Super User
Settima considerazione breve
Celebrazione di una piccola gioia prima di
una piccola morte in battaglia oh gentile signora oh brava gente!
Fulgente fulgentissimo lo splendore fulgente
folgore saetta lampo splendore sulla campagna che splende
risplende di antica luce per luminoso splendore
o per risveglio amaro da ultimo giorno del mondo ahimè
piantato come l’albero nel fango
questo dice il soldato Veron
anch’io ho un risveglio amaro e
amaro è anche il mio risveglio dice
mi apparto allora a considerare
tre eventualità per vivere
fare amare sperare
splendore di fulgore per l’amata amante senza cuore
che mai più rivedrò.
Neanche il 15 agosto quando l’estate scompare e così
scompare il soldato Veron inghiottito dal fango
incomincia l’inverno girare di nebbie di sibilanti nubi.
E non è ancora finita…
quando ritorna la primavera nelle fauci di un leone…
sulle spalle il suo splendore spento…
Quarta considerazione breve
Viaggio alla terra degli avi
il giorno è l’estate anno duemila
vuole cominciare a ricordare il futuro dice
muore dalla voglia dice di fare qualcosa
allora era più facile salvarsi che perdersi
tutti avvertivano se c’era pericolo dice
per il pericolo imminente le donne al balcone finestra
gridavano bada
salvati prima del diluvio guarda laggiù il cielo tutto nero
correndo sulla strada si può cominciare e concludere la
quarta considerazione.
Sera d’avventura
Non puoi sempre vivere
con la moglie che fastidiosa chiede l’obolo
e il bambino che piange,
non puoi sempre cadere sul letto
come un animale abbattuto.
Questa sera andrò lungo il fiume
dove l’aria è più fresca
e il cipresso sbadiglia placido
accarezzando il cielo,
questa sera andrò con Monica lungo il fiume
verso la città alta,
dove le stelle scoppiano violente
e il cielo è verde come l’Adriatico;
giunti al ponte, nel silenzio più fondo,
rovesciata sul tenero cuore dell’erba
io su lei riverso,
oh non ci sarà altro fuoco
che il fuoco del mio cuore
né altro cielo
che l’azzurro dei suoi occhi coperti di ombra.
Ho sentito sul collo il suo respiro angoscioso
e il grido d’amore, aspro
come l’urlo del soldato nella battaglia;
ho ammirato il suo corpo fra il verde
– e il mio cuore era una campana che picchia
quando una casa brucia nella pianura.
Balzato sulla giumenta
persi la memoria dei miei anni felici
e degli anni più tristi;
quiete e tempesta lottavano
sopraffacendosi.
La nostra solitudine era meravigliosa.
Quando allentai le briglia
già un lungo cammino era stato percorso;
fra l’erba
la bella creatura giaceva, fragile
e pallida;
e sul suo labbro fioriva
un sorriso che non ho mai veduto.
Avanzava l’alba
calpestando i fiori e le stelle del cielo;
io riemersi dai flutti
come l’eroe antico dopo la lotta col mare.
Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.
Prefazione
Ho letto questi testi come un’opera intenta a scavare la terra dei segni alla ricerca di un’acqua buona di parole. Uno scavare e perforare, ma sempre alla ricerca di un bene antico e necessario, senza fronzoli. Appunto, un bene di parole. Partendo da un bisogno del cuore e della mente, non da una ricerca acuita o astiosa di stile; non da un bisogno di ordinata scrittura; e neanche da una semplice voglia (un estro) di fare, di scrivere.
Questo scavare perforare risollevare riscontrare verificare adeguare è, inoltre, non tanto collegato ma legato a uno strumento di parole dialettali (che molti davano per arrugginito rinsecchito sfibrato) da adeguare secondo la cultura ufficiale agli strumenti di lavoro contadino che si vedono pendere come rami troncati di bosco negli angoli delle ultime stalle di campagna o nei musei della spenta cultura contadina. Intendo qui riferirmi al dialetto bolognese (ma anche ai dialetti in generale) via via sempre più dimenticato – dopo una amabile e spesso grossolana esaltazione tardo ottocentesca – e per quanto si riferisce alla poesia, condannato nella critica considerazione alla marginalità di una rapida ed effimera versificazione post-prandiale. Poesia, per lo più, per occasioni festivaliere o per amari consuntivi esistenziali al lume di candela.
Ecco invece che questo duro scontroso dialetto, terragno e agro ma ben disposto a sottostare al beneficio del sole (per una sua esplosiva e naturale tendenza alla tenerezza vitale e profonda dei sentimenti e per una disposizione, congenita alla nostra società padana, ad osservare constatare e partecipare alla vita di tutti e alla vorticosa girandola degli eventi) proprio nel nostro tempo, teso proteso diabolicamente a livellare tutto e tutto a schiacciare mortificando parole e suoni in una poltiglia viscida, ecco che riprende a respirare bene, come ricomponendosi dalle ceneri solo sbadatamente ammucchiate; e non volendo sottostare ad alcuna violenza culturalizzata, rivendica con motivata decisione una autonomia, una libertà senza mortificazione e senza emarginazione. La forza, la vitalità dell’indipendenza, insomma.
Per alimentare queste ragioni e per provocare i nostri pensieri e le nostre riflessioni di buoni lettori (buoni nel senso di pazienti e attenti) arriva la sorpresa di ricevere messaggi nuovi, quasi non attesi, che ci scuotono come unghiate di dita forti e calde. Uno dei più interessanti, in questa nuova occasione e promozione (propulsione) di scrittura, a me pare sia questo, di Delfiore.
Fra l’altro, perché mai la sua comunicazione appare come una sforzatura linguistica, un polveroso reperto o una riduzione minimale solo curiosa e amorevole (un congegno meccanico che risuona senza travolgerci con brividi). Presi come siamo da un reticolo di segnali, messaggi, parole vaganti e non durature e suoni di varia e smemorata scansione, avremmo saputo e potuto collocare senza troppi sforzi i suoi testi nella caverna ormai ingolfata dalle molti voci, entro la quale disperderli. Invece la sua scrittura poetica non è ingrommata dal tempo, né laccata e lustrata a seguito di una rivisitazione colta; non è dunque sforzata dalla necessità (dagli obblighi) di alcun artificio. Al contrario, si propone con impeto come un momento di autentica e decisa invenzione poetica, sfavillante di intrepida vitalità. Dunque, non solo una vigorosa versificazione.
Se non sbaglio, ripeto che io la leggo e l’ascolto come una appassionata ricerca delle proprie origini culturali; come il faticoso e attento scavare per adempiere alle sollecitazioni di nuove scoperte dei sentimenti anche intenti al futuro. Non l’adeguarsi alle norme retoriche della poesia, ma l’impegnarsi a dilacerare la ramatura di queste norme, che sembrano ancora vorticare con affanno dentro a tanti testi, puntando sempre ad essere certamente diverso.
Il vecchio Celso
Il suo viso è di bronzo
come i vasi cavati dalle tombe.
Dicono che Celso è avido, spietato
ma io lo vidi piangere, una sera,
all’urlo di mio figlio
trafitto dalla vespa.
So che alla notte sale per il viottolo
e si getta nell’orto a rubare
i meloni ormai gialli o i pomidori;
all’alba poi spaventa l’usignolo
con la sua voce secca:
“Il ladro è venuto, il figlio di puttana
ha rubato le fragili cipolle
e l’orto è devastato”
– il grido rimbalza nel mattino
fresco e violento come una frustata.
Io che vidi il vecchio corpo inchinarsi
quasi spezzato dal vento
fra i tralicci dell’orto
e vidi la sua ombra sfiorata
dal riverbero grigio della luna,
so che si deve a Celso perdonare.
Nelle sere d’estate
siede sull’erba, immobile, a guardare
il cielo. Dice: “Sono disgraziato”
e nella voce trema una terribile
malinconia. Dice: “Io sono vecchio
e morirò, quando la terra grida
al passo di lupo dell’inverno.
All’inverno non voglio morire,
solo, come l’agnello nella stalla”.
È un vecchio per racconti di mare;
ha occhi grandi e neri, da pirata;
la sua pelle è secca per le ingiurie patite.
Dice: “Chi mi amava, un tempo, ora è partito”
e sembra ascolti un prossimo uragano.
Galleria. Rassegna bimestrale di cultura, anno III, n. 4-5, marzo-maggio 1953.
Pasolini nella memoria
Il Liceo Galvani in via Castiglione e il preside Chiorboli, specialista del Petrarca, con due baffi di segno particolare, molto caratteristici. La libreria Cappelli in via Farini, dove si andava a parlare e a cercare i libri di poesia che si pubblicavano in giro. Da Cappelli capitava Antonio Meluschi; dopo abbiamo conosciuto anche sua moglie, Renata Viganò. Vivevano in una violenta ma sobria povertà per conseguenza delle idee di cui non avevano paura, eppure erano sempre così liberi nuovi giusti (e umani) a incontrarli, anche nella loro casa di via Mascarella. Dunque Otello Masetti (capo commesso della Cappelli) con la sollecitazione di Meluschi che ci consigliava, mise in contatto il nostro gruppetto con un uomo che vendeva e vende ancora libri vecchi in una bottega di piazza San Domenico al n. 5. Fu in quel posto e per queste vie che Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Luciano Serra pubblicarono a loro spese i quattro libretti per i “tipi della Libreria Antiquaria Mario Landi”. Copertina semplice e bianca, tranne quella di Leonetti che la scelse giallina e bordata.
Poesie a Casarsa di Pasolini hanno la data di pubblicazione del 14 luglio 1942 e si stamparono presso l’Anonima Arti Grafiche di piazza Calderini in 300 copie numerate, oltre a 75 fuori commercio destinate ai critici.
Il libretto, di 48 pagine, era dedicato “A mio padre” e si apriva col verso già allora nuovo e diverso: “Fontàne d’àghe dal mè pais” (Fontana d’acqua del mio paese).
Nella ristampa del 1954 in “La meglio gioventù” anche questo verso è cambiato così: “Fontana di aga dal me paìs”.
Da allora non ho più rivisto Pasolini fino al ’55 quando abbiamo avviato “Officina”: dopo la fine della rivista, nel ’59, l’ho visto ancora quattro o cinque volte ma negli ultimi dieci anni non l’ho più incontrato. Con questo voglio dire che ho avuto una sincera amicizia di giovinezza con Pasolini, anche insieme ad altri, ma che fin d’allora era piuttosto un incontro culturale che un rapporto di sentimenti; e infatti entrambe le volte, quando la tensione nel fare si allentò o fu conclusa, ciascuno riprese la sua strada. Non ero suo compagno di classe; Pasolini stava con Telmon, Bignardi e altri; al Galvani o intorno al Galvani non me lo ricordo; ci si trovava altrove a camminare e più spesso a casa sua.
Abitava con la madre e il fratello un appartamento in via Nosadella davanti ai Sordomuti (una tipografia); e lì, insieme anche a un altro suo compagno di classe, Manzoni, recitavamo. Gli irlandesi, soprattutto Synge: Cavalcata a mare e Il furfantello dell’ovest; leggevamo, imparando, nella buona traduzione di Linati.
Posso dire che Pasolini era nel fare le cose che ci interessavano, subito bravissimo; aveva una straordinaria tranquillità e rapidità nello scrivere che non finivano di stupirmi; e cominciò a prevalere su noi con la straordinaria invenzione del dialetto colorato (come mi sembrava), cioè di una lingua esasperata sentimentalmente ma con tanto trattenuto pudore (una lingua abbastanza celestiale, nel senso giusto) da renderla nuova e diversa, cioè vera e originale. Contini, che allora era in Svizzera e ricevette il libretto, ne fu conquistato. Io la ascoltavo come una lingua “in costume”, molto aristocratica, trattenuta al massimo grado di tensione da una sofisticazione culturale così raffinata da renderla alla fine morbida in un modo allucinante.
E arrivo a un ricordo che ho sempre tenuto vivo.
Siamo ai giardini Margherita, seduti su un prato appena tagliato: fra lo splendore giallo s’alza un profumo compatto, molto padano, del fieno falciato, a cumuli, che si sta asciugando. Poca gente, solo presenze colorate di donne e ragazze che camminano qua e là.
Noi tre seduti (Leonetti, Pasolini, io) parliamo di una rivista che vogliamo fare, che “dobbiamo fare”.
Il nome già proposto è “Eredi”. Parliamo con una leggerezza che è felicità, per una cosa finalmente importante; per una decisione nostra che dovremo realizzare impegnandoci. Ci sentiamo infervorati. Passa un uomo in bicicletta, è in borghese; adagio, cerca con la testa; ha bisogno di parlare? Ci vede, si avvicina, non si ferma; dice a voce bassa: Hitler ha invaso la Russia. È il 22 giugno del ’41 e noi eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo.
(Rievocazione di P.P. Pasolini scritta a pochi giorni dalla sua morte da R. Roversi e pubblicata dal periodico friulano «Macchie»)
il manifesto, 6 giugno 1981.
Bianco di gesso nero di cuore
Guarda che
tingo faccia occhi naso e sono te Guarda che
tingo faccia occhi naso e sono te
guarda che
lavo faccia occhi naso e tu sei me
guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te
guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me
solo se cerco il futuro futuro insieme a te
tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me
bianco di gesso e nero di cuore
Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te
e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me
e allora solo se bevo il vino nero insieme a te
tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me
Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te
nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…
Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché
nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…
guarda che
lavo faccia occhi naso e tu sei me
guarda che dipingo mani braccia schiena e sono te
guarda che resto bianco bianco bianco e tu sei me
solo se cerco il futuro futuro insieme a te
tu puoi sperare una vita, la vita insieme a me
bianco di gesso e nero di cuore
Non vedi che venti di vele e di mare mi portano a te
e intanto che cieli di fuoco e tempesta ti portano a me
e allora solo se bevo il vino nero insieme a te
tu puoi spezzare il pane bianco bianco insieme a me
Resto bianco tu sei nero poi tu bianco io sono nero come te
nero bianco è un emozione vino e pane io e te… io e te…
Dove vola per il mondo scava a fondo la canzone e sai perché
nero bianco è un emozione bianco e nero io e te… io e te…
Quel fischio sopra la pianura
La verità è ormai che ci credono mummie d’Egitto
pesce fritto e salato
da mangiare con il pane
ombre strane che vanno in vecchi cimiteri
a lamentarsi coi cani ma sono cattivi pensieri
e appena ieri insieme tutti noi
facevamo paura come il leone ai buoi
in giro per il mondo noi
ecco oggi ci vedono senza la pelle e le ossa
eppure fratelli e compagni anche se è pronta la fossa
possiamo e dobbiamo contarci per non lasciarci morire
come vorrebbero loro per non lasciarli gioire
grande tesoro ieri insieme tutti noi
torniamo leoni fra i buoi
per non lasciarci annegare noi
se tanti dicono addio al povero vecchio operaio
e lo soffiano via come polvere da un vecchio armadio in un solaio
noi invece diciamo che è pronto a stringersi mano con mano
e per la grande pianura riprendere ancora a fischiare
(Musica di Gaetano Curreri)
Il testo è stato scritto da Roberto Roversi nel 2000 per “Il pane loro”. Atto unico sugli incidenti del lavoro di Stefano Mencherini. Tra il 2001 e il 2009 è stato cantato dal vivo nelle messe in scena della pièce teatrale, la prima volta da Gaetano Curreri e successivamente da Francesco Di Giacomo.
Il filo di Arianna
Arianna si è perduta tra i fili della città
non so se l’uomo montato su ruote di
gomma
mai la ritroverà.
E per ritrovare Arianna bisogna
sapere se
Arianna vuol essere trovata
perché non è un cane a guinzaglio
non è una mela bacata.
Arianna si è perduta tra i fili della città
non so se l’uomo montato su ruote di
gomma
mai la ritroverà.
E guardando di qua e di là
se l’uomo ha voglia
la cerchi tra i fili della città
ma se Arianna non vuole
nessuno la troverà
mai la ritroverà.
Arianna si è perduta tra i fili della città
e sa che l’uomo montato su ruote di
gomma
mai la ritroverà.
Se Arianna si spinge a sparire nel
cuore della città
con l’occhio baciato dal sole
l’uomo la chiami se vuole
lei non risponderà.
Arianna si è perduta tra i fili della città
e sa che l’uomo montato su ruote di
gomma
mai la ritroverà.
Se invece si lascia trovare
nel cuore della città
è un volo di maggio all’inferno
allora il sole all’inferno
per dare la felicità.
(Musica di Gaetano Curreri)
Prefazione
…si ha l’impressione di un’apertura, sulla pagina, ampia e profonda, e di uno stormire continuo di foglie/parole, leggendo e talvolta rileggendo i tanti libri (ma mai troppi, come invece parecchi infervorati ammoniscono), le tante raccolte di poesia, di poesie che coprono il cielo e i campi della comunicazione in data odierna. Ma ognuna, intanto, è diversa dall’altra, perché ogni autore non avendo ombrelli oppressivi o maestri che lo catturano, è libero di fare solo i conti con sé stesso.
Non è proprio il tempo, questo che corre qua da noi in Italia, dei grandi poeti unici e soli ma è il tempo di un libero pascolare, secondo estro e premure, su prati o in caverne, dove con fatica ognuno è obbligato a dare il meglio di sé.
Questo dunque sembra essere il tempo, come contrassegno generale, di inveire non di implorare, di dire inseguire definire le cose con ogni tono di voce invece di cantare. Ciascuno cerca l’ombra o il sole accanto alla propria siepe, poco curandosi, in questo caso, degli altri. Ripeto ancora: senza troppi vincoli.
Se leggo bene, è così anche per Pasquali, il quale impegna la pagina a un timbro assolato ma duro, con segni che si incidono decisi: “Una disciplina plumbea costringe la natura / il polso crudele dell’uomo la piega”.
Sembrerebbe una perorazione enunciata per farsi ascoltare, per catturare il lettore; mentre a me pare piuttosto il primo secco dettaglio (direi, impietoso) di una propria autobiografia; un raccontarsi cominciando a togliersi pelle; oppure l’inizio di un catalogo critico della propria scrittura. Ma intanto: c’è una certa durezza in questa comunicazione poetica, nascosta (quasi annebbiandola con il fiato, oppure come strisciandoci sopra leggermente il dito per espanderla) dentro a una scrittura che è mobile, in forma di esercizio di destrezza e agilità, o in una forma di mobilità danzata ma senza riso; come se, in ogni occasione, si percepisce il respiro un poco ansimante per quel movimento, o per quella corsa.
Le poesie stringate in cinque versi sono un concentrato spesso esemplare di situazioni proposte con decisione, di trascrizioni d’emozioni precise e talvolta spietate: “la mente batte alle pareti del cranio / nel pensare l’infinito”. E ancora: “spalle di pietra sostengono la città”. E Pasquali avrebbe potuto definire “le città”, in un complesso di vuoti e pieni, di rancori esaltati ed esemplari, che ferisce gli occhi prima di smuovere la riflessione.
Questa rapidità di comunicazione immaginativa è, a mio parere, uno dei pregi, oppure il primo pregio, della scrittura in versi di Pasquali. E anche questo è detto, direi esemplarmente sottoscritto, e senza indugi, nelle sue pagine: “correvo sempre più veloce / fino a trascinare la mia stanza / in un’orbita di vortice”. E anche in questa occasione, si sancisce la dura presenza di una inquietudine che non si placa (era per scrivere: non si piega) a dare il significato di fondo a testi che scendono via via disposti come paletti da poter conficcare a forza per terra (per fissare qualcosa che deve durare, e deve restare fisso per servire ad alimentare emozioni e riflessioni di lettura.
Scrivere versi è come essere disposti vicino a un cratere, o comunque vicino a un fuoco. E “il suo occhio eternamente spalancato”, è la conferma a cuore aperto di una insaziabilità non tanto di emozioni ma di esperienze che solo la poesia riesce a volte a convogliare e a trasmettere.
C’è un solo testo lungo, fra queste esplosioni che si condensano fino a diventare ghiaccioli di acqua limpidissima e immobile; ma è come l’assemblaggio di vari testi brevi, accorpati come dopo una mareggiata; a segno che la voce di Pasquali, per essere lancinante,deve essere rapida come uno scroscio; come il lampo di una saetta. Che, per un attimo, può anche accecare.


