Pasolini corsaro

Mi stimola a scrivere su “Pasolini giornalista e corsivista” la lettura contemporanea di due note fortemente critiche, da appaiare ad altre, apparse sul Corriere della Sera e sul Quotidiano dei lavoratori. La nota di Annaratone sul Quotidiano dei lavoratori del 28 ottobre, come quella di Lizzani in pari data, concordano in un rifiuto senza appello delle tesi di Pasolini in riferimento a un fatto e alle tesi di Pasolini in generale. Il quale Pasolini proprio giorni fa, nel fascicolo del settimanale Il mondo del 30 ottobre da poco in edicola, ha ripreso con concitazione la richiesta, formulata sempre più ansiosamente nei mesi passati e nelle ultime settimane, d’essere aiutato a capire, d’essere comunque discusso e contraddetto ma di non essere lasciato solo, relegato al margine da una sentenza di indifferenza o di tolleranza snobistica sempre con ironia, come si fa con un dichiarato fuori misura.

Scriveva: “Io sono più di due anni che cerco di spiegarli e volgarizzarli questi perché. E sono finalmente indignato per il silenzio che mi ha sempre circondato. Si è fatto solo il processo a un mio indimostrabile refoulement cattolico. Nessuno è intervenuto ad aiutarmi ad andare avanti e ad approfondire i miei tentativi di spiegazione. Ora, è il silenzio che è cattolico”.

È da tempo che vado facendo alcune considerazioni in merito e le tenevo private come fa un lettore che si limita a leggere e a partecipare con gli altri; ma oggi credo che possa giovare aggiungere anche una propria parola. Prima però rimandando a ciò che disse Goethe, in una sera di dicembre del 1824, al Cancelliere von Muller (che annotava con intelligente continuità il succo di quelle vivaci conversazioni): “Non bisogna mai più rivedere i vecchi amici, non ci si intende più, ognuno ha imparato a parlare in un’altra lingua. Se ne guardi chiunque ha a cuore la propria vita interiore, perché la dissonanza che ne nasce può agire su noi soltanto come un perturbamento, e la pura immagine dell’antica amicizia si intorbida”. Questo per precisare che non mi muove alcun moto amichevole ma soltanto il proposito di capire meglio, lasciandomi guidare da una attenzione che non sia soffocata dai pregiudizi. Che cos’è che rende così stimolanti, così irritanti, spesso anche così deludenti ma comunque per lo più importanti (alcune volte molto importanti) e soprattutto diversi nella tensione che li muove, i recenti interventi di Pasolini? Rispondo: la qualità diversa, il genere, l’impasto della disperazione; che è unica, così in pubblico; non moralistica, nella sua funzione di stimolo e di frusta. Ma non una disperazione esistenziale (che coinvolge di solito l’individuo e lo trascina via da solo, come un relitto sfumato); invece la disperazione della ragione. Questa disperazione non è per cose, fatti, persone, avvenimenti, strutture perdute (anche se può sembrare); non ci sento questo struggimento fisico e malanno di cuore. A mio giudizio la disperazione della ragione è per la difficoltà caparbia e la volontà tutta tesa di capire le “enormi” novità che sconquassano la nostra società e la nostra cultura; novità che devono venire, che stanno per venire, che ormai ci pesano addosso. La proiezione di Pasolini, il suo ingorgo tragico e immondo che comunque lo pone al centro dell’attuale dibattito “sulle” idee, è appunto questa stravolgente disposizione “in avanti”. È naturale: incespica, cade in continuazione ma sale; si irrita, contraddice, impreca ma parla; mentre gli altri si muovono e ascoltano o soltanto ripetono. La novità balbettante e turbata ma forsennata e dinamica di Pasolini si contrappone alla ripetitività senza rischio dei suoi aulici o troppo grezzi contraddittori. Inoltre la sua fantasia ideologica, frenetica nella precipitazione di riuscire ad agganciare i fili dei nuovi ideogrammi, scarica in continuazione rifiuti, piccole macerie ma insieme offre lo stimolo unico di “rivisitazioni” culturali, approfondimenti, diversificazioni e identificazioni di novità. Spezza un sistema di segni che si riteneva codificato; ripropone – sia pure come un uomo straziato non dagli incubi ma dalla volontà di intendere – altre domande che non devono lasciarci più tranquilli a riposare.

Io ritengo un errore (e una occasione mancata) che la cultura italiana, quella che conta, non accetti la provocazione di Pasolini e resti invece legata al beneplacito di un dubbio ragionevole, al sorriso condiscendente o all’argomentazione professionale che è ormai scontata. Oggi Pasolini sta proponendo con una concitazione che è anche furore un dibattito sulle cose “a venire” e non un “treno” sulle cose che si disfanno e scompaiono. Ritengo che non voglia trattenere nulla, anzi. Sbaglia Moravia, riferendosi anche con intelligenza a un preraffaellitismo; sbaglia chi propone l’identificazione con un reazionario avvolto in una disperazione calcolata, o con un conservatore che si bagna nel mare grande della memoria storica. Per capire il Pasolini attuale basterebbe rileggere quel libro grande e giusto che è “Le ceneri di Gramsci”. Nessun neorealismo, nessun canovismo frigido, nessun misticismo grondante sperma, nessuna irritazione virale al modo di perduti o smarriti umori; ma già allora, profondo, l’istinto di precedere – magari di un passo soltanto – la realtà che si forma; di essere un attimo avanti per giocarsi tutto (anche la vita) in quell’attimo in cui si intravvede il cuore del mondo nuovo e in cui tutto può ancora accadere. Un istante frenetico, in cui il gelo si mescola al calore del mondo, e in cui la disperazione vera è vita vera.

In questi ultimi tempi Pasolini ha concorso a suo modo a ridefinire il fascismo come ideologia; a ridefinire la DC come nuovo fascismo di questa ideologia; è passato dall’ossessione di un consumismo da commiserare al discorso tutto nuovo nella esemplificazione del “nuovo modo di produzione”. Certo: attraverso errori anche banali o errori irritanti o taluni sconsiderati fraintendimenti; ma con questa disposizione totale e questa integrità intellettuale di cui è giusto dargli atto. Altri dicano pure il contrario. Compito nostro è di non limitarci ad aderire al consenso generale o al rifiuto generale – che è un’ironia frigida; ma cercare, trovare, discutere, concludere. Soprattutto capire. E quando capita non bisogna, di volta in volta, prenderne e darne atto?

 

 

 

“Chi comunica cosa e come”, l’Unità, venerdì 31 ottobre 1975.

 

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 31 ottobre 1975
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