenere è leggera leggera nell’aria

l’occhio dell’uomo la raccoglie e si quieta

per un momento.

La parola del libro è divorata

da implacabili fiamme. Eppure

non sopravviene l’oblio

la memoria non si cancella

la storia delle cose incombe ancora

con l’elenco di nomi

e di fatti accaduti, delle piccole glorie

delle sconfitte terribili.

Questo fa fuggire gli spiriti del male

annidati fra le pieghe dei fogli

dentro le legature solenni

intenti a scalzare verbo dopo verbo

la verità delle parole.

Il fuoco dell’invettiva li stana li seduce li annienta.

Anch’io lettore sono nient’altro che un cavaliere

solitario in battaglia

contro il tarlo della tavola rotonda.

 

 

32

Cosa scrivi tarlo maledetto

seduto sopra il letto

cosa scrivi tarlo di poche canzoni?

Accovacciato al suolo scrivi

le tue memorie di mariuolo?

Memorie di stupratore

ladro di parole scrostate dal muro

mentre erano lacrime e sangue per lo stampatore

che ha vegliato alla notte?

Lacerare l’incubo insensato

riportare l’occhio all’occhio

la mente alla mente

non lasciare niente da parte niente di intentato

ma non mescolare le carte.

Lasciare libera la scrittura

finché dura il mondo.

Perché sia tempesta e assalto per ogni avventura.

 

 

33

Trascinerò nel fuoco i libri con me

trascinerò nel fuoco i miei libri?

Fra le fiamme trascinerò anche il tarlo maledetto

per consegnarlo pavido a secoli senza fine.

Chi avrà tenuto conto con rispetto

fra i libri

delle occasioni di domanda risposta

e di dare e avere

negli anni a venire sentirà qualcuno

dire grazie grazie per il salvataggio

di opere appena stampate o vive da secoli.

Immergersi nel mare delle pagine.

Le sale dei libri nelle notti d’inverno

nelle abbazie fra alti alberi di castagno

col vento amico al topo e al tarlo

e il vecchio frate al lume di candela

dice meglio bruciare insieme

che tremando di freddo essere dimenticato.

 

 

34

Nelle biblioteche le sere d’inverno

il deserto è un deserto

si sentono i topi ballare antiche canzoni

i tarli parlare quieti

mentre affondano i denti per arrivare al cuore

del sapere

nei libri esterrefatti

appena sfiorati dai secoli.

Per il tarlo il tempo non ha fretta, è scaltro il tarlo

la sua degustazione paziente

giorno per giorno lo fa diventare sapiente.

 

 

35

Mi offendi tarlo di poche parole

perché ferisci uccidi esplori il tomo

fermo da secoli vicino alla finestra

e da lì vede i coppi di Bologna coperti di neve

e sente piangere il topo che ha fame di vendetta

per l’assurda vicenda di questo silenzio

senza pace.

Hanno anche serrato il portone

se il libro vuol correre via

per cercare altro cielo

così non gli resta che aspettare

la mano del frate cercatore.

 

 

36

Tarlo devastatore

killer di periferia urbana

tieni lontana la tua mascella

da questa biblioteca emiliana

dove riposa in uno scaffale

un esemplare del primo Battaglini da me amato.

Non sfiorarlo nemmeno

con il veleno della tua mascella avida

io starò all’erta per incenerirti.

Pietà l’è morta e tu sarai dannato.

Non credere di irretirmi perché son vecchio

tarlo malcreato

tarlaccio zoppo d’un piede

ignorante di poesia, indifferente.

Ti annego come fosse niente

dentro all’acqua d’un secchio.

 

 

37

Libro fuggente per monti e foreste

libro che ansando ritorni siedi

a una finestra e guardi il mondo.

Invece io vedo un tarlo fuggito da un Calepino

strisciare per un gradino

mentre fuori nel giardino dove è sera è primavera.

Inutilmente corre via

lo inseguirò sempre anche

nascosto nel legno di una rilegatura

il suo destino è segnato

finirò per schiacciarlo col piede

come un verme appestato

anzi no farò in modo

che muoia di fame come il conte Ugolino.

 

 

38

Sul libro sto

lo consumo un po’ in silenzio

impallidisce all’empito dei miei occhi

chiede cauto pietà

vuole dormire riposare non parlare

è un giorno d’aprile

spegni la luce dei tuoi occhi dice

una pena per me oggetto disarmato

impolverato

ferito dal tarlo pellegrino

che si nasconde

fra la foresta di pagine dell’ultimo quartino.

 

 

39

Ma quante persone generose

scrivono libri generosi

leggono libri generosi;

e quanti viaggi su mari perigliosi

dette scritture o letture comportano

al fine di rendere la nostra vita meno amara

se non un giardino di delizie.

Ogni pagina un fulmine

ogni parola un lampo

le pagine frusciano per inseguire il vento di marzo

che non dà scampo

quando si risveglia fra gli orsi del nord

per passeggiare poi su un prato

di Atene o di Roma.

Via la neve e primavera risuona.

Il tarlo in tali occasioni è un pellegrino

mal sopportato

e con un nero destino.

 

 

40

Si sente i libri addosso lo studioso

solitario nel salone della biblioteca all’inverno

ma non li può allontanare non li può masticare

li deve solo ascoltare.

Non leggere.

Ascoltare.

E quando i libri parlano

volano come farfalle impaurite nelle stanze

e calano sulle spalle dell’uomo seduto

per riposare.

Per parlare e per chiedere aiuto.

Loro e lui. Nessun altro.

 

 

41

Il tarlo striscia, il tarlo dà battaglia

il tarlo si nasconde

il tarlo è un assassino di parole.

Gli voglio togliere il sole.

 

 

42

Notizie di un libro in 4° e carta forte

stato ferito a morte

da un chiodo malandrino

da un chiodo maledetto

nascosto come il destino

sotto il letto.

 

 

43

Puoi pure citofonare tarlo della malora

per salire a visitare i libri

della mia biblioteca

ancora una volta.

Ma anche oggi l’aggressione andrà perduta

perché i volumi sono all’erta

come una pattuglia seduta

sull’erba del campo di battaglia.

Anche lì muore chi sbaglia.

E tu tarlo ambiguo infame

resterai deserto di carta e di pane.

 

 

44

Il libro che parte sempre per le Americhe

saluta:

addio patria di polvere e di conventi

addio donzellette senza vizi

odore di pizza per le strade piene di curve

e voci alle finestre in sere profumate con malizia

parto e non torno ma conserverò

sempre memoria della patria.

 

 

45

Libri nessuno più li vuole

cadono i libri come foglie al sole

insieme agli uomini sperduti

da una guerra terribile delle parole.

Anche la città di Bologna si autodistrugge

rifugiandosi dentro un quadro antico

per cercare le origini e la fonte

ma nessuno vuole entrare nelle biblioteche severe,

restare a guardare la tivù dà più gusto

dicono.

 

 

46

Il tomo del Ramusio

dall’alto dello scaffale

occhieggia da molti giorni

russa di notte come un maiale

quando si sveglia vuole

balzarmi sulla schiena

precipitarmi addosso

fracassarmi anche un osso.

Il tomo mi vuole male

digrigna i denti sospira

impreca e si lamenta

perché non l’ho venduto in Giappone

o alla biblioteca di Argenta.

 

 

47

Cosa credi? Non vedi

il libro che beve il vino

il vino della tua cantina

mentre la nebbia dura

cala sulla pianura.

La pianura padana.

Invece ad acqua e polenta dovrebbe cenare

il libro maledetto

così annotato e sconnesso

dall’umido le pagine lordate

mentre nella cella un frate

ossessionato dalla solitudine

adagio getta nel fuoco

le pagine strappate.

 

 

48

Non sono più giovane e lo so

i libri non sono quei tali gattoni che

non bevendo non mangiando non dormendo

saggi tranquilli pazienti negli scaffali notturni

restando

elargiscono solo oneste emozioni e salutari

ammonizioni

ma sanno ferire a fondo con la spada

e non lasciare scampo.

È un lampo e il buon lettore resta fulminato.

 

 

49

Addio libro falco libro gazzella o aquila che voli

verso una terra lontana

con abito di Arlecchino e con una corda al collo

per impiccarti al primo albero se mai

appena arrivato ti prende nostalgia e non sai

come ritornare.

 

 

50

Ehi, ehi, come nasce il libro

come scompare un libro? Questo

è un assillo vero.

Addio, è notte. Non c’è risposta. Il cielo

è nero. La

notte è un mistero.

 

 

51

Affondare in un libro a cosa ti è servito

tarlo ballerino

vecchietto ottuso e sazio?

A quel bambino è servito

diventato poi maestro di scienza

o uomo di governo.

Tu non sei eterno

tarlo disadorno e oscuro,

anche se trituri le mille pagine del tomo

è come tu grattassi il muro del futuro.

 

 

52

Il libro rosso di sangue respira forte

il libro dice sono ferito a morte

ma non voglio morire

una città mi aspetta

perché vuole ascoltare la mia voce

nelle biblioteche severe o nelle strade d’asfalto.

Ho fretta di correre là, di parlare,

qua inchiodato a terra non voglio restare.

Aiutami – dice il libro – aiutami

e ti racconterò una storia mai ascoltata

con parole d’oro

che durano una giornata.

O una vita.

 

 

53

Il libro caduto lo raccolgo

sul palmo della mano

lo curo come un cane

lo accarezzo come un gatto

lo bacio sulle ali quasi fosse colomba

rinvenuta sul prato

o come fosse fatto

di pane.

 

 

54

Giuseppe Rossetti

entomologo di libri

li rincorre con la rete

li imprigiona come farfalle

è leggero leggero quando li tocca

soffia la polvere come un sospiro

con un chiodo li trafigge sopra il legno

accarezzandoli poi con parole d’amore.

Frammenti di un naufragio

restano fermi ad ascoltare

il furore del mondo

in silenzio.

 

 

55

Il libro è viaggiatore

sopra gli oceani profondi non si ferma mai

segue la luce dei pesci risale

fin dove un astronauta abbandonato impazzito

nel buio dell’infinito

straccia fogli bianchi li fa nevicare e

chiede aiuto.

Solo la voce di questo libro lo può salvare

la sua parola è una vela per non

farlo precipitare.

 

 

56

I libri pellegrini

viandanti nella foresta dei segni

li raccolgo per terra

fra le foglie.

Cadono dagli alberi anche gli uomini travolti

da una guerra senza parole

e Bologna città dalle molte vite

si rifugia fra le pagine rosseggianti

ricerca ancora le sue origini

ascolta il lamento delle parole.

 

 

57

I libri compagni del fuoco.

Tutti i libri sono scritti

per essere poi distrutti dal fuoco.

Ricordo l’alone della pagina che brucia

e come annera scompare urlando la

parola stampata

ricordare come diventa cenere bianca

l’urlo dell’uomo

che ha scritto pensieri con mano nervosa e poi

la discesa nel buio senza tempo

di una tomba etrusca e

quante voci risa prima del fuoco e scritture veloci

lasciando sul tavolo coperto di polvere

segni di mistero

che nessuno leggerà.

Silenzio.

Destino di questa età.

 

 

58

La luna era tra i libri adagiata

ripiena splendeva e sopita ristava

il libro librone quieto dormiva

– ronfava.

 

 

59

Il libro affranto

quello percorso da un grande dolore

buttato dal bibliofilo in un canto

perché era finito l’amore

è come un cane fedele

abbandonato di notte

sotto la pioggia cadente

in una strada deserta

di una città sperduta

che si aggira sperduto fra la gente.

 

 

60

Libraccio

non godere troppo della tua avventura

sei vanitoso

d’altro non hai cura

che di una fama improbabile futura.

Perché oggi ti spedisco lontano

in terre dove l’inverno dura un anno

primavera un sogno.

Ricoperto di gelo

sognerai spero il convento emiliano

in cui per secoli hai vissuto

senza bisogno di chiedere aiuto

anzi eri gratificato e custodito.

Così non muovo un dito

per trattenerti.

Va’ pure a brucare erba altrove.

Qua oggi piove.

 

 

61

La sedia è lì

lo scaffale pieno

la luce esalta

il rosso riverbero dell’attesa. E via

per sfogliare leggere imparare

fantasticare errare prorompere guardare

nel fondo delle riflessioni.

La terra è come

spaccata in due.

I libri sono nel mezzo.

 

 

62

Porto libri a mano

legati a pile con lo spago bianco

pacchi squadrati rifiniti con cura

pesano molto e sono stanco ma

non ho paura della mia età.

Elargiranno lo so consolazione

anche passando da questo a quello

come cani pazienti

che non hanno paura della pioggia.

I benefici al padrone

dureranno non un anno

ma per una strada infinita.

 

 

63

Addio libretto ilare e gaudente

giovinezza del mondo

trapassando onde di mare

arrivi a luci splendide e rare

e porti l’odore della neve

del tuo del mio paese.

Ma senza polvere addosso chi crederà

che vieni da così lontano?

Dal paese un tempo dei limoni?

Sei un viaggiatore strano.

 

 

64

Libro forte e gentile che parti,

addio, sul dorso dei delfini

arriverai a un porto di giovani uomini

e donne che

tregua non daranno per sete di sapere.

Ma sarai sfogliato con dolcezza cortese

al lume di candele nelle sere

d’inverno. Che è vicino.

 

 

65

Dal libro di memorie di uno straziato esilio

tenti di uscire tarlo luciferino

velocemente

ferito a morte dalla parola esubero

su cui come su un albero assestato

raspi la luce risucchi il suo incanto

polla ingrommata d’erbe aspre severe

fatica nelle celle di conventi

perduti su montagne senza nome.

Così i monaci presi da furori

sbarravano le porte

contro i tarli avidi divoratori.

 

 

66

Era così lindo il libro prima di essere letto,

bello a guardarlo, a toccarlo,

così liscio e puro;

dopo era come un cane assalito

aggredito dai lupi,

sanguinante, ansimante, ma ancora

ringhiante e ben ritto

sulle zampe. Sui piedi.

Pieno di segni (il libro) come di ferite (il cane)

come il soldato (l’uomo) sul campo di battaglia.

Un libro ancora vivo non sta zitto

anche se offeso

da cento fori di mitraglia.

O ferito a morte.

 

 

67

Una sola ragazza che studia

nella grande biblioteca deserta

un lume verde acceso

il silenzio è totale.

Un topo mingherlino

procede lentamente

in cerca di compagnia.

 

 

68

Sommersi dalla carta

sembra d’impazzire. Alle volte.

può succedere anche

di accendere il fuoco o di amare i libri di meno.

Le parole mosche si allontanano allora

come un veleno

lanciato via da un bicchiere di cristallo

volando negli occhi prima di diventare cenere

e spegnersi nell’acqua. Così, per sempre.

Assistevo di volta in volta al rito

e ho ancora la pazienza di aspettare.

 

 

69

Nessuno s’alzi se

il libro va lontano navigando

verso paesi ghiacciati oppure se

i delfini lo portano sul dorso

intonando brevi canzoni.

Parlano fra di loro i delfini e nuotano

i libri ascoltano infreddoliti

per l’acqua che s’alza e grida

con qualche preoccupazione

e chiede grazia agli dei.

Arrivati al porto prima dell’alba

i libri talvolta gocciano sangue

e temono per il futuro

mentre ansimando come pesci appena pescati

s’alzano e gridano e invocano pietà.

 

 

70

Adesso che vado a finire

vi saluto addio

libri libretti miei. Cari adorati. Io

non ho altri amici che voi

veri sinceri.

Quanti anni insieme

in un silenzio di opere garbate

bastava che allungassi la mano

e suoni s’alzavano di liete campane

nonché quel bisbigliare notturno

che da solo potevo ascoltare. Addio

per adesso non vi abbandono lo giuro

non vi abbandono affatto

sotto le unghie del gatto.

 

 

 

 

 

Venerdì, 30 Agosto 2013 18:05

Il grande circo Barnum dell’informazione

Sono molto contento, perché all’incontro dichiarato e confermato delle grandi masse comuniste, socialiste e cattoliche si può realisticamente (cioè politicamente) aggiungere, dopo la valutazione di questa elezione, la conferma straordinaria della lunga marcia del Sud verso il socialismo; che sta travolgendo le sacche millenarie di arretratezza, parziale rassegnazione, grande miseria, corruzione ai vertici, che l’incatenavano. Con un risultato di eccezionale tensione per l’immediato futuro. Questo secondo elemento, di fondo non mi sembra sia stato sufficientemente annotato dai commentatori, preoccupati piuttosto di elargire diagnosi nevroticamente negative o umorali, inquiete o incerte. A dimostrazione di una certa “fragilità” emotiva, non sempre riconoscibile e non sempre utilizzabile, dell’intellighentia “radicale”, che dimentica a volte, a lume di candela di una sofisticazione troppo raffinata e notturna, che la politica – e l’azione politica – è fatta di conferme non di miracoli; né tantomeno dei sogni della ragione, che hanno prati diversi.

D’altro canto è appena il caso di dire che sono scontento perché è mancato il terzo obiettivo, che era quello di grattar via smalto all’arroganza democristiana e ai suoi onnivori e odiosi baroni; ma questo pachiderma, divincolandosi, ha compiuto l’ultimo atto di antropofagia politica; divorando freneticamente, per riprendere ancora un po’ di forza, la carne e il sangue residuo dei parenti più prossimi e coinvitando al banchetto branchi sparsi di corvi. Ma ormai nel frigo altra carne non c’è e dovrà d’ora innanzi accontentarsi dell’aria, o del grasso che ha addosso; e di fare i suoi canti allo specchio. Un primo rendiconto è compiuto, un altro è abbastanza vicino.

Esibito questo semplice sfogo, il mio parere è che abbiamo assistito, nella radiocronaca delle quarantotto ore dopo le elezioni, al più completo esempio, mai fin qui giostrato e gestito da noi, della utilizzazione manomessa della comunicazione (mentre in tante altre occasioni e situazioni si dà e si può dare una manomissione e basta). Ventiquattro ore su ventiquattro, nel grande circo della radiocronaca e della telecronaca allestito ad uso e consumo degli italiani come uno straordinario spettacolo della ideologia consumistica (vorrei dire meglio: della ideologia consumata), siamo stati aggrediti, frustati da una valanga di cifre, percentuali, schemi, schemini, schemoni, rimandi, anticipazioni, previsioni e altri elementi galoppanti da potersi paragonare sul piano psicologico a un autentico terremoto, a una sadica prevaricazione. Dove il gusto troppo sfacciato del giuoco e dello spettacolo era inquinato dal veleno dell’interesse dichiarato e dall’astuzia di una ragione di parte. Con una sovrapposizione dei due canali, in un’orgia univoca a cui mancava solo il colore (e poi si era difilati al Carnevale di Rio).

La difesa? Quella di spegnere il televisore e riaccenderlo alle ore 11 per ascoltare i quindici minuti essenziali, sintetici nella loro esemplarità e lineari, ma soprattutto completi, della televisione elvetica. Senza i fronzoli omeopatici della nostrana retorica statistica. Invece abbiamo avuto un ulteriore e finalmente macroscopico esempio non di una “totalità” informativa che serve, con lo scrupolo di una informazione “questa” veramente funzionale; ma di una ridda caotica e opprimente di interventi e dati ripetuti fino allo spasimo o alla noia. Ci siamo sorbiti l’esibizione ancora una volta arrogante di un efficientismo “faraonico” e di una “possibilità” (non dico nemmeno “capacità”) organizzativa tale da potere liberamente scegliere il come e il quando per sedurre (opprimendo) e soddisfare una richiesta di elementi che, al fondo, era genuina e legittima: ma che veniva distribuita nascondendo sempre il vecchio puzzo di comunicazione “corrotta”. Certamente; anche se rovesciava il suo abito da lavoro; infatti per l’occasione non selezionava censurando, ma filtrava aggiungendo, ed era come mettere acido in un pubblico acquedotto.

Non si potrà almeno dire (d’accordo o in disaccordo) che faccio il furbo dopo aver visto le cose. Con monotonia, in passato, ho più volte accennato alla comunicazione ingorgata o da ingorgo e mi riferivo appunto alle ultime scelte totalizzanti di questo tipo: alle novità esemplari come quelle messe in atto dal nostro Ente televisivo nei giorni 21 e 22 di giugno. Detto Ente fino a poco fa censurava, falsava, nascondeva, mescolava (tanto gli italiani sono coglioni, sosteneva pubblicamente il gran capo a mezzadria, di detta istituzione). Adesso l’Ente ha fatto le grandi pulizie col Lauril e sembra avere una faccia più sgrassata. Dico che a mio parere bisogna non crederci: che bisogna badare bene, invece, a cosa ascoltare, come ascoltare e anche quando ascoltare, soprattutto che non bisogna lasciarsi irretire o convincere dalle lucciole (false, in quanto quelle vere e magari rasserenanti, come affermava Pasolini, non ci sono già più). Oggi, mercoledì 23, dalla mattina alla sera, con intermezzi musicali, otto grossi e grandi dibattiti compiuti dai cervelli selezionati secondo competenze spiegheranno dunque il come, il quando e il perché. Vediamo dunque che tutti sono stati interpellati, tutti sono stati domandati, tutti sono stati richiesti; e che adesso ci vengono rovesciate addosso tonnellate di parole, parole, parole come fossero pop-corn; e frasi, frasi, frasi come gomma da masticare e da sputare: con contorno di altri giudizi e di mille malizie colorate. Affogheremo sul serio nell’apparente liberalismo dell’informazione, che si mostrerà soltanto alla fine un viscido terreno di sabbie mobili. L’eccesso di informazione rende i dati proposti assolutamente inutilizzabili se non da quelli stessi che propongono la comunicazione ingorgata; in quanto dispongono, loro soli, della tecnologia raffinata – e occorrente – per ogni possibile selezione e previsione. È il secondo o terzo momento della sudditanza “culturale”; cediamo alle sabbie mobili del troppo come ieri si gelava fra i ghiacci del poco. C’è una omologia pertinente, fra i due momenti, senza intersecazione. Dove sta la vera e giusta informazione? Rispondo per me: nel modo giusto della comunicazione; equilibrato, oggettivo, essenziale. Là dove c’è un frastuono decorativo l’inganno è imminente oppure già consumato.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 25 giugno 1976.

 

 

 

Venerdì, 30 Agosto 2013 16:15

Gli ultimi cento metri

Siamo al “rush” finale, mancano cento metri al traguardo. Ma questa corsa non è come le altre, non è lineare; molti fantini, lo vediamo, anziché sferzare i cavalli (e neanche i cavalli si dovrebbero sferzare) usano la frusta addirittura per staffilare il volto e la schiena degli avversari. Sì, certamente il premio è importante; non è una coppa d’oro e nemmeno una grossa somma di denaro (perché il denaro qua in Italia lo si ruba; quasi sempre, ad ogni angolo con facilità; basta, quasi sempre, avere il potere ufficiale e il potere del sottogoverno aggressivo); oggi si corre per dare un governo che governi, un governo efficace efficiente e organico – cioè non solo con propositi “scritti” e con idee dichiarate ma con i fatti compiuti – a questa Italia che ha diritto a respirare e a lavorare, dopo aver retto un mare forza nove per anni e anni, dentro a una continua tempesta suscitata e alimentata dal disinteresse per il bene e l’utilità pubblica e al contrario dall’interesse privato di una manica di faccendieri della politica. Siamo tutti convinti che non basteranno i decenni a cancellare i guasti compiuti da codesti razziatori di pianura.

Poiché stiamo tirando le somme, ricapitoliamone in due parole alcuni – a perpetua memoria. Intere e nobili città sventrate e sconvolte, quasi bombardate per l’incuria dell’ignoranza e dell’interesse e poi coperte da una lava di cemento ad uso esclusivo degli speculatori; le banche pubbliche e ogni altro genere di finanziamento gestiti non come un servizio sociale ma come il vaso di Pandora al servizio di ogni corruzione, oppressione, intrigo; la scuola lasciata di proposito a macerarsi e a ricercarsi in mezzo a fili di cento contraddizioni, con una scelta di acuta perfidia tattica; e in generale mai una legge applicata con tempestività, mai una azione rinnovata o controllata secondo le richieste e le speranze, mai un’iniziativa di governo, una che una, studiata, discussa e realmente applicata e poi difesa per volontà di servire i cittadini.

Il giusto e il dovuto lo abbiamo sempre strappato, quando è stato possibile, a spizzichi e a bocconi; le pensioni al popolo assegnate con indifferenza offensiva dopo anni di attesa; le pratiche del pubblico inevase o addirittura smarrite nei menadri di una farraginoa burocrazia; gli ospedali mal gestiti, indebitati fino al collo, caotici, spesse volte nel nostro Mezzogiorno addirittura indecenti: infine, sull’onda, uomini che ci ossessionano da trenta anni, inamovibili sul cadreghino dei comandi; uomini per tutte le stagioni e per tutte le botteghe, ora saltabeccanti a destra, ora al centro, ora a sinistra, con una grossolana regia negli scambi di situazioni e di ruoli ma tutti con l’obiettivo univoco di confluire nel punto dovuto, al dovuto comando, per il comune impegno.

Prototipo di questa ubiquità e di questa ambiguità senza frontiere, a mio giudizio, Aldo Moro, che è un gran signore di ogni affossamento e il regista dei rapidi sonni, là dove sarebbe richiesta velocità di intendimento e volontà politica di fare e realizzare. Credere alla sua volontà riformatrice mi sembrerebbe volersi votare al definitivo sconforto.

Speriamo di spazzar via cose e persone, pensieri non compiuti e azioni sempre rimandate e ormai imputridite; di spazzarli con l’arma democratica del voto caricato di una straordinaria volontà popolare per una urgente e generale opera di ripulitura nazionale e d’avvio di una nuova epoca di gestione delle cose pubbliche.

Con la barba bianca, non ci aspettiamo certo miracoli dopo pochi giorni; o che si entri difilato nel paese di Bengodi o di Alice. O di Lenin. Sarà dura, comunque, e piena di difficoltà l’opera che ci attende. L’avversario è perfido, non cede il potere e tenterà di scaricare addosso alla sinistra storica tutti i suoi trentennali errori e le sue trentennali vergogne, ritenendosi pulito e pronto per passare anche a una opposizione ufficiale. Dovrà invece sudare le sette camicie; dovrà essere chiamato di volta in volta a render conto azione per azione, particolare per particolare; non dovrà neppure immaginare che si cancelli il suo obbligo di “pagare”, di fronte all’opinione pubblica, quale che sia il risultato.

Detto questo, per un dovere di riepilogo in queste ore, e nella fatica di un impegno che comunque tutti dovranno affrontare, quello che immediatamente ci aspetta è di buttare sul piatto la pronta decisione a fare, l’abitudine di operare in generale e in particolare con concreta insistenza e obiettività; di operare con intelligenza nuova e attenta (per rispondere all’ottusità greve e interessata degli altri); con onestà assoluta e militante (per rovesciare ogni immagine delle continue ribalderie compiute in ogni dove); con dedizione assoluta, con insistenza nei propositi e nelle idee, con il più assoluto disinteresse. Proprio come fosse ancora un tempo di lotta. Una lotta con mille sacrifici, con mille bisogni. Ma questa volta, a coronare un impegno reciproco durato oltre cento anni, ci saranno le grandi masse popolari unite (comuniste, socialiste, cattoliche), non più opposte dall’odio o dal sospetto teologico (secondo le spinte reazionarie dei gestori diretti del potere); invece unite nel proposito di raggiungere una giustizia sociale che ridia senso autentico alla vita e la rinnovi dall’interno. Più che si può, e per sempre.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 18 giugno 1976.

 

 

 

Venerdì, 30 Agosto 2013 13:56

Prima e dopo

Una premessa che è necessario ripetere. In questi giorni ci troviamo nel mezzo degli ultimi atti di una strategia che ha sconvolto la faccia italiana dal ’69. La nostra democrazia sempre risicata, la nostra libertà di vivere e voler vivere liberi e onesti, la nostra libertà di pensare e di agire con tutti e per tutti (per quel vero progresso che coinvolga soprattutto i giovani) si giuocano in questa ultima settimana. Sappiamo da tempo che si vuole sradicare in ogni modo il progresso della sinistra storica, ricorrendo a qualsiasi atto di guerra. Dipenderà perciò soltanto da tutti i democratici autentici se lo schema torbido sarà spaccato per sempre; ma intanto occorre tenere i nervi saldi e mantenere immediatezza di convinzioni nell’esame spicciolo della realtà; e specialmente una responsabile convinta precisa dura unità di propositi e di obiettivi. Adesso vorrei far notare alcuni momenti “comunicativi” della propaganda politica in atto. E proprio perché è “infame” avvenimento politico di questi giorni, rimando alla esecuzione del magistrato genovese e dei due agenti che lo accompagnavano; rifacendomi ai giornali e ai telegiornali (sì, anche a una TV che in questi ultimi tempi abbiamo sentito definire riformata, con un giudizio precipitoso e interessato ma sempre scorretto).

 

Gioco sottile e allusioni

 

Due sono gli elementi che colpiscono, seguendo questa informazione: la sempre rinnovata e criminale accettazione, da parte di molti settori, dell’atto terroristico come di un atto che coinvolge tutta la sinistra, e questo in un gioco sottile di allusioni, rimandi, sottintesi (mentre tale ipotesi dovrebbe essere contraddetta da tutte le vicende che hanno tartassato l’Italia negli ultimi sette anni); e – secondo elemento – la massa, cioè la quantità delle notizie e delle informazioni buttate addosso al pubblico anche in merito a questo orribile episodio che ha turbato tutti.

Procedo con ordine, facendo riferimento al primo degli elementi sopraindicati. Una rigorosa pratica politica, l’impegno militante di ogni giorno e per tanti anni, le conclusioni di prolungati approfonditi dibattiti (sempre rese pubbliche, e nei luoghi di potere gestito anche realizzate) dovrebbero portare a considerare la sinistra storica – con un atto sia pure di semplice onestà intellettuale – contraria realisticamente e intellettualmente a pratiche che si possono considerare solo nel senso di una autentica provocazione. Eppure, ogni volta che si compiono queste orge di basso banditismo, ci si vede costretti a richiamare le situazioni e i contenuti reali dentro i quali si muove la azione della sinistra (un’azione coerente, faticosamente conquistata con l’impegno costante pratico e intellettuale) per ribadire l’autenticità delle scelte in ordine alla prassi che sono ormai norme metodologiche di comune riscontro. Perciò la scialba manfrina di coinvolgere la sinistra storica in ogni violenza ebbra è essa stessa atto deliberato di terrorismo politico; che non meriterebbe commento se non fosse che tanti, onestamente sbalestrati dalle contraddizioni, hanno la sola TV per informatrice diretta e magari un giornale di petroliere come tramite scritto dalla tragica realtà.

 

La realtà “inventata”

 

Sul punto secondo, cioè sulla cascata di notizie minute, di testimonianze stravolte, i dati buttati sopra dati, vorrei rifarmi a un discorso semplice ma generale e con un addentellato al passato. Magari parecchi queste cose le sanno e le ricordano; ma parlerei a quelli che non le sanno ancora, a quelli che le hanno dimenticate o che le ritengono inserite in un problema non così importante, o non più importante. È proprio la situazione attuale che ci offre gli elementi immediati e ci suggerisce di fare. Nazismo e fascismo (in generale, esemplificando) usarono due comunicazioni non complementari, non certamente univoche ma, al contrario, di piano e grado diversi. Il nazismo programmando una violenza pianificata e massificata senza scrupoli gestiva la comunicazione con “questa” stessa violenza; era indifferente a ogni verità; usava la falsificazione diretta come metodo e pressione, incurante delle contrapposizioni che d’altra parte non erano più possibili in quanto l’opposizione era stata annientata e pertanto non si richiederà o non si tollerava più, nello scontro terribile del potere, alcuna apertura o alcuna concessione. La realtà era semplicemente “inventata” secondo schemi e interessi: ricodificata e ridistribuita con brutalità: l’assimilazione di questa comunicazione avveniva in modo diretto, senza rigetto, senza traumi, con una indifferenza passiva. Come una doverosa accettazione. A parte naturalmente i casi atipici di una opposizione politica costretta alla clandestinità e sfuggita allo sterminio.

Il fascismo disponeva di una situazione diversa e usava una diversa metodologia. Usava non una comunicazione di contraddizione globale ma una comunicazione reticente (come ho annotato anche in altre occasioni); modificava la verità la alterava parzialmente lasciandone dentro un boccone. Operava una correzione all’interno o al margine delle notizie largite. Non usava come sistema prescelto il rovesciamento della verità, la sostituzione di una verità con l’altra; usava la sovrapposizione, in modo che la verità lasciata e il suo contrario tutto elaborato si annullassero vicendevolmente. La perfidia era maggiore in questa comunicazione e forse anche più astuta.

 

Il ricatto periodico

 

Dunque: negazione della verità e invenzione globale della falsa notizia nel primo caso; reticenza, manomissione greve o cauta o rabbiosa, sovrapposizione attenta nel caso secondo. E sono due antecedenti. Nell’età tragica e nuova che viviamo, in questi anni della comunicazione per immagini, annotiamo il terzo modo scelto da questo potere per comunicare. Intanto non sarebbe più possibile compiere la negazione della verità e neppure proporre come metodo la reticenza, e questo per ragioni obiettive (i canali d’informazione sono tanti che sarebbe sempre facile documentarsi e completarsi altrove, sia pure con ricerca e qualche fatica).

Il terzo modo che tutti conosciamo e “patiamo” con una ossessione traumatica, è l’ingorgo della comunicazione; è rappresentato dalla massa di dati e annotazioni su tutti gli avvenimenti, con una caterva di particolari, di contraddizioni fornite come ricerca del vero, di sovrapposizioni schematiche e di episodi eccentrici – che debbono produrre l’effetto e il solo effetto desiderato: il parossismo moralistico dell’ascoltatore, del lettore e del teleutente; il qualunquismo affrettato, la rilassatezza indifferente. A questo risultato tende la comunicazione del potere, o il potere della comunicazione – con il proliferante calderone delle conclamate libertà di stampa. Lo abbiamo visto nei giorni tragici del terremoto friulano, con le lacrime a fiumi, lacrime subito risicate o risecchite e ora accantonate. Parliamo descriviamo inseguiamo adesso la truce vicenda di tre uomini ammazzati ma con il rumoroso suono concertato di mille parole e di centomila immagini. Cosa capiamo fino in fondo della verità? I poveri corpi in terra li vediamo, con i fori dei proiettili speculati in ogni particolare, poi le armi e i bossoli le ascendenze e discendenze dei caduti e i loro collegamenti privati; un racimolo di tutto in una terrificante orgia di colore. Ma cosa sappiamo fino in fondo della verità? Basta però la manifestazione unitaria di piazza del popolo genovese a chiarire termini e ragioni. A proporre una verità autentica che nessuna carta stampata e nessuna immagine della TV ci avevano di proposito proposta, nella sua apparente e giusta semplicità. E la verità era ed è questa, io credo: ecco il ricatto periodico. prima dell’assassinio e poi della divulgazione del ciclostilato ormai scontato. Sappiamo di doverci aspettare queste vergogne fino a che un voto deciso e popolare non si assumerà l’impegno di ripulirci da questa trentennale pazzia. E noi sappiamo che è proprio questo che non si vuole, in ogni modo. Sappiamo inoltre che quel che accade oggi, contrabbandato sotto o dietro tante maschere, va considerato come una guerra aperta e dichiarata a tutto un popolo che lavora da un nemico che distrugge perché non vuol dare, non vuol cedere, non vuol perdere. Non vuol perdere nulla. Ma lo sta già perdendo. Perciò ricorre a ogni mezzo che distrugge la fatica del progresso e della lotta di ogni giorno. Rispondiamo a nervi saldi e con convinzioni sempre più chiare e profonde; e con la decisione nella libertà e con la forza e l’unità nella verità. Queste sono le sole forze rivoluzionarie che aprono (e non chiudono) il futuro.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 11 giugno 1976.

 

 

 

Venerdì, 30 Agosto 2013 11:16

Un voto, cento, mille

Si può partire da una affermazione (qualunquistica) che si sentiva in passato e si sente anche oggi annunciata, da varie persone con tono di insofferenza e di risentimento: “Io proprio non voto”, oppure “cosa serve votare? tanto le cose restano come sono” o anche “la politica è una cosa sporca”, “i politici sono arruffoni o disonesti”, “non c’è più niente da fare”.

Sono alcune fra le lamentazioni che si distribuiscono in giro, appoggiandole a dure delusioni.

D’altra parte si può, anzi si deve ricordare come dai gruppi schierati all’estrema sinistra, nelle passate elezioni, denunciando inversioni, involuzioni o autentici tradimenti dei partiti della sinistra storica, si consigliava con decisioni e strenue argomentazioni, ai propri militanti o simpatizzanti di non votare: o nel caso non si volesse e non si potesse, di votare scheda bianca. L’esercizio del voto veniva svuotato ad atto desueto, privo di qualsiasi contenuto politico: di qualsiasi contenuto realisticamente politico.

Allora, questa volta, perché votare? (prima ancora di domandarsi per chi votare). Si deve credere che con questo esercizio “sociale”, che si ripete a scadenze, noi possiamo incidere sulle e nelle scelte ufficiali e così modificare l’apparato burocratico-politico che sta succhiando da decenni il nostro sangue? Dobbiamo e possiamo credere che si possano rimuovere, senza ulteriori inganni o perdita di tempo, i personaggi che hanno massacrato questo Paese? I gaglioffi che manomettono ogni cosa e la inaridiscono e quei tali che esercitano una arroganza criminale come unico supporto alle loro pubbliche imprese? Che si possano togliere da sotto i piedi dei baroni della burocrazia e del governo e degli enti di Stato (un coacervo di privilegi e prebende) le agevolazioni e le prevaricazioni che condiscono le giornate e scandiscono il ritmo dei loro affari e dei loro pensieri? Se ciò è in qualche modo possibile, è possibile che lo sia col mezzo organico e ordinato del voto, di un voto, di questo voto? Senza dover attingere al pozzo inestinguibile della rabbia come a una rivalsa? Siamo prossimi a una scadenza elettorale che ha di fronte problemi di enorme gravità. È dunque giusto presumere che con l’esercizio del voto si possa obiettivamente incidere (come dicevo) sulla realtà e spostare finalmente e in modo risolutivo la prospettiva deterrente della fanta-politica in atto? Che la banda degli alligatori che guazzano negli acquitrini italiani possa essere debellata? Che si possa voltare pagina ricominciando dal nuovo? Ecco un mucchio di domande ansiose ma realistiche, urgenti ma ancora abbastanza caotiche, in quanto dettate dalla ricognizione negativa di una realtà sociale che sconvolge e dunque dalla necessità, per sopravvivere, di cambiare le cose.

Eppure questa volta (lo indico come prima considerazione) anche i gruppi schierati all’estrema sinistra, teorizzatori – come ho ricordato – del non voto o della scheda bianca, oggi sono passati alla convinzione di accettare il giuoco delle parti politiche e di entrare in campo. Dicono: in questa occasione votate e votate per noi. Segno è che il voto assume (e per loro torna ad assumere) non solo un significato di rottura, ma di possibile modificazione della realtà e comunque un’incidenza determinante o notevolmente interessante. È segno che l’atto del voto e il voto in quanto tale hanno un peso che può e deve determinare una inversione di tendenza (come si dice), io direi un rovesciamento di questa tendenza, per modificare, spostare, allontanare, ribaltare, affossare la situazione in atto non più tollerabile. Quindi è segno che il voto, ancora una volta, è e può essere un atto politico, un atto determinante e anche rivoluzionario di politica. Un atto di politica diretta, non di delega. Un atto di gestione non di affidamento; una riappropriazione di potere reale, di potere autentico, di potere sovrano. Ma anche rileggendolo in questo modo, il voto può essere ulteriormente scomposto o “rivisitato” dall’analisi. Direi così: rassicurati che bisogna votare perché il voto conta e pesa, si può tuttavia concludere: io voto per, oppure io voto contro. Intendendo per questo verso: questa volta mi sposto non per convinzione dei miei nuovi amici ma esclusivamente per fastidio o stizza dei vecchi, per insoddisfazione contro di loro non per avere trovato un consenso o un approdo diverso, quindi modifico soltanto il tiro per ragioni contingenti, come un episodio circoscritto e mediato in quanto i vecchi amici mi sembrano soltanto intristiti e ingrigiti, magari impigriti; e io mi muovo e non attendo. Muovo solo la mano e intanto ci lascio il cuore o la mia memoria. Oppure, per un’altra aggiunta e per un altro piano di valutazione: è tanta la mia perplessità che questa volta ti voto contro, scelgo il tuo avversario, non m’importa altro che nuocerti o svergognarti. Vorrei insomma che tu, sul momento, ma per un solo momento, scomparissi. Sono queste le scelte d’istinto o umorali che non propongono in sostanza alcuna modificazione nella realtà.

Ricapitolando a questo punto, è perfino ovvio ribattere che si deve esercitare il voto come “uno” dei diritti democratici; che si deve scegliere “nel” voto di promuovere e avviare un rinnovamento o un capovolgimento di tendenza e di esercitare inoltre un “dovere” diretto (cioè immediato) che non si esaurisce nel compierlo ma che, al contrario, nel compierlo comincia e si avvia e si prolunga; un dovere dunque che esige, per rendersi valido e utile, la conseguente e persistente sorveglianza in ordine alla realizzazione dei mandati assegnati e una partecipazione assidua nel senso dello stimolo a che le cose non ancora decise siano finalmente discusse e programmate. In altre parole una gestione democratica, cioè diretta, al potere – nelle singole situazioni. Gestione, non partecipazione soltanto.

Cosa voglio concludere? Ripetere (riconoscendo che le affermazioni sembrerebbero ovvie se non si rendessero necessarie per il fatto molto semplice che vengono subito e sempre accantonate e disperse non appena esaurito il ritualismo della propaganda elettorale) che l’esercizio della democrazia è un impegno faticoso per tutti, che la libertà è difficile da ottenere ma anche da difendere e da preservare, e perciò esige sacrifici e anche autentico dolore; e richiede attenzione da tutti in riferimento ad ogni atto e fatto. Questa attenzione, che non si può rimandare, comporta la necessità faticosa (e anche dispendiosa) di non accontentarsi della distorsione o eccentrica informazione televisiva ma di cercare e seguire l’informazione giornalistica da più parti, per una verifica delle proprie idee e un confronto con gli altri. Un atto necessario, indispensabile per l’igiene mentale. Questa scelta comporta l’impegno di riappropriarsi della politica come di una necessità, che parte da un diritto e si traduce in un dovere; e non come un incubo, non come una fatica inutile o un impegno destinato a immancabili delusioni. Questo obbligo, questo impegno nella gestione diretta (e nell’attenzione critica) sono l’elemento di fondo per svelenire una situazione generale al limite del collasso.

Come ho detto e voglio ripetere: stiamo attenti a difendere con attenzione anche cattiva il bagaglio della nostra vitalità, che è progetto di fare il futuro e di compiere cose e cose; ed è bisogno di impegnarci e scegliere e scontrarci e rinnovarci nella ricerca della novità critica, del confronto preciso, delle scelte da compiere. Gli altri giochino pure sul fumo e sul grigio, sulla lacrima perduta: noi non cediamo al lassismo e al rimando isterico degli impegni.

Con questo voto, che è un voto “attivo” in una situazione sì d’emergenza ma straordinariamente aperta alla giustizia, alla novità, all’onestà e alla giovinezza, dobbiamo scegliere di cancellare subito le pubbliche vergogne, di togliere dalle mani dei capoccia ogni altra possibilità di lucro, di orrore o di sofisma e di consegnare alla gestione popolare il potere della cosa pubblica, perché sia scrostato e riproposto senza più ombre alla considerazione di tutti, soprattutto dei giovani. Ecco cosa si può fare con un voto, con cento voti: si può spazzare via una vergogna. E si può ripulire il prato di casa nostra.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 4 giugno 1976.

 

 

 

Giovedì, 29 Agosto 2013 18:07

Cattolici e no…

Lasciamo da parte le reazioni squinternate di politici isterici o, soprattutto, scaltri e interessati. Andiamo al concreto delle cose e affidiamoci a discorsi responsabili. Mi riferisco alla decisione di un gruppo di intellettuali cattolici di accogliere l’invito a entrare come indipendenti nelle liste elettorali del PCI. Un fatto che non solo merita immediata attenzione ma che racchiude imprevedibili sviluppi per la situazione in generale. Ebbene, mentre non starei molto a meravigliarmi per gli “anatemi” proposti dalla gerarchia ecclesiastica (dandoli come un dato conseguente a un rapporto Stato-Chiesa anomalo, corroso, equivoco e insostenibile) cercherei di badare alla grossa novità di questa operazione in atto.

Ma è utile fare anche una seconda premessa, con considerazioni ovvie e tuttavia mai inutili a ripetere e a ricordare: 1) i trent’anni di governo democristiani sono da annoverare fra i più vergognosi della storia d’Italia; 2) quasi tutti gli uomini di questi governi sono da annoverare fra i più squallidi facitori di guai che abbiano infestato l’Italia: 3) anche i così detti cavalli di razza (come sono stati più volte definiti da una stampa servile o bietolona alcuni capi DC) non sono che ciucci di campagna inveleniti da odio settario e prepotenti; 4) se nonostante lo scempio compiuto l’Italia ha retto sia pure imbarcando acqua, è segno che il popolo ha vigore di propositi e forza nelle idee tali da reagire agli attacchi, alle delusioni, alle violenze programmate e criminali; 5) ne consegue che, quanto prima si riuscirà a scaraventare a mare la brodaglia dei faziosi senza dignità, dei mestatori, degli speculatori, degli arroganti che hanno massacrato l’Italia, tanto meglio sarà per la nostra vita di ogni giorno e per la sana e giusta gestione dello vita sociale. Sicché a chi lavora sia tolta un po’ della fatica e aggiunto finalmente il riscontro della pubblica onestà: e ai giovani che cominciano siano offerti esempi di serietà istituzionale e di dignità e correttezza amministrativa, in modo da essere sollecitati a entrare in campo, a collaborare e a battersi invece di vergognarsi di vivere a causa degli scempi “ufficiali” che accadono intorno.

Dunque: cattolici militanti e autorevoli che entrano nelle liste del PCI e d’altra parte la faccia che gronda morchia di una DC squalificata e degradata; da queste due constatazioni dobbiamo ricordare come sia “sostanziale” distinguere (in ogni modo, anche in ordine al dibattito politico) fra cattolici e Democrazia Cristiana. Questa è un polentone politico impigrito pletorico sconnesso, addentato da mille bocche affamate: i cattolici che dissentono dagli atti ufficiali della loro gerarchia e si inquietano, cercano, si battono sono una parte viva e attiva della nostra società e un elemento insostituibile di progresso. Chi ha seguito i momenti e le varie vicende delle analisi cattoliche nel dopoguerra, i dibattiti, gli scontri teorici e pratici, le infinite amarezze e le autentiche persecuzioni di stampo medievale (quelle che incidono più sulle coscienze che sulla carne) non può non condividere la soddisfazione che è culturale ed è politica nel vedere compiersi questa confluenza che apre alla vita sociale italiana una prospettiva di interesse e di novità; e che comunque pone l’operazione in atto in una posizione originale e molto avanzata nel dibattito politico-culturale europeo.

Nella situazione francese, ingiallita nei fronzoli isterici di un nazionalismo senza prospettive e perciò assestato sul “futuribile” in apparenza tecnologico ma nella sostanza avventato, i cattolici sembrano dispersi in più fiati o in più voci, nonostante i riverberi di tensioni culturali tese e sofisticate ma che si alimentano soprattutto del “passato”. Nella situazione tedesca la grossolana e violenta ragion di stato senza fronzoli, propone modelli di soddisfazione sociale esclusivamente legati al vento di mercato – e i cattolici, per lo più, sembrano uomini di spada soddisfatti della spada. Nella situazione italiana, apparentemente caotica e contraddittoria (certo resa più caotica e contraddittoria dalle descrizioni interessate dei mass-media che in ogni modo diffondono e perpetuano il racconto interessato di un paese nel caos, sul baratro oppure vicino ad esso o prossimo a cadervi, ecc.); nella situazione italiana si aprono momenti o punti di innovazioni e verifiche faticose, dense nella problematicità ma tutte aperte a un futuro diverso che ci è vicino – se sapremo conquistarcelo con l’attenzione rigorosa alle cose, ai fatti e alle idee – e si propongono come un modello negli anni a venire.

Scrive COM-Nuovi Tempi, il giornale dei cristiani per il socialismo: Come voteranno i cattolici? 1. Dopo trent’anni la DC entra in una crisi di fondo: incapacità di governare, corruzione, incapacità di rinnovarsi, natura conservatrice della DC, crisi del mondo cattolico, in mancanza di controllo democratico e di apertura ai problemi della società sono innumerevoli gli abusi… Il “mondo cattolico” è da anni investito da una crisi profonda; dopo papa Giovanni e il Concilio si è sviluppata una coscienza più aperta e più libera della fede: bisogna continuare ad approfondire questo processo di rinnovamento.

Un processo che ha radici lontane e riempie di consenso per la durezza delle difficoltà incontrate e per la continuità nelle azioni e nelle riflessioni. Per una esemplificazione scelgo alcune righe a pag. 282 del libro di Pietro Scoppola su “Crisi modernista e rinnovamento cattolico in Italia” edito anni fa dal Mulino: “Perché siamo socialisti e cristiani” è il titolo significativo di un opuscolo uscito anonimo nel settembre del 1908 “a cura, si legge nel sottotitolo, dei socialisti cristiani di Roma” e a pag. 280: “…le aspirazioni di alcuni giovani che, nella Lega democratica nazionale, patrocinavano un più coraggioso orientamento socialista ed un più stretto legame tra il movimento di rinnovamento politico e di riforma religiosa ecc”.

Dunque in questi giorni non accadono episodi contingenti ma vengono a maturazione i semi sparsi anni addietro in situazioni difficili, tristissime, laceranti. Ha scritto Giuseppe Alberigo sul Corriere della Sera a proposito di queste candidature: “Occorre anche storicizzare queste candidature, situandole nel contesto degli anni che stiamo vivendo. Cioè esse non sono comprensibili se non alla luce di alcuni fatti nodali che le precedono e le preparano”. È verissimo. Così tornano le voci di tanti, soprattutto degli ultimi a noi più vicini: don Mazzolari e il suo giornaletto Adesso, la rivista Il Gallo, la rivista Testimonianze, don Milani, L’Isolotto, Don Franzoni, i gruppi romani che hanno operato fra i baraccati e poi l’ampio contesto dei cattolici di base. Ciascuno di questi procedeva e procede senza rinunciare ma senza rifiutare: e questa era (è) la novità – per la prima volta. La religione non diventava fazione ma una volontà di giustizia che operava; questa volontà di giustizia era ricerca della verità di questa giustizia quindi ricerca degli altri. È ovvio che permanevano le diversificazioni teoriche col materialismo e col laicismo; ma servivano per essere chiarite; servivano come stimolo di riflessione anche a noi. Appariva comunque come una conclusione da raggiungere quella della abolizione del settarismo tragico o acerbo – da sant’Uffizio, in ogni direzione. Questa confluenza chiude un lungo processo di avvicinamento e apre un momento di eccezionale interesse per la nostra società: preparato, anche con contrasti, dal dibattito interno del PCI. Lavorare e far politica insieme, in questo modo, significa mettere in moto l’attività e il rigore potenziale della base affossando le vecchie cariatidi di vertice che sono la vergogna italiana; significa sbloccare la situazione politica da ogni arcaica faziosità teologica (da ambo le parti); significa non discriminare ma partecipare. Lavorare è progettare, realizzare, alimentare i fatti con le idee; e sappiamo tutti quanto bisogno ci sia di questa responsabile unità di propositi e di sforzi. Per chi ha sul serio a cuore la verità delle cose e l’altro rovescio del mondo.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 28 maggio 1976.

 

 

 

 

Giovedì, 29 Agosto 2013 16:18

Per terra e per acqua

Quando combatto in acqua sono ammiraglio, e quando combatto in terra sono generale.

Mi riferisco al libro di Antonio Meluschi: L’armata in barca, appena pubblicato dall’editore Vangelista di Milano. Sono 120 pagine e costano 2.000 lire. Tutti sappiamo e sentiamo che questo è un periodo serio, faticoso ma in movimento: vale a dire che, se sapremo gestire e anche sopportare con intelligenza dei fatti e delle idee (nonché degli inevitabili umori) la situazione, potremo rinnovare e migliorare le cose della nostra vita e collaborare alla crescita, finalmente autentica e determinante, della vera democrazia in Italia. La forza e la possibile chiarezza per questo proposito le caviamo e le possiamo cavare da più parti (anche dalla semplice occhiata di un amico); dunque anche da alcuni libri, che ci aiutano a pensare e a vedere.

Questi libri – o queste “opere”, in quanto scritte con partecipazione totale da parte dell’autore e non sollecitate da altra motivazione che non sia quella di un bisogno di verità – questi libri dobbiamo abituarci a scoprirli e a sceglierli fra la carta a stampa che l’industria editoriale sforna con la catena di montaggio. Scegliendo, ci difendiamo. Scoprendo, ci rifiutiamo di lasciarci suggestionare dal terrorismo dell’informazione. Ebbene, queste centoventi pagine di Meluschi si leggono con il piacere aspro e risentito che accompagna a volte le sorprese, a volte le conferme, comunque sempre lo stimolo della realtà non riinventata o ricreata ma neppure semplicemente riferita – ecco: come un resoconto di battaglia della vita. Anche narrata ma non cantata né trascritta, perché presuppone ad ogni pagina una scelta.

Non recensisco il libro né potrei sostituirmi ad altri; mi auguro che l’Unità dedichi a quest’opera una attenzione adeguata. Ne parlo invece come lettore di prima mano, come lettore attento in generale e come interessato al discorso in atto sulla letteratura o narrativa della resistenza; discorso rimesso in moto, e in modo organico, da due ottimi libri che è giusto almeno indicare: quello di Falaschi su “La resistenza armata nella narrativa italiana” a lire 2.400 e l’altro di Luti e Romagnoli su L’Italia partigiana, pubblicato da Longanesi a lire 5.000.

Ma mentre in questo Meluschi neppure è ricordato, nel primo c’è un riferimento semplice ma esplicito nel testo, a pagina 55 e nella nota corrispondente. Vediamo come. Scrive Falaschi nel terzo capitolo intitolato Il racconto (e il romanzo): Il racconto è il prodotto più tipico di tutta la letteratura partigiana. Compare a partire dal 1945 sui Quotidiani di sinistra a grande diffusione… Così i racconti migliori avevano una diffusione notevole… Gli scrittori più conosciuti erano Calvino… Marcello Venturi, Antonio Meluschi e Silvio Micheli… Meluschi, aggiungo io, era allora nel vivo dell’impegno politico e culturale, anche con quel libro pubblicato nel 1946 da Randa a Milano, La morte non costa niente, così violentemente “diverso” e “avanzato” da avere avuto vita grama, diffusione contrastata e quasi clandestina ma tuttavia in profondità. Un libro su cui occorrerà ritornare. E sempre in quel periodo Meluschi propose anche, come autore ed editore, quella Epopea partigiana che resta un contributo fondamentale alla storiografia resistenziale e che dovrebbe essere subito riproposta in una tiratura popolare.

Quindi le ragioni obiettive per compiere un’ampia ricognizione intorno e dentro l’opera e la personalità di un autore che ad ogni impatto produce scintille sono molteplici, tutte interessanti e sarebbe complessivamente urgente la sistemazione di questo (importante) tassello nella mappa accidentata, frastagliata e caotica degli autori di libri di questi ultimi trent’anni.

Ma qua, l’ho detto, mi riferisco a L’armata in barca; che è, con acutissima semplicità e con una insinuazione “struggente” all’interno delle singole situazioni, la storia (proprio “storia” non cronaca) della lotta armata in valle, a Comacchio. E tuttavia, con una novità che prende, è la storia di una lotta armata sostenuta con accanimento non da fazioni ma da uomini. Una storia di figure vive. Altri libri ci hanno procurato momenti di lettura e di introspezione indimenticabili (Levi, i due Levi, Vittorini, molte memorie nel vivo della carne) eppure in pochi si era raggiunta quella “profonda tranquillità” che trasferisce in ironia della ragione e in profondo sommovimento dei sentimenti tutte le storie e ogni vicenda; e che in conclusione porta a identificarsi, o a concludere, nella pietà dura dei vincitori verso i vinti; nella pietà verso il nemico. Pietà non cattolica ma, latina (l’autentica pietas); pietà che non limita il coraggio e la violenza nella lotta ma che aggiunge qualcosa d’altro e di più alla lotta stessa; per renderla più totale, più giusta, più utile, più prolungata nel tempo.

A conferma del riferimento a Falaschi e delle righe sopraindicate, anche questa opera di Meluschi. articolata in quindici capitoli, è in realtà un solo racconto con venti figure (tutte esemplari): un racconto centrato su personaggi completi: Braciola, sua figlia Genoeffa, Gelindo – di cui basta ricordare quella morte: “e a strappi il corpo di Gelindo saliva e si abbassava, finché si arrestò, si mise a dondolare. Aveva un solo pensiero, sua madre… Passò una compagnia di tedeschi che aveva saccheggiato un frutteto, fecero a gara nel tirargli contro delle pesche, e ad ogni colpo il suo corpo tremava come se fosse ancora vivo” (pagina 102).

Per me l’episodio, esemplare, ha immediati rimandi ad altri racconti, di cose e fatti avvenuti dentro alla lotta, in una forma apparentemente “irrispettosa” per la morte che è invece il modo più virile non tanto di commemorare i morti e di lacrimare sui morti quanto di usarli ancora, di stringerli, sentirli. Infatti mi viene in mente La morte di Dolguscjòv ne L’armata a cavallo di Babel. Anche lì la scena è senza apparente violenza ma come se fosse in atto sopra a un vulcano; ed è conclusa anch’essa da un gesto straordinariamente rituale, l’offerta di una mela da un amico a un amico, da un combattente a un combattente: “Mangia – mi disse – mangia, fammi il piacere. Ed io accettati l’elemosina di Grisciùk, e mangiai la sua mela con angoscia e devozione”. Così Gelindo, il ragazzo, nel suo pianto molto prima di morire impiccato è consolato da un vecchio combattente con una carezza sui capelli. Questa omerica tenerezza di soldati presuppone a monte una cultura contadina: la steppa, la pianura, o magari i pescatori di frodo. Una astuzia dolente da Bertoldo, che non scherza mai anche quando è sguaiato, perché pensa alla morte della sua gente anche quando è sguaiato. Una rabbia fantasiosa e fantastica da Picaro, che lotta e lotta e si batte per avere il diritto a un giorno, un giorno solo di libertà e di amore. Ho parlato di Meluschi con un consenso preciso e con riferimento indiretto a Babel (un esempio); ricorderei intanto un altro racconto in questa chiave ed è di Fenoglio: “I ventitré giorni della città di Alba”. Più indietro, per identica tenerezza non disfatta ma virile e per profondità di cose inseguite e fermate, mi fermerei sulle Noterelle di Abba. Tali libri non sono molti. Ancora? La buffa di Barni e Caporetto 1917 in dialetto milanese dell’eccezionale e misconosciuto Tessa.

Quanto ordine c’è ancora da fare e quanti vasi autentici da portare alla luce. Ma intanto questi libri sono da tenere stretti, da leggere e rileggere, per imparare, per vivere.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, martedì 25 maggio 1976.