Una nota su Rebora
Ci limitiamo, in questa sede, ad alcune annotazioni su un autore che meriterebbe (perché lo vuole) un lungo discorso; che si organizzasse, fra l’altro, tra i meandri di una critica non sempre amica o attestata, per lo più, in una rispettosa indifferenza. Già Prezzolini ricordava che “quando apparvero i suoi Frammenti Lirici non direi che facessero impressione nemmeno nel gruppo nostro” e che c’è “qualche superstite del tempo de ‘La Voce’ che non si sente di cambiare il giudizio piuttosto negativo che allora egli ne dette”; e Contini, in un saggio esemplare, annotava “ma i suoi lettori si fanno sempre più rari”; infine Montale, in un epinicio post mortem, “Rebora ha sfiorato la poesia contemporanea”. Ora poi accade anche l’inverso, per una specie di agitazione incongrua; ed è soltanto il mistico, l’uomo di fede, l’operaio della fede che prevale insinuandosi nella considerazione.
Direi subito: poeta durissimo, da rasentare il fastidio. Duro, perché ogni progressione è fatta al modo di chi, parlando, cerca le parole (con fatica) e non per sceglierle fra loro, ma non trovandole. O forse per un disdegno del mezzo (“tu sei cagnara e malizia e tristezza”) che esprime, minimizzandolo o deformandolo, o comunque non con quel rigore e con quel vigore, un prepotente e “deciso” (perché convinto) bisogno spirituale. Tutto ciò che è confortevole se lo preclude (“perso in divino fremito il pensiero”), le sue scelte imbarazzano lo stesso lettore (“e nella gola mi gorgoglia e brucia / tutto un impeto rosso / che vien sulla parola e accieca il suono”). Perché mai? innanzi tutto, direi, perché il lettore non è da Rebora disposto ad assistere a una rappresentazione o al dramma di una condizione esistenziale ma è investito subito da una responsabilità, costretto a un contatto diretto, indotto a una contestazione: “Ma tu che ascolti, recalo (il mio canto) / al tuo bene e al tuo male / e non ti sarà oscuro”. Coinvolto in un colloquio a due e messo nella condizione del protagonista (e, sotto un certo aspetto, del colpevole) il lettore diventa esso stesso personaggio attivo e violentato (“ma ciò ch’essa non dice / ognun, s’entri a cantare, / l’intenderà secondo suo bisogno”), direi esacerbato con il crudo rigore della tensione piuttosto che della persuasione (“così mi è grato confortare altrui / mentre rotolo dentro”); è scosso più che convinto – poiché la convinzione deve seguire a questo forte anelito di verità (non di bellezza) che travolge; o conquista oscuramente. Ma la tensione preminente è verso una spiritualità faticosa (non eroica), cioè proposta con l’impegno della fatica verso terzi; da assumere, dunque, non come vittoria per sé (quando accada) ma come un pane per gli altri (“esser qualcosa di adatto”; “nell’amor della gente mi paleso”); la buona parola, come un sussidio da dividere, come un impegno profondo di vita. Un impegno societario a livello metafisico (mistagogico) da cui non è disgiunta una forte carica di eroismo (cioè, una volontà di fare e di pagare direttamente). La sua tensione, che sperimenterà via via ogni sorta di dubbio “in progresso” (dal riuscire nell’intento della persuasione: “E porgo la mano con fede / agli uomini senza aspettarli”; alla contestazione continua della propria capacità di soffrire e di amare: “ma il dolore non basta / e l’amore non viene”; alla contestazione della propria capacità di intendere, cioè di compenetrarsi fino in fondo nell’impegno, “in questa angoscia gioita”); e che sperimenterà ogni sorta di ansia dolorosa (“esser qualcosa di adatto”), di ansia direi favolosa (e in ciò si scopre un motivo struggente) e di fatica per raggiungere vittoriosamente un suo assestamento “definitivo” – si esercita nel tempo e nella vicinanza di quegli uomini, rilevanti, che operarono dentro al movimento modernista, per un tentativo non tanto di opposizione e rovesciamento ma di “rinnovamento” all’interno della Chiesa (“nell’ambito di una riforma delle strutture, della teologia, di tutto l’apparato dottrinale ecc.”); e dell’opera di costoro condividendo il proposito (lucido, per quanto problematico) di cercare di convertire “all’interesse verso il problema religioso” un pubblico quanto più vasto di personaggi culturalmente impegnati e qualificati, di notabili e di dame. Questo fervore operativamente pratico di apostolato, che contraddistinse fin dal principio la qualità dell’impegno di Rebora, giustifica e spiega come egli abbia inteso sempre il lavoro poetico come un appoggio (e non uno sfogo) al proprio lavoro “terribile” e alla propria ricerca, più che un appagamento; e spiega anche il tono denso, ingolfato, alle volte precipitoso, di questo discorso in versi, ridondante ed ellittico. E dunque una poesia aggrottata e di una “ingenuità” straziante, indifesa e indifferente sul piano linguistico (in cui confluiscono stilemi dialettali e colti; risonanze domestiche; in uno con l’utilizzazione di durezze dantesche, scansioni campanelliane, carduccianismi, pascolismi e rimandi rapidi ai minori e minimi protonovecenteschi), evolventesi per esplosioni di grumi concettuali che si dilatano integrandosi o intersecandosi, o di accensioni liriche torbide e dure; una poesia scandita spesso su ricalchi direttamente strumentalizzati. Che l’approdo, dopo il furibondo travail di un decennio (e dopo un periodo di riflessione più individuale), sia stato il sacerdozio è solo un fatto che va constatato; ma nel momento del suo precipitoso e denso “fluire” (come vorrei intenderla, nel senso di andare verso) l’opera di Rebora, raccolta nei Frammenti, è significativa di una condizione della società italiana, o almeno di una parte rilevante e tipica di essa (al nord); di una società, cioè, che vuole riadottare, e cerca confusamente, una dottrina per lo spirito, un sistema cui aderire, sortendo dall’esagitato entusiasmo post-risorgimentale per il positivismo, entro cui si era adattato il piccolo miracolo borghese e provincial-industriale seguente all’Unità. È il moto, che si va esprimendo, del rinserimento attivo (e partecipe) del cattolicesimo (e non dico tanto dei cattolici, ancora) nella società italiana, attraverso una serie di prove o di tentativi delegati ai singoli, ai gruppi minoritari ecc. È il moto e il proposito della borghesia qualificata e di un patriziato “intelligente”, ma da cui è lontano o indifferente il popolo (“la plebaglia”, “i clamorosi grovigli di folle”); che è visto o ricordato circoscritto in una banlieue grigia nebbiosa indifferente. Rebora infatti tentava (e voleva, tentando) di uscire proprio da quel “quinto piano d’un alveare cittadino” in cui viveva “conducendo una strana vita che si può dire disperata, nella tormentosa ricerca di una giustificazione e liberazione che non riusciva a trovare nel mondo turbinoso della nostra civiltà”.
Mentre la sua opera seguente (esigua, per la verità) ha il risalto di una lucida pacificazione d’amore e tutta la febbre di una adesione e partecipazione conquistata (o ritrovata), l’opera prima di Rebora si offre come esemplare importante e lucido per una ricognizione nella cultura italiana d’allora; si offre come esemplare di un momento (o del momento) del riesame religioso; dell’identificazione di un problema centrale che urgeva e che chiedeva risposta. Il dramma dei modernisti (che sfiora anche Rebora) conferma a noi, spettatori assai attenti e in qualche modo disinteressati, che – sia pure in quella disposizione a cui non ci troviamo evidentemente consenzienti – la fatica, il lavoro, il faticoso dibattito di questi uomini ebbe una sua spietata e logica necessità; e Rebora ci offre il parametro per una ricognizione letteraria ad alto livello (e a lui si potrebbe intanto adeguare, per altro verso, Boine). Gli uomini “responsabili” del tempo si avviavano verso la guerra consapevoli, al fondo, di una tragedia imminente e frastornati da dubbi dolorosi e da oscure necessità; e intanto si affrettavano – ma non riuscendo a concludere a tempo – per verificare gli strumenti conoscitivi che li avrebbero fatti più chiari a se stessi e più utili, alla fine, sul piano dell’interesse pratico, agli altri – e in definitiva capaci di condizionare se non di governare gli avvenimenti. Tutti arrivarono troppo tardi. Anche Rebora, in questo caso, dovette demandare la risoluzione del proprio dramma, autentico, a dopo. A dopo, come sempre accade (“vivere è giustificarsi”). E fu allora più solo. E fu perso per noi.
Paragone-Letteratura, anno XVII, n. 194/14, aprile 1966.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: Paragone – Letteratura
- Editore: Arnoldo Mondadori Editore
- Anno di pubblicazione: anno XVII, n. 194/14, aprile 1966


