Il teatro di Leo de Berardinis. Oltre di noi gli altri animali e le piante

Nel Sofista di Platone (XXI) ricordo questo scambio molto vivo fra Teeteto e il forestiero Eleate:

«Una scienza immaginaria dunque intorno alle cose ci risulta che ha il sofista, ma non la verità».

«Senza alcun dubbio; e rischia davvero che ciò che ora si è detto sia la cosa più giusta che fu detta di loro».

«Prendiamo dunque un qualche paragone più chiaro a tal proposito».

«Quale poi?».

«Questo qui: e provati ponendo molta attenzione nel rispondermi».

«Ma qual è?».

«Se uno dicesse non già di saper dire e contraddire, ma di saper fare e operare con un’arte sola tutte quante le cose…».

«In che senso hai detto tutte?».

«Tu cominci subito dal non capire il principio di ciò che si è detto, poiché, come pare, non intendi che significhi tutte quante le cose».

«Infatti no».

«Dico dunque che in tutte le cose ci siamo tu ed io, ed oltre di noi gli altri animali e le piante”

Come dici?».

«Se uno dicesse di saper fare me e te e le altre piante tutte».

 

 

Ricordavo bene questo passo per averlo altre volte annotato; ma riandando a mente al discorso/incontro intervenuto nei giorni scorsi con Leo de Berardinis, mi è venuto subito di ancorarlo alla base delle mie conclusioni.

Un punto iniziale, subito: tutte le cose.Una globalità, una totalità. Secondo punto: farle: di fronte a questo muro della realtà dell’uomo, che comprende il dentro e il fuori in una totalità e complessità irrimediabilmente drammatica, non cedere a nessun sentimento di disarmo, non rannicchiarsi impauriti adattandosi, ma mantenere attivo il proposito di fare. Quindi: tutte le cose volerle fare, indagare, approfondire. E preciserò, cercherò di precisare, meglio in seguito. Terzo punto, infine: saperle fare. E questa sapienza non disarmata raggruppa e ingloba ogni altro punto, costringendo a una diuturna masticazione implacabile del lavoro, della realtà, e del controllo dei propri sentimenti, della propria freschezza o durezza mentale. Tale situazione esemplificata è alla base del lavoro sul teatro o nel teatro di Leo de Berardinis. Non più un attore investito di volta in volta di una problematica diversificata a seconda dei testi e degli autori, quindi a seconda dell’incontro con un altro. Nella quale occasione l’attore/uomo è ospite, è tramite, è di volta in volta personaggio deambulante.

De Berardinis invece presuppone irreparabile dentro di sé l’assemblaggio furibondo di ogni materiale disponibile dell’esperienza; una lunga sorsata, talvolta inebriante, che non lascia nel vaso del mondo neanche un goccio disperso. E dopo è lui, quest’uomo, che diventa teatro, diventa evento, diventa mondo.

Ma non nell’esasperazione nevrotica di uno sconvolgimento che travolge e ossessiona; ma attraverso l’interno riordino connesso alla parola che dice, al gesto che indica e guida.

In questa disposizione totalizzante, che non lascia margini all’improvvisazione o ad estri soltanto momentanei, rientrano classiche metodologie (però diluite in un’infinità di rivoli spesso anche contradditori nel nostro Novecento) e conclusioni di pensiero, molto elaborate, anche tutt’ora in atto.

Di fronte a queste, in de Berardinis c’è come un preciso e tormentato capovolgimento. Ricordo, per esemplificare, una frase di Grotowski di tanti anni fa: “Lo spettacolo impegna una specie di lotta psichica con lo spettatore”. Ebbene, per de Berardinis la comunicazione parlata o gestuale può essere avviata; anzi, dico meglio, consumata, solo dopo avere esaurita la lotta psichica con se stesso. Il momento dell’evento è possibile solo alla conclusione, alla pacificazione dentro al dramma, di tutti i dubbi, di tutte le contraddizioni, di tutti i dati che sconvolgono la nostra vita, l’esistenza comune. Se non sbaglio, intendo l’evento teatrale come il momento ultimo, solenne e irripetibile, del fiume, il più grande e burrascoso, che si getta in mare. Che confluisce in mare. Con una solennità dolente e rigorosa. Ma anche come il momento della più assoluta pacificazione. Un ritorno nel grembo della terra, dell’acqua, della vita primeva. Uno sforzo, secondo de Berardinis, che non si può eludere.

Non è tuttavia una metodologia dell’isolamento; il retrocedere in una ritrosia sia pure rigorosa ma che sottrae se stesso al mondo per procedere a una sorta di costante revisione senza contaminazioni. È piuttosto, anzi è con convinzione e con difesa, la formulazione piena di una scelta vitalissima della solitudine, ma della solitudine “insieme agli altri”, una solitudine di grande forza interiore.

Mi pare, questo, di grande interesse; perché l’attore/autore in teatro non può permettersi il lusso o il sacrificio dell’isolamento o della perfetta solitudine.

È al seguito di questa rigorosa assunzione di responsabilità privata e operativa, che de Berardinis inaugura, no; avvia, no; apre, ecco, apre il suo nuovo o il suo primo edificio teatrale qua a Bologna; dove è attivo da molti anni, con rigorosi successi da un pubblico attento.

Ho scritto: edificio teatrale. E prima avevo scritto: evento teatrale. Cioè i due riferimenti di base della riflessione operativa di de Bernardinis. L’edificio teatrale non è più, non è già il teatro come luogo, il luogo tradizionale deputato agli spettacoli, alle messe in scena. Ma è il contenitore delle idee, le ossa del cranio, il luogo dei travolgenti e sovrapposti depositi. Raccoglitore di ogni frammento di vita e di cento cicloni; luogo aperto dell’immaginazione costante e presente; sacrario di infuocate o timide memorie. Una sorta di arena dove tutto si fa e si disfa, dove ogni sorpresa è possibile, ma dove è anche possibile acquietare il tedio della vita nella ricerca di un beneficio di silenzio, o di pace. L’edificio teatrale è come il manicomio che si apre, si sfascia di volta in volta per lasciare liberi gli uomini e le donne che ritrovano la speranza di sé, e ricominciamo a comunicare con gli altri anche solo con un’occhiata, un semplice gesto, un semplice sorriso. E così, con questi atti essenziali, ricostruiscono il nuovo edificio, la nuova città dell’uomo, libera dai fermenti di morte o da ogni inutile dolore.

Proponendo l’edificio teatrale in questo senso, una chiave di lettura ma anche un mezzo di gestione assolutamente stimolante, si riesce a intendere bene e fino in fondo il termine evento, che de Berardinis pone e ripropone con costante determinazione; non potendolo scindere dall’altro, senza incrinare l’ordine logico della sua argomentazione. L’evento non è la conclusione ma la gestazione che poi si conclude; è tutto il percorso in cui la cosa si fa; in cui la vita si raggruma in un attimo, in un momento, in una occasione rapidamente consumata. Non per dispersione, consumata per trasposizione; cioè con il passaggio da chi è là a chi è qua, sul momento (appunto). D’altra parte, ancora, l’evento non è mai di uno solo o per uno solo; può, anzi deve, appartenere (dico così, piuttosto che coinvolgere) a tanti per tanti, perché c’è solitudine (che è rigore) ma non isolamento (che renderebbe poco per volta ogni operazione destinata all’esaurimento). Quindi, nel progetto di organizzazione di una comunicazione continuativa da distribuire nell’edificio teatrale (aperto e chiuso), è inserito anche un programma di sollecitazione e richiamo per le forze emarginate, per le forze giovanili. E il termine “forza” significa volontà di fare, decisione di agire e sperimentare in qualche modo, in ogni modo. La sete di lavoro, la sete di ascoltare, da parte dei giovani, può trovare nell’edificio teatrale preparato da de Berardinis uno dei luoghi di rinnovata pulsione. Un luogo, e una occasione, per fare accadere le cose. Almeno, alcune cose. Un’apertura sistematica per tanti, per tutti; un luogo di riferimento. Come dovrebbe proporsi sempre ogni reale operazione di cultura. Il momento è di grande trauma e di grande riflessione; anche dentro alla giusta confusione (talvolta soltanto apparente) dei dati culturali; però è generalmente anche molto accentuato il bisogno “di ricominciare qualcosa su basi completamente diverse”. Dice de Berardinis: “Partecipare al dibattito dei nostri giorni con tutte le proprie forze, sempre tenendo presente lo scopo”. Che è quello di continuare in progressione, dopo aver incominciato, a comunicare “esperienze” che si imprimono nei corpi di chi partecipa possiamo dire alla vita? di questo edificio che non ha muri: oppure solo muri per impedire la caduta della ragione e di ogni parola “che dice”.

 

 

 

Mongolfiera – Bologna, n. 15, 28 febbraio-5 marzo 1992.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Mongolfiera – Bologna
  • Anno di pubblicazione: n. 15, 28 febbraio-5 marzo 1992
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