Intervento sulla poesia di Sereni

Dopo Frontiera e Diario d’Algeria, Gli strumenti umani è un libro diverso da questo e da quello e per alcuni versi contrastante. Da qui il suo fascino e il suo interesse attuale, almeno per noi, così tendenzialmente determinati. Libri definiti e storicizzati, i primi; esemplare dell’ermetismo post-montaliano l’uno (dunque “molto” importante per questo, non trovando altra campionatura adeguata da affiancargli); ma di un montalismo scarnificato (nel senso di una deduzione culturale), in parte eluso per la mescolanza di altre vicende e ascendenze e già segnato da un interno contrasto, da una diaspora caratterizzante (indicazione di una delusione postuma, dell’impossibilità di usufruire lo stampo per un ricalco ulteriore, di una sazietà paradigmatica ecc.). Il montalismo (inevitabile, si intenda) di Sereni è settoriale, contestatario al limite del privato e accettato con un (deciso) turbamento della ragione (per prefigurarlo: un’adesione sentimentale – una serie di sentimenti – contratta e contrastata da alcune argomentazioni “valide” che si svolgono al fondo, che inducono tuttavia l’ordine apparente, o faticosamente disposto, a riscomporsi. Una continua, e abbastanza tragica, operazione di riadattamento). Da qui l’insoddisfazione della mente, cioè l’intarsio delle argomentazioni che sibilano alle volte con una oscurità contraffatta e allarmante (allarmata); l’impossibilità di far collimare ogni particolare in questa geografia sentimentale oscurata dal preannuncio o dalla considerazione di eventi precipitosi. C’è dunque, già allora, nell’atto di fare, un avviso di contrasto rimandato e di presente fastidio; di una coscienza turbata dall’impossibilità di una utilizzazione totale dei referti ai fini di un conforto privato (e dunque legalitario) e culturale (e dunque pubblico). Tuttavia predomina, sopra, in una evidenza non contestata, la nota il segno di un lamento sui generis sulla propria vita delusa, l’accarezzamento di un esistenzialismo romantico e commiseratorio da morte nel diluvio,da dopo di me il silenzio;quasi l’esempio, insomma, di un’esigua ed esile aridità di vecchi, e di un bieco egoismo che s’annuncia. La disposizione al conservatorismo aulico e indifferente. Il Diario non determina ancora un trapasso dalla situazione di equilibrio privato di cui sopra (sia pure con tutte le possibili tracce di ferite); o non determina certamente un trapasso; ma approfondisce i motivi della situazione, li problematizza e li rende perspicui, provvede a considerarli più autonomi; li infittisce e nello stesso tempo li seleziona; il gusto (o in altre parole: il consapevole bisogno) dell’astratto si fa più raro, più sfumato, meno impellente (o esigente). L’urbano decoro,entro cui si qualificava semanticamente la poesia precedente (cioè i testi che sarebbero tutti da esemplare) adesso viene messo in dubbio, se ne soppesa la scarsa rilevanza ai fini di ogni operazione; la necessità nei riguardi dell’ordine privato entro cui agire (e senza salvezza probabile al di fuori di esso) viene discussa; si avvera un progresso (deciso, direi, anche se da rintracciarsi con critica pazienza) nel dubbio “utile”, sia pure esistenziale; nel malessere che nasce da insoddisfazione dei risultati (“luci sinistre”; “disperato numero”; “sono cieco ed inerme”; “il tempo irreparabile della nostra viltà”; “sono un tuo figlio in fuga”). La guerra, in cui si è già immersi, non è più una possibilità nera del futuro, ma la realtà stessa, il presente, la condizione della vita; e dunque la guerra si inserisce nel discorso decidendo la scelta dei termini col peso della sua presenza verificabile e atroce (si può dire?). Ma il progresso, nell’assimilazione dei dati, è lento; Sereni non si presta al di fuori,è restio e dubbioso insieme, ha una sua cattiveria nel dubbio e resiste per sospetto di non essere o non riuscire sincero fino in fondo. Egli deve tirare le reti dal di dentro,consumare da solo la carica di fervore privato che si scontra con le vicende del mondo; consumare il suo esistenzialismo etico e una discreta carica di cattiveria (egoistica o soltanto scontrosa?) che nasce evidentemente da quella educazione così ingarbugliata. I tempi erano tali. Un duplice lavoro, dunque, lo impegna assorbendolo, in uno sforzo di chiarimento, di scelta (dicevo: di rinnovamento) che esigeva una partecipazione totale, disarmante (o armata fino al parossismo), proprio nella misura che era pronta a consolidarsi. Non c’erano lune rosse per Sereni. Ecco perché il peso del suo silenzio, della sua fatica, delle difficoltà via via consumate (e non soltanto private) acquistava un significato propedeutico di estrema significazione e interesse.

Gli strumenti umani (in questo mi pare consista la sua tempestiva necessità, nell’ordine delle ricerche comuni, abbastanza aggrovigliate ma conturbanti ed eccitanti), è il libro “esemplare” di un contrasto vittorioso, la deduzione di un trapasso, un rilancio di vita, una rinnovata presa di posizione, l’esempio di come si riesca a prevalere nonostante tutto contro la situazione, contro il peso del cuore e la ragnatela della tradizione. Il libro rappresenta una partecipazione diretta alle vicende dell’epoca, non più soltanto una odissea privata magari intessuta di astuta curiosità; un libro “generale” non già l’excursus patetico del mistico medievale, l’esemplare catalogazione delle provocazioni luciferine dedotte entro la cassa armonica del cuore – e oltrepassate, cioè catalogate col canto. Il rapporto con la realtà non ha più l’incertezza (assai suggestiva, bellettristicamente) di un amore-odio, di una luce che si spegne, di una finestra nella notte (lo sguardo nel buio), un equivoco da Giardino dei ciliegi;al contrario, possiede la durezza, e l’inesprimibile angoscia, di un braccio di ferro che si svolge ogni giorno, a occhi aperti; di una lotta senza risultato (cioè: che non cerca la vittoria o una possibile conquista; che non l’esige necessariamente); di un rapporto “definitivo”. L’autore, adesso, e proprio dal di dentro dell’opera che si svolge, cerca i collegamenti “esterni”, s’attesta su posizioni non di distacco severo ma di partecipazione risentita; condivide (sia pure condizionato o contrassegnato dai limiti comuni di un’età e di una educazione) l’esigenza di ricerca e di nuovo trapasso che sta avanti dietro intorno alla nostra officina, in questo tempo. Il nuovo volume rappresenta dunque non già (o non più) l’adeguamento eccellente a una situazione culturale segnalata dall’ufficialità contratta e cerimoniosa; ma il riconoscimento di sostanziali mutazioni non solo nelle cose che passano, nei fatti che declinano, ma nella prospettiva della cultura; e nello stesso tempo raccoglie, con una tensione che riesce a entusiasmare, una serie di proposte, di inserimenti organici, di contestazioni, per svolgersi dal di dentro di queste nuove prospettive. Per precisare ancora le ragioni di una particolare ammirazione per questo libro (che non è un libro “bello” nel senso tradizionale – o almeno non m’importa che lo sia – ma un’opera esemplare nel senso più autentico di: derisione delle magagne pubbliche, di utilità per gli altri e di indicazione sottile di problemi proposti, o accettati, e risolti – con particolare difficoltà di tempo e della ragione) vorrei sottolineare come esso rappresenti, nell’ambito della ns. lett. più recente, infestata da prodotti Ferrero,un’esigenza lucida e documentata (senza alcun vieto ritorno o ritardo) di uscir fuori dagli schemi conclusi, dagli ordini prefigurati, dai giardini di Edipo; di sovvertire le deduzioni accertate, di rifiutarsi alle definizioni ovvie, per rimettersi in moto in una disposizione non prima sperimentata ma ora raggiunta con le verifiche pazienti e le prove più dolorose. “Immerso nell’incertezza”, o come altri vuole “nell’infinita ambiguità della realtà contemporanea” (io direi: discusso nell’incertezza, adattato nell’incertezza, con la disposizione cosciente verso un diverso progetto di ordine) il libro si dispone via via a esprimere argomentandola (e magari contrastandola per un poco, se si vuole) la riconosciuta necessità, considerata sotto ogni aspetto particolare, che “scoppi alfine la sacrosanta rissa”. E il punto di rottura, il primo, l’archetipo, mi sembra sia Ancora sulla strada di Zenna in cui, per me, si sfalda con un brusco atto il passato – inteso come lucido ricettacolo di memorie e prezioso vaso di unguenti da conservare, e il presente drammatico (per tutti noi, sempre il grande presente dantesco) è proposto (ricuperato) con sforzo, con uno sforzo fisico intendo, proprio da corda che si tira, e con un cupissimo livore. Leggo il libro, insomma, come la definitiva rinuncia al privato e l’entrata altrettanto definitiva nella sfera del pubblico, sia pure con un moto inizialmente recalcitrante e che conserva tutte le sue stupende virtù (dopo l’era dei ritiri spirituali, delle mille rose di santa rita, delle coscienze rimemoranti). Dal “trepido concetto di Europa”, che contraddistingueva il tono “lirico” – tenero e struggente – di Frontiera,si smotta a una valutazione-rappresentazione del presente stringata e abbastanza dura; e quasi sotto il segno di una partecipazione fisica oltre che culturale. Nulla adesso è più raccontato o descritto (entro fumi nebbiosi); non resiste, più, alcun intenerimento patologico e ontologico né alcun intermediario sentimentale a cui demandare il cumulo degli incubi e dei dubbi (degli ultimi dubbi, degli incubi persistenti); la realtà è affrontata in modo diretto; finalmente se ne subisce il fascino o l’oscuro fastidio e in qualche modo il suo disordinato rancore. Si sperimenta la fatica per catalogarla. Non si accettano più le condizioni di riposo (o di attesa); ci si dispone a impugnare la penna. Dove sono gli anni passati? dove rifugiati? dove estinti? Ogni lotta, ogni lotta si svolge sul ponte.

Tale è il mio modo, scorretto e affascinato, di leggere il libro; che compiuto nel corso di un ventennio, si pone – mi sembra giusto dirlo – fra i pochi che in questi anni onorano la cultura italiana; nel senso che testimonia di una vitalità che rimonta, di una attenzione sottile per i problemi, di una insoddisfazione lucida e infine di una disponibilità intelligente profonda e assai giovane (scattante) entro i nuovi collegamenti che si vanno sistemando con tutto l’aspro della fatica. Non un libro per la biblioteca o per gli ozi del mese di giugno, ma per il nostro lavoro. Un’opera, finalmente, che ci aiuta.

 

 

 

Paragone-Letteratura, anno XVIII, n. 204/24, febbraio 1967.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVIII, n. 204/24, febbraio 1967
Letto 3628 volte Ultima modifica il Giovedì, 28 Febbraio 2013 17:27
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