Dove si è quando si è nella musica?
A Modena il recital di Giorgio Gaber
Tanto Jannacci sembra, sul palcoscenico, scomposto (disarticolato, incerto, perso dietro alle prime parole o all’aggancio di un pensiero, dentro a cui sostare o ridere prima ancora di esternarlo); quanto Gaber è (e non sembra), sul palcoscenico, composto. Irrigido senza sforzo, come un ramo sfiorato da una gelata. Là sopra egli ricompone le proprie idiosincrasie e si dispone di volta in volta a questo quieto ma implacabile combattimento della comunicazione cantata; avendo scelto il modo, l’ora e il campo. Ho in mente vari riferimenti a questo proposito. Per esempio, un libretto di appena 94 pagine, fitto di insinuazioni, di Michele Serra; pubblicato una decina di anni fa ma valido tuttora come un aiuto a bene intendere l’opera (direi proprio: il lavoro) di questo autore importante; e a bene impostare il rapporto cercato fra lui e l’ascoltatore medio; lo spettatore a un concerto. Serra si riferiva subito, mettendo un accento deciso, all’implacabilità di Gaber sulla scena e al significato più profondo e affascinante dell’arte di Gaber, quello “formale”. Due indicazioni a mio parere non solo utilissime ma determinanti. Si può forse ripetere, per utilità di lettura, che il tempo discriminante nel percorso non solo artistico ma esistenziale e quindi culturale di Gaber cade agli inizi degli anni Settanta. Dopo, dirà degli anni precedenti, inglobando tutto intero il proprio lavoro: “Andavo alla televisione, cantavo una canzone, facevo un bell’inchino. Poi mi guardavo e mi facevo schifo. Allora decisi che non ne potevo più dei festival e delle interviste scandalistiche. O riuscivo ad andare avanti come volevo io, oppure basta. Non volevo più fare il buffone”. Il buffone; vale a dire, per questa occasione, la metafora di se stesso. Non arrendersi di volta in volta al “dover essere”; semmai trascinare le necessità del proprio lavoro dentro di sé, dentro ai propri pensieri, in una successione e in una articolazione libera (per quanto possibile) e distaccata da ogni obbligo di rappresentanza. Ecco quindi il palcoscenico scelto esclusivamente come una stanza dei pensieri cantati; senza altro obbligo di dominio. L’unico modo di camminare dentro al proprio cuore.
Nello stesso periodo, strettamente collegato alla scelta operativa, è raccolto e avviato (cioè, problematizzato) un rifiuto acre e deciso (non so se altrettanto preciso) con la straordinaria mitologia di quegli anni, o degli anni appena precedenti: “Anni affollati di idiomi, di idioti / di guerrieri, di pazzi, anni di esercizi / anni affollati di arroganza e di stucchevole bontà / di tentativi disperati, anni affollati / di qualsiasi forma di incapacità. / Anni affollati per fortuna siete già passati / ho fatto indigestione, la mia testa è piena / dall’Africa all’America al mio letto / non c’è rimasto niente che non so / …Anni affollati di mani sentenziose che maltrattano le chitarre…/”. Al pubblico sempre più numeroso dei suoi concerti quasi sacrali, consegnerà dunque negli anni seguenti, via via, messaggi sussurrati, icastici, iterativi, impegnati a suggerire il rinnovato interesse “a poche immagini ma eterne”. Partecipe dunque del nuovo corso, del nuovo svolgimento della storia; e tuttavia sempre un poco defilato, inquieto e arrabbiato senza esaltazione; formalmente ineccepibile: a perseguire la strada, con le parole cantate, di “un Dio un po’ strano che ci insegna la follia”. La follia dell’inquietudine della ragione e dei sentimenti. Nella sostanza profonda, semplici? oppure sempre ambigui e ingarbugliati? Gaber continua a inquietarsi e a cantare; essendo diventato un personaggio ufficiale; organizzatore di cultura. Bisogna ascoltarlo con rispetto. Magari soltanto con rispetto. Forse solo ricordandoci, fra di noi, che parecchi detentori delle mani che in quegli anni lontani tempestavano le chitarre sono stati travolti massacrati dalla storia contro cui si battevano e non respirano più. I morti, per terra. I vincitori, invece, hanno i vantaggi dei vincitori. Anche quelli di avere modi e tempi per inquietarsi.
Mongolfiera – Bologna, n. 8, 10-16 gennaio 1992.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Mongolfiera – Bologna
- Anno di pubblicazione: n. 8, 10-16 gennaio 1992


