“Io sono la notizia e la notizia è la mia”
Dicono: non leggo i giornali, tanto a che cosa serve? Le notizie sono sempre atroci. Oppure: lì ci sono solo bugie. Oppure: sono troppo stanco, lavoro e lavoro, non ho il tempo. Oppure per molti l’acquisto di un vecchio quotidiano locale diventa un atto che rassicura, che ci concilia con un nostro ordine o bisogno di ordine interno. Il giornale che si conosce dispone a una tranquillità parziale almeno nella disposizione all’ascolto; è all’incirca come entrare in una casa che si frequenta, spesso è come entrare nella propria casa.
Questa tranquillante possibilità quotidiana di conoscere subito i particolari, di ritrovarli nei luoghi canonici dell’impaginazione è l’elemento che lega di solito il lettore al suo giornale e che glielo fa leggere soltanto in quel modo (scegliendo luogo e ora). Così disposto il lettore crede sempre di gestire il rapporto, crede di sapere e potere leggere secondo una libertà e una volontà; insomma, secondo una libera disposizione; crede sempre di scegliere; mentre è il lettore a essere scelto ed è scelto proprio perché legga in quel modo. Infatti fra il lettore e il “suo” giornale, quando è soltanto “quel” giornale, si instaura o si avvia un rapporto che è anomalo in quanto è disposto su piani decentrati: da una parte, prevalente, poggia la “violenza” della notizia, dall’altra sta la “debolezza” di chi legge e questa debolezza si traduce in una sudditanza psicologica, in una disponibilità rinnovata alla ricezione. Tale disponibilità può portare a correggere forzature di tono o vistose faziosità ma è difficile che riesca a percepire di volta in volta la “perla” della manomissione, che rappresenta una perfida e molto acuta “invenzione” dei nostri giorni: la reticenza.
Un esempio riferendoci alla tivù, che è un lungo giornale quotidiano che si vede. In un primo tempo, mentre disponeva strutture, tecniche e segni attraverso sperimentazioni variate e a più mani (anche attraverso le applicazioni di ogni giorno), la televisione si metteva, dinanzi alle idee e ai problemi in generale, in una posizione “selettiva”. Radunava tutto, con la premura della grande organizzazione, e sceglieva; scegliendo, proponeva. Oggi, in un monopolio ossessivo che può essere solo scalzato e ribattuto dalle forze popolari, la tivù programma e organizza. In altre parole: mentre prima accoglieva i fatti e magari li subiva sia pure distorcendoli (in questa distorsione entrava la rabbia per non poterli del tutto prevaricare) oggi questi fatti può addirittura determinarli, può volerli in quel modo; quei fatti possono prodursi proprio per essere comunicati con quel linguaggio. Prima essa proponeva la realtà delle cose; adesso esprime cioè diventa la realtà che deve rappresentare.
Noi viviamo in funzione del linguaggio televisivo; in funzione della traduzione nel detto linguaggio dei nostri atti, dei nostri fatti, della nostra vita tutta intera (se è vero che sono riusciti a fotografare scientificamente i nostri sentimenti). Adesso certe cose accadono soltanto perché siano teletrasmesse; predomina una nevrotica ricerca di esattezza che si vorrebbe esibire come un’altrettanta fredda e nevrotica ricerca di obiettività. Le notizie non vengono più stravolte, non si compiono falsificazioni di dati – se non in casi aberranti -; ma questa elementare esattezza è impastata all’interno con una calcolata omissione di tanti piccoli ma sostanziali particolari che garantiscono ancora della perfida ragione del potere. L’omissione è sottile e insinuante; essa consiste nel dire tutto togliendo a tutto solo “qualche cosa” che sembra impercettibile; consiste nel compiere all’apparenza innocue scorrettezze nell’ordine catalogante delle notizie; alle volte la omissione consiste anche solo nel tono o magari in un sospiro (o in un respiro). Poiché ci disponiamo sempre all’ascolto con una inevitabile, perché ambientale, rilassatezza, siamo più o meno scalfiti da questa comunicazione e ne subiamo le volute rivalse.
Durante le ultime elezioni, quando apparivano chiare le desiderate frane e al contrario cresceva la giusta e bella vittoria, la tivù elvetica che non era in gioco e poteva permettersi il massimo di precisione nell’obiettività comunicava dati semplificati, oltremodo significativi perché riepilogativi; un semplice prospetto di poche cifre faceva completo il quadro della situazione e lo schiariva. La nostrana, invece, frastornata e sbattuta, arrancava come un gregario in salita e ansimava tabelle e tabelle (voci, numeri, percentuali e rimandi nonché verifiche retrospettive) con furia, annegando nel ritmo di questa isteria matematica la realtà che si esprimeva in contorni di immediata evidenza politica.
Ecco: considerare questo uso molto calcolato della “reticenza” permette di convincersi che bisogna ricontrollare il modo di acquisto e d’uso della propria informazione. Non si può e non si deve essere utenti scettici e critici ma in conclusione prevaricati e forse sconfitti; bisogna di continuo discutere e correggere la “propria” informazione per non lasciarsi ingorgare e sopraffare. È un dato di fatto: oggi viene detto tutto in tutti i modi. Viene detto troppo (di proposito) e viene detto male (di proposito). Riequilibrare e ridistribuire l’informazione è il compito della sinistra, cioè di una politica seria e responsabile. Di conseguenza deve essere anche il proposito dell’utente, il quale può e deve affermare: io sono la notizia e la notizia dunque è mia. Non solo la faccio ma la controllo e la esprimo. Scelgo il linguaggio e la norma. La consumo.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 4 luglio 1975.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: l’Unità
- Anno di pubblicazione: venerdì 4 luglio 1975


