Uso politico del dialetto

In questo momento, a mio parere, il problema di fondo sulle varie radio e TV locali non è tanto domandarsi chi le fa – cioè chi le gestisce, e in tal senso discutere – quanto interrogarsi su che cosa sono – cioè quale vera e nuova oppure ovvia comunicazione avviano e come d’altra parte la sollecitano e l’impongono. Ho l’impressione che il problema sia visto in generale come un problema esclusivamente di rapporti e quindi di potere politico (ed è anche giusto che sia così), ma che non si cerchi di avviare un’indagine su “questo” linguaggio; oppure, dato che un linguaggio è in atto, d’impostare un attento esame sul “come” e sul “quando”. Fino ad oggi radio pirate o libere e TV locali sono state sempre indicate e quindi fraintese come una controfigura della tivù centrale, la gran madre di Roma; dunque un boccone di pane, utile ma riduttivo.

Su questa conclusione non sono d’accordo. Penso, con altri, che la gestione e la distribuzione della comunicazione locale via cavo o a modulazione di frequenza sia più coinvolgente (quindi aperta a un progetto futuro) di quanto non sia la comunicazione distribuita dalla tivù nazionale: un coacervo ormai impossibile da gestire dignitosamente. Allora mi richiamo a una mia nota precedente, che si riferiva alla TV Teramo, per darci il necessario seguito: nei giorni successivi, per circa quattro ore quotidiane, ho potuto assistere (con me mezza città e un mucchio di giovani) al dibattito svoltosi al Consiglio comunale sul bilancio preventivo di spesa per il 1976; e voglio dire che questo atto di pratica amministrativa molto importante ma esclusivamente, tecnico, secondo l’idea comune, quindi arido e da sempre riservato agli addetti ai lavori, arrivava come un sorprendente stimolante spettacolo popolare, molto aperto e segnato da un notevole ritmo narrativo; l’identificazione con i personaggi che dibattevano, l’immediata collocazione anche visualizzata dei problemi, dei riferimenti e dei rimandi affrontati, trasformavano ogni intervento in un momento di rappresentazione e la tensione particolare si traduceva anche in “chiarezza” terminologica.

Si assisteva in realtà al bruciamento delle formule astratte o rituali: i protagonisti del dibattito sapevano, avendo una telecamera sulla faccia e il fiato dei concittadini sul collo, di dover trasferire ogni formula e ogni critica tecnica nell’ordine di una chiarezza quanto possibile esemplare. Chi è abituato al cafarnao del linguaggio politico ufficiale non poteva che tirare un sospiro di sollievo; sia pure per un momento. Da ciò deduco una piccola conferma a quanto in precedenza sfiorato: il discorso sulle TV o radio locali è un discorso da impostare come nuovo; comunque non è un discorso che ricalca l’itinerario parcellizzato che conduce al modo di gestione RAI-TV.

L’uso della TV locale richiede la regressione al dialetto e comunque la sostituzione del linguaggio “centralizzato” in uso; vale a dire chiede di compiere una decodificazione del linguaggio standardizzato per scomporlo, riaprirlo, mescolarlo con elementi vernacoli che sembrano soltanto saporiti, mentre compongono il collante di una più ingegnosa nonché pericolosa invenzione. La comunicazione “centrale” è lentamente uccisa (non soltanto travolta) dalla sua stessa paura: si sfuoca in una ovvietà linguistica recalcitrante e barocca da cui viene espunta ogni credulità e autorevolezza e in cui è impossibile inserire la vitamina della satira o dell’ironia.

Perciò questo linguaggio che si sta ricomponendo coi frustoli apparenti del sentimentalismo comunale ricupera la immediatezza, la rapidità; depone la schematicità, la cautela “diretta” ed esibisce (può esibire intanto in qualche modo) una certa goliardica libertà. Naturalmente appena “i poteri” si accorgeranno che questi centri non sono solo fiere paesane o sottoprodotti da gestire con paternalismo ma il risvolto di una comunicazione nuova non è detto che non provvedano in merito con urgenza; per questa evenienza si sono tenuti aperti più di un buco.

A Roma ogni gesto è ritualizzato e tutto si svolge in una litania di propositi che bruciano; in periferia il gioco è più modesto ma più vivo, soprattutto è rimbalzato il lazzo di Zanni, che si traduce in un discorso senza intermediazioni tecnologiche e ideologiche grevi; senza correzioni delle inflessioni dialettali, senza verificazioni preventive, con lo stimolo di una “calcolata improvvisazione” che lascia un margine all’errore, allo sbaglio. Ma soprattutto l’aspetto sorprendente di questa comunicazione è il coinvolgimento non più didascalico o forzato ma drammatico nel senso di ogni atto, di ogni scelta politica; e questo può inaugurare i nuovi giorni della partecipazione alla comunicazione. Mi sembra che sia giusto voler valutare e saper valutare la “quantità” di comunicazione che può essere prodotta in questo modo; e che intanto l’uso del dialetto (di questo dialetto) non possa più essere frainteso come strumento di placide nostalgie comunali o l’abbrivio per i giuochi del sentimento.

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 13 febbraio 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 13 febbraio 1976
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