La poesia? Sì, la poesia…
Sono convinto che sotto qualsiasi cielo, anche sotto quello di Elicona, il prossimo futuro è sempre meglio del prossimo passato. Per cercare di capire con un eventuale aggiornamento (del tutto privato, sia chiaro) il presente e il futuro, ho bisogno ad ogni modo di ricontrollare con lo scrupolo necessario una breve bozza di questo passato; mica tanto prossimo, se si torna addirittura al ’45. Ma noi ci interessiamo delle cose correnti.
Per esercitare questo impegno non mi affido alla memoria al fine di trovare dei reperti; devo, crudelmente, camminare per corridoi perfetti-orribili dove stanno, sottratti alla morte e non più affidati alla vita, i sopravvissuti alle radiazioni di Hiroshima e di Nagasaki. La visita non è un dovere; ciascuno di noi è sempre abbastanza vile per sapere di volta in volta rifiutare le occasioni; queste poi mettono a nudo il mondo. In quelle stanze vivono i superstiti che respirano e si muovono ancora, che ci guardano entrare. Ogni volta si sente respirare, come un cane, la morte che non viene. Ecco, è da qua che vorrei cominciare a parlare; seduto su quella seggiola, vicino a una finestra. Quel ’945 era stato spaccato così, da due bombe che avevano chiuso quella guerra. Era giusto e onesto, da noi, il susseguente entusiasmo e il fervore concentrato e assiduo di tante teste; tutto sembrava farsi nuovo sotto le dita e pareva sul serio che questo mondo (in una definizione generica) potesse fare e pensare diverso. Anzi, che dovesse.
«Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di possedere la verità. Deriva piuttosto dal fatto che si cerca la verità» scriveva Vittorini nella sua risposta Caro Togliatti sul Politecnico. Ma vent’anni dopo, in un suo giudizio autocritico pubblicato su Il Menabò, rifletteva e correggeva: «Non c’è stata scelta per un dibattito che portasse avanti la dinamicità delle forze politiche che sentivamo intorno a noi, maturate dalla guerra e dalla resistenza, verso aspirazioni così vicine e così reali. È mancato l’impegno di dire ai politici: “siamo politici anche noi”. Abbiamo qualcosa di politico da dire anche noi, e questo qualcosa può avere importanza per quello che di politico potete dire voi. Abbiamo accettato di essere dei “culturali”, e così ci siamo confinati da noi nella posizione che ci attribuivano coloro che si dichiaravano o consideravano se stessi dei “politici”. Ciò che è stato anche una presunzione. La presunzione di poter continuare a sviluppare il nostro pensiero e la nostra possibile azione fra noi, in una dimensione ch’era forse di rigore professionale, ma che si tagliava fuori dall’effetto politico che anche un rigore professionale non può non avere».
Mi sono rifatto al tempo e al luogo per cercare di identificare il punto cruciale che si trasformò in polemica ma che era un groppo non sciolto allora né poi e che dura tutt’ora, stretto come un nodo scorsoio nonostante nuove e prolungate manomissioni. In altre parole, sembrerebbe che l’istanza dei problemi si sia modificata per il naturale svolgersi delle cose ma non sostanzialmente, ne che abbia fatto progredire in ordine alla riuscita e alla qualità (la quantità è un altro problema) delle risposte.
Da allora invece, e fuori da sottolineature ironiche, direi che il progresso del nostro tempo è stato scandito da singoli momenti «funebri» in cui, in lutto e in fila, i «culturali » seppellivano a scadenze decennali e con relativo apparato rituale una qualche analoga illusione o alcune lucide e disperate speranze di rimpallo. Era un fuoriuscire ed entrare dai cimiteri delle idee o da usci di case che portavano alle nuove sedi dell’ideologia riverniciata. Ma in ogni modo, se vogliamo completare il cenno, fatti e cose lasciavano immutati i termini di questo o di questi problemi, che adesso ci troviamo tali e quali di fronte. Siamo ancora a quel punto, con la gestione di una uguale dissipazione (recalcitrante) o di uguale disperazione – semmai più fredda e incattivita dall’ansia di oneste scadenze rimandate. Da lì proviene ancora a fiotti il vapore che ha continuato ad appannare i vetri della casa-letteratura, della casa-cultura, della casa-ideologia, della casa-istituzione di norme. Ripeto che secondo me il centro del problema, tramandosi fino a noi senza sostanziali incrinature, sta lì; sia pure cavato fuori, strappato dalle pagine di una rivista importante e trasferito nel contesto politico, anzi nel contrasto politico che era in atto ieri come oggi. In quel momento la richiesta di Vitt. ai politici, più precisamente a Togliatti, è di potere liberamente gestire insieme una novità o la novità completa (totale) delle cose; di avere la libertà di cercare tutto il nuovo, non solo di avere di nuovo la libertà o una libertà; quindi era la richiesta di una diversità nella ricerca di libertà, non solo e non tanto di quella grande e generica libertà frenetica ossessiva esistenziale. Il giuoco di questa intelligenza e di questa fantasia, o dell’intelligente fantasia che è previsione globale ma inventata quindi senza responsabilità immediata, durò poco, si spense – o fu spenta (come detto). Sono passati due anni appena e nel ’47 cala la nebbia, torna un tran tran fragoroso rigoroso rovinoso, irritante irridente, da respingere. Ci immettiamo fra le sponde del neorealismo, un canale fra i canneti. La situazione e i termini della situazione sono straordinariamente attuali; là dentro la figura preponderante di Vitt. è in risalto, in quanto nessun altro, neanche dopo, riuscì a incorporare a rappresentare e in ogni modo a incanalare le faticose contraddizioni che, strisciando sulla pietra della prassi, si rovesciano addosso a chi era in corsa. Protagonista, Vitt. ha consumato fra altri sacrifici generosi e responsabili quello di rappresentare vizi e virtù di e in un momento capitale di quegli anni (che erano e sono nostri). Ogni suo intervento offre un dettaglio, uno stimolo all’analisi e alla contraddizione anche aperta, all’ammirazione per l’impegno delle cose impostate affrontate e quindi in qualche modo fatte, ai soprassalti per gli errori inevitabili o anche evitabili. Ma neppure lui poté o seppe individuare e impostare (che è meno di affrontare) in |modo rivoluzionario il problema che si presentava d’acchito così corrosivo e determinante (e occorre dire che forse perché troppo incidente fu sempre un problema fraintesoe disatteso in ogni occasione dal dibattito culturale): il rapporto del culturale col politico. Pari pari siamo ai giorni nostri, a questi giorni.
La prospettiva dei problemi che richiedono l’impegno unitario per essere affrontati è ancora massiccia, affondata nella realtà e nel suo insieme, per lo più, fa spavento. Quale è l’identità nell’impostazione del problema ieri e oggi? rispondo: nell’aver mantenuta «naturalmente» aperta, come una frattura strumentale da gestire e da comporre di volta in volta, e secondo motivate occasioni, l’azione culturale dall’azione politica. Si faceva e si fa politica con la cultura ma la cultura non era la politica, e non è la politica; la figura del politico preesisteva centralizzata dentro alla realtà delle azioni da svolgere mentre la figura del culturale si scontornava ad ogni episodio in grumi di tollerate o esacerbate manomissioni. Nessuno seppe proporre, o poté proporre avendolo inteso, che la distinzione era capziosa, articolata, manovrata; era una impostazione tattica, una falsificazione precostituita; pertanto occorreva adoperarsi «esclusivamente» per arrivare a una sovrapposizione, alla necessaria identificazione. Occorreranno tutti gli anni sessanta per arrivare alla chiarezza responsabile di questa conclusione. Far politica e far cultura non sono (non erano) – e non devono essere – due momenti da integrare e controllare via via, registrando piaceri e dissensi, congratulandosi quando il cammino è piano. Far politica e far cultura sono una cosa, questa cosa, la stessa cosa. Si vede adesso che la risoluzione di quel diaframma traumatico, che ha esacerbato le domeniche di tanti galantuomini e la vita di veri uomini, stava nel lasciar cadere come un beneficio frusto le prerogative (tutte le prerogative) che il potere politico, sollecitato, concedeva al potere culturale; di respingerle, chiedendone altre, tutte; ma non per rabbia, per necessità e per conduzione delle cose fatte o da gestire; come normalità della prassi. C’era errore allora e c’è un errore oggi (in situazioni e posizioni renitenti) nel chiedere ai politici e non da politici; nel non riuscire a darsi non dico una maschera ma nemmeno l’immedesimazione che è ribadita come necessaria; nell’agire non tanto per avere scelto la politica ma per avere scelto di muoversi con la politica.
Se l’ipotesi è giusta, il secondo errore, ripetuto poi di seguito, è stata allora ed è adesso la mancanza di una analisi della realtà concreta corretta nonché argomentata; è l’accettazione o la rassegnazione ad analisi della realtà che sono ufficiali comunque anche quando sembrano dirompenti, oppure sono sempre monche, smozzicate, incerte. Se scelgo per aiuto al mio discorso il dibattito su Il Politecnico (stimolante e nuovo anche se privilegiava in ultima istanza la componente o la direzione ideologica-resistenziale-esistenziale) posso subito notare, all’interno, il vuoto traumatizzante sul ruolo vecchio e nuovo del fascismo – che era dato per morto e sepolto, relitto definitivamente affondato; mostro di un’epoca. Era in atto a parlar chiaro, una primavera da bella ciao, mentre l’europa e il mondo erano spartiti, la Germania ribolliva e si ricomponevano sotto mari di ghiaccio non vecchie storie ma nuove forze di sopraffazione. Il ’48 era alle porte. Dopo, non resterà che gli occhi per piangere e la forza argomentata (per chi l’aveva) di chiedere ai politici – ad alcuni politici – i mezzi e l’appoggio per riorganizzare la cultura. Un’operazione ancora subalterna, regressiva, disperata. Ci sono in archivio le eccellenti riviste che hanno raccolto questi stimoli puntigliosi, questa volontà acre e sottile, questa tensione a durare e a resistere nonostante tutti gli errori: Opinione, Ragionamenti, Passato e Presente; e altre.
Analogo è il discorso sul presente; sulle cose occorrenti. E questo discorso non può che essere legato al modo di lettura e di analisi della situazione e delle relative contraddizioni. Ricercando, aggiungo, la massima unità possibile d’impegno. Anni di vertiginosi trapassi, scorie e relitti continuamente ribattuti e riaffioranti in una glaciazione intermittente, viltà inesauribili o sorprendenti, ma anche inesauribili e sorprendenti novità – e qualche stimolante sorpresa. Anche adesso si impone di leggere la situazione (la realtà difficile, come è l’indicazione efficace di questa rivista) in quel modo; con la conclusione che non si può scegliere (rassegnarsi a scegliere) ma si deve essere. Non sei un operaio se non fai l’operaio; non sei un contadino se non fai il contadino; non sei un uomo se non fai l’uomo; se non stai fra gli uomini. Da questo mare di vergogna che è dipinto col magistero del potere subdolo per stravolgere cose e persone, possiamo non lusingarci con le soddisfazioni che non abbiamo ma – questo sì – alimentarci con una impazienza che dividiamo con altri e con una fame di fare cose per gli anni a venire.
La poesia? Sì, la poesia: non una comunicazione sacra né un bisturi tecnologico e neppure un rumore di metallo. Naturalmente ciascuno ha la sua matita in tasca (è bene che tutti sappiano che ci sono altri pronti per leggere). Io tengo per quelli che scrivono non col sangue non con la testa non col cuore – nello struggente rilievo dei sentimenti (che contano) – ma con le cose che accadono e ci accadono (strisciando con loro) e che vogliamo capire. Vuol, dire con sangue testa cuore non separati.
Il verri, serie VI, n. 1, settembre 1976.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Il verri
- Anno di pubblicazione: serie VI, n. 1, settembre 1976


