La gentile signora (II)
condizione di paradiso imminente e gracchiante è la mia.
era così bella che mi innamorava.
bene a lei, ma io?
ero disteso a mormorare parole, d’amore?
no perdio la guerra era feroce.
non calzava sandali da mare la gentile signora
non concedeva ristoro, era un fiume di spavento
alla foce, poi
l’alloro sul cranio del soldato
il nitrito del cavallo
crollava nel fuoco del sangue
niente capitava per caso, quel giorno.
intorno l’estate si sbriciolava fra le mani.
una pattuglia non aveva fatto ritorno.
lì restavo ascoltando fra una morte e l’altra
poche rapide parole d’amore e la musica registrata.
lei è ritornata, ritornata davvero.
un bacio leggero
quando il cannone taceva
che pace che si vedeva
che pace c’era
nel cielo azzurro azzurro
come il mare quando è addormentato
e sbadiglia e non fa sussurro.
anche il soldato la stava a guardare
fumando ammirato
ferito ammazzato
quaranta sogni e quaranta notti
ombre di mani controsole
la strada si inerpica fra boschi
un silenzio che non dà fantasie – senza parole.
il battaglione va via
le case diroccate
una suora fra le macerie
cerca gli occhiali e piange
il caporale suona la tromba
gli uomini imprecano volano i piccioni
nessuno sa niente di domani
ieri l’hanno dimenticato
oggi è inquieto perché la razione è stata scarsa
nessuno intona canzoni ma
fumano come turchi e si preparano
anche se navigo sul mio corpo
con la neve che mi insegue
vedo i vetri del mondo percorsi da brividi
foglie con un urlo (ferite)
ali aperte al primo pianto di una bambina –
sto pensando di partire
ma è tempo di tempesta pesante e di ghiaccio
non mi tenta la ventura
metà mondo l’ho già calpestato
mi resta poca erba da tagliare
non vorrei ancora morire –
ho freddo incubi impossibili
sulla branda senza sonno sono affondato
contro il muro un fucile come l’ombrello è appoggiato
si cammina sotto la pioggia
non dormiamo non si dorme
è la vita del soldato
per morire basta un giorno e un’ape.
all’alba è sveglio sera non arriva.
lascio il fucile per terra
le scarpe le regalo al compagno
lui non mi abbandona
mi guardava negli occhi
prima di morire mi ha tenuto la mano
piovono bombe sui sassi nel cielo turchino
masticano gomma con allegria gli americani
confetti sulla città tranquilla
s’incantano a guardare dall’alto il rigore rosso dei tetti –
fumo fumo nero ferite di nebbia lanci perfetti
case dirute antiche torri spazzate via
nessun morto sull’asfalto canta –
gli americani scivolano sul vetro e via lontani
non fanno elemosine
servono il dio della guerra insieme al tacchino per natale
il soldato dimorava
al calduccio del fango calduccio di neve
gelo siberiano strizza la mano
fragile vetro.
accendeva il suo fuoco
riscaldava il suo brodo
olio per il fucile
si contenta di poco
il soldato freddo per il vento di gelo
sta alla porta dell’inferno
natale e pasqua insieme
mare di boschi e mirtilli –
si diverte con poco il soldato – a contare le ore
prima del sonno lungo
della probabile morte.
che sorte ingrata.
così è la sua giornata
ogni soldato ha tagliato
la corda con il passato
non dice più ieri non dice neanche domani
stringe solo le mani intorno al fucile
lontano c’è rumore di battaglia
un cavallo al galoppo fra il grano maturo
in quel momento a una donna nuda pensa il soldato
su paglia fracida sdraiato
in attesa dell’assalto –
guarda anche senza invidia nuvole nuvole
anch’esse aspettano lo spettacolo del destino
ferme lassù in alto
tu mi hai puntato al cuore
il fucile
amico che vieni da
lontano
mi guardi con occhi feroci
dove la pietà è morta –
anch’io sparo con parole d’amore
d’amore
forse ti ucciderò
forse tu uccidi me
forse resto morto
sulla sterpaglia
dove i topi intanto mi ballano sul cuore
o su una spalla
ilfilorosso, anno XVII, n. 32, gennaio-giugno 2002.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: poesie pubblicate in quotidiani o riviste
- Testata: ilfilorosso
- Anno di pubblicazione: anno XVII, n. 32, gennaio-giugno 2002


