Una nota di lettura

La raccolta dei testi a cui mi riferisco, si srotola in una riflessione costante (non assillante) che sembra quasi proseguire anche fuori dalle pagine, rovesciandosi senza intermittenze sulla spalla, sulle spalle del lettore. Tanto che autore e lettore sembrano, anzi in realtà sono collegati, se non sbaglio, da un reticolo di pensieri, dai quali né l’uno né l’altro possono sottrarsi, anche se volessero. Ma non vogliono.

Dico, per me, che è subito una buona garanzia di tenuta dall’opera di Di Poce, non disporsi come un’occasione allargata all’incontro, ma piuttosto come un rapporto avviato e che dura; un’amicizia a vita (capita, per le pagine che si insinuano e non deludono).

Verranno le tradizionali tempeste a distogliere reciprocamente l’attenzione per rivolgerla verso luoghi e indirizzi diversi, sovrapponendo dato a dato, affanni ad affanni; ma questo vincolo testuale riflessivo non può non conservare implicito un collante che lo renderà duraturo; e sarà utile a stimolare, rinsaldare e a trattenere nuovi forti legami.

In effetti i testi di Di Poce raccolgono, dopo un periplo di lavoro prolungato con severa costanza, trascrizioni di inquietudini mentali, di riflessioni rabbrividenti ma vitali sul contrasto quotidiano con le cose, la gente, le rovinose vicende del mondo; ma anche con la viscida faticosa necessaria speranza del mondo, che aiuta sempre a modificare correggerne le tendenze perverse verso il disastro irreparabile.

Queste trascrizioni, più che la sfera dell’immaginazione turbata investono, e interessano, la ragione turbata, (e anche impaziente, sospettosa); quindi sottraggono il tempestare dei testi dell’onda dei sentimenti per depositarli fra le reti vincolanti di un’inquietudine riflessiva, che spinge a investigare, interrogarsi, rispondersi con fatica. E sono interrogazioni diversificate (non ripetizioni) quelle che si dispongono a perseverare nell’approfondimento, in uno scavo dentro le viscere dei problemi.

Per il mezzo, anche in questo senso o chiave di interpretazione, non di una poesia filosofica- nella direzione dilacerata e densa della poesia che insegue le proprie grida- ma cercando, a mio parere, di ricavare ed esaltare l’assolutezza (una disposizione generosa) dei propositi di resistenza, di autodifesa, nel conflitto- con la relatività gelida o con la straziante parcellizzazione ed omologa-zione della vita (della nostra vita). Come a dire: la vita interiore in lotta con la vita esteriore di relazione; lotta che ci costringe a restare nella realtà o a filo con la realtà, e a sopportarne la violenza dei contraccolpi e delle emozioni.

Non riterrei determinante affermazioni perentorie o confessioni, quali: “se scrivo è solo per non morire”: piuttosto aiutano i due versi seguenti: “poiché noi saremo salvi/solo se sapremo incontrarci”.

Di Poce avrebbe potuto dire: se potremo incontrarci, insistendo su una resistenza del mondo esterno; scrive invece sapremo per incitare a uno sforzo di tensione personale, interna; a coordinazione lancinante di sentimenti e riflessioni.

Perché è vero che di pagina in pagina qua dentro è svolto un piccolo breviario di interrogazioni che si allineano intransigenti, tutte in attesa di altrettante risposte decisive, determinanti. Così risulta stimolante, per il lettore, che domande ed eventuali risposte siano enunciate attraversi testi poetici, attraverso il vorticoso luccichio delle parole.

L’indispensabile supporto di parole non concitate ma forti, all’interno di un discorso poetico che intende coinvolgere fin quasi a ferirlo il lettore, è riaffermato da Di Poce ad ogni pagina; esaltando e proponendo il ter-mine “parola”, ad affidarle significati avvolgenti, quasi fossero tante pietre di volta in volta calcinate per erigere un muro a difesa contro il vuoto parziale del mondo che grida soltanto.

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Vincolo testuale di Donato di Poce
  • Editore: Eretica
  • Anno di pubblicazione: 2023
Letto 280 volte Ultima modifica il Mercoledì, 08 Marzo 2023 08:51
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