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Mercoledì, 08 Gennaio 2014 18:06

Settima considerazione breve

Celebrazione di una piccola gioia prima di

una piccola morte in battaglia oh gentile signora oh brava gente!

Fulgente fulgentissimo lo splendore fulgente

folgore saetta lampo splendore sulla campagna che splende

risplende di antica luce per luminoso splendore

o per risveglio amaro da ultimo giorno del mondo ahimè

piantato come l’albero nel fango

questo dice il soldato Veron

anch’io ho un risveglio amaro e

amaro è anche il mio risveglio dice

mi apparto allora a considerare

tre eventualità per vivere

fare amare sperare

splendore di fulgore per l’amata amante senza cuore

che mai più rivedrò.

Neanche il 15 agosto quando l’estate scompare e così

scompare il soldato Veron inghiottito dal fango

incomincia l’inverno girare di nebbie di sibilanti nubi.

E non è ancora finita…

quando ritorna la primavera nelle fauci di un leone…

sulle spalle il suo splendore spento…

 

 

 

 

Mercoledì, 08 Gennaio 2014 17:07

Quarta considerazione breve

Viaggio alla terra degli avi

il giorno è l’estate anno duemila

vuole cominciare a ricordare il futuro dice

muore dalla voglia dice di fare qualcosa

allora era più facile salvarsi che perdersi

tutti avvertivano se c’era pericolo dice

per il pericolo imminente le donne al balcone finestra

gridavano bada

salvati prima del diluvio guarda laggiù il cielo tutto nero

 

correndo sulla strada si può cominciare e concludere la

quarta considerazione.

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 18:28

Sera d’avventura

Non puoi sempre vivere

con la moglie che fastidiosa chiede l’obolo

e il bambino che piange,

non puoi sempre cadere sul letto

come un animale abbattuto.

Questa sera andrò lungo il fiume

dove l’aria è più fresca

e il cipresso sbadiglia placido

accarezzando il cielo,

questa sera andrò con Monica lungo il fiume

verso la città alta,

dove le stelle scoppiano violente

e il cielo è verde come l’Adriatico;

giunti al ponte, nel silenzio più fondo,

rovesciata sul tenero cuore dell’erba

io su lei riverso,

oh non ci sarà altro fuoco

che il fuoco del mio cuore

né altro cielo

che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.

 

Ho sentito sul collo il suo respiro angoscioso

e il grido d’amore, aspro

come l’urlo del soldato nella battaglia;

ho ammirato il suo corpo fra il verde

– e il mio cuore era una campana che picchia

quando una casa brucia nella pianura.

Balzato sulla giumenta

persi la memoria dei miei anni felici

e degli anni più tristi;

quiete e tempesta lottavano

sopraffacendosi.

La nostra solitudine era meravigliosa.

Quando allentai le briglia

già un lungo cammino era stato percorso;

fra l’erba

la bella creatura giaceva, fragile

e pallida;

e sul suo labbro fioriva

un sorriso che non ho mai veduto.

Avanzava l’alba

calpestando i fiori e le stelle del cielo;

io riemersi dai flutti

come l’eroe antico dopo la lotta col mare.

 

 

 

Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 18:09

Prefazione

Ho letto questi testi come un’opera intenta a scavare la terra dei segni alla ricerca di un’acqua buona di parole. Uno scavare e perforare, ma sempre alla ricerca di un bene antico e necessario, senza fronzoli. Appunto, un bene di parole. Partendo da un bisogno del cuore e della mente, non da una ricerca acuita o astiosa di stile; non da un bisogno di ordinata scrittura; e neanche da una semplice voglia (un estro) di fare, di scrivere.

Questo scavare perforare risollevare riscontrare verificare adeguare è, inoltre, non tanto collegato ma legato a uno strumento di parole dialettali (che molti davano per arrugginito rinsecchito sfibrato) da adeguare secondo la cultura ufficiale agli strumenti di lavoro contadino che si vedono pendere come rami troncati di bosco negli angoli delle ultime stalle di campagna o nei musei della spenta cultura contadina. Intendo qui riferirmi al dialetto bolognese (ma anche ai dialetti in generale) via via sempre più dimenticato – dopo una amabile e spesso grossolana esaltazione tardo ottocentesca – e per quanto si riferisce alla poesia, condannato nella critica considerazione alla marginalità di una rapida ed effimera versificazione post-prandiale. Poesia, per lo più, per occasioni festivaliere o per amari consuntivi esistenziali al lume di candela.

Ecco invece che questo duro scontroso dialetto, terragno e agro ma ben disposto a sottostare al beneficio del sole (per una sua esplosiva e naturale tendenza alla tenerezza vitale e profonda dei sentimenti e per una disposizione, congenita alla nostra società padana, ad osservare constatare e partecipare alla vita di tutti e alla vorticosa girandola degli eventi) proprio nel nostro tempo, teso proteso diabolicamente a livellare tutto e tutto a schiacciare mortificando parole e suoni in una poltiglia viscida, ecco che riprende a respirare bene, come ricomponendosi dalle ceneri solo sbadatamente ammucchiate; e non volendo sottostare ad alcuna violenza culturalizzata, rivendica con motivata decisione una autonomia, una libertà senza mortificazione e senza emarginazione. La forza, la vitalità dell’indipendenza, insomma.

Per alimentare queste ragioni e per provocare i nostri pensieri e le nostre riflessioni di buoni lettori (buoni nel senso di pazienti e attenti) arriva la sorpresa di ricevere messaggi nuovi, quasi non attesi, che ci scuotono come unghiate di dita forti e calde. Uno dei più interessanti, in questa nuova occasione e promozione (propulsione) di scrittura, a me pare sia questo, di Delfiore.

Fra l’altro, perché mai la sua comunicazione appare come una sforzatura linguistica, un polveroso reperto o una riduzione minimale solo curiosa e amorevole (un congegno meccanico che risuona senza travolgerci con brividi). Presi come siamo da un reticolo di segnali, messaggi, parole vaganti e non durature e suoni di varia e smemorata scansione, avremmo saputo e potuto collocare senza troppi sforzi i suoi testi nella caverna ormai ingolfata dalle molti voci, entro la quale disperderli. Invece la sua scrittura poetica non è ingrommata dal tempo, né laccata e lustrata a seguito di una rivisitazione colta; non è dunque sforzata dalla necessità (dagli obblighi) di alcun artificio. Al contrario, si propone con impeto come un momento di autentica e decisa invenzione poetica, sfavillante di intrepida vitalità. Dunque, non solo una vigorosa versificazione.

Se non sbaglio, ripeto che io la leggo e l’ascolto come una appassionata ricerca delle proprie origini culturali; come il faticoso e attento scavare per adempiere alle sollecitazioni di nuove scoperte dei sentimenti anche intenti al futuro. Non l’adeguarsi alle norme retoriche della poesia, ma l’impegnarsi a dilacerare la ramatura di queste norme, che sembrano ancora vorticare con affanno dentro a tanti testi, puntando sempre ad essere certamente diverso.

 

 

 

 

Martedì, 07 Gennaio 2014 16:41

Il vecchio Celso

Il suo viso è di bronzo

come i vasi cavati dalle tombe.

Dicono che Celso è avido, spietato

ma io lo vidi piangere, una sera,

all’urlo di mio figlio

trafitto dalla vespa.

So che alla notte sale per il viottolo

e si getta nell’orto a rubare

i meloni ormai gialli o i pomidori;

all’alba poi spaventa l’usignolo

con la sua voce secca:

“Il ladro è venuto, il figlio di puttana

ha rubato le fragili cipolle

e l’orto è devastato”

– il grido rimbalza nel mattino

fresco e violento come una frustata.

Io che vidi il vecchio corpo inchinarsi

quasi spezzato dal vento

fra i tralicci dell’orto

e vidi la sua ombra sfiorata

dal riverbero grigio della luna,

so che si deve a Celso perdonare.

Nelle sere d’estate

siede sull’erba, immobile, a guardare

il cielo. Dice: “Sono disgraziato”

e nella voce trema una terribile

malinconia. Dice: “Io sono vecchio

e morirò, quando la terra grida

al passo di lupo dell’inverno.

All’inverno non voglio morire,

solo, come l’agnello nella stalla”.

È un vecchio per racconti di mare;

ha occhi grandi e neri, da pirata;

la sua pelle è secca per le ingiurie patite.

Dice: “Chi mi amava, un tempo, ora è partito”

e sembra ascolti un prossimo uragano.

 

 

 

Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.

 

 

 

 

Venerdì, 20 Dicembre 2013 10:07

Pasolini nella memoria

Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.

Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.

Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: “Fontàne d’àghe dal mè pais” (Fontana d’acqua del mio paese).

Nella ristampa del 1954 in “La meglio gioventù” anche questo verso è cambiato così: “Fontana di aga dal me paìs”.

Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato “Officina”: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.

Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.

Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume”, molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo allucinante.

E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.

Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.

Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.

Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.

 

(Rievocazione di P.P. Pasolini scritta a pochi giorni dalla sua morte da R. Roversi e pubblicata dal periodico friulano «Macchie»)

 

 

il manifesto, 6 giugno 1981.

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 16:34

Bianco di gesso nero di cuore

Guarda che

tingo faccia occhi naso e sono te Guarda che

tingo faccia occhi naso e sono te

guarda che

lavo faccia occhi naso e tu sei me

guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te

guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me

solo se cerco il futuro futuro insieme a te

tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me

bianco di gesso e nero di cuore

 

Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te

e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me

e allora solo se bevo il vino nero insieme a te

tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me

 

Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te

nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…

Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché

nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…

guarda che

lavo faccia occhi naso e tu sei me

guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te

guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me

solo se cerco il futuro futuro insieme a te

tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me

bianco di gesso e nero di cuore

 

Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te

e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me

e allora solo se bevo il vino nero insieme a te

tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me

 

Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te

nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…

Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché

nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…

 

 

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 15:42

Quel fischio sopra la pianura

La verità è ormai che ci credono mummie d’Egitto

pesce fritto e salato

da mangiare con il pane

ombre strane che vanno in vecchi cimiteri

 

a lamentarsi coi cani ma sono cattivi pensieri

e appena ieri insieme tutti noi

facevamo paura come il leone ai buoi

in giro per il mondo noi

 

ecco oggi ci vedono senza la pelle e le ossa

eppure fratelli e compagni anche se è pronta la fossa

possiamo e dobbiamo contarci per non lasciarci morire

come vorrebbero loro per non lasciarli gioire

 

grande tesoro ieri insieme tutti noi

torniamo leoni fra i buoi

per non lasciarci annegare noi

 

se tanti dicono addio al povero vecchio operaio

e lo soffiano via come polvere da un vecchio armadio in un solaio

noi invece diciamo che è pronto a stringersi mano con mano

e per la grande pianura riprendere ancora a fischiare

 

 

(Musica di Gaetano Curreri)

 

 

Il testo è stato scritto da Roberto Roversi nel 2000 per “Il pane loro”. Atto unico sugli incidenti del lavoro di Stefano Mencherini. Tra il 2001 e il 2009 è stato cantato dal vivo nelle messe in scena della pièce teatrale, la prima volta da Gaetano Curreri e successivamente da Francesco Di Giacomo.

 

 

 

 

 

 

Venerdì, 13 Dicembre 2013 15:09

Il filo di Arianna

 

Arianna si è perduta tra i fili della città

non so se l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

E per ritrovare Arianna bisogna

sapere se

Arianna vuol essere trovata

perché non è un cane a guinzaglio

non è una mela bacata.

Arianna si è perduta tra i fili della città

non so se l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

E guardando di qua e di là

se l’uomo ha voglia

la cerchi tra i fili della città

ma se Arianna non vuole

nessuno la troverà

mai la ritroverà.

Arianna si è perduta tra i fili della città

e sa che l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

Se Arianna si spinge a sparire nel

cuore della città

con l’occhio baciato dal sole

l’uomo la chiami se vuole

lei non risponderà.

Arianna si è perduta tra i fili della città

e sa che l’uomo montato su ruote di

gomma

mai la ritroverà.

Se invece si lascia trovare

nel cuore della città

è un volo di maggio all’inferno

allora il sole all’inferno

per dare la felicità.

 

 

(Musica di Gaetano Curreri)

 

 

 

Giovedì, 12 Dicembre 2013 17:21

Prefazione

si ha l’impressione di un’apertura, sulla pagina, ampia e profonda, e di uno stormire continuo di foglie/parole, leggendo e talvolta rileggendo i tanti libri (ma mai troppi, come invece parecchi infervorati ammoniscono), le tante raccolte di poesia, di poesie che coprono il cielo e i campi della comunicazione in data odierna. Ma ognuna, intanto, è diversa dall’altra, perché ogni autore non avendo ombrelli oppressivi o maestri che lo catturano, è libero di fare solo i conti con sé stesso.

Non è proprio il tempo, questo che corre qua da noi in Italia, dei grandi poeti unici e soli ma è il tempo di un libero pascolare, secondo estro e premure, su prati o in caverne, dove con fatica ognuno è obbligato a dare il meglio di sé.

Questo dunque sembra essere il tempo, come contrassegno generale, di inveire non di implorare, di dire inseguire definire le cose con ogni tono di voce invece di cantare. Ciascuno cerca l’ombra o il sole accanto alla propria siepe, poco curandosi, in questo caso, degli altri. Ripeto ancora: senza troppi vincoli.

Se leggo bene, è così anche per Pasquali, il quale impegna la pagina a un timbro assolato ma duro, con segni che si incidono decisi: “Una disciplina plumbea costringe la natura / il polso crudele dell’uomo la piega”.

Sembrerebbe una perorazione enunciata per farsi ascoltare, per catturare il lettore; mentre a me pare piuttosto il primo secco dettaglio (direi, impietoso) di una propria autobiografia; un raccontarsi cominciando a togliersi pelle; oppure l’inizio di un catalogo critico della propria scrittura. Ma intanto: c’è una certa durezza in questa comunicazione poetica, nascosta (quasi annebbiandola con il fiato, oppure come strisciandoci sopra leggermente il dito per espanderla) dentro a una scrittura che è mobile, in forma di esercizio di destrezza e agilità, o in una forma di mobilità danzata ma senza riso; come se, in ogni occasione, si percepisce il respiro un poco ansimante per quel movimento, o per quella corsa.

Le poesie stringate in cinque versi sono un concentrato spesso esemplare di situazioni proposte con decisione, di trascrizioni d’emozioni precise e talvolta spietate: “la mente batte alle pareti del cranio / nel pensare l’infinito”. E ancora: “spalle di pietra sostengono la città”. E Pasquali avrebbe potuto definire “le città”, in un complesso di vuoti e pieni, di rancori esaltati ed esemplari, che ferisce gli occhi prima di smuovere la riflessione.

Questa rapidità di comunicazione immaginativa è, a mio parere, uno dei pregi, oppure il primo pregio, della scrittura in versi di Pasquali. E anche questo è detto, direi esemplarmente sottoscritto, e senza indugi, nelle sue pagine: “correvo sempre più veloce / fino a trascinare la mia stanza / in un’orbita di vortice”. E anche in questa occasione, si sancisce la dura presenza di una inquietudine che non si placa (era per scrivere: non si piega) a dare il significato di fondo a testi che scendono via via disposti come paletti da poter conficcare a forza per terra (per fissare qualcosa che deve durare, e deve restare fisso per servire ad alimentare emozioni e riflessioni di lettura.

Scrivere versi è come essere disposti vicino a un cratere, o comunque vicino a un fuoco. E “il suo occhio eternamente spalancato”, è la conferma a cuore aperto di una insaziabilità non tanto di emozioni ma di esperienze che solo la poesia riesce a volte a convogliare e a trasmettere.

C’è un solo testo lungo, fra queste esplosioni che si condensano fino a diventare ghiaccioli di acqua limpidissima e immobile; ma è come l’assemblaggio di vari testi brevi, accorpati come dopo una mareggiata; a segno che la voce di Pasquali, per essere lancinante,deve essere rapida come uno scroscio; come il lampo di una saetta. Che, per un attimo, può anche accecare.