La gentile signora (III)

soldato soldato grida la gentile signora mio sol-

datino soldato

quanto ti amo grida la gentile signora soldato ti prego

volta la testa bionda mostra il tuo petto bianco

lo voglio colpire come un’onda leggera che appena ti sfiora

un’onda lunga di mare che arriva alla spiaggia e ti fa sognare.

Addio addio.

Fiore rosso rosso fuoco rosso rosso sul petto bianco

com’è giovane il pelo del coniglio sul prato

soldato soldato mio soldatino soldato sbarbato

perché ti chini perché cadi perché

guardi nuvole che non hanno strada

non hanno occhi non orecchi non le mani

alzati balla con me ridi ancora mentre ti divoro il cuore

balla sul prato fino a domani

quando il cielo sarà spezzato

dal calcio di un soldato come te spaventato

 

la gentile signora

si lava i piedi alla fontana

acqua fredda fra mattoni sgranati

puzzano già di morto la primavera è lontana

ride la sua bocca nel sonno degli uomini condannati

mentre la luna grida

sul torrente pieno di rospi –

la solitudine è signora della notte

il silenzio accende

candele fra i rami

in onore dei soldati che sono entrati nell’ombra fatale.

Il volo di grigi uccelli stridenti

mentre braccia mani teste mozzate senza un grido

volano fra le foglie da cui sangue piove

 

il mondo la gran parte del mondo si

dibatteva in catene strisciava i piedi per terra quali

orme lasciava?

La gentile signora taceva sorrideva

colpiva qua e là inviava fuochi

sottraeva le giovani vite alla vita

a caso né lacrimava scendendo a

                                                  calpestare l’acqua

                                                  di un fiume di ossa

                                                  urlante infuriato

è il fiume dei soldati che scorre lontano

cavalca nuvole di fumo nero sull’orlo delle strade.

Chiamava chiamava chiamava il soldato

la mano sul petto

nessuno gli badava nessuno ascoltava

quattro solitari cavalli trottavano

cercando erba non ancora coperta di fango

 

il cielo bombarda il soldato nudo

non lo lascia quieto

le formiche in fila

si nascondono nella canna del mitra

e lì creano il loro regno –

caramba muciaci grida il colonnello

la città conquistata è tutta da divorare

vestite la divisa della domenica

per partecipare al banchetto degli uomini

sgozzati

non c’è più dolore in giro questa mattina

possiamo contare in un giorno da signori

e da baldoria

bussando a ogni portone

o suonando il fucile come una fisarmonica.

 

Sì c’era molta acqua quel giorno

e giù che pioveva

poi viene il sereno

che nessuno aspettava.

L’uomo della providena.

Sbaciucchiavo la ragazza sopra

un letto di toglie che odoravano forte

foglie di castagno.

All’improvviso laggiù nel piano

cominciò un mortaio

intorno sul prato

arrivò di nuovo a galoppare la morte

con il vestito di gala e

prese tutti alla gola o per mano

 

fucile al sole che è rosa sulla canna del fucile

ah che giornata da non dire

si fatica anche a morire

ma per il momento

sono più leggero della formica

schiacciata dalla ruota del cannone

che muore senza far rumore

anch’io sarò nel vento con poca fatica

 

condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.

Era così bella che mi innamorava.

Bene a lei, ma io?

Ero disteso a mormorare parole d’amore. D’amore?

No perdio la guerra era feroce.

Non calzava sandali da mare la gentile signora

non concedeva ristoro. Era un fiume di spavento

alla foce. Poi

l’alloro sul cranio del soldato

il nitrito del cavallo

crollava nel fuoco del sangue

niente capitava per caso, quel giorno.

Intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.

Una pattuglia non aveva fatto ritorno.

Lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra

poche parole e la musica registrata,

lei è poi stata pensata

per un bacio leggero

così mi ricordo

 

capitano mio capitano

inutile stringersi la mano

non c’è molto da dire

oggi è giorno d’assalto forse no forse sì andiamo a morire

addio cara mia città nido d’amore addio

è guerra

addio alle torri ai viali

ma ormai la notte è passata

qua sotto la pioggia di terra infangata

la baionetta è innestata

mia terra addio

non mi lasciare solo

 

impreca il sergente

il re pipino e quelli

sono scappati

d’accordo con l’invasore

mentre italia bruciava

povero cuore di paglia

maiale macellato

hanno sconsacrato il sangue dei nostri figli

così restiamo popolo diruto

destinato sempre al sacrificio

in solitudine senz’aiuto

 

la patria è sempre ok la patria è bella

la patria è sempre patria diobonino

la patria non ci lascia mai soli

la patria è di sicuro madre padre

così canta il plotone a perdifiato

marciando in riga verso una buona morte –

la patria è l’orecchino del mondo

è l’orecchino all’orecchio del sordo

benedico la patria anche quando mi fa secco

canta tutto giocondo il caporale –

ben detto bravi soldati grida il tenente la patria

vi fa regali ogn’ora

a tutti ha regalato un fucile per l’assalto

una buona baionetta ha regalato

due gallette e scarpe di cuoio vi ha donato

che crocchiano come tamburi

cosa volete ancora dalla patria soldati affamati?

siete tutti lavati e siete vivi per niente

e se morite per vostra ignoranza la patria la patria

vi fa il funerale in un campo arato di fresco da bombe

con l’elmetto sopra la croce di legno

e adesso che avete elencato i vostri regali, all’assalto

all’assalto soldati all’assalto se non vi tremano i polsi

entrate in battaglia

gentaglia che ha troppo mangiato e troppo bevuto

sempre affamati di donne e con poca allegria

soldati che vi crocchiano i piedi soldati

di fanteria

 

 

 

ilfilorosso, anno XVII, n. 33, luglio-dicembre 2002.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in quotidiani o riviste
  • Testata: ilfilorosso
  • Anno di pubblicazione: anno XVII, n. 33, luglio-dicembre 2002
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