Romanzescherie
Convenzioni stravolte (con misura) e una certa malizia che tende a farsi preziosa. L’ammicco (intelligente e misurato, ma anche furbesco) in direzioni preordinate, o un poco ambigue – muoventesi cioè fra una immediatezza abbastanza rude, un realismo crudo (non dico crudele) e una tenerezza offuscata, un sentimentalismo che percuote alla memoria come rapidi colpi a una porta chiusa.
L’ambivalenza prospettica, questa sorta di strabismo ideologico (e insieme sentimentale, o sentimental-culturale) si traduce in un linguaggio che recupera stilemi del gergo poetico tradizionale e del gergo poetico “eversivo” – non dico d’avanguardia; mescolati (o inseriti) con molta indifferenza, con una indifferenza che non è presunzione ma che tiene proprio di quell’ironia sopraindicata.
Delineati in tal modo specifico e rapido i “confini” di questo operare poetico, e secondo una prospettiva di lettura (o di lettore) che può senz’altro apparire o essere parziale, dirò che dei testi che qui si presentano (o rappresentano), un dato condizionante, e anche positivo, a me sembra essere l’assoluta o strafottente “laicità”, una indifferenza tutta tesa alle cose o al giuoco delle cose e per nulla memore di una certa sacralità (in ogni senso), o responsabilità, della (o nei riguardi della) poesia; dunque del testo. Il quale può apparire godibile, in prima istanza, come racconto in sé di cose accadute, di fatti o azioni veramente accaduti, o detti, o proiettati in scala come cose o azioni di tal fatta, senza gli abbellimenti e senza circoscrizioni sottilmente intellettuali; insomma come referti tipici di azioni in cui l’uomo è impegnato. E così è.
Si dà il caso, in una situazione qual è l’attuale, abbastanza frastornata in superficie (e al fondo, invece, con ampie zone di resistenza decisamente conservatrici o reazionarie) nella modalità o nei modi d’intendere il lavoro letterario in genere, che proposte simili (o simili testi) finiscano a collocarsi in una zona neutra, in apparenza poco sofisticata ma pervicace, in cui confluiscono ascendenze chiaramente delineate; e in cui una certa problematicità, abbastanza aggiornata nei termini e nelle implicazioni contemporanee, non finisce mai per risolversi in una scelta (organica). Parlavo di ambivalenza in questo senso, indicando un dato topico e non dando un giudizio o precostituendo limiti. E tuttavia l’ironia, a tal punto esemplificata da diventare strutturalmente portante, finisce per irretire il lettore stesso in un rapporto inquieto, dissuasorio da scelte (magari soltanto da scelte di letture) definite. Insomma, personalmente accetto la condizione di lettore che mi offre, o a cui mi costringe, l’autore (abbastanza furbo), ma con qualche protesta – per una prevaricazione che distoglie puntualmente non dalle personali-private abitudini o dai quieti progressi del pensiero (non credendo al godimento estetico), ma, con qualche presunzione, dalla specifica utilizzazione dei miei parametri ideologici. In definitiva, trovando sostituito all’utile (che è la valida alternativa, non zdanoviana, al bello) non già il buono (che è il secondo termine, cattaneiano, del dilemma) ma il riso medio – che è un modo, a me pare definitivo, per scancellare ogni orgasmo della mente (certo, o almeno, nella direzione sopraindicata).
Queste brevi note, appena provocatorie nei riguardi dei testi di Ròiss, non intendono accennare ad alcun giudizio, a cui non mi sento autorizzato; ma indicare, in dettaglio, alcuni punti di frizione, perché possano servire a lettori d’altra specie (o non servire affatto a lettori agguerriti). Tali testi reggono all’urto, in ultima istanza, perché l’autore li dissacra in ogni modo, con aperta violazione delle regole, a cominciare dal titolo per finire alle personali esperienze. Questa l’ironia di cui si parlava, acerba ed esacerbata; ma non così esterna o fradicia o pungente e delusa che ferisca a morte i sentimenti; poiché (voglia o non voglia l’autore) resiste al fondo, ed è da considerare, un moto sentimentale, serpeggiante, che non si lascia inglobare né si lascia ibernare dall’intelligenza all’erta, o dal lazzo preordinato.
Infatti, come dice? Tempo fa ho conosciuto un uomo che appena sveglio, un giorno desiderò suicidarsi, ecc. È la favola dell’uomo e del bambino.
Sono altre favole, dell’amore e della morte.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Diciamolo
- Editore: Edizioni Svolta Bologna
- Anno di pubblicazione: n. 3, 1969


