I gesti di Leone

L’episodio è accaduto a Pisa sabato 18 ma i giornali ne hanno parlato (non tutti e non in misura eguale) mercoledì 22. Non in egual misura per lo spazio concesso e per la forma usata. L’Unità dà la notizia in calce della seconda pagina con 17 righe, usando un titoletto di cronaca; il Corriere della Sera centra la seconda pagina su due colonne con 91 righe; il Corriere d’informazione mette la notizia, o il commento della notizia, incorniciata in prima pagina, su tre colonne, con 81 righe; Il Giorno le dedica in seconda pagina quasi intera una colonna.

In effetti la notizia è ghiotta, l’episodio in un certo senso è tipico; e tale da prestarsi a svariate esercitazioni di finezza giornalistica nella direzione più tradizionale (almeno in Italia) quando ci si dedica a polemizzare con il potere: il moralismo spicciolo amaro coinvolgente sbraitante; il moralismo che è, ho avuto l’occasione di ricordarlo in precedenza, un’attitudine abbastanza volgare o equivoca, comunque sicuramente falsa nella sostanza, di esaminare la realtà in tutti i suoi dettagli.

Ma intanto, qual è l’episodio? Questo: il Presidente Leone, andato a Pisa per una inaugurazione all’Università, durante il tragitto ufficiale con relativo corteo di macchine e dignitari è stato contestato “da un gruppetto di studenti” – sostiene il capo del servizio stampa del Quirinale: “da alcuni studenti”, scrive il corriere della Sera; “da lavoratori e studenti”, secondo il Corriere d’informazione. E mentre il Corriere della Sera scrive di “pugni chiusi, fischi, slogan ostili”, il Corriere dell’informazione parla di “ostilità” da intendersi in generale. Insomma, si può dedurre una pubblica manifestazione di dissenso organico e organizzato e tale da incrinare all’interno, col fastidio della sorpresa, il formalismo borbonico e stantio di ogni parata ufficiale in questo bel Paese (e dunque anche di quella pisana); parate condite dall’intangibile sacralità dei personaggi ufficiali che, in quanto tali, è norma che debbano sempre e in ogni luogo essere riveriti e serviti.

Agli atti ostili di una parte di quella folla il Presidente Leone ha reagito facendo le corna con tutte e due le mani, sollevate e in modo aperto. Mi ricordo che un modo simile teneva Giannini, il fondatore dell’“Uomo qualunque”, nei comizi di piazza qua a Bologna quando era insolentito con la violenza popolare e con quel nostro sarcasmo duro e aperto. Anche lui faceva le corna, inveendo col gesto.

Ebbene, l’ufficio stampa del Quirinale ha scritto o ha diramato – come si dice – un comunicato in cui afferma: “A scanso di equivoci: nessun significato di offesa né intolleranza politica verso chicchessia. I gesti del Presidente da sottolineare sono ben altri; e speriamo che coloro che amano la democrazia sappiano e vogliano farlo”. Subito dopo leggiamo nel Giorno che un gruppo di militanti radicali “fra cui il segretario e il vice segretario… hanno effettuato stamane una manifestazione davanti al Quirinale per protestare contro il gesto di scaramanzia (le corna) fatto dal Presidente della Repubblica durante la visita a Pisa e… per sollecitare le scuse dell’onorevole Leone agli studenti di Pisa e al Paese”.

Il Corriere d’informazione di mercoledì 22, che ho citato, commentando il fatto con una intitolazione indicativa “Leone: le corna, le scuse, la dignità” scrive fra l’altro: “un fotografo è riuscito a fissare l’incredibile immagine… ora, proprio quest’uomo che rappresenta le nostre istituzioni… di fronte a una manifestazione ostile replica facendo le corna: intollerante come potrebbe essere un automobilista nevrotico al semaforo, o un tifoso privo di fair-play allo stadio… di fronte al trauma della fotografia stampata sui giornali, noi pensavamo – sicuramente con molta ingenuità – che il presidente avrebbe potuto prendere in considerazione anche l’idea di dimettersi, ecc.”.

Tutte queste annotazioni per un episodio che certamente non è (né appare) soltanto marginale o unico o folkloristico, a me sembra che non colgano il fondo del problema, o dei problemi che si possono invece individuare. Che la dichiarazione del portavoce del Presidente, per voler affumicare l’episodio e minimizzarlo, possa sembrare anche più offensiva del gesto delle corna – come scrive il Corriere d’informazione – è certo una constatazione esatta, ma nella misura in cui il gesto sia caricato soltanto (o in esclusiva) di una profanazione del rituale pubblico ufficiale, il quale è di una rigorosa ipocrisia.

Azzardiamo invece un nostro commento, all’insegna dell’interesse specifico di questa rubrica. Ogni gesto è comunicazione; con un gesto anche il più semplice, un muover d’occhi, comunichiamo una frase, un messaggio, indichiamo o proponiamo una nostra scelta, una volontà, una decisione; ribadiamo anche le nostre speranze. Indichiamo ira, paura, rabbia, coraggio. Indichiamo anche amore, l’amore. E mi scuso di ripeterli, anche se voglio ripeterli, perché so bene che questi sono dati ormai risaputi.

Ma comunichiamo anche col vestito; l’abito è uno dei “nostri” modi di comunicazione; la scelta dell’abito è una scelta linguistica che ci connota ed è una scelta che completa e amplia la nostra area linguistica, il nostro sistema di segni. Dunque: la parola, il gesto e l’abito come – o quasi – elementi della comunicazione. E adesso torniamo a riferirci al personaggio. Il quale è ufficiale, molto ufficiale ma dialettale; dialettale di lingua, dialettale d’abito, dialettale inequivocabilmente di gesti. Parla un dialetto stretto anche se caratteristico qual è il dialetto napoletano; veste con la tranquilla ovvietà degli avvocati di provincia di un tempo, aderendo a norme codificate della classe; gestisce con l’insistente insofferenza che è data da una abitudine mai contestata e adotta le forme di reazione codificate da tutta una tradizione.

Il gesto delle corna, dunque, è solo un gesto dialettale, se si vuole, tipico napoletano; così come il pernacchio è un suono tipico napoletano che esprime molto di più che un rapido e volgare rumore, secondo l’affascinante racconto di Eduardo. Il personaggio in questione riafferma le sue scelte o il suo approdo culturale ormai pacificato e limitato a una stretta area ben definita e sicura, adottando un gesto che gli serve o l’aiuta a ribattere il dissenso o a riaffermare una sua reazione senza dover affrontare il peso e il pericolo di una comunicazione più approfondita, argomentata, seria, diretta. Si rifugia in un gesto culturalmente “amico”.

Commenti moralistici, quindi scandalizzati, a me in questa occasione (come i altre) sembrano fuori luogo. Ciascuno si tenga ciò che ha fino a che non gli è dato di cambiare. Cosa voglio dire? Noi certo ci auguriamo di cambiare in fretta cose e uomini; e sappiamo che la gran parte del potere è adesso gestita a questo livello di cultura – direi di struttura. Corna o non corna, comunicazioni su tali frequenze d’onda ci arrivano da anni e anni di potere dc; nei quali, tranne per casi identificati, gli uomini passati sulla ribalta (avvocaticchi, fazendieri, insabbiatori, arrivisti scriteriati) tutti erano ancorati a difendere o a trattenere un passato, ma non per nostalgia dell’intelligenza (che li avrebbe fatti conservatori suggestivi e patetici) ma solo per limitatezza dell’orizzonte culturale, legato ai quattro muri della casetta natale, difesa coi denti.

E la limitatezza di questo orizzonte si traduceva in un balbettio di voci, nell’accettare l’orfismo ricattatorio del linguaggio politico, nel gestire “ampio e caratteristico” come scrivevano al lunedì le gazzette ammirate; nel dire col gesto, in un modo autoritario e scontato da secoli di abitudine al piccolo comando e all’ossequio servile, quello che non si voleva o sapeva comunicare argomentando; in un modo nuovo per un mondo nuovo. Ecco perché ascoltiamo voci uscire dalle caverne.

 

 

 

“Chi comunica cosa e come”, l’Unità, venerdì 24 ottobre 1975.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 24 ottobre 1975
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