Festa pagana, festa politica, festa? Perché a Bologna il 2 agosto

Un anno fa, esattamente il 2 agosto, una bomba faceva un massacro nella stazione ferroviaria di Bologna. Ricordo come un incubo quelle ore terrificanti dentro a un caldo afoso, umido, proprio padano. A distanza di un anno la giunta comunale ha deciso di non compiere atti retorici o ritualistici ma di cercare un coinvolgimento più giusto e diverso intorno a quella tragedia; invitando a Bologna la gioventù libera d’Europa perché, se vuole, venga a discutere dei problemi che in questo momento sono comuni a tutti o quasi tutti: le droghe, la casa, una vita pulita, la guerra, la pace, il terrorismo la violenza. Ebbene, su questo proposito, sin al principio, si è scatenata la bagarre; e la città si è un poco impietrita, E in effetti, cosa sta capitando oggi a Bologna? Perché sono tornati a calare i cronisti di quotidiani e settimanali a indagare, chiedere, occhieggiare, ammiccare proprio come nei momenti di emergenza?

Per fare un primo punto dall’interno, bisogna anticipare che la città è attualmente non dico annegata ma certamente a mollo in un mare di spettacoleria e carnevaleria scatenata; ballano, cantano, suonano, guardano in ogni angolo in ogni quartiere in ogni strada; e tale gratificante e per certi versi frastornante dedizione al divertimento partecipato può lusingare o può meravigliare costringe anche a confrontarla con il vuoto silenzio delle estati bolognesi di tanti anni passati, quando trovare aperto un negozietto con il cocomero fresco era tale notizia da arrivare di filato sul giornale. Ma si sa, quelli erano gli anni del boom e la retorica ufficiale voleva che nei mesi estivi tutti fossero al mare in montagna in campagna e gli intasamenti (i primi intasamenti) erano fotografati e commentati con un orgoglio appena appena celato: vedete? tutti o quasi tutti siamo felici finalmente liberi di andare. Erano gli anni del benessere, del benessere, del benessere. Poi sono arrivati gli anni del malessere, poi gli anni del malanno precipite e adeguate le corse sulle autostrade continueranno, ma il buio delle città in estate e quindi della nostra città dopo essere stato rotto dalle prime luci, poi da Dino Sarti in piazza il 14 di agosto, è tutto in braccio alla nicchiareria prorompente che è dilagata come un fiume senza argini in tutto il nostro paese. Eppure sotto scuse in questi giorni la città nicchia o si scuote mentre pubblicamente si è acceso un discorso rissoso (non dico di rissa) che smaga e fa né un bel vedere, né un bel sentire. Sono i socialisti, in prima fila a sostenere, ahimè, che invece di cantare e suonare (infatti alle quattro giornate che si preparano sono stati invitati non solo a partecipare, ma ad esibirsi, molti complessi rock italiani e stranieri) era meglio pensare e quindi programmare qualcosa di più ufficiale, di più serio, di più intimamente raccolto, dolente; come, ad esempio, un munito di silenzio o il suono delle campane o una marcia altrettanto composta silenziosa, oppure una messa con Te Deum nella metropolitana di San Pietro (il cardinale la celebrerà, avendolo deciso).

Credo che il frastuono delle parole e il dissenso delle polemiche siano per l’occasione, per questa occasione che si va preparando, solo un pretesto; che vuol coprire atti politici più complessi e complessivi. Ma in ogni caso credo che tale frastuono e tale dissenso, per quanto è possibile a ogni singolo cittadino attento, siano da contrastare. Da ribattere come soltanto tattici, politicamente interessati, non alternativi o sostitutivi a progetti più stimolanti che nessuno, al contrario ha saputo o potuto esibire e proporre; fuori dalle formulazioni generiche e approssimative. I giuochi della politica non ci interessano in questa occasione, non debbono interessare; mentre importa centrare il modo più giusto perché i morti di un anno fa continuino ad essere vivi e vivi sul serio nel cuore della gente. Ciò è possibile se si tengono a mente e presenti alcune cose. La prima: che una celebrazione ufficiale stancamente ritualistica, che commemora i morti che sono morti, col suo silenzio suonato, con l’apparente, soltanto apparente, affanno del cuore e delle rimembranze sarebbe un atto vile, in uno stato, in un momento, in una società che non sono stati capaci di ottenere anche solo un piccolo piccolissimo progresso nel campo delle indagini sull’eccidio.

La prima preoccupazione è che quei morti non sono stati né vendicati con onore né onorati con la vendetta della giustizia. Non hanno avuto giustizia. E allora abbiamo il coraggio di riconoscere che, quel giorno e intorno a quella tragedia, era necessario e più che necessario era indispensabile e urgente organizzare un discorso diverso, un modo nuovo per tenere accesa la memoria e la tensione del cuore. E che la decisione della giunta è da approvare. Certamente, in concomitanza c’è e ci sarà un tentativo, un proposito, un progetto del Pci di agire nell’area del consenso e di aprire nuovi spazi di dialogo e di rapporti; ma questo a me sembra legittimo, dato che il Pci come partito di governo locale è quello che ha sopportato più duramente e per intero il peso del dissenso giovanile in questi ultimi anni.

Però è anche vero che la decisione complessiva, in riferimento a una scadenza così tragicamente importante, ha manifestato e confermato il proposito finalmente introiettato da parte del Pci, o per esso della giunta, di addivenire a un riesame complessivo dei problemi di fondo e a nuove formulazioni, nuove progettazioni del e nel rapporto coi giovani. Nella politica dei giovani. Che è ancora quasi tutta da impostare. E che non può essere solo musicale o spettacolare. Le cose, come di vede, si stanno muovendo. Perciò in chiare lettere, a futura memoria, dico che è corretto secondo me appoggiare il proposito, questo proposito; mentre d’altra parte è giusto mantenere qualche motivata preoccupazione.

La prima preoccupazione è che l’intera operazione in ordine al programma e alla gestione delle quattro giornate sia burocraticamente tenuta in mani ufficiali e come tale amministrata; vale a dire con lo scrupolo che niente sia lasciato non dico all’improvvisazione ma a una specifica invenzione “sul campo”; e che sia privilegiato il momento delle varie tavole rotonde o comunque dei dibattiti e dei problemi identificati e trascelti via dai partecipanti. Una seconda preoccupazione è che ragioni ufficiali, istituzionali, non dico spingano ma costringano a mettere la sordina ai problemi più dirompenti, come sarebbe quello sulla pace e sulla guerra, sul terrorismo e sulla violenza politica, quindi specifica; non tanto sulla violenza in generale che finisce per essere una definizione teorica tanto allargata da essere alla fine abbastanza astratta. Però occasioni per risultati che (a disdire i profeti di sventura) possono essere utili, molto utili per tutti a me sembra siano in atto; conviene, con una decisione politica per la libertà di gestione e di interpretazione, di farle fruttare.

Questo è necessario per tutti. Anche per questa antica straordinaria città, che è una stella un poco offuscata. I giorni di luglio-agosto possono essere (io credo che saranno) un’occasione per accendere qualche nuova speranza; e qualche nuova volontà. Solo così, solo in questo modo, interrogandosi sulle idee, sui problemi sulle speranze sui progetti e sulle dure necessità specialmente delle nuove generazioni, si darà un primo cenno di vera giustizia a questi nostri fratelli assassinati. Sarà il modo più onesto di dire: non vi dimentichiamo perché non possiamo. Perché non vogliamo. E voi non siete morti ma vivi perché ci aiutate a pensare. Ancora una volta Bologna, per alcuni giorni, si prepara a essere il cuore del mondo. Se le presteremo il nostro cuore.

 

 

 

il manifesto, 18 luglio 1981.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 18 luglio 1981
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